II

Parevano cosí nuovamente tornati quei tempi che avevano preceduto

la venuta di Carlo di Valois. Da un lato infatti Rosso della Tosa,

unito co' suoi al popolo, difendeva la Signoria; da un'altra il

Donati, favorito dai Capitani di Parte, di continuo la minacciava ed

assaliva. Da capo i cittadini s'armavano e s'azzuffavano ogni giorno;

da capo seguivano rubamenti, ferite, omicidi, incendi nella città e

nel contado. Perfino dalla torre del vescovado una manganella tirava

contro gli avversari di Corso Donati. La Signoria ed il Podestà erano

ridotti all'impotenza. E la cosa arrivò a tale, che si ricorse allo

stranissimo partito di dare per sedici giorni il governo in mano dei

Lucchesi, acciò si provassero a ricondurre la quiete in città. Essi

ristabilirono l'ordine, senza però punire alcuno, sicché quando furono

partiti, le cose tornarono come prima. Si cercò anche di nominare una

Signoria (sempre ben inteso di popolani), d'accordo fra le due parti;

ma erano tentativi che non menavano a nulla.[194] Ciò che portava la

confusione al colmo, e la rendeva permanente, era che, se la divisione

tra Grandi e Popolani aveva costituito davvero due partiti, quella fra

i Grandi, che ora agitava la città, era promossa dalla sola ambizione

di Corso Donati e di qualche altro; non aveva nessuna ragione politica;

non era guidata da nessun principio e da nessun interesse generale. Col

Donati infatti v'erano, come vedemmo. Grandi di tutti i colori, v'erano

anche ribanditi che avevano amici o parenti fra gli esuli, né mancavano

alcuni popolani. E nel partito avverso, che difendeva la Signoria,

non poteva neppure esservi molta coesione, perché v'erano potenti e

popolani, tra i quali l'accordo non fu mai sicuro. Se gli avversari

della Signoria erano uniti dalla volontà e dall'ambizione di messer

Corso, i fautori erano piú che altro uniti dall'odio contro di lui. E

però, a cagione di questo carattere personale dei partiti, ne seguivano

divisioni e suddivisioni sempre mutabili, sempre crescenti; passaggio

irrequieto, perpetuo, da un gruppo all'altro.

A tutto ciò s'aggiungeva ora la morte di Bonifazio VIII (11 ottobre

1303), cui successe Benedetto XI, assai piú mite e di carattere

incerto. Questi avrebbe voluto ad ogni costo ristabilire la pace

in Firenze, e farvi tornare gli esuli, perché essi tenevano agitato

il suo Stato, ed egli era già in Roma stessa talmente avversato dal

popolo e dall'aristocrazia, che subito dopo l'elezione aveva dovuto

rifugiarsi a Perugia, sui confini cioè dell'agitata ed irrequieta

Toscana. Né poteva, in mezzo a tante calamità, aspettarsi ora alcun

aiuto dalla Francia, perché aveva iniziato un processo contro gli

autori dell'attentato d'Anagni, che, tramato appunto da quel Re, era

stato causa della morte di Bonifazio VIII. Per tutte queste ragioni,

sollecitato dai Bianchi dentro e fuori di Firenze, il 31 gennaio

1304, vi mandò a far la pace il Cardinale da Prato, che era in voce

di ghibellino. Questi arrivò il 10 marzo, e voleva contentar tutti:

Grandi, popolani, esuli. Bianchi, Neri di Corso Donati e Neri di Rosso

della Tosa. Ma quello che piú commosse gli animi e portò la confusione

al colmo, fu il suo pensiero di far tornare gli esuli e pacificarli con

la città. Tuttavia coloro che meno vi si opposero erano i popolani,

i quali vedevano in ciò un modo d'indebolire i Grandi, tenendoli fra

loro sempre piú divisi. Invece Rosso della Tosa, con parecchi de'

suoi, era avversissimo al ritorno degli esuli, perché gli pareva che

ne verrebbe rafforzata la parte degli avversari, i quali già a molti di

essi s'andavano avvicinando. Corso Donati, pigliando pretesto dal male

della gotta che lo aggravava, stavasene per ora di mezzo a guardare. Ma

i Cavalcanti favorivano con ardore l'accordo, anzi sembravano esserne

i promotori.

Il Cardinale, avuta piena balía dal popolo, si provò subito a

concludere paci, e riuscí a farne una tra il Vescovo e Mess. Rosso

della Tosa, che ne era consorto. Fece poi nominare Mess. Corso Capitano

di Parte Guelfa, e riordinò le antiche milizie del popolo, sotto 19

gonfalonieri delle compagnie, secondo l'antica usanza. Ma sebbene

a comandarle avesse fatto nominare alcuni dei Grandi, questi molto

si dolsero della riforma, dicendo che egli dava cosí nuova forza al

popolo, e che era ghibellino, ed avrebbe finito coll'abbandonare la

città in mano dei Bianchi, i quali richiederebbero i beni che loro

erano stati confiscati, per essere amministrati a benefizio della Parte

Guelfa. Ma il Cardinale non si curava di questi lamenti, e si ostinava

a tenere adunanze per venire ad accordi. Il 26 aprile infatti si fecero

in piazza S. Maria Novella parecchie paci tra Neri donateschi e Neri

tosinghi. E furono celebrate con molte feste, fra le quali una assai

solenne ne apparecchiò la Compagnia del Borgo S. Frediano, annunziando

per tutta la Città, che chi voleva aver nuove dell'altro mondo,

poteva venire la sera del 1º maggio sull'Arno, dove le avrebbe avute.

E mediante fuochi d'artifizio, s'apparecchiò una rappresentazione

dell'Inferno, con barche piene di gente, che dovevano figurare i

condannati alle varie pene. La folla accorse numerosissima lungo il

fiume, e sul ponte alla Carraia, il quale, essendo allora di legno,

sprofondò con danno gravissimo di molti feriti e morti, che andaron

davvero nell'altro mondo. Questo parve a tutti un funesto augurio di

nuove calamità, e cosí fu.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2 · 第 41 / 54 题