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La Repubblica Fiorentina, dopo gli Ordinamenti di giustizia (1293) e la
cacciata di Giano della Bella, entra in un periodo di straordinaria,
quasi vertiginosa confusione. I fatti sono assai noti, perché questo
è il momento in cui comincia quella splendida serie di cronisti e di
storici fiorentini, i quali raccontano, coi piú minuti particolari,
tutto ciò che hanno essi stessi veduto. E i moderni vi sono tornati
sopra, rovistando gli archivi, massime il professor Del Lungo, il
quale recentemente ha dato prova d'una diligenza e di una dottrina
che non si potrebbero lodare abbastanza. Pure io credo che non sia
inutile provarsi a raccogliere questi fatti, ricercandone l'unità
organica, per vedere donde essi muovano, dove vadano, e cosí spiegare,
se è possibile, la causa di tanta confusione ed il significato vero
delle nuove rivoluzioni. Aggiungerò anzi che questa ricerca può
avere una grande importanza storica, perché noi siamo al tempo in
cui non solo incominciano un'arte, una letteratura ed una civiltà
nuova; ma la vecchia società medioevale si decompone e sparisce, la
società del Rinascimento incomincia a formarsi. Ed in mezzo a questi
avvenimenti sorge gigantesca la figura di Dante, che ridesta subito
una straordinaria attenzione, dà un grande valore a tutto ciò che lo
circonda.
La storia di Firenze fino al 1293, noi lo abbiamo visto e ripetuto piú
volte, è assai chiara: una serie di guerre e di rivoluzioni, con le
quali il popolo guelfo della Città, prima assale i baroni feudali e
ghibellini, che _incastellavano_ tutte le colline d'intorno, impedivano
il suo commercio, e, dopo averli vinti, demolisce i loro castelli,
obbligandoli ad abitare dentro la cerchia delle mura, sotto le leggi
del Comune. Ma allora il popolo è costretto a combattere ed abbattere
gli avanzi del feudalismo, che tentava di ricostituirsi dentro la
Città. Esso era stato già distrutto prima del 1293, lasciando dietro
di sé i Grandi, cioè nobili che erano rimasti senza titoli e senza
i loro antichi privilegi feudali. Gli Ordinamenti di giustizia che
disciolsero le loro consorterie e li esclusero addirittura dal governo,
avevano rafforzato invece le Arti ed il popolo, che fu allora padrone
di Firenze, e colla nuova legge ebbe in mano un'arme efficacissima per
continuare a perseguitare e battere i Grandi dinanzi ai magistrati. I
nomi di Guelfi e di Ghibellini duravano ancora, ma avevano perduto il
loro antico significato. La vecchia aristocrazia che aveva formato il
nucleo vero del partito ghibellino, essendo ora scomparsa, la Città era
divenuta tutta guelfa. Anche le condizioni generali d'Italia favorivano
un tale stato di cose. Infatti, con la caduta degli Svevi, col trionfo
degli Angioini, chiamati in Italia dai Papi, il partito guelfo aveva
vinto in tutta la Penisola. La morte di Corradino (1268) era stata il
funerale dei Ghibellini. La Francia trionfava sempre piú, e durante
l'interregno imperiale, Filippo il Bello assumeva quasi le parti
d'imperatore. Nello stesso tempo Bonifazio VIII dichiarava altamente,
che il Papa era superiore a tutti i principi e re della terra, i quali
dovevano, esso diceva, prestargli obbedienza.
Ma non perciò le divisioni cessavano in Firenze. E prima di tutto
v'erano nel popolo stesso germi di future discordie, perché esso
trovavasi diviso in popolo grasso o delle Arti maggiori, e popolo
minuto o delle Arti minori, alle quali teneva dietro la plebe. Le
maggiori, che facevano la grande industria, il grande commercio
d'esportazione e d'importazione, erano sempre pronte ad intraprendere
nuove guerre, le quali, opprimendo di tasse la Città, rendevano, se
non impossibile, assai difficile quel lusso interno, di cui vivevano
invece le Arti minori, che esercitavano in essa le piccole industrie.
Ci voleva poco a mutare questo conflitto d'interessi economici in un
conflitto politico, specialmente se si riflette, che le Arti maggiori
s'erano impadronite del governo, e le minori ne erano escluse.
Tuttavia, per ora almeno, il popolo minuto, sebbene numeroso e
tumultuoso, non aveva coesione, né esperienza, né capi. Ma se mancava
d'ogni vera forza politica, e non poteva ancora formare un partito,
era tuttavia materia attissima a dar forza ai partiti che si fossero
formati, che avessero saputo profittare del suo aiuto, cercando cosí di
salire al governo.
I Grandi dall'altra parte, quantunque perseguitati, oppressi, battuti,
non erano certo scomparsi, né erano senza autorità o senza accortezza.
Un esempio se n'era avuto nella cacciata di Giano della Bella, che essi
seppero riuscire un momento a far credere nemico del popolo, che di
fatti lo abbandonò, ed a sollevargli contro la plebe. Se i Grandi non
avevano piú la forza legale, avevano ancora la forza reale. Essi che
si vantavano sempre d'aver vinto a Campaldino, erano veramente quelli
che avevano in passato capitanato tutte le piú grosse guerre della
Repubblica, ed anche ora si trovano piú assai dei popolani educati alle
armi. Ricchi, nella città e nella campagna, di case, castelli e poderi,
non erano distratti dal commercio; potevano piú facilmente darsi
agli esercizi militari; e la materiale indipendenza di cui godevano,
faceva loro piú vivamente sentire l'aculeo delle passioni politiche. A
combattere il popolo grasso, era naturale che cercassero e trovassero
favore nel popolo minuto. E cosí, riuniti insieme con questo formarono
una gran massa di gente irrequieta e pericolosa; ma poco organica e
tenuta fuori del governo, perché gli uni n'erano stati cacciati nel
'93, gli altri non v'erano mai stati ammessi.