E intanto Carlo di Valois, con la solita mala fede, per sempre piú
ingannare tutti, scriveva il giorno 20 settembre, al comune di San
Gimignano: «Siate pur certi che non è punto intenzione del Papa né mia
_de iuribus iurisdictionihus seu libertatibus, quae per comunitatis
Tusciae fenentur et possidentur, in aliquo nos intromictere,
sed potias... favorare_».[171] Ma i Fiorentini non si lasciarono
illudere da queste mendaci promesse, ed il 7 di ottobre elessero, con
anticipazione, la nuova Signoria, cercando di accomunarla fra le due
parti, sperando cosí di calmare alquanto i rancori. Ormai però, come
osserva giustamente il Compagni, era tempo piuttosto «da arrotare i
ferri». Carlo giunto il 14 a Siena, mandava ad annunziare la sua venuta
per mezzo d'ambasciatori, che furono accolti nei Consigli radunati
insieme, non esclusi quelli della Parte Guelfa. Vi si trovavano perciò
non pochi dei Neri e dei Grandi, i quali, uniti a coloro che dovunque
e sempre sogliono andare con la fortuna che trionfa, fecero a chi
parlava piú calorosamente in favore della buona accoglienza da farsi
allo straniero.[172] In sostanza nessuno voleva ora opporsi a quella
che era divenuta necessità inevitabile, tanto piú che Carlo non solo
ripeteva a voce, ma scriveva agli ambasciatori fiorentini in Siena, che
voleva rispettare le leggi e giurisdizioni della città.[173] Cosí il
dí d'Ognissanti, 1º novembre, accolto con gran festa ed armeggiamenti,
egli entrava come paciero, «disarmata sua gente», dice il Villani.
Dante Alighieri però scrisse nella _Commedia_:
Per far conoscer meglio sé e i suoi,
Senz'armi n'esce solo con la lancia
Con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
Sí che a Fiorenza fa scoppiar la pancia.[174]
Le sue genti s'erano per via accresciute in modo che arrivavano a circa
800 cavalieri forestieri e 400 italiani. Certo non erano abbastanza né
per assediare, né per tener sottomessa Firenze; ma egli aveva con sé il
favore di Roma e quello di Francia, e i Neri erano pronti a pigliare le
armi. Andò quindi sicuro ad alloggiare Oltrarno, in casa Frescobaldi,
una volta amici, ora nemici dei Cerchi. Ivi riposò alcuni giorni,
per meglio apparecchiare il terreno; poi chiese la signoria e guardia
della Città, per pacificarla. Il 5 di novembre si tenne per ciò solenne
adunanza in S. Maria Novella, dove intervennero tutti i primi cittadini
e magistrati fiorentini. La sua domanda fu accolta, avendo egli
giurato come figlio di re, di conservare la città in buono, pacifico
e libero stato. Il Villani che si trovò al giuramento di Carlo, e lo
favoriva, aggiunge, «che incontanente per lui e per sua gente fu fatto
il contrario». Di fatti, per consiglio di Musciatto Franzesi, in ciò
d'accordo coi Neri, si pose subito mano alle armi, il che fece andare
in subbuglio tutta Firenze, essendosi capito che l'ora dell'assalto e
del tradimento era sonata.
La Signoria, combattuta dai Neri, tradita da Carlo, abbandonata dai
Bianchi, che l'accusavano d'essersi fatta sorprendere impreparata a
resistere, si trovò impotente, e la Repubblica restò senza governo.
Il nuovo podestà era Messer Cante dei Gabrielli di Gubbio; venuto con
Carlo, si può bene intendere a qual fine. Ed in questo momento, alla
Porta a Pinti si presentava, armato co' suoi. Corso Donati. Trovatala
chiusa, poté, col favore degli amici di dentro, sfondare la postierla,
ed entrare in Città, dove la plebe l'accolse al solito grido: _Viva
Messer Corso, viva il Barone_. Senza indugio egli s'affrettò ad
aprire le prigioni, poi andò al Palazzo dei Signori, che costrinse
a tornarsene alle case loro. E in «tutto questo stracciamento di
cittade,» dice il Villani, Carlo, violando i patti appena che li aveva
giurati, non impedí nulla, ma stava a guardare».[175] Cominciarono
subito i saccheggi, le ferite, le uccisioni contro i Bianchi. Questa
«pestilenza» durò cinque giorni in Firenze, otto nel contado, dove le
masnade scorrazzavano, ponendo fuoco alle ville, dopo di avere rubato
e ferito. I Medici furon tra coloro che commisero maggiori eccessi e
piú crudeli.[176] Il giorno 7 i Signori, ormai sgomenti, proposero
essi stessi una legge che permetteva loro di abbandonare il potere
prima del tempo legale, e cosí il dí 8 novembre entrò in ufficio la
nuova Signoria, che doveva durare sino al 14 dicembre, quando, secondo
la legge, sarebbe stato necessario procedere alla consueta elezione.
Essa annunziò subito a tutti il felice trionfo della parte della
Chiesa, sotto gli auspicî del Papa e di Carlo, per mezzo dei quali
_Populus roboratus, Status et Ordinamenta Iustitiae, iurisdictiones,
honores et possessiones Populi et Comunis Florentiae suorumque civium
observata_.[177] Per quanta ipocrisia vi fosse in questo linguaggio,
era pur certo che neppure ora si osava annullare gli Ordinamenti, e
levare il governo di mano al popolo, come era vero del pari che, con
questa Signoria di Neri, con un Podestà quale Cante dei Gabrielli, con
Carlo circondato da Musciatto Franzesi e da Corso Donati, i Bianchi
erano spacciati. I rubamenti infatti continuarono, gli esuli amici
furono richiamati, venne confermato il bando degli avversarî,[178] e
Carlo cominciò colle minacce a cavar danari dai cittadini. Prima di
tutto ne richiese ai Signori usciti d'ufficio, ai quali propose di
pagare o andar prigionieri in Puglia, il che si sapeva che cosa volesse
dire.[179]
Il Papa intanto, non fidandosi molto di Carlo di Valois, né della poca
conoscenza che questi aveva di Firenze, e persistendo sempre nella
sua idea di pacificare tra loro i Grandi, per sottomettere il popolo,
mandò di nuovo il Cardinale d'Acquasparta «a secondare», cosí diceva
la lettera del 2 dicembre 1301, «i provvedimenti di Carlo, sostituendo
alle dissensioni cittadine l'opera di carità e di pace».[180] Erano
però vane speranze. Il Cardinale s'adoperò a tutt'uomo, e concluse
qualche accordo, anche qualche matrimonio fra Bianchi e Neri; ma quando
fece la proposta d'accomunare gli ufficî, i Neri, sostenuti da Carlo,
vivissimamente s'opposero. E quando il Cardinale continuava ne' suoi
vani sforzi, Messer Niccolò dei Cerchi, andando cogli amici a diporto
in campagna, arrivato in Piazza Santa Croce, fu, di pieno giorno,
inseguito da Simone di Messer Corso Donati, che lo uccise in sul ponte
dell'Africo. Simone ricevette però dall'avversario che si difese, una
tale ferita che poco dopo ne morí. E come egli era il figlio prediletto
di Messer Corso, cosí si può bene immaginare se tutto ciò doveva
favorire la pace promessa dal Papa per mezzo del Cardinale. Intanto già
Messer Cante dei Gabrielli aveva cominciato a pronunziare le condanne
dei Bianchi, le quali vennero poi trascritte in quel _Libro del
Chiodo_, che è pervenuto sino a noi, e che con esse appunto incomincia.
Quattro dei Bianchi vennero esiliati il 18 gennaio 1302; cinque, fra
i quali Dante Alighieri, il 27. Nel febbraio furono pronunziate altre
quattro sentenze, che mandarono in esilio piú di cento tra popolani e
Grandi di città e di contado.[181] Per tutto ciò il Cardinale adirato
se ne partí, lasciando Firenze da capo interdetta, non senza aver prima
riscosso 1100 fiorini, che vennero per lui stanziati il 26 febbraio
1302, come remunerazione della sua vana opera.
Carlo di Valois era in questo mezzo andato a Roma, non si sa bene a che
fare. Il Compagni dice che v'andò per cercar danari al Papa, il quale
gli avrebbe risposto: «Io t'ho messo nella fonte dell'oro, tocca adesso
a te pensare di trovar modo». È però molto probabile che egli andasse
a persuaderlo, che la pace sognata da Sua Santità non era possibile, e
che non c'era da far altro che sollevare i Neri, ed abbattere i Bianchi
insieme col popolo, il quale li favoriva. Poco pratico dei Comuni
italiani e di Firenze, neppur egli s'avvedeva che si potevano abbattere
i Bianchi, non però il popolo. A ciò infatti sarebbe stata necessaria
una vera strage, e non vi si sarebbe poi riuscito. Comunque sia,
egli fu di ritorno il 19 marzo, e subito si pretese d'avere scoperto
una congiura, tramata contro di lui dai Bianchi, d'intesa con un suo
barone, Pietro Ferrando, provenzale; e si trovò perfino l'accordo messo
in iscritto e suggellato dai congiurati. I cronisti, fra i quali il
Villani,[182] dicono che fu tutta una finzione; ma il trattato, che è
del 26 marzo, esiste anche oggi nell'Archivio fiorentino.[183] O dunque
fu sin d'allora falsificato, per averne pretesto ad altre condanne, o
Pietro Ferrando lo fece per ingannare i Bianchi, e cosí dare contro di
essi una nuova arme in mano a Carlo, che infatti ricominciò subito a
perseguitarli. I capi furono citati a comparire; ma invece emigrarono
subito a Pistoia, Arezzo, Pisa, dove s'allearono coi Ghibellini, con
tutti i nemici di Firenze. Undici di essi vennero condannati come
ribelli; le loro case, i loro beni furono confiscati e disfatti.
Dopo questo nuovo colpo dato ai Bianchi, e dopo avere assicurato il
trionfo dei Neri, Carlo di Valois se ne partí, non senza aver prima
avuto dagli amici promessa di nuovo danaro. Nel dicembre infatti ebbe
20,000 fiorini, e nell'ottobre del 1303 gliene furono mandati altri
5000.[184] Il Podestà Messer Cante continuava intanto le condanne,
che nel maggio erano arrivate a 250, e furono continuate poi dal
suo successore; sicché in quel solo anno 1302 ascesero a piú di 600,
tra confische, esilî e sentenze capitali.[185] «Così», conclude il
Villani, «fu disfatta e cacciata l'ingrata parte dei Bianchi, per
opera di Carlo, e commissione di Bonifazio VIII, di che seguirono poi
molte rovine».[186] E fin qui la successione dei fatti è ormai chiara
abbastanza. Ma dal momento in cui gli esuli cercarono amici di fuori, e
si posero in guerra con la loro città natale, il disordine dei partiti
e la difficoltà d'intendere il significato vero dei fatti divengono
sempre maggiori. È quindi il momento di provare se le osservazioni
finora esposte possono gettare qualche nuova luce sopra un periodo
storico, che non riesce interamente chiaro, sebbene sia stato già da
molti studiato con grande acume e con profonda dottrina.