Per validi che fossero gli aiuti che i Grandi, in uno o in un altro
modo, ricevevan di fuori; per minacciosi che allora divenissero,
rimaneva però sempre vero un fatto, che non bisogna mai perder di
vista, perché è quello che meglio può spiegarci la storia fiorentina
di quel tempo. Che essi cioè erano un partito destinato a scindersi, a
decomporsi ed a sparire, che aveva di fronte a sé, nelle Arti maggiori,
un partito giovane, vigoroso, unito da comuni interessi, nel quale
risiedevano invece la forza vera e l'avvenire del Comune. La storia
di questi tempi non è infatti altro, che la storia del modo in cui le
Arti Maggiori riescono, fra mille ostacoli, a divenire la Repubblica
stessa, eliminandone gli altri elementi ostili o estranei. Già da un
pezzo queste Arti, massime le prime cinque,[132] da cui le altre piú o
meno dipendevano, erano in uno straordinario incremento. E quando gli
Ordini della giustizia vennero a rafforzarle, esse nei loro Statuti,
che in quegli anni rinnovarono, espressero molto chiaramente lo scopo
commerciale e politico che avevano nell'aumentare la propria fortuna,
rendendo non solo piú ricca, ma ancora piú potente la Repubblica. Ben
presto le cinque Arti principali si collegarono in una _Universitas
Mercatorum_, che nel 1308 ebbe l'autorità di un vero tribunale di
commercio, e nel 1312 compilò definitivamente i suoi statuti. Tutto ciò
si deve anzi ritenere che fu una parte principale dell'opera promossa
da Giano della Bella,[133] quella in cui, secondato dalle condizioni
dei tempi, esso riuscí meglio, come ne fece prova la prosperità di
Firenze, divenuta in quei giorni, non ostante le continue lotte dei
partiti, prodigiosa davvero. Di tale prosperità e felicità il Villani
parla ripetutamente, aggiungendo che le feste erano allora continue,
che la Repubblica poteva mettere in armi 30,000 uomini nella Città, e
70,000 nel contado.[134] Ma quello che è ancora piú, i suoi banchieri
tenevano in mano il commercio principale del mondo, che venne inondato
dalle manifatture fiorentine. Essi facevano gli affari della Curia
romana; essi facevano quasi tutto il commercio della Francia e
dell'Italia meridionale; ad essi ricorrevano i sovrani d'Europa, che
nelle loro zecche, nelle loro amministrazioni ed ambascerie adoperavano
assai spesso qualche accorto e intraprendente Fiorentino. Cosí il
danaro d'ogni parte affluiva nella Città; ed è questo il momento in
cui si narra che Bonifazio VIII, ricevendo gli ambasciatori delle varie
potenze, e vedendo con maraviglia che erano tutti Fiorentini, esclamò:
«Voi siete dunque il quinto elemento!». La conseguenza naturale di
tutto ciò fu che la piccola repubblica divenne una potenza di primo
ordine, la quale esercitava dovunque, specialmente in Italia, un'azione
preponderante. Tutte le vicine città volevano imitare le sue leggi, le
sue istituzioni, in cui vedevano la causa di cosí mirabile prosperità;
né solo le piccole, ma anche le grandi, Roma stessa sembra ora intenta
a modellare i suoi magistrati, i suoi Consigli, il suo Comune su quello
di Firenze.[135]
E questo appunto era ciò che piú irritava i Papi, sempre in lotta
col municipio di Roma; sopra tutto poi irritava adesso Bonifazio
VIII, che sembrava deliberato a schiacciarlo, ma trovava vivissima
opposizione nella nobiltà e nel popolo, i quali non gli davano mai
pace, lo facevano andare quasi ramingo di città in città. Di un'indole
impetuosa, di un'ambizione sconfinata, egli aveva dell'autorità papale
un cosí alto concetto, che voleva dominare il mondo. Non poteva quindi
rassegnarsi alla resistenza dei Romani, e molto meno all'esempio ed
all'incoraggiamento che essi ricevevano da Firenze. Concepí quindi
il disegno di sottometterla, per farne come un feudo della Chiesa,
con un capo di sua elezione. Una volta concepito questo disegno, ci
si volse con tutto il suo solito ardore. Non mancava di certo qualche
probabilità di riuscita; ma s'urtava contro un ostacolo insuperabile,
del quale egli non si rendeva conto. La probabilità nasceva da ciò,
che Firenze, divenuta ora come una repubblica di mercanti, si trovava
poco atta alle armi. I suoi 100,000 soldati, che vantava il Villani,
erano una specie di guardia nazionale d'artigiani e contadini, poco
o punto educati alla vita militare, senza ufficiali, senza generali
che sapessero comandarli. Mancava quella cavalleria d'uomini d'arme,
della quale solo i nobili potevano avere il tempo d'educarsi a farne
parte. Ma il Comune diffidava dei nobili di città, e quelli del contado
gli erano addirittura nemici. Le compagnie di ventura, che piú tardi
s'ebbero per danaro, non si erano ancora cominciate a formare. Pure un
esercito occorreva, e sopra tutto capi i quali sapessero comandarlo, se
la Repubblica voleva mantenere in Italia la propria autorità, tutelare
il suo commercio contro la gelosia crescente dei vicini. Questa era
la ragione per la quale in passato essa aveva, a un tratto, accettato
Vicari nominati dai Papi, ed era giunta sino a dare, per dieci anni,
il supremo dominio a Carlo d'Angiò, che le mandava in fatti capitani e
soldati. Perché non poteva ora Bonifazio indurla ad un simile accordo,
in modo anche piú efficace e permanente? Il bisogno d'un capo militare
v'era oggi, come e piú che in passato; il consenso e favore dei Grandi
si potevano ritenere sicurissimi. Ma l'ostacolo insuperabile, di cui il
Papa non si rendeva conto, era che i Fiorentini avevano sempre voluto e
volevano chi li difendesse, non chi li comandasse, né in questo sarebbe
stato facile ingannarli o piegarli. Ciò a cui essi piú tenevano, a
cui non avrebbero mai rinunziato, era il governo popolare delle Arti,
quello appunto che il Papa avrebbe dovuto distruggere o sottomettere,
se voleva riuscire nel suo intento. E questo non era facile di certo.
Il problema poteva essere risoluto solamente dalla forza, ed il Papa
non era uomo da indietreggiare per ciò: una collisione diveniva quindi
inevitabile. A rendere poi sempre piú intricato un tale stato di cose,
s'aggiungeva che questa Repubblica, contro cui Bonifazio VIII assai
irritato ora si volgeva, era guelfa e voleva restar tale, né solo per
sentimento o antica tradizione, ma piú ancora per interesse. Essa
infatti s'era costituita combattendo per secoli i nobili e potenti
ghibellini, sulle cui rovine aveva finalmente fondato il governo
delle Arti, ed a ciò aveva contribuito non poco il trionfo degli
Angioini chiamati dai Papi. Il suo principale commercio, quello da cui
venivano la sua forza e la sua potenza, era colla Francia, coll'Italia
meridionale dove erano gli Angioini, e con Roma. Non poteva quindi,
in nessun modo, pensare a farsi nemici il re di Francia, il Papa e gli
Angioini, che erano allora uniti. Il partito ghibellino si trovava poi
in Toscana rappresentato da tutte le città nemiche di Firenze. Siena,
Arezzo, Pistoia v'inclinavano piú o meno apertamente. La repubblica
di Pisa, che con tanto ardore aveva aiutato l'impresa di Corradino,
teneva sempre alta e spiegata la bandiera di quel partito. Ed essa
era l'eterna rivale di Firenze, alla quale voleva chiudere il mare,
di cui questa aveva piú che mai urgente bisogno. La guerra fra loro
era tale che doveva assolutamente finire con la distruzione dell'una
o dell'altra repubblica. E cosí i Fiorentini si trovano costretti ad
essere amici del Papa, ed a combatterlo nello stesso tempo. Che la loro
storia riesca, in tali condizioni, complicata e difficile, può capirlo
ognuno.