VI

In tale disposizione d'animi venne quello che fu da alcuni chiamato

il fatale Calen di Maggio. A festeggiare l'entrata della primavera

del 1300, le giovani fiorentine, secondo il costume, ballavano in

Piazza Santa Trinita. La gente s'affollava e stringeva a guardare da

una parte e dall'altra. V'erano giovani a cavallo, cosí dei Bianchi

come dei Neri, che si spingevano innanzi e si urtavano. Dalle parole

si venne ai fatti, le armi balenarono, e vi furono molti feriti. A

Ricoverino dei Cerchi fu addirittura staccato il naso dal volto, ferita

che non poteva restare senza sanguinosa vendetta. E come il fatto

del Buondelmonti fu dai cronisti dichiarato causa della divisione dei

Guelfi e dei Ghibellini, cosí questo del Calen di Maggio venne da altri

ritenuto origine e causa delle parti Bianca e Nera.[152] Ma anche esso

non fu che lo scoppio improvviso di passioni da lungo tempo represse,

le quali erano state ora dalle trame del Papa riaccese. In conseguenza

di questi tumulti, si deliberò subito nei Consigli una provvisione

(4 maggio), che dava alla Signoria piena balía, per far tornare la

Città tranquilla; tener fermi gli Ordini della giustizia; tutelare

«l'antica, consueta e continua libertà del Comune e Popolo fiorentino,

la quale correva pericolo d'essere mutata in servitú, per le molte e

pericolose novità _tam introrsum, quam etiam de foris venientes_».[153]

E con queste ultime parole s'alludeva chiaramente al Papa, il quale

perciò scrisse da Anagni, il 15 maggio, al vescovo ed all'Inquisitore

in Firenze, una lettera violentissima. In essa si doleva che quei

«figli d'iniquità, per ritrarre il popolo dalla obbedienza alle Somme

Chiavi, andassero spargendo che egli voleva togliere alla città

le sue giurisdizioni, e scemarne le libertà, quando invece voleva

accrescerle». Ma poi scattava: «Non è il Papa supremo signore di

tutti, e specialmente di Firenze a lui per speciali ragioni soggetta?

Gl'Imperatori e Re dei Romani non si sottomettono forse a noi, e non

sono essi qualche cosa piú di Firenze? La Santa Sede non nominò forse,

vacando l'Impero, re Carlo d'Angiò vicario generale in Toscana? E

non fu da voi stessi riconosciuto? L'Impero è adesso vacante, perché

la Santa Sede non ha ancora approvato l'elezione del nobile Alberto

d'Austria». E cosí, con un crescendo continuo, minacciava i Fiorentini,

che se non obbedivano, «avrebbe non solo contro di essi scagliato

l'interdetto e la scomunica, ma esposto i loro cittadini e mercanti ad

ogni ingiuria; i loro beni ad essere rubati, confiscati in ogni parte

del mondo; sciolto i loro debitori dall'obbligo di pagare». Tornava

ad inveire contro i tre audaci accusatori, che egli avrebbe trattati

e puniti come eretici, scagliandosi con particolare acrimonia contro

Lapo Salterelli, il quale aveva osato sostenere, che il Papa non

poteva mescolarsi nei giudizî del Comune. E di nuovo imponeva che fosse

annullata la sentenza contro i tre suoi familiari.[154]

I Fiorentini non dierono retta, ed i Neri allora cominciarono a pensare

ai casi loro, perché temevano che la parte bianca o, come essi già la

chiamavano, ghibellina, «non esaltasse in Firenze, che sotto titolo di

buono reggimento già ne faceva il sembiante».[155] E però indussero il

Papa a mandare il Cardinale d'Acquasparta, perché si provasse a far

pace tra i Grandi. Il Cardinale venne ai primi di giugno, e chiese

balía per fare gli accordi, proponendo che i Signori si traessero

a sorte, per evitare cosí i continui tumulti che seguivano ad ogni

elezione.[156] I Fiorentini gli fecero a parole grandi profferte, ma

non gli dettero poi la balía che chiedeva. Si sapeva da un pezzo,

per esperienza, che accordo fra i Grandi voleva dire «frangere il

popolo», e se ne ebbe un'altra prova in questi giorni medesimi. Non

aveva infatti il Cardinale cominciato appena a riavvicinare fra loro

i Grandi, che già essi si sollevavano, e quasi sotto i suoi medesimi

occhi, la vigilia di S. Giovanni (23 giugno), assalirono i Consoli

delle Arti, che andavano a fare offerta nel tempio del Santo, e li

percossero, dicendo: «Noi siamo quelli che demmo la sconfitta in

Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli ufficî e onori della nostra

città».[157] La enormità della cosa era tale, che non poteva passare

senza qualche grave provvedimento, e la Signoria, composta allora di

popolani Bianchi, tra i quali trovavasi anche Dante Alighieri, esiliò

il giorno dopo alcuni Grandi dell'una e dell'altra parte.[158]

I Bianchi obbedirono subito, andando a Sarzana; i Neri invece

ricalcitravano, e solo cedendo alle minacce di piú severo castigo,

andarono a Castel della Pieve, nel Perugino. Si disse che avevano osato

resistere perché, d'accordo col Cardinale, aspettavano dai Lucchesi

aiuti che poi non vennero. E questi aiuti sarebbero mancati, perché

i Fiorentini, già insospettiti di ciò, s'erano parati alla difesa, e

ne avevano mandato avviso a Lucca. Vero o non vero che sia, certo è

che lo sdegno contro il Cardinale arrivò a tale, che il popolo tirò

colpi di balestra alle finestre del vescovado, dove egli alloggiava.

Uno dei quadrelli restò infisso nell'asse del soffitto, di che egli

si spaventò per modo, che prima alloggiò altrove, poi se ne partí,

lasciando la città interdetta e scomunicata.[159] Ma gli odî e le

zuffe continuarono; e presto anche si lasciarono tornare dall'esilio

i Bianchi. Si usò loro questa indulgenza, in parte perché il clima di

Sarzana era malsano, tanto che si ammalò Guido Cavalcanti, il quale

poco dopo ne morí; ma in parte ancora perché essi erano in assai

migliori termini col popolo. I Neri invece tramavano piú che mai col

Papa, e secondati dai Capitani di Parte, cospiravano con animo di

venire addirittura alle armi,

Bonifazio intanto sollecitava vivamente a muoversi di Francia in

Toscana Carlo di Valois, fratello del Re, e già chiamato in aiuto anche

da Carlo II d'Angiò, per la lotta che sosteneva contro i Siciliani.

Esso era un audace e crudele soldato. Nella guerra di Guascogna aveva,

l'anno 1294, fatto appiccare 60 cittadini, e trucidare gli abitanti di

Réole, quando già avevano deposto le armi. Nei primi del 1300 aveva

guerreggiato in Fiandra, e dopo la presa di varie città, costretto

quel Conte ad aprirgli le porte di Gand. Giurò allora, in nome del

Re, di restituirlo ne' suoi Stati; ma poi lo mandò invece a Parigi, e,

spergiurando, annesse la contea alla Francia.[160] Questi era l'uomo

che il Papa mandava adesso a Firenze. Per indurlo a venir subito e

di buon animo, gli faceva balenare perfino la speranza della corona

imperiale. In ogni caso, valendosi dell'autorità che presumeva d'avere

durante l'interregno, lo avrebbe nominato vicario imperiale e paciaro

in Toscana, «per recarla colla forza a suo intendimento».[161] Quale

fosse questo intendimento, lo dice il Villani stesso che parteggiava

per lui: «abbattere il popolo e parte bianca».[162]

I Neri perciò si davano ora un gran da fare, con l'aiuto dei loro

amici in città e nel contado. Ebbero varie adunanze; ma piú celebre

e piú tumultuosa fra tutte, fu quella tenuta il giugno del 1301 in

S. Trinita, per sollecitare il Papa a far venire Carlo di Valois a

rimetterli in istato, dichiarandosi essi, per parte loro, pronti a

cooperare con qualunque sacrifizio.[163] Tutto ciò non poteva certo

restare segreto; ed infatti la Signoria pronunziò subito varie condanne

contro i cospiratori. Messer Corso, assente, fu condannato nell'avere e

nella persona; alcuni dei Neri furono confinati; altri dovettero pagare

2000 lire, ed anche da Pistoia furono cacciati i loro amici, per sempre

piú indebolire la Parte.

Intanto Carlo si mosse di Francia, ed in quell'anno stesso era già

a Parma «cum magno arnese equorum et somariorum;»[164] nei primi

d'agosto giungeva a Bologna, dove trovò ambasciatori dei Bianchi e dei

Neri, i quali ultimi già avevano in «curia domini Papae» versato la

grossa somma di 70,000 fiorini, per aiutare l'impresa,[165] che ormai

era certa. Egli andò prima con 500 cavalieri ad Anagni, dove vide re

Carlo di Napoli, e s'accordarono insieme per la guerra di Sicilia.

Il Papa lo nominò subito Conte di Romagna, e poi, in nome dell'Impero

vacante, Paciaro in Toscana.[166] Dopo di che, senz'altro esso partí

per Firenze, accogliendo per via gli esuli che venivano ad ingrossare

le sue schiere. Il mandato era: abbattere i Bianchi ed il popolo,

esaltare i Neri. E Carlo lo aveva accettato con animo deliberato; ma in

verità piú per compiacere al Papa, del cui favore gli Angioini avevano

ora gran bisogno in Sicilia, che per suo interesse personale. A lui,

infatti, che sapeva di non poter pensare a farsi signore di Firenze, la

cosa importava assai mediocremente. Sperava tuttavia di poter cavare

dalla città buona somma di danaro, ed a questo fine menava seco per

suo _pedotto_, come dice il Villani, Messer Musciatto Franzesi. Costui

era un notissimo mercante del contado fiorentino, che in Francia

s'era arricchito con leciti ed illeciti guadagni; era stato nominato

cavaliere da quel Re, che molto lo aveva adoperato, ed al quale, nella

guerra di Fiandra, aveva suggerito il modo di far danaro, falsificando

la moneta.[167] In questo suo _pedotto_ molto sperava Carlo di Valois;

molto invece ne diffidavano i Fiorentini.

Il 13 settembre s'adunarono nel Palazzo del Podestà tutti i Consigli,

nei quali sedeva in quel giorno anche Dante Alighieri, per deliberare

«quid sit providendum et faciendum super conservatione Ordiuamentorum

lustitiae et Statutorum Populi».[168] Questa e non la lotta fra i

Bianchi ed i Neri, era sempre pei Fiorentini la questione sostanziale.

Fu quindi concluso, che per ora rimanesse tutto affidato alla cura dei

magistrati repubblicani, non tralasciando l'invio d'una ambasceria al

Papa. Sulla parte che, secondo gli storici, prese Dante Alighieri a

questa ambasceria, s'è molto disputato, come su tutta la vita del sommo

poeta. In quel tempo egli era con grande ardore entrato nella vita

politica, e sebbene d'antica famiglia, non solo si trovava scritto alle

Arti, e parteggiava pei Bianchi, ma era d'un animo solo col popolo,

favoriva gli Ordini della giustizia, ed avversava le mire di Bonifazio.

Dal 15 giugno al 15 agosto 1300, era stato dei Priori che avevano

esiliato i capi dei Bianchi e dei Neri. Nelle Consulte del 1296 e 97 lo

vediamo opporsi a coloro che volevano inviare danari a Carlo d'Angiò,

per aiutarlo nella impresa di Sicilia. Nel 1301 pigliò parte anche

maggiore alle discussioni nei Consigli, manifestando sempre i medesimi

sentimenti. Infatti, nelle Consulte del 14 aprile, per ben due volte,

alla proposta di mantenere a servizio del Papa, ed a spese del Comune,

cento militi, egli rispondeva: _Quod de servitio faciendo domino

Papae nihil fiat_.[169] Era stato piú volte adoperato anche in altri

uffici dalla Repubblica, e non è impossibile che lo mandassero ora a

Roma, come affermano molti biografi. Che cosa si poteva dire al Papa?

Certo era inutile sperare che egli ora sospendesse l'invio di Carlo

di Valois; ma oltre alle buone parole per calmarlo, non era affatto

inopportuno o inutile provarsi a fargli capire, che, col cacciare i

Bianchi ed esaltare i Neri, non avrebbe ottenuto lo scopo cui mirava,

perché il governo della Città sarebbe rimasto sempre in mano delle

Arti. Meglio valeva mettersi d'accordo col popolo, che era rimasto

sempre guelfo, e che, come in passato, cosí, calmati gli animi, avrebbe

anche per l'avvenire potuto accettare da lui un vicario temporaneo,

salva però sempre la libertà del governo popolare, gli Statuti e gli

Ordinamenti. Ma questo governo era quello appunto che il Papa s'era

omai deciso a non volere assolutamente. E però, senza far molte parole,

senza quasi dare ascolto agli ambasciatori, esso, secondo il Compagni,

a tutti i loro discorsi rispose solamente: — Umiliatevi a noi. — Due di

loro sarebbero, secondo lo stesso cronista, tornati subito a Firenze,

e Dante, che era il terzo, sarebbe invece rimasto ancora per poco a

Roma.[170]

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2 · 第 37 / 54 题