Dopo la cacciata di Giano della Bella i Grandi parvero un momento
tornati padroni della Città; ed il loro animo crebbe a dismisura,
quando il 16 giugno del '96 riuscirono a fare eleggere una Signoria
composta tutta di loro amici. Ai primi di luglio essi già s'erano
messi fra loro d'accordo, e scesero addirittura armati in piazza. Ma il
popolo fece lo stesso, ed in numero anche maggiore, sicché si era già
sul punto di venire alla guerra civile, quando fortunatamente alcuni
frati ed alcuni cittadini, messisi di mezzo, riuscirono a pacificare
gli animi. Nondimeno la Signoria, che era amica dei Grandi, volle
profittare della occasione, e fece vincere il 6 luglio '95 quella
provvisione cui abbiamo piú sopra accennato, la quale fece parte degli
Ordinamenti, che modificava, attenuandoli non poco.[136]
Alcune di queste attenuazioni erano di pura forma, altre erano però di
sostanza. Autori principali dei delitti puniti dagli Ordinamenti, non
furono piú come nel passato tutti coloro che v'avevano preso parte; ma
si riconosceva un solo _Capitaneus homicidii_. A provare il delitto
non bastavano piú due testimoni di pubblica fama, ma ne occorrevano
invece tre. E finalmente, per entrare a far parte della Signoria, non
era piú necessario che i candidati esercitassero effettivamente l'arte,
_continue artem exercentes_; bastava che fossero semplicemente ascritti
ad essa, _qui scripti sint in libro seu matricola alicuius artis_.
Questa ultima concessione era in realtà minore che non pareva, perché
anche prima l'esercizio _effettivo_ dell'arte era stato assai spesso
piú apparente che reale. Ma il principio per cui s'era combattuto
veniva abbandonato, e se si pongono insieme le varie concessioni fatte
nel '95, si vedrà chiaro che la nuova legge fu veramente una vittoria
dei Grandi. Infatti grandissimo si dimostrò per essa lo scontento del
popolo, ed il Villani ci dice, che i Signori i quali la proposero e la
fecero vincere, vennero, nell'uscire d'ufficio, derisi, insultati, col
tirar loro persino delle sassate nella pubblica via.[137] E ne seguí
addirittura una reazione popolare, che fu il germe di nuove e gravi
discordie cittadine. Si cominciò col levare ai Grandi alcune delle loro
armi; e poi quelli fra di essi che erano tenuti meno faziosi, vennero
dichiarati di popolo, per indebolire cosí il loro partito.[138] Inoltre
si cominciarono ben presto a fare altre leggi, che rafforzarono da capo
gli Ordinamenti, procedendo sempre piú oltre per questa via, fino alla
creazione d'un nuovo magistrato, che, come vedremo, fu esclusivamente
destinato ad assicurarne la rigorosa esecuzione. Ma tutto ciò non poté
seguir senza nuove divisioni e senza spargimento di sangue cittadino.
Questo infatti è il momento in cui non solo s'inasprí la divisione fra
Grandi e popolo, ma i primi si divisero in due partiti, quelli cioè
che persistevano a voler distruggere gli Ordinamenti, e quelli che di
ciò abbandonavano il pensiero. I due nuovi partiti presero nome da due
famiglie che li capitanarono, i Donati cioè ed i Cerchi. Questi ultimi
erano gente venuta su di piccolo stato, ma fra i piú ricchi mercanti
del mondo. Vantavano numerosa parentela, molte amicizie, vasti possessi
in campagna ed in città, e menavano gran vita. Avevano recentemente
comprato i molti palazzi dei conti Guidi, stati già fra i piú antichi
nobili di Firenze; nelle proprie case, in S. Procolo, alloggiavano la
Signoria stessa, che ancora non aveva un suo palazzo, e cosí restava
ad essi piú facilmente tenuta ed amica. Il Villani, che era del partito
avverso, li chiama «morbidi, innocenti e salvatichi». Non erano infatti
gente data alle armi, ma al commercio, né molto rotta ai maneggi
politici. Il nome di salvatichi veniva loro dalla modesta origine, e
lo stesso Dante chiama selvaggia la loro parte, che fu anche la sua.
Questa origine ed il continuare essi nell'esercizio della mercatura,
faceva loro incontrar simpatia e favore nel popolo, favore che crebbe
sempre piú quando si dimostrarono avversi ai Donati.[139] Né meno delle
ricchezze e della larga parentela giovavano ad essi i modi cortesi.
I Donati, invece, che il Villani chiama «gentili e guerrieri», erano di
antica origine feudale. E Messer Corso loro capo era un uomo audace,
manesco, accorto, non molto ricco, ma pure ambizioso e superbo in
modo, che non sapeva tollerare uguali, massime poi fra i mercatanti
arricchiti. Lo chiamavano il Barone, ed il Compagni, che parteggiava
pei Cerchi, dice che, quando passava per le vie a cavallo, pareva «che
la terra fosse sua». A lui facevano capo molti Grandi della città e
nobili del contado, principali fra di essi i Pazzi del Valdarno di
sopra. Né mancavano anche mercatanti, fra i quali sono da annoverare
gli Spini, che avevano banco a Roma, dove facevano gli affari della
Curia e del Papa, col quale avevano perciò grande entratura. Dal
popolo grasso erano odiati, ma trovavano invece favore nel minuto, che
acclamava per le vie il Barone. Al quale, se assai giovavano, nella
lotta cui già s'apparecchiava, l'audacia e l'accortezza, noceva non
poco la sua superbia, che allontanava molti da lui, respingendoli verso
i Cerchi. Lo detestavano fra gli altri i Cavalcanti, e sopra tutti il
giovane Guido, gentile poeta, ardito cavaliere, che gli era divenuto
mortale nemico, a segno tale che non si potevano scontrare per via
senza metter mano ai ferri. I Donati si facevano valere in città piú
specialmente col favore dei Capitani di Parte; i Cerchi invece col
favore della Signoria. Cosí il Palazzo della Parte e quello dei Priori
erano come i quartieri generali dei due campi avversi. Le due famiglie
si trovavano inoltre vicine nei loro possessi in campagna ed in città.
Ambedue avevano case nel sesto di S. Piero, che per le continue zuffe
fu chiamato allora il Sesto dello Scandalo. Tutto dava esca al fuoco.
Le parole venivano da una parte all'altra riferite, esagerate. Quando
Corso alludeva a Guido Cavalcanti, lo chiamava Guido Cavicchia; quando
alludeva a Vieri de' Cerchi, che era il capo della famiglia e della
parte, domandava: Ha oggi ragghiato l'asino di Porta? I Donati invece
erano dai loro avversari chiamati _Malefami_, quasi di mala fama,
autori di malefici.
Come e quando questi partiti assumessero il nome di Bianchi e di
Neri, non è facile dirlo con precisione, perché i cronisti non sono
in ciò molto chiari, né vanno tra loro sempre d'accordo. I due nomi
erano antichi in Firenze, come distintivi di famiglia; v'erano infatti
già prima i Cerchi bianchi ed i Cerchi neri, ma questi ultimi erano
quelli che poi divennero i capi della parte bianca.[140] I medesimi
nomi avevano allora diviso in due avverse fazioni la famiglia dei
Cancellieri in Pistoia, dove fieramente si laceravano. I Fiorentini,
che vi esercitavano molta autorità, s'intromisero fra quelle parti, per
pacificarle; ed a tal fine mandarono da quella città alcuni dei Bianchi
ed alcuni dei Neri a Firenze. I primi alloggiarono in casa Frescobaldi,
i secondi in casa d'alcuni dei Cerchi, loro parenti. Ma avvenne il
contrario di ciò che si sperava, giacché, osserva il Villani:[141] come
una pecora malata corrompe l'altra, cosí i Pistoiesi comunicarono i
loro odi partigiani ai Fiorentini, che sempre piú si divisero. Certo è
che d'ora in poi i Donati sono Neri ed i Cerchi sono Bianchi.
Questa divisione, come chiaro apparisce da quanto abbiam detto, non ha
piú nulla che fare con quella di Guelfi e di Ghibellini. Ai principi
si vanno ora sostituendo sempre piú gli odî, le passioni personali. Se
però, stando alla natura delle cose, si fosse voluto dare a qualcuno
il nome di ghibellino, questo in Firenze sarebbe di certo toccato
ora ai Donati, famiglia di origine feudale, alleata coi nobili piú
antichi nella città e nel contado. Essi avevano a loro capo Messer
Corso, il quale, morta la prima moglie, aveva condotto in seconde
nozze una giovane degli Ubertini, antica famiglia ghibellina, stata
sempre avversa al governo popolare, e pareva che egli avesse nelle
vene il sangue stesso dei tiranni di Romagna e di Lombardia. Pure fu
principalmente per opera sua, che anche ora avvenne il contrario di
quel che si poteva supporre. Divorato dall'ambizione, egli iniziò a
Roma, per mezzo degli Spini, segrete pratiche con Bonifacio VIII, il
quale credette d'avere in lui trovato finalmente il suo uomo.[142] E
tutto ciò non tardò molto a rendersi palese.
V
Che il Papa volesse allora assumere una indebita ingerenza nelle
cose di Firenze, si vide chiaro quando si cominciò in essa a parlar
di revocare l'esilio di Giano della Bella. Non solo, senza avervi
diritto di sorta, egli vi si oppose con violenza; ma il 23 di gennaio
1296, scrisse ai Fiorentini, minacciandoli addirittura d'interdetto,
se non ne abbandonavano il pensiero.[143] Allora non si sapeva però
che egli avesse già formato un disegno, e tramasse in segreto per
attuarlo; non si supponeva, che _Papa Bonifacius volebat sibi dari
totam Tusciam_,[144] come si vide piú tardi, e come si trova scritto
sopra un antico documento, che ci fa conoscere assai bene quali erano
veramente le sue mire.[145] Queste però furono abbastanza chiaramente
espresse dal cronista Ferreto, quando scrisse che Bonifazio meditava:
«faesulanum popolum iugo supprimere, et sic Thusciam ipsam, servire
desuetam, tyrannico more comprehendere».[146] Infatti già nel maggio
del 1300 il Papa aveva mandato al Duca di Sassonia, per esporgli come
le parti di Toscana si diffondessero ne' suoi Stati, e gli rendessero
impossibile andare innanzi senza sottomettere questa provincia. Sebbene
potesse farlo di sua autorità, cosí egli scriveva, pure desiderava
avere l'assenso dei principi elettori, e d'Alberto d'Austria, re
dei Romani, al quale mandava addirittura la minuta dell'atto di
rinunzia.[147] Il Donati era a parte di tali disegni, e però aveva
subito cominciato ad assumere l'attitudine di guelfissimo tra i Guelfi,
e dava nome di Ghibellini ai Cerchi, ai quali, come era naturale,
sempre piú s'andavano accostando tutti coloro che diffidavano di
Bonifazio.
Ad un tratto s'ebbe in Firenze notizia abbastanza certa delle trame,
che in segreto venivano condotte dal Donati in Roma, per mezzo degli
Spini. Messer Lapo Salterelli, un avvocato assai accorto, ma di dubbia
fede, pronto a seguire sempre il vento che tirava, si presentò con due
suoi amici[148] ai magistrati, e pubblicamente accusarono di attentato
contro lo Stato tre Fiorentini residenti a Roma, nel banco degli Spini,
tre «mercatores romanam Curiam sequentes».[149] In quel momento Corso
Donati non era a Firenze, perché si trovava a Massa Trabaria, città
dello Stato romano, ai confini di Toscana, e nella quale appunto allora
egli era stato nominato rettore dal Papa, il che aumentava i sospetti,
e faceva credere il pericolo ancora piú grave ed imminente. Non volendo
chiudere un occhio, né troppo irritare Bonifazio VIII, i magistrati
condannarono subito a gravissime multe quei tre cittadini, aspettando
nuove indagini, per procedere contro tutti gli altri, che pure dovevano
aver avuto parte nella congiura. A sopire i sospetti contro di sé, il
Papa avrebbe dovuto ora con prudenza tacere, ma la sua impetuosa natura
non gli permetteva riguardi. Andò quindi sulle furie, e con lettera del
24 aprile 1300, minacciò di scomunicare la Città, che osava condannare
_i suoi familiari_, e intimò ai tre accusatori di recarsi subito a
Roma.[150] Naturalmente non ottenne nulla, anzi Lapo Salterelli, che
era appunto allora stato eletto dei Priori, negandogli il diritto
d'ingerirsi nei fatti interni di Firenze, sollevò il conflitto di
giurisdizione. Il Papa intanto aveva fatto chiamare a Roma Vieri dei
Cerchi, per indurlo a pacificarsi col Donati, che già si trovava colà.
Ma il Cerchi, senza mostrarsi consapevole del processo, affermando
di non avere odio contro alcuno, ed adducendo altri vaghi pretesti,
ricusò di far la pace, cosa che portò al colmo l'ira di Bonifazio.[151]
Era naturale che a lui importasse molto pacificare i Grandi, essendo
il solo mezzo possibile a sottomettere il popolo. Ma appunto perciò
a questo premeva invece che stessero divisi, e quindi piú che mai
favoriva i Cerchi, e li aizzava a tutta possa contro i Donati.