Parevano cosí nuovamente tornati quei tempi che avevano preceduto
la venuta di Carlo di Valois. Da un lato infatti Rosso della Tosa,
unito co' suoi al popolo, difendeva la Signoria; da un'altra il
Donati, favorito dai Capitani di Parte, di continuo la minacciava ed
assaliva. Da capo i cittadini s'armavano e s'azzuffavano ogni giorno;
da capo seguivano rubamenti, ferite, omicidi, incendi nella città e
nel contado. Perfino dalla torre del vescovado una manganella tirava
contro gli avversari di Corso Donati. La Signoria ed il Podestà erano
ridotti all'impotenza. E la cosa arrivò a tale, che si ricorse allo
stranissimo partito di dare per sedici giorni il governo in mano dei
Lucchesi, acciò si provassero a ricondurre la quiete in città. Essi
ristabilirono l'ordine, senza però punire alcuno, sicché quando furono
partiti, le cose tornarono come prima. Si cercò anche di nominare una
Signoria (sempre ben inteso di popolani), d'accordo fra le due parti;
ma erano tentativi che non menavano a nulla.[194] Ciò che portava la
confusione al colmo, e la rendeva permanente, era che, se la divisione
tra Grandi e Popolani aveva costituito davvero due partiti, quella fra
i Grandi, che ora agitava la città, era promossa dalla sola ambizione
di Corso Donati e di qualche altro; non aveva nessuna ragione politica;
non era guidata da nessun principio e da nessun interesse generale. Col
Donati infatti v'erano, come vedemmo. Grandi di tutti i colori, v'erano
anche ribanditi che avevano amici o parenti fra gli esuli, né mancavano
alcuni popolani. E nel partito avverso, che difendeva la Signoria,
non poteva neppure esservi molta coesione, perché v'erano potenti e
popolani, tra i quali l'accordo non fu mai sicuro. Se gli avversari
della Signoria erano uniti dalla volontà e dall'ambizione di messer
Corso, i fautori erano piú che altro uniti dall'odio contro di lui. E
però, a cagione di questo carattere personale dei partiti, ne seguivano
divisioni e suddivisioni sempre mutabili, sempre crescenti; passaggio
irrequieto, perpetuo, da un gruppo all'altro.
A tutto ciò s'aggiungeva ora la morte di Bonifazio VIII (11 ottobre
1303), cui successe Benedetto XI, assai piú mite e di carattere
incerto. Questi avrebbe voluto ad ogni costo ristabilire la pace
in Firenze, e farvi tornare gli esuli, perché essi tenevano agitato
il suo Stato, ed egli era già in Roma stessa talmente avversato dal
popolo e dall'aristocrazia, che subito dopo l'elezione aveva dovuto
rifugiarsi a Perugia, sui confini cioè dell'agitata ed irrequieta
Toscana. Né poteva, in mezzo a tante calamità, aspettarsi ora alcun
aiuto dalla Francia, perché aveva iniziato un processo contro gli
autori dell'attentato d'Anagni, che, tramato appunto da quel Re, era
stato causa della morte di Bonifazio VIII. Per tutte queste ragioni,
sollecitato dai Bianchi dentro e fuori di Firenze, il 31 gennaio
1304, vi mandò a far la pace il Cardinale da Prato, che era in voce
di ghibellino. Questi arrivò il 10 marzo, e voleva contentar tutti:
Grandi, popolani, esuli. Bianchi, Neri di Corso Donati e Neri di Rosso
della Tosa. Ma quello che piú commosse gli animi e portò la confusione
al colmo, fu il suo pensiero di far tornare gli esuli e pacificarli con
la città. Tuttavia coloro che meno vi si opposero erano i popolani,
i quali vedevano in ciò un modo d'indebolire i Grandi, tenendoli fra
loro sempre piú divisi. Invece Rosso della Tosa, con parecchi de'
suoi, era avversissimo al ritorno degli esuli, perché gli pareva che
ne verrebbe rafforzata la parte degli avversari, i quali già a molti di
essi s'andavano avvicinando. Corso Donati, pigliando pretesto dal male
della gotta che lo aggravava, stavasene per ora di mezzo a guardare. Ma
i Cavalcanti favorivano con ardore l'accordo, anzi sembravano esserne
i promotori.
Il Cardinale, avuta piena balía dal popolo, si provò subito a
concludere paci, e riuscí a farne una tra il Vescovo e Mess. Rosso
della Tosa, che ne era consorto. Fece poi nominare Mess. Corso Capitano
di Parte Guelfa, e riordinò le antiche milizie del popolo, sotto 19
gonfalonieri delle compagnie, secondo l'antica usanza. Ma sebbene
a comandarle avesse fatto nominare alcuni dei Grandi, questi molto
si dolsero della riforma, dicendo che egli dava cosí nuova forza al
popolo, e che era ghibellino, ed avrebbe finito coll'abbandonare la
città in mano dei Bianchi, i quali richiederebbero i beni che loro
erano stati confiscati, per essere amministrati a benefizio della Parte
Guelfa. Ma il Cardinale non si curava di questi lamenti, e si ostinava
a tenere adunanze per venire ad accordi. Il 26 aprile infatti si fecero
in piazza S. Maria Novella parecchie paci tra Neri donateschi e Neri
tosinghi. E furono celebrate con molte feste, fra le quali una assai
solenne ne apparecchiò la Compagnia del Borgo S. Frediano, annunziando
per tutta la Città, che chi voleva aver nuove dell'altro mondo,
poteva venire la sera del 1º maggio sull'Arno, dove le avrebbe avute.
E mediante fuochi d'artifizio, s'apparecchiò una rappresentazione
dell'Inferno, con barche piene di gente, che dovevano figurare i
condannati alle varie pene. La folla accorse numerosissima lungo il
fiume, e sul ponte alla Carraia, il quale, essendo allora di legno,
sprofondò con danno gravissimo di molti feriti e morti, che andaron
davvero nell'altro mondo. Questo parve a tutti un funesto augurio di
nuove calamità, e cosí fu.