IV

Ma quale fu la conseguenza politica di questi fatti? In sui primi,

essendosi i Donati e i della Tosa uniti a disfare i Cavalcanti e

loro amici, si temette che i Grandi, rafforzati dalla unione e dalla

vittoria, volessero tentar di disfare gli Ordini della Giustizia, e

prendere in mano il governo. Né, secondo il Villani, sarebbe stato

impossibile riuscirvi in mezzo a quel generale sgomento. Ma avrebbero

dovuto essere concordi davvero, e si vide che erano invece, «per le

loro sette divisi e in discordia, e però ciascuna parte s'abbracciò

col popolo, per non perdere stato».[204] La divisione dei partiti

rimase in sostanza la stessa. Da una parte, cioè, Grandi in guerra

fra loro, che cercavano nel popolo aiuto contro i propri nemici, e

dall'altra il popolo, che dalla discordia dei Grandi cercava trarre

vantaggio. Gravissime perdite di certo avevano nell'incendio subito

anche i mercatanti; ma la loro ricchezza era di sua natura tale, che

rapidamente si riproduceva, mentre che quella dei Grandi non si poteva

rifare dei danni assai maggiori che aveva sostenuti. Tale infatti era

allora la prodigiosa prosperità del popolo fiorentino, che, anche dopo

tanta distruzione, noi non vediamo segno alcuno che faccia apparire

diminuita la sua ricchezza. Troviamo invece assai decaduta la potenza

dei Grandi, i quali nel primo cerchio, cioè nel centro della città, là

dove erano le antiche famiglie, scomparvero quasi del tutto. E però non

senza ragione il Capponi afferma nella sua _Storia_, che «d'ora in poi

ogni signoria di nobili può dirsi interamente diradicata, e i nuovi

ordini assodati».[205] E cosí anche questa sventura riuscí, come era

sempre seguito in Firenze, a vantaggio del popolo.

Per tutti questi dolorosi fatti, e per ciò che il Cardinale da Prato

aveva riferito al Papa in Perugia, vennero colà chiamati alla sua

presenza dodici dei Grandi piú autorevoli in Firenze; e fra di essi

erano Mess. Corso Donati e Mess. Rosso della Tosa, una volta nemici,

ora divenuti amici d'un giorno. Andarono con gran seguito, formando una

compagnia in tutto di cinquecento uomini a cavallo. E questo parve agli

esuli il momento piú opportuno per ripetere il tentativo di tornare in

patria. Si disse, al solito, che il Cardinale li aveva incoraggiati,

assicurando che avrebbero trovato favore; si aggiunse ancora che aveva

istigato Pisa, Bologna, Arezzo, Pistoia, la Romagna tutta ad aiutarli.

Ma se da un lato alcuni dei piú fieri avversari degli esuli s'erano per

un momento dovuti allontanare da Firenze, è certo da un altro lato che

la forza dei loro nemici doveva essere non poco cresciuta per la strage

dei Cavalcanti e dei Gherardini. E se le Arti Maggiori si erano prima

indotte a favorire il ritorno degli esuli, massime di quelli che erano

popolani, non si poteva sperare che volessero continuare a favorirli

ora che essi si avanzavano col favore dei Pisani, dei Ghibellini di

Toscana e di Romagna. La loro alleanza coi nemici della Repubblica, la

riuniva naturalmente contro di essi.

Pure gli esuli parevano ora pieni di speranza, perché coi nuovi aiuti

erano riusciti a formare un esercito di 9000 fanti e 1600 cavalieri,

coi quali s'avanzarono il 19 luglio sino alla Lastra, dove ne

aspettavano altri, che dovevano venire da Pistoia, sotto il comando

di Tolosato degli Uberti, valoroso capitano ghibellino, d'un'antica

famiglia fiorentina sempre odiata dai Guelfi, ai quali ricordava la

disfatta di Montaperti. Non vedendolo arrivare, gli esuli si decisero

non ostante ad avanzare; ma l'indugio d'un giorno era bastato a far

sí che non fosse piú possibile pigliar Firenze alla sprovvista. Si

presentarono infatti solo 1200 cavalieri, in attitudine pacifica, con

rami d'olivo in mano; e passato il cerchio non ancora finito delle

nuove mura, si fermarono dinanzi alle antiche, nel podere detto di

Cafaggio, tra San Marco e i Servi. Ivi, trafelati, senz'acqua, esposti

al sole del 20 luglio, aspettarono invano che le porte s'aprissero.

Alcuni altri di loro, riuscendo a sforzare la porta degli Spadai,

entrarono in Città, e s'avanzarono sino a S. Giovanni, dove invece

d'amici trovarono 200 cavalieri e 500 fanti, che li respinsero, facendo

alcuni prigionieri, oltre parecchi morti e feriti. E questo fu il

segnale d'una ritirata, che si mutò presto in fuga generale. Infatti

quelli che erano in Cafaggio, già estenuati dal caldo e dalla sete,

gettarono a terra le armi, e si ritirarono inseguiti da «masnadieri

di volontà». Molti ne morirono di ferro o trafelati; altri furono

derubati, presi e poi appiccati agli alberi. Prima dei fuggiaschi

arrivò alla Lastra la notizia della rotta, e cosí anche quelli che

s'erano colà fermati, si dettero alla fuga, né poté per via trattenerli

Tolosato degli Uberti, il quale, avendoli incontrati, tentò invano di

ricondurli all'assalto. Tutto questo è, fra gli altri, narrato dal

Villani, il quale si trovò presente ai fatti seguiti in Città.[206]

Dante Alighieri non venne alla Lastra, perché s'era poco prima separato

quasi con violenza dai suoi compagni d'esilio, disgustato probabilmente

delle loro ibride alleanze con tutti i nemici di Firenze, dei segreti

accordi iniziati con Corso Donati e i Cavalcanti, addolorato dalle

stragi cittadine, che per la vana speranza di far tornare alcuni degli

esuli, erano state cosí ciecamente provocate.[207]

La vittoria della Lastra dové certo dar nuovo ardimento e nuovo potere

ai Grandi. Cosí forse si spiega come è che appunto ora alcuni di essi

chiedano d'essere cancellati dalle Arti,[208] cosa affatto nuova in

Firenze, dove era stato solito invece vederli spogliarsi dei loro

titoli, mutar casato, chieder d'essere scritti alle Arti. E se ne ha

conferma ancora in un altro fatto assai grave, che seguí il 5 di agosto

1304. Uno degli Adimari commise un maleficio, e fu menato nel palagio

del Podestà, per essere condannato. Ma i suoi consorti, armata mano,

assalirono quel magistrato, mentre che con i suoi famigli tornava dai

Priori, e dopo averne ferito o ucciso parecchi, trassero dalle prigioni

il colpevole. Laonde Mess. Gigliolo da Prato, Capitano del popolo, che

allora faceva anche da Podestà, perché, a cagione dei continui tumulti,

nessuno aveva voluto ancora accettare quest'ufficio in Firenze, se ne

andò via sdegnato. E i Fiorentini, se vollero amministrar la giustizia,

dovettero contentarsi d'eleggere dodici cittadini, due per Sesto, uno

dei Grandi ed uno dei popolani, che facessero le veci del Podestà.[209]

Tuttavia la guerra di fuori, ben presto ricominciata, fece tornare una

momentanea calma in Firenze.

V

Gli esuli ritornarono a scorrere la campagna, sollevando i vicini

castelli; e i Fiorentini si mossero subito per sottometterli. Fra

questi castelli primo fu quello delle Stinche, ribellatosi per

opera dei Cavalcanti. Esso venne facilmente preso (agosto 1304), e i

prigionieri furono condotti nelle carceri nuove, che d'allora in poi si

chiamarono le Stinche. Piú grossa guerra si dové fare contro Pistoia,

che si ribellò nel 1305 in favore di parte bianca, con l'aiuto degli

Aretini e dei Pisani, ed era comandata da Tolosato degli Uberti. Ne

seguí un lungo e rigoroso assedio, posto dai Lucchesi e dai Fiorentini,

sotto gli ordini di Roberto duca di Calabria, il quale, chiamato

come capitano della lega, era venuto con molti fanti e 300 cavalieri

catalani.[210] L'assedio durò tutto l'inverno, e nell'aprile del 1306 i

Pistoiesi, estenuati dalla fame, dovettero arrendersi. Le loro torri e

e le mura furono disfatte, il loro territorio diviso tra i Fiorentini

ed i Lucchesi. Invano Clemente V s'era adoperato a far cessare questa

guerra, che portò un altro duro colpo ai Ghibellini di Toscana. Egli

era francese, aveva trasferito ad Avignone la sede pontificia, e non

conosceva l'Italia, che non poteva amare un Papa straniero, il quale

abbandonava Roma. Infatti ai suoi messi di pace, venuti al campo, i

Fiorentini non dierono ascolto, né si curarono dell'interdetto contro

di loro pronunziato. Il duca di Calabria si ritirò; ma fu solo per

gettar polvere negli occhi, avendo lasciato al campo le sue genti col

capitano Pietro de la Rat. E cosí la guerra venne condotta a termine.

Né fu piú fortunato l'altro legato di pace, il cardinal Napoleone

Orsini, che in Toscana e nella Romagna non solamente fu male ricevuto,

ma venne derubato, e si trovò anche in pericolo della vita. Delle sue

scomuniche, de' suoi interdetti, dei suoi consigli di pace ridevano

tutti. I Fiorentini ormai volevano andar fino in fondo, e non avevano

finito la guerra di Pistoia, che incominciarono quella contro il forte

castello di Montaccenico, rocca principale degli Ubaldini, da cui

dominavano tutto il Mugello, e dove era il quartier generale degli

esuli. Il castello finalmente fu preso a tradimento, provocato con

danaro sparso fra gli Ubaldini stessi, e venne demolito dai Fiorentini,

che subito deliberarono di fondare colà le due terre di Scarperia e di

Firenzuola, «per fare battifolle agli Ubaldini, e torre i loro fedeli»,

rendendo liberi da ogni vassallaggio tutti coloro che entravano in

quelle due piccole città, a tale scopo fondate. La prima pietra di

Scarperia fu messa subito, il 7 settembre 1307; la costruzione di

Firenzuola cominciò invece assai piú tardi (1332).

Ma a che cosa s'arrivava, qual fine raggiungeva la Repubblica con

queste continue guerre, cui anche i Grandi pigliavano parte; con

questa sottomissione delle città ghibelline; con questa demolizione

di castelli in tutto il territorio? Da una parte cresceva rapidamente

il suo predominio politico in Toscana, e si aprivano nuove vie al suo

commercio; da un'altra la potenza dei Grandi fuori di Firenze veniva

distrutta con l'aiuto di quelli che erano dentro, e che, accecati

dall'odio contro gli esuli, non sapevano quel che si facevano. Gli

antichi popolani avevano demolito i castelli, che una volta arrivavano

fin quasi alle mura di Firenze; avevano costretto i baroni a venire

in città, sottoponendoli alle leggi repubblicane, fiaccando il loro

orgoglio, escludendoli dal governo. Valendosi delle loro discordie,

li spinsero piú tardi a distruggersi fra di loro; e finalmente si

facevano ora da essi aiutare per combattere i nobili piú lontani, e

demolirne i castelli nel Casentino, nel Valdarno, in Mugello, il che

tutto ritornava sempre a vantaggio del popolo e delle Arti. Infatti nel

1306, quando continuava ancora la guerra contro Pistoia, i Fiorentini

rinnovarono le compagnie del popolo armato sotto 19 gonfalonieri. E

questa fu la costituzione del «buon popolo guelfo», riforma, secondo il

Villani, fatta perché «i Grandi e possenti non presumessero di pigliare

forza e baldanza, per le molte vittorie ottenute contro i Bianchi ed i

Ghibellini».[211]

Ma ciò, non era tutto, che anzi la parte sostanziale della nuova

riforma fu la legge del 23 dicembre 1306, con la quale vennero

rafforzati gli Ordinamenti, e fu creato l'Esecutore di Giustizia, che

doveva curarne una piú rigorosa applicazione. Il fine della legge

era chiaramente espresso nelle sue prime parole, che la dicevano

fatta «a conservare la libertà del Popolo di Firenze, ed a rompere la

superbia de li iniqui, la quale tanto è cresciuta che piú oltre, con

gli occhi riguardando, non si puote passare». Le Arti, in sostanza,

non davano quartiere ai Grandi, neppure quando combattevano insieme

con essi i nemici comuni. L'Esecutore doveva essere popolare e guelfo,

forestiere, cioè non toscano, e di luogo lontano almeno 80 miglia

da Firenze, di città o terra non sottoposta ad alcun signore. Non

poteva essere cavaliere né _giudice di legge_, e ciò per l'odio sempre

crescente contro i _perversi giudici_, e per la funesta esperienza

che, negli ultimi anni, s'era fatta del Podestà. Durava in ufficio

sei mesi, e doveva menar seco un giudice, due notai, 20 masnadieri

o berrovieri, tutti guelfi e forestieri, due cavalli armigeri. Il

suo ufficio era: difendere il popolo e i deboli contro i potenti, ad

ogni maleficio che occorresse chiamando le compagnie sotto le armi,

per venire subito all'applicazione delle pene. Toccava ora a lui

principalmente provvedere all'esecuzione degli Ordini della giustizia,

ed ogni volta che il Podestà o il Capitano non facevano la parte che

loro era imposta, doveva subito assumerne le veci, secondo le norme

minutamente prescritte dalla nuova legge, che fece d'ora innanzi

parte integrante degli Ordinamenti.[212] Toccava inoltre a lui punire

le falsità e baratterie commesse negli uffici del Comune. E quando

il Podestà non disfaceva i luoghi (salvo sempre le chiese), in cui

s'erano tenute conventicole o adunanze senza legale permesso, doveva

egli provvedere subito, e multare il Podestà stesso in 500 lire. Se

le adunanze si erano tenute contro la libertà ed il governo popolare,

allora c'era addirittura la pena di morte. E questa, trattandosi di

Grandi, veniva inflitta dal Podestà, il quale se non procedeva subito,

era al solito punito dall'Esecutore, che doveva farne le veci. Quando

i colpevoli erano popolani, spettava al solo Esecutore condannarli a

morte, dichiarando Grandi i loro discendenti. E cosí pure i popolani

che aiutavano i Grandi nel commettere maleficî, dovevano dall'Esecutore

essere condannati ad una pena doppia di quella richiesta dalle leggi

comuni. Il sindacato del Podestà e del Capitano che uscivano d'ufficio,

spettava all'Esecutore, il quale, a sua volta, era sottomesso al

sindacato di persone elette dai Priori e dai Gonfalonieri delle

Compagnie.[213]

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2 · 第 43 / 54 题