II

E qui si cominciò a vedere di che cosa fosse capace la sottile astuzia

dei Fiorentini. Quell'arte d'essere padroni dello Stato senza parere,

che piú tardi dètte, con sí grande fortuna la Repubblica in mano di

Cosimo e Lorenzo dei Medici, i quali di fatto furon principi, sebbene

restassero sempre legalmente privati cittadini; quell'arte fu trovata

ora dai Grandi. Essa consisteva nel lasciare intatte le istituzioni

repubblicane, non curandosi neppure di farne parte, cercando però

che v'entrassero solo i propri amici. Mezzo principale a ciò erano

gli uffici della Parte Guelfa, nei quali, come è noto, i Grandi erano

ammessi, e cosí potevano, col dichiarar ghibellino un cittadino, farne

confiscare i beni, ed escluderlo dal governo ogni volta che volevano.

Se dunque non entravano nella Signoria, avevano pure un modo, piú o

meno legale, per impedire che v'entrassero gli avversari piú odiati.

Giano della Bella s'era bene avvisto del pericolo, e aveva cercato di

porvi riparo; ma non arrivò in tempo, perché i Grandi riuscirono prima

a farlo cacciare.

Un altro mezzo efficace per riafferrare il potere perduto, i Grandi lo

trovavano nel cercare di riuscire ad esser padroni della scelta dei

giudici, per poi agire sopra di essi personalmente. Molti di questi

giudici, come il Podestà ed il Capitano del popolo, che dovevano essere

anche cavalieri, cioè nobili, erano forestieri insieme coi loro notai,

cancellieri e giudici subalterni. Essi decidevano non solo le cause

civili e criminali, ma le politiche ancora. Al Podestà ed al Capitano,

insieme col Gonfaloniere, spettava infatti l'applicazione degli

Ordinamenti; ed inoltre il diritto pubblico si trovava allora talmente

mescolato col privato, che non era possibile separar l'uno dall'altro.

In origine anzi il Podestà, come abbiam visto, era stato poco meno

che il capo del Comune. Comandava l'esercito, firmava i trattati di

pace; e come gli storici antichi ricordavano gli avvenimenti di Roma

sotto il nome dei Consoli, cosí i cronisti fiorentini registrarono

quelli di Firenze prima sotto il nome de' suoi Consoli, poi sotto

quelli dei Podestà. In sul finire del secolo XIII le cose erano però

mutate. Colla distruzione del feudalismo, col progresso della civile

eguaglianza e della cognizione del diritto romano, scemò la importanza

politica di quei magistrati. Podestà e Capitano del popolo andarono

sempre piú divenendo semplici giudici superiori. E però, tanto essi

quanto i loro dipendenti, ebbero sempre minore autorità, minor forza;

furono peggio pagati e meno rispettati, il che li rendeva piú facili

alla corruzione ed a cadere sotto il dominio dei Grandi. Molti di essi

venivano dalla Romagna, dalle Marche, moltissimi da Gubbio. Vissuti

sotto le tirannidi, educati col diritto romano nello Studio di Bologna,

ignoravano affatto, e spesso non riuscivano mai a capire il significato

vero della lotta dei partiti in Firenze, e quindi neppure quello di

leggi come gli Ordinamenti di giustizia, che erano sopra tutto leggi

politiche. Ciò contribuiva non poco a renderli piú facilmente ciechi

istrumenti di coloro che volevano impadronirsene. Tutta la letteratura

di questo periodo infatti è piena di sanguinose imprecazioni contro «i

tristi, i maledetti, i perversi giudici, rovina delle città».[129]

Cosí, col favore del popolo minuto e della plebe, con le ingiuste

sentenze dei Capitani di Parte guelfa, con la corruzione dei giudici

forestieri, i Grandi cercavano riguadagnare il terreno perduto, e

impadronirsi nuovamente del governo. Né era del tutto impossibile

riuscirvi, tanto piú che (come vedremo fra poco) essi avevano appunto

allora potenti aiuti di fuori. Ma occorreva che fossero uniti, quello

appunto che non era sperabile, perché essi erano composti d'elementi

non solo diversi, ma anche eterogenei. Si poteva quindi fin d'ora

prevedere che, prima o poi, la discordia sarebbe inevitabilmente e

sanguinosamente scoppiata anche nel loro seno.

Dino Compagni osserva nella sua Cronica, che «i potenti cittadini

non tutti erano nobili di sangue, ma per altri accidenti erano detti

Grandi».[130] Essi infatti si componevano di antiche famiglie nobili,

spogliate dei loro titoli e privilegi feudali; di antichi popolani,

per moltiplicate ricchezze, saliti in alto; di coloro che il popolo

dichiarava Grandi, a solo fine di punirli, escludendoli dal governo.

E gli antichi nobili, come è naturale, guardavano con diffidenza

e disprezzo questi nuovi venuti, che assai spesso (se non essi, i

loro parenti) continuavano nei traffici e nelle industrie, il che li

teneva in continue relazioni col popolo grasso, avverso al minuto,

che perciò s'avvicinava invece alla parte piú potente e aristocratica

dei Grandi. Né questo è tutto. V'erano fra di essi anche i nobili di

contado, come gli Ubertini, i Pazzi del Valdarno, specialmente poi

gli Ubaldini, che possedevano quasi tutto il Mugello, e l'occupavano

coi loro forti castelli. Fortissimo era tra gli altri quello di

Montaccenico, circondato da tre cerchi di mura, e fondato già da quel

cardinale Ottavio degli Ubaldini, che Dante pone nell'inferno, e che

disse un giorno: «Se anima è, per li Ghibellini io l'ho perduta». Tutti

questi nobili di contado serbavano assai piú vivo l'antico carattere

feudale, ed erano avversissimi al popolo, quindi alla Repubblica, che

di continuo li combatteva. Se venivano in Città, dovevano certo al pari

degli altri sottostare alle leggi comuni; ma i loro parenti ed essi

stessi, quando tornavano nei propri castelli, restavano sempre baroni

feudali.

Nel 1296 i Fiorentini, per indebolire i Pazzi e gli Ubertini, fondarono

nel Valdarno di sopra, tra Figline e Montevarchi, le due terre di

S. Giovanni e Castelfranco, nelle quali esentarono per dieci anni

dalle tasse, e liberarono dal vassallaggio tutti i fedeli dei nobili,

che vi andavano ad abitare.[131] Contro gli Ubaldini però simili

provvedimenti sarebbero stati inefficaci, e fu quindi necessaria una

guerra prolungata e sanguinosa. Questi baroni del contado avrebbero

dovuto logicamente essere imperiali e ghibellini; ma l'Impero era omai

debole e lontano, il Papa e la Francia vicini e forti. Laonde essi

s'avvicinarono invece ai Grandi guelfi di Firenze, piú specialmente a

quelli di antiche famiglie, venendo cosí a formare un nuovo elemento

in quello strano agglomerato di forze diverse. Se a ciò s'aggiungano le

gelosie private e gli odi sempre piú pronti ad infiammarsi e a divenire

irrefrenabili là dove mancano l'unità organica e l'interesse comune di

un partito bene ordinato, si capirà facilmente quanta dovesse essere la

confusione, quale il disordine.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2 · 第 34 / 54 题