NAPOLI E SICILIA

(Dal 1830 al 1852)

Napoli e Sicilia.

(Dal 1830 al 1852).

Ferdinando II aveva vent'anni, quando l'8 novembre 1830 successe al

padre Francesco I sul trono delle Due Sicilie, in mezzo alle agitazioni

che le giornate di luglio avevano suscitato in tutta Europa. Nove anni

prima, la rivoluzione dei Carbonari del 1820 era stata distrutta per

l'intervento austriaco e per lo spergiuro di suo nonno, e solo nel 1827

gli Austriaci avevano lasciato il regno di Napoli, dopo che erano

costati al paese 74 milioni di ducati. I partiti si guardavano con

diffidenza; i Carbonari preparavano una nuova sollevazione che, con

l'aiuto dei cospiratori dell'Italia centrale, doveva assumere un

generale carattere nazionale. Mentre l'Italia di mezzo si sollevava, nel

regno di Napoli si ebbero solo dei moti fugaci, fino a che la rapida

soffocazione dei tentativi rivoluzionari di Modena e delle Legazioni

non scoraggiò del tutto i ribelli.

Frattanto Ferdinando II cercava di ingraziarsi il popolo con delle

concessioni; ma quantunque alleggerisse alquanto il giogo, allontanasse

impiegati odiati, amnistiasse alcuni esiliati e condannati del 1821 e

del 1828, pure il governo continuava a trovare una speciale contrarietà

in tutti. Quindi ben presto fu nominato ministro dell'interno il

marchese Pietracatella, una creatura dell'odiato Canosa; e l'intendente

di Cosenza, De Matteis, condannato precedentemente per vergognosi atti

di violenza, non solo fu graziato, ma ricevette, con meraviglia di

tutti, una pensione dal giovine re.

Era ministro della polizia Intonti, un uomo odiato dal popolo e ritenuto

per ambizioso e crudele. Mentre egli osservava con timore il fermento

del paese, faceva al giovane re la proposta di modificare in senso

liberale il sistema di governo, di creare un Gabinetto nazionale ed un

Consiglio di Stato con poteri più estesi di quelli di un Senato e di

istituire una guardia nazionale. Intonti supponeva nel re, data la sua

giovanile età, inclinazioni liberali che egli sperava di volgere a suo

personale profitto; ed infatti Ferdinando II non si mostrò alieno dal

seguire i consigli del suo ministro di polizia. Ma appena monsignor

Olivieri, che era il precettore ed il consigliere del re, ebbe sentore

di ciò, fece causa comune con i ministri e fece credere al re che

Intonti non fosse che un intrigante, e che spinto dall'ambizione, si

fosse messo d'accordo col governo francese per fare scoppiare una nuova

rivoluzione nel reame. Ferdinando dette senz'altro 24 ore di tempo al

suo ministro di polizia per lasciare il paese, e con ciò abortì ogni

tentativo di riforma.

La caduta d'Intonti fu accolta con giubilo in Napoli, ma ben presto la

gioia si mutò in spavento quando si seppe che il suo posto era preso da

Del Carretto, il capo della gendarmeria, del quale si diceva che fosse

nato per la forca, e che già nel 1828 s'era segnalato per la sua

crudeltà, radendo al suolo Bosco, dove i Carbonari avevano tentato una

sommossa e mandando a morte o alle galere gran numero di disgraziati.

Del Carretto, da questo momento tino al 1848, fu il demonio di Napoli ed

il fondatore di un abominevole sistema poliziesco.

Nel 1832 il re Ferdinando sposò Maria Cristina di Savoia, figlia di

Vittorio Emanuele I. Questa principessa si fece subito amare per le sue

virtù e per la sua pietà, ma le sue idee troppo bigotte ebbero

un'influenza dannosa nella Corte. Morì il 31 gennaio 1836, pochi giorni

dopo d'aver dato alla luce l'erede al trono, Francesco Maria Leopoldo,

duca di Calabria. Un anno dopo, nel 1837, il re sposò in seconde nozze

la principessa Maria Teresa, figlia dell'arciduca d'Austria Carlo,

rinforzando così in Napoli la politica di Metternich. Fu questo un anno

funesto per l'inaudita violenza con cui il colera fece strage in tutto

il reame. In pochissimo tempo nella sola Napoli morirono 13.798 persone;

nella calda Sicilia la strage fu ancora più terribile: a Palermo

morirono 24.000 persone, a Catania 5360 ed in tutta l'isola 69.250. Da

quando la _morte nera_ aveva visitato l'Europa, non si erano più vedute

simili scene di terrore: si ripetette ciò che Boccaccio e Manzoni

avevano raccontato nelle loro descrizioni della peste e ciò che Spadaro

aveva illustrato col suo pennello. L'orrore crebbe per il furore del

popolo, il quale, credendo che fossero state avvelenate le fontane e le

vettovaglie, uccideva, bruciava o seppelliva vivi, impiegati, medici e

privati. A Siracusa ci fu una vera sommossa contro il governo locale e

l'intendente, e molte altre persone furono uccise. In seguito a questi

eccessi il re nominò Commissioni militari con l'incarico di punire i

colpevoli e mandò in Calabria l'intendente di Catanzaro, Giuseppe de

Liguori, ed in Sicilia Del Carretto, come _alter ego_. Siracusa, per

punizione, tu privata della sede dell'intendenza, così che la patria di

Yerone e di Archimede precipitò sempre più in basso.

Sommosse, terremoti e pestilenze riempiono la storia recentissima delle

Due Sicilie. Da quando la setta dei Carbonari aveva ceduto il posto alla

«Giovane Italia» di Mazzini, i rivoluzionari d'Italia avevano

raddoppiato i loro sforzi in tutte le provincie. I moti furono più

frequenti nel Sud che altrove, perchè quantunque il Reame disponesse di

un esercito numeroso, aumentato negli ultimi tempi anche con qualche

reggimento di Svizzeri, pure esso era lontano dall'influenza diretta

dell'Austria, ed inoltre i radicali erano sicuri di poter contare sul

temperamento infiammabile dei Calabresi e sull'odio dei Siciliani per

tutti i loro diritti manomessi. E una sommossa generale era attesa nel

1840. La questione orientale cominciava già allora a conturbare

l'Europa, e gravi avvenimenti potevano derivare da una generale

sollevazione degli animi. Napoli era minacciata di guerra

dall'Inghilterra per la così detta questione dello zolfo, ed il governo,

come nel 1830, cominciò a prendere atteggiamenti liberali. La voce che

il re volesse concedere la costituzione e la libertà di stampa non era

che l'espressione del desiderio di tutti. Frattanto avvenivano qua e là

isolate levate di scudi. Nel 1841, in Aquila si proclamò la costituzione

ed il popolo uccise l'intendente Tanfano, un tempo creatura del cardinal

Ruffo ed aborrito per le sue idee e le sue crudeltà; ma le truppe ebbero

rapidamente ragione del movimento. Il generale Casella, inviato ad

Aquila come commissario del governo, condannò 56 persone alle galere ed

altre alla pena capitale.

Poco dopo si sollevò Cosenza e poi Salerno. Questi moti isolati tenevano

desto l'odio, ma mostravano anche l'impotenza di simili esplosioni,

dalle quali soltanto menti esaltate potevano aspettarsi la caduta di uno

Stato. Di tutte queste imprese avventurose, di carattere così

meridionale, nessuna ha l'impronta caratteristica del tempo e nessuna

sollevò tanta dolorosa simpatia in tutta l'Europa come quella dei due

fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, i giovani e generosi figli

dell'ammiraglio austriaco, i quali partirono per le Calabrie da Corfù

dove erano in esilio, non rattenuti da Mazzini stesso che li

sconsigliava, non dalle lagrime della madre loro, nè dalla evidente

follia della loro impresa. L'Inghilterra aveva informato il governo di

Napoli di tutti i piani degli esiliati, e quindi le Calabrie furono

sorvegliate così rigorosamente, che gl'insorti non si poterono neppure

riunire, e quei giovani arditi andarono incontro ad una morte

inevitabile. Un traditore attirò i due fratelli e quindici loro compagni

verso S. Giovanni in Fiore, dove furono fatti prigionieri, ed il 25

giugno 1844 fucilati a Cosenza. Il mondo rimase stupito della debolezza

e della crudeltà del governo napoletano, mentre l'esempio dei Bandiera

non fece altro che infiammare ancora di più la gioventù italiana. E

specialmente in Romagna le cose presero un carattere minaccioso; gli

emissari della «Giovane Italia» sollevarono il popolo, le provincie

furono inondate di scritti volanti, si formarono comitati e venne

raccolto molto denaro. In Bologna sedeva ancora la Commissione militare;

si era verso la fine del regno di Gregorio XVI.

Il cardinale legato, Massimo, aveva convocato la Commissione a Ravenna e

fatti imprigionare molti cittadini sotto l'accusa d'alto tradimento.

Questi ed altri atti di violenza avevano esasperato gli animi, e

sembrava che, dopo falliti i tentativi di Napoli, il centro

rivoluzionario si fosse portato negli Stati della Chiesa, che a fatica

riuscivano a tenere soggette le popolazioni. Ma intanto si faceva

strada un nuovo orientamento; per rendere nazionale il movimento e

trascinare il popolo era necessaria la cooperazione anche di forze

legali e morali. Si prese la via delle riforme e si cercò di dare tale

una forza all'opinione pubblica, da obbligare i governi a tenerne conto.

Un tale mutamento di tendenze si rivela già dal notevole manifesto di

Rimini (_Manifesto delle popolazioni dello Stato Romano ai principi ed

ai popoli d'Europa_), nel quale i liberali nel 1845 formularono con

parole temperate il loro programma. Si chiedeva qui, come in tutti i

paesi, la costituzione con grande fermezza. In Italia, allora,

l'opinione pubblica non poteva esprimere i suoi desiderî come in

Germania avveniva per opera degli Stati provinciali, e quindi solo la

stampa, e specialmente dall'estero, esprimeva la volontà del popolo. La

stampa aveva allora in Italia una forza trascinante ed universale.

Meritano d'essere ricordati, come esempio di grande efficacia

letteraria, _Il primato morale e civile degli Italiani_ di Gioberti, _Le

speranze d'Italia_ di Cesare Balbo e gli scritti di Massimo d'Azeglio,

di Giacomo Durando e di altri. Mentre il partito delle riforme dal

Piemonte allargava i suoi piani politici e faceva una rapida e

vittoriosa propaganda per l'unità e per la confederazione, venivano

anche prognosticati i due perni intorno a cui si doveva aggirare la

rivoluzione generale oramai imminente; il papa (secondo Gioberti) ed il

re di Sardegna (secondo Balbo), l'uno come centro morale, l'altro

politico; e quindi sembrava che il regno delle Due Sicilie dovesse

rimanere in disparte. Perchè nè da questa parte del Faro, nè tanto meno

dall'altra, il nazionalismo italiano ha per base il popolo. L'isolamento

geografico, il movimento commerciale tendente verso l'Oriente, costumi e

linguaggio, la storia quasi non italiana dividevano i Siciliani ed i

Napoletani dal resto d'Italia, come anche questi due popoli sono divisi

tra loro. E il movimento rivoluzionario assunse nel Sud un carattere

particolare e regionale, mentre nella rimanente Italia diventava

nazionale e generale.

E come ora in Italia gli scritti di Gioberti e di Cesare Balbo

rappresentavano un momento decisivo, così nel regno delle Due Sicilie

due scrittori, Colletta ed Amari, avevano dato corpo al movimento

riformista. Il primo, il noto generale di Murat, che aveva conchiusa la

convenzione di Casa Lanza, era stato esiliato a Firenze, dove morì nel

1831. Ed in esilio aveva scritto la sua _Storia di Napoli_, libro

notevolissimo per forma e per contenuto, che partendo da Carlo III, per

giungere fino alla rivoluzione dei Carbonari, pone in evidenza con

l'artistica concisione di un Tacito, il cattivo governo dello Stato, la

precarietà dell'assolutismo e la necessità di un governo costituzionale

e popolare. Questo libro fu una delle vittorie più segnalate del partito

delle riforme; esso aprì gli occhi al popolo con argomenti storicamente

fondati.

La storia del Colletta esercitò la sua influenza anche nella Sicilia.

Senza dubbio il bell'ingegno di Michele Amari si ispirò ad essa nello

scrivere la _Storia dei Vespri Siciliani_, che apparve nel 1842; un

libro di forma tacitiana, ma più ricercata che quella di Colletta.

Michele Amari rappresenta con drammatica vivacità la mirabile

rivoluzione siciliana, fa conoscere ai Siciliani i loro diritti

costituzionali e pel contrasto, il miserevole stato del suo tempo.

Amari, che più recentemente si è fatto molto apprezzare per uno

splendido libro sulla storia dei Musulmani in Sicilia, con il_ Vespro

Siciliano_ aveva senz'altro sposato la causa liberale. Egli era spinto

da vedute nazionali e siciliane nel dare alla figura ben nota di

Giovanni da Procida un rilievo più leggendario che storico, onde

apparisse come opera di popolo la liberazione della Sicilia dal giogo di

Napoli.

Si può dire che le opere di Colletta e di Amari preannunziassero la

rivoluzione che nel 1848 scoppiò tanto a Napoli che a Palermo. Tutte e

due le opere furono proteste storiche contro l'assolutismo del governo e

contro la dispotica violazione dei diritti del popolo; ma tutte e due,

senza volerlo, militando in campi avversari, l'una, la napoletana,

rappresenta il programma del costituzionalismo, l'altra, la siciliana,

sostiene il separatismo e quindi la repubblica. In tutte e due lo scopo

patente si è rifugiato entro l'asilo di un'opera strettamente

scientifica.

Mentre questi libri abitavano le menti colte della popolazione, la

stampa segreta non rimaneva inoperosa a Napoli, e venivano divulgati a

migliaia di copie fogli volanti, proteste, appelli, violenti ed

eccentrici nel contenuto, e senza riguardi nel giudicare il re ed i

ministri. La stampa pubblica poi subiva una censura delle più feroci. Le

parole, _popolo, cittadino, nazione_, venivano regolarmente soppresse;

le paure del governo erano assolutamente ridicole. Al contrario i

gesuiti avevano la libertà più completa di stampare ciò che volevano;

prima che venisse fondata in Napoli la _Civiltà Cattolica_, essi

pubblicavano la rivista _Scienza e Fede_, sotto la direzione del padre

Curci, un battagliero avversario di Gioberti, con la protezione di

monsignor Cocle che era il potentissimo consigliere del re. I preti

esercitavano la censura anche su tutti i libri e tutte le riviste che

venivano dall'estero e sulle rappresentazioni teatrali e sui balli.

A corte regnava una grande bigotteria ed il re ne dava il primo esempio.

È noto che Ferdinando, fin dall'infanzia sempre affidato alle cure dei

preti, mostrava un grande ossequio verso la religione ed i santi.

Ascoltava la messa ogni mattina, digiunava rigorosamente il venerdì ed

il sabato, recitava l'_Angelus_ tre volte al giorno, non mancava mai

alle solenni funzioni della Chiesa. Celestino Cocle, dell'ordine di S.

Alfonso, era il suo confessore, ed il suo potere non era meno temuto e

meno odiato di quello di Del Carretto. Il re era circondato anche da

altri preti; don Claudio, che era un focoso e bigotto predicatore e che

in Napoli faceva molto chiasso, specialmente tra le donne, era uno dei

suoi beniamini. Dopo gli avvenimenti del febbraio 1848, Ferdinando II

ebbe fama di feroce tiranno e fu chiamato un secondo Attila, ma le

passioni gli dettero delle qualità che non aveva. Dotato di nessuna

intelligenza, nè in bene nè in male, questo principe molto mediocre subì

lo stesso destino di molti altri in tempi più antichi e più recenti: le

circostanze e gli uomini che lo circondavano lo avevano formato; la

paura lo spingeva a qualunque estremo. Era troppo debole per vincere

questa paura, e troppo ignorante per avere dello Stato un concetto

diverso da quello che egli si era formato, cioè che esso fosse sua

esclusiva proprietà. Era avaro ed ammonticchiava milioni spremuti dal

suo popolo.

Si dice non senza fondamento che in nessun altro Stato regnasse nel

trattamento degli affari tanta diffidenza e tanta paura come a Napoli;

il re non solo viveva in continuo timore della rivoluzione nelle

provincie, ma diffidava dei suoi stessi ministri. Sembra che avesse per

principio di comporre il suo Gabinetto di elementi avversi, di modo che

l'uno diventasse controllo dell'altro. Nel 1846 era presidente dei

ministri il marchese di Pietracatella, un partigiano accanito

dell'assolutismo e delle idee austriache. Ministro dell'Interno era

Niccolò Santangelo; ministro della Polizia Francesco Saverio Del

Carretto; delle Finanze Ferdinando Ferri, un vecchio liberale del 1799;

degli Esteri il principe di Scilla, Falco Ruffo; della Giustizia Niccolò

Parisio, uomo molto dotto ma senza energia; ministro della Guerra e

della Marina era lo stesso re con il generale Giuseppe Garzia come

direttore generale. Vicerè di Sicilia era il duca Luigi di Maio, un

uomo spregiato dai Siciliani per la sua nullità.

Di tutti questi ministri erano potenti solo Del Carretto e Santangelo;

dietro di loro stava monsignor Cocle per mezzo del quale dominavano

l'animo del Re e si potevano permettere tutto, sia pubblicamente

nell'indirizzo di governo, sia privatamente vendendo impieghi e favori.

Una protesta stampata clandestinamente nel 1846, suonava così: «Tra i

ministri non regna nemmeno quell'unione che c'è tra briganti, perchè si

conoscono, si odiano e si insidiano; il Re li tiene uniti con la forza e

crede che, quanto più si odiino tra loro, tanto più si mantengano fedeli

a lui. Se uno di loro propone qualche cosa di buono, gli altri vi si

oppongono per malvagità e fanno prevalere il partito peggiore; se uno

propone una cosa cattiva, gli altri diventano eroi di virtù e la

impediscono, e così non si fa niente, nè di buono nè di cattivo, ma

ognuno fa nel suo ministero ciò che vuole. Del Carretto s'atteggia a

Nerone, Santangelo ruba, Ferri fa economia, Parisio sogna la giustizia,

il Re dice orazioni, monsignore apre le porte del cielo e della terra.

Nessuna meraviglia quindi se non c'è un consiglio di Stato e se il

governo è stupido, ingiusto, ridicolo, tirannico e vergognoso tanto per

gli oppressori come per gli oppressi».

In fatti le condizioni di Napoli prima della rivoluzione del 1848 erano

spaventevoli. Ogni giorno avvenivano nuovi imprigionamenti; la polizia

riempiva le prigioni, violando continuamente le leggi e la sicurezza

personale e facendo regola di ogni sua licenza. I processi si

accumulavano perchè al minimo sospetto o al più leggero cenno di spioni,

seguivano processi in massa, istruiti dalla stessa polizia; gli avvocati

non osavano più difendere gli arrestati, perchè temevano la vendetta del

governo, che toglieva loro le cariche. Questa sorte toccò tra gli altri

a Giuseppe Macarelli, presidente della Corte criminale di Napoli, per

aver difeso strenuamente alcuni giovani accusati di far parte della

«Giovane Italia». Nello stesso tempo il governo non si vergognava di

mostrare la sua impotenza contro i briganti e di fare con loro dei veri

e propri trattati d'alleanza. Così fece per esempio con Talarico, un

brigante che per ben dodici anni aveva scorazzato per il Sila. Si

capitolò con lui, il ministro Del Carretto gli consegnò personalmente il

decreto di grazia a Cosenza, e dopo che il terribile capitano si fu

sottomesso, fu inviato insieme con i suoi compagni a Lipari, con una

pensione di 18 ducati al mese. Un governo così demoralizzato, che era

forte solamente contro gli inermi, non poteva non essere odiato e

disprezzato. Il fermento cresceva in ogni provincia; in Calabria, dove

l'odio contro Napoli uguagliava quello dei Siciliani, in ogni paese si

preparava una rivolta con l'accordo con i capi del partito liberale di

Napoli.

Il movimento fu arrestato un momento dalla morte di Gregorio XVI e dalla

elezione di Pio IX avvenuta il 16 giugno 1846 e dal meraviglioso

cambiamento, che come per incanto, commosse gli animi di tutti. Mentre

il rimanente d'Italia s'abbandonava ad un entusiasmo indicibile ed il

popolo si ridestava a nuova vita nell'irresistibile impulso verso le

riforme e l'indipendenza nazionale, Napoli assumeva un aspetto sempre

più doloroso, perchè il governo raddoppiava le misure di rigore. Il re

si mostrava senza cuore e senza testa, incapace come era di comprendere

i nuovi tempi, e il potere di Del Carretto giunse a limiti che sembrano

incredibili. Napoli si riempì di gendarmi e di spie, gli imprigionamenti

non si contavano più e nessuna concessione in senso liberale venne fatta

fino all'estate del 1847. Nella stupida illusione che un esercito pronto

a sparare ed una numerosa gendarmeria fossero sufficienti a comprimere

l'odio sempre maggiore del popolo, alimentato per diecine e diecine

d'anni con odiosi spargimenti di sangue, il governo lasciò che

l'amarezza crescesse senza limiti, incoraggiato anche dalle nuove

relazioni di amicizia con la Russia, annodatesi durante la visita che

nel 1845 lo czar Nicola aveva fatta alla Corte di Napoli. Oramai si

erano abituati da lungo tempo a reprimere i numerosi tentativi di

rivolta che venivano considerati come romantiche ed inconcludenti

pazzie. Ed ogni nuova impresa di questo genere sarebbe stata impedita

con tutte le forze, e frattanto si mandava il generale Statella con

numerose truppe in Calabria, che era il focolare di tutte le aspirazioni

rivoluzionarie, al di qua dello stretto.

Ma la prima rivolta ebbe luogo in Sicilia, a Messina. Un gruppo di

giovani audaci e fanatici aveva deciso di sorprendere e di catturare il

comandante e gli ufficiali ad una festa dove si dovevano recare. Il

movimento, dopo una breve lotta per le strade, finì con l'arresto o con

la fuga di tutti i congiurati. Questo tentativo non era isolato, ma era

in rapporto con le altre sollevazioni che nell'estate del 1847 ebbero

luogo in Calabria ed in Sicilia, le quali in breve tempo trascinarono

tutto il Reame. In Calabria erano stati nominati capi del movimento i

fratelli Domenico e Gian Andrea Romeo, di Reggio. Dopo essersi messi

d'accordo con i congiurati di Napoli, questi due uomini ardimentosi,

alla testa di un gruppo di insorti, s'impadronirono di Reggio e

costrinsero la piccola guarnigione a deporre le armi. Questi fatti

avvennero verso la fine del mese di agosto. Il moto non era

repubblicano; si voleva il re costituzionale e Pio IX, e nella

cittadella venne inalberata la bandiera pontificia. Ma il moto rimase

locale. Vi prese parte solamente la popolazione di Reggio e dei

dintorni; quindi la resistenza non poteva durare a lungo, e tutto doveva

finire come qualche tempo prima ad Aquila, Salerno e Cosenza. Difatti

apparvero ben presto nel porto di Reggio alcune navi della marina

napoletana e dopo una breve resistenza, la città si arrese. I capi degli

insorti si rifugiarono nelle montagne per cercare di scuotere le

provincie: ma le truppe li inseguirono e dopo che Domenico Romeo, un

uomo di grande coraggio e di nobile cuore, cadde con l'arme in mano, suo

fratello si consegnò spontaneamente alle autorità. Più fortunato dei

suoi predecessori, fu condannato alle galere e qualche tempo dopo potè

di nuovo prendere una parte attiva ai casi della sua patria.

Questo moto era stato più importante di quanti altri ne erano avvenuti

dal 1820. Pur senza nessuna consistenza, una città era caduta in mano

degli insorti, era stato proclamato un governo provvisorio e solamente

dopo due mesi di lotta accanita, il governo aveva potuto ottenere

vittoria completa.

Al governo questa impresa apparve doppiamente minacciosa, pel fatto che

era in relazione con tutto il movimento rivoluzionario italiano e perchè

gli insorti avevano inalberato la bandiera di Pio IX. E quindi la

repressione fu più crudele che mai, e si arrivò perfino a far subire la

tortura agli insorti ed ai liberali arrestati e rinchiusi in prigioni

orribili; innumerevoli cittadini, nella capitale e nelle provincie

furono strappati alle loro famiglie e la ferocia di Del Carretto e di

Campobasso non ebbe più limiti. Ma oramai si era alla fine.

L'eccitazione oramai non più frenabile delle popolazioni doveva

scoppiare nella capitale. Le convulsioni che finora avevano agitato le

provincie, avevano un carattere locale, ma ben diversa era la cosa se la

capitale stessa del Reame forzava la mano al governo.

E così accadde. Tanto più numerose si seguivano le riforme che concedeva

Pio IX, tanto più ardente se ne accendeva il desiderio a Napoli.

La notizia che il papa aveva concessa una Consulta di Stato cadde su

Napoli e su Palermo come una scintilla in mezzo alla polvere. La polizia

oramai non arrivava più in tempo negli arresti; ogni giorno per tutte le

piazze e per tutte le strade si rinnovavano dimostrazioni di migliaia di

persone. Il moto si faceva ogni giorno più intenso; indirizzi,

petizioni, manifesti d'ogni genere, deputazioni di Siciliani, di

Calabresi, di Napoletani si seguirono ininterrottamente, e per le strade

non si udiva più che: «Viva l'Italia! Pio IX! Viva i Siciliani!

Costituzione!»

Bisognava battere in ritirata. Già nell'agosto il re aveva abolito la

penosa tassa sul macinato e diminuita quella sul sale; da ultimo si

decise a cambiare il Ministero. Ne uscirono Niccolò Santangelo e

Ferdinando Ferri; vi rimasero Del Carretto e l'austriacante

Pietracatella. Ma il popolo continuava a circondare ogni giorno il

palazzo reale gridando: «Riforme! Riforme!» Ogni giorno continuavano a

giungere deputazioni da tutte le parti del Reame; ogni giorno i rapporti

che venivano dalla provincia, parlavano di movimenti sempre più

pericolosi. Napoli era in uno stato di agitazione convulsa. Il 14

dicembre il popolo si affollò in piazza della Carità. Schiere

innumerevoli di gente di tutte le condizioni, con numerose bandiere dai

tre colori nazionali, gridavano: «Viva Pio IX, Leopoldo di Toscana e i

Siciliani», e invocavano ad alta voce le riforme. La truppa, rinforzata

con le guarnigioni di Salerno e di Nola, era tutta sotto le armi, ed il

palazzo era guardato dall'artiglieria con i cannoni carichi. Di nuovo

ebbero luogo arresti in massa, e poichè tra gli arrestati vi erano

numerosi giovani dell'aristocrazia, quali il principe Caracciolo, il

duca di San Donato, il duca di Albaneto ed altri, il popolo poteva

convincersi che le idee liberali erano penetrate anche nella più alta

nobiltà. Si chiusero l'Università e le scuole superiori e alcune

migliaia di studenti appartenenti alla provincia furono costretti ad

abbandonare Napoli. E l'agitazione cresceva, da un momento all'altro

poteva scoppiare la tempesta. Ma invece di scoppiare in Napoli, scoppiò

in Sicilia, e Palermo dette con la sua coraggiosa rivolta il segnale a

tutta l'Europa per quella rivoluzione che si diffuse con rapidità

elettrica, per poi finire con mettere in evidenza in tutti i paesi la

debolezza della razza moderna.

Tra tutte le nazioni che allora si sollevarono in nome del diritto e

della libertà, poche erano più degne di simpatia e nessuna più

conculcata nei suoi diritti della Sicilia. Nessuna aveva davanti agli

occhi una meta così chiara e così reale: l'indipendenza nazionale e la

costituzione del 1812. Mentre in tutto il resto d'Europa ed anche in

Italia, una quantità di idee di natura politica o sociale prodotte da

scuole teoriche o da evoluzioni storiche, confondevano la mente del

popolo, sminuzzavano le forze e gli interessi e rendevano impossibile un

risultato generale, la Sicilia era rimasta nel suo patriottico

isolamento in disparte da ogni indirizzo moderno. Era stato abolito il

feudalismo senza che sorgessero tendenze socialistiche; la nobiltà

alleata col clero, insigne per cultura, mentre tutto il resto della

popolazione rimaneva indietro, e per meriti patriottici nelle scienze,

era senza contrasti alla testa nel chiedere il riconoscimento dei

diritti nazionali. È noto che la costituzione del 1812 concessa da lord

Bentich fu abrogata da Ferdinando I. L'ultimo Parlamento siciliano fu

disciolto il 15 maggio 1815. Quando il re nel 1816 si preparava a

modificare sostanzialmente quella costituzione di cui l'Inghilterra si

era resa garante, lord Castelreagh lo minacciò di un intervento inglese.

Ma la minaccia rimase allo stato di nota diplomatica ed il re potè

indisturbato conculcare i diritti della Sicilia e riunire l'11 dicembre

1816 l'isola a Napoli. L'esercito nazionale fu disciolto,

l'amministrazione tornò napoletana e le imposte furono aumentate

arbitrariamente. I Siciliani con la rivoluzione del 20 fecero di nuovo

trionfare la loro indipendenza e la loro costituzione; ma dopo che

Palermo fu costretta ad aprire le porte al generale Florestano Pepe, ed

il generale Colletta ebbe domata l'insurrezione, il governo di Napoli si

mise di nuovo nella via che s'era prefissa, quella cioè di rendere la

Sicilia una semplice provincia del Reame. L'isola, angariata in modo

incredibile dalle imposte, cadde in una profonda miseria; le città

perdettero ogni animazione, ed il governo sperò che in questo stato di

cose ed incoraggiando premeditatamente l'ignoranza, le forze

patriottiche si sarebbero sempre più indebolite.

Nel 1837, dopo l'insurrezione provocata dal colera, Ferdinando II aveva

con un decreto del 31 ottobre compiuto un ulteriore atto di violenza

contro i Siciliani; venne stabilita la reciprocità degli impieghi fra

Napoli e la Sicilia, così che, senza differenza di paese, qua potevano

venir assunti i Napoletani, là i Siciliani. Inoltre anche il disagio

finanziario contribuì ad inasprire l'animo dei Siciliani, poichè

quantunque per legge del Parlamento del 1813 il governo non potesse

ricavare dalla Sicilia una somma superiore a 1.847.685 oncie, pure

questa cifra era stata di molto superata, specialmente per la tassa sul

macinato e l'imposta fondiaria. S'aggiunsero poi altre tasse, tanto che

la piccola proprietà era oberata del 32 per cento.

E la miseria divenne sempre più spaventosa. Due flagelli avevano

devastata l'isola: il colera e Del Carretto, l'_alter ego_ del re.

Questo uomo, che lo stesso Tiberio non avrebbe sdegnato di nominare

ministro di polizia, si comportava in una maniera inaudita. I Siciliani

soffocavano sotto la triplice compressione delle tasse, degli sbirri e

dei soldati. Perfino il governatorato, quest'ultima larva di

riconoscimento nazionale, pel quale la Sicilia si distingueva dalle

altre provincie di terra ferma, venne dato in mano a dei militari. Il

conte di Siracusa, fratello del re, noto pel suo umore bizzarro che

ricordava quello del granduca Costantino di Russia, fu l'ultimo

governatore di sangue reale. Dopo il suo richiamo, avvenuto nel 1835,

non furono nominati che generali. Nel 1839 il re nominò luogotenente

dell'isola perfino uno Svizzero, il generale Tschudy; gli successe il

generale Vial e nel 1840 il De Maio.

Le relazioni della Sicilia con Napoli e con la dinastia dei Borboni alla

fine del 1847, somigliavano a quelle prima dei Vespri Siciliani. A

tanta distanza di tempo si trattava ugualmente della stessa oppressione

e dello stesso sforzo di Napoli per togliere alla Sicilia ogni carattere

nazionale, e tutte e due le volte una costituzione, prima esistente, e

poi tolta con la violenza, causava e giustificava la rivoluzione. Vi

sono anche altre somiglianze: tutte e due le volte venne proclamata la

decadenza della dinastia regnante e nominato un re straniero. Ma i

risultati invece furono ben differenti. La rivoluzione del 1848

intrapresa con entusiasmo, fu da principio mirabile per unanime

concordia di animi, ebbe favorevoli le circostanze di tempo, e pure in

poco tempo finì miseramente con grande meraviglia di tutti. Quasi

ventimila uomini in armi potevano combattere per lei e si può dire che

due reggimenti svizzeri ne ebbero ragione senza fatica.

Esaminiamo un poco l'andamento delle cose.

Già nell'autunno del 1847 mentre il popolo di Napoli si agitava

violentemente, anche quello di Palermo era in grande fermento.

Governatore del re era Maio (un nome che ai tempi di Guglielmo il

Normanno aveva avuto un periodo di rinomanza molto sgradita) e

comandante delle truppe reali era Vial. La popolazione, con alla testa

uomini della più antica nobiltà, il marchese Ruggiero Settimo, il

marchese Spedalotto, il principe Serra di Falco, Scordia, Pallagonia,

Grammonte, Pantellaria, aveva mandato a Napoli numerose deputazioni

chiedenti il riconoscimento degli antichi diritti. In Palermo avevano

luogo le stesse dimostrazioni che a Napoli, gli stessi arresti in massa

e lo stesso atteggiamento minaccioso delle truppe. Non venendo nessuna

concessione da parte del governo, i Siciliani annunziarono la lotta con

cavalleresca franchezza ad alta voce; la rivoluzione, infatti, venne

proclamata con manifesti, discorsi e deputazioni. Essa non doveva avere

nessuno dei caratteri di una cospirazione, nè assumere l'aspetto di una

rivolta o di una sedizione; no, era la popolazione che si sollevava

tutta intiera. Si stabilì anche una data, il 12 gennaio 1848, giorno

natalizio di Ferdinando: se per quel giorno i desiderî del popolo non

venissero soddisfatti, si sarebbe dato principio alla lotta. E la

mattina di quel giorno il popolo infatti si ribellò. Le campane

suonarono a stormo, tutta la popolazione, nobili, frati, preti,

borghesi, operai e pescatori, senza distinzione di casta, gli uni bene

armati, gli altri impugnando armi d'occasione, spiedi, ramponi e

coltelli da caccia, si riversò sulle piazze. Si gridava: _Evviva Pio IX!

Evviva la Lega Italiana! Evviva Santa Rosalia_. Le truppe si ritirano;

l'artiglieria circonda il palazzo reale, il quale domina il Cassaro che

è la strada principale della città. Alle due dopo mezzogiorno Palermo

era piena di barricate, senza che si venisse alle mani. Si stava pronti

da una parte e dall'altra; tutta la notte passò in silenzio, interrotto

solo da qualche voce di comando, da qualche lumicino nelle strade e dai

fuochi accesi sulle piazze. La mattina dopo i cannoni che circondavano

il palazzo reale cominciarono a fare fuoco e nel dopo pranzo dal forte

di Castellammare si prese a tirar granate. Questo forte era comandato da

uno Svizzero risoluto, il colonnello Gros, che aveva ordine di lanciare

ogni cinque minuti una bomba sulla città; egli tirò solamente ogni

quarto d'ora. Per le strade si combattè con ardore; le campane, che

suonavano a stormo, confondevano il loro frastuono con le grida dei

combattenti e con il crepitío delle armi. I consoli di tutte le potenze

estere ed il comandante della nave inglese ancorata nel porto,

formularono una protesta in cui si chiedeva di moderare almeno il

bombardamento della città e che si interrompessero le ostilità per

ventiquattr'ore, onde dar tempo agli stranieri di rifugiarsi sulle navi.

Trascorso questo termine, che fu concesso, la lotta cominciò di nuovo.

Il coraggio dei Palermitani fu degno dei loro antenati; si videro

gruppi capitanati perfino da frati benedettini e preti, che, in mezzo al

grandinar delle palle, tenevano in alto una croce o una bandiera.

Meraviglioso l'ordine; non fu commesso nessun eccesso e nessun furto

senza che non venisse immediatamente punito dalla stessa giustizia

popolare. Nessun atto di crudeltà fu commesso da parte del popolo nei

primi giorni della rivolta; gli insorti stessi trasportavano al

lazzaretto i soldati feriti. Ma più tardi s'accese la sete di vendetta,

e gli odî personali e politici vollero le loro vittime; avvennero scene

di terribile furore popolare; anche i soldati, e forse per i primi,

divennero feroci, inaspriti dalla situazione insostenibile e dallo

sforzo disperato che dovettero sostenere. Essi assaltarono i conventi,

uccisero tutti i frati benedettini, e gettarono dalle finestre sul

selciato delle strade, morti e viventi.

Mentre il popolo combatteva sulle strade, i capi emanarono un proclama

in cui si enumeravano le cause della rivoluzione. Da trent'anni, si

diceva in esso, il Parlamento siciliano non viene più convocato;

l'assolutismo, che ha violato le leggi e conculcato tutti i diritti, ha

prodotto la miseria nelle campagne e nelle industrie. Invano il popolo

ha nel 1816 protestato presso l'Inghilterra, che pure nel 1812 aveva

garantito l'applicazione dello Statuto di Federico II d'Aragona nella

sua nuova forma; invano le sollevazioni del 1831, 1837, 1847! Ma con le

riforme di Pio IX è venuta l'ora della liberazione, ed ora i Siciliani

si sono armati per riconquistare i loro diritti, per ricondurre di nuovo

la loro patria nel numero delle nazioni viventi. Siciliani, non hanno

forse i nostri antenati cacciato via il tirannico Carlo d'Anjou? Non

hanno sostenuto Ferdinando d'Aragona contro tutta l'Europa? Che cosa

possono le armi di Ferdinando II, se tutto un popolo persiste nel suo

volere? Il dado è tratto, completiamo noi la santa impresa. Viva Pio IX!

Viva la Sicilia! Viva i nostri fratelli d'Italia!

Frattanto la nave _Vesuvio_ aveva portato a Napoli la notizia dello

scoppio della rivoluzione. Il governo spaventato fece imbarcare su dieci

navi, sei mila uomini agli ordini del generale Desauget. E quando queste

truppe giunsero a Palermo il 15 gennaio (ci vogliono sedici ore di

navigazione da Napoli a Palermo) tutta la città, meno i forti ed il

palazzo reale, era in mano degli insorti. La rivolta era organizzata

splendidamente; si era formato un governo provvisorio composto di trenta

persone scelte tra le più nobili. Oramai tutti partecipavano alla

rivoluzione; che essa fosse una sollevazione vera e propria e non, come

si disse poi, un semplice colpo di mano del clero desideroso di potere e

della nobiltà gelosa dei suoi diritti, lo dimostra il fatto che vi

parteciparono tutte le altre città dell'isola. A Siracusa, Girgenti,

Catania, Trapani, Noto, Milazzo e Caltanissetta le truppe napoletane

furono sbaragliate; fu nominata una Giunta provvisoria e proclamato di

procedere d'accordo con Palermo. Il governo provvisorio di Palermo si

suddivise in quattro Giunte, la prima per la difesa, presieduta dal

principe di Pantellaria, la seconda per il vettovagliamento, presieduta

dal marchese Spedalotto, la terza per le finanze, presieduta dal

marchese di Rudinì, e la quarta per gli affari di Stato, presieduta da

Ruggiero Settimo, un nobile e degno vecchio, che era stato ministro e

che godeva una grandissima popolarità per le sue idee liberali.

Le truppe di Desauget si unirono agli assediati e formarono un corpo di

novemila uomini, coi quali fu possibile ricominciare la lotta. Il duca

Maio e Spedalotto, pretore della città, vale a dire presidente del

Senato di Palermo, si scambiarono delle note: il popolo chiedeva la

costituzione del 1812 e l'immediata convocazione del Parlamento. Il

conte d'Aquila, fratello del re, che era giunto il 15 insieme con le

truppe, ventiquattr'ore dopo ripartì per Napoli con due fregate, per

esporre al re lo stato delle cose ed esortarlo a cedere. Il 25 era già

di ritorno portando seco il decreto di riforme che il re, spaventato

dalla piega degli avvenimenti, si era lasciato strappare. Con questo

decreto veniva concessa ai Siciliani un'amministrazione separata oltre

che per tutti gli affari anche per la giustizia, veniva abrogato il

decreto del 31 ottobre 1837; il conte d'Aquila veniva nominato

governatore, e si creava un nuovo Ministero presieduto da Lucchesi,

Palli.

Ma il governo provvisorio rifiutò queste concessioni; esso voleva

l'allontanamento delle truppe, la consegna di tutti i forti e la

convocazione del Parlamento in base alla costituzione del 1812.

L'entusiasmo non permetteva più di riflettere, si voleva ottenere tutto

e la lotta ricominciò con nuovo ardore da tutte e due le parti. I

soldati soffrivano enormemente; mancavano di pane e amareggiati da una

lotta ininterrotta, cominciarono a ripiegare. Allorchè il 25 gennaio

anche il palazzo reale cadde in mano del popolo, Desauget vide

l'impossibilità non solo di domare Palermo, ma di resistere ancora, e

domandò un armistizio per imbarcare gli avanzi delle sue truppe e

rimandarli a Napoli. Ma il popolo mise come condizione assoluta per

l'armistizio, la consegna del forte di Castellammare ed allora le

truppe regie nella notte del 29 gennaio si portarono a Solanto passando

per Bagaria, dove, stremate di forze, riuscirono ad imbarcarsi. Quando

furono giunti a Napoli, laceri scalzi e istupiditi come dopo una lunga

campagna, apparve chiaro che i Siciliani erano riusciti vittoriosi e che

il governo era incapace di resistere anche adoperando senza riguardo le

armi.

Ed infatti la rivoluzione faceva, in Sicilia, passi da gigante. La

resistenza delle truppe restate nell'isola era oramai ridotta a nulla;

eran rimaste nelle loro mani, solo la cittadella di Palermo e quella di

Messina, difesa dal generale Pronio: tutto il resto dell'isola era

perfettamente libero ed in condizione di organizzarsi in senso

nazionale.

In Napoli questi avvenimenti venivano ingrossati, ed il popolo si

abbandonava ad una gioia irrefrenabile; le strade rintronavano

continuamente del grido: «Sicilia! Costituzione!» Già in Castel

Sant'Elmo sventolava la bandiera rossa ed in tutte le caserme

risuonavano segnali d'allarme. Chi poteva più frenare una città come

Napoli? Il re, assediato dai suoi consiglieri e dal corpo diplomatico,

tentannava, ma alla fine si decise a cedere. Già la sera del 26 gennaio

Del Carretto fu allontanato, ed allorchè in compagnia del duca

Filangieri scendeva le scale del palazzo reale, venne arrestato e poi

silenziosamente e di notte, come si usava un tempo a Venezia, condotto

su di una nave già pronta che partì immediatamente per Livorno. Non gli

fu concessa nessuna dilazione e non potè salutare nè amici, nè parenti;

solamente il re gli mandò 3000 ducati.

Tutti i ministri presentarono le loro dimissioni. A presiedere il nuovo

gabinetto fu chiamato il duca Serracapriola che era stato ambasciatore

in Francia; gli altri ministri furono scelti tra le persone bene accette

al popolo, come Borelli, che aveva partecipato alla rivoluzione del '20

e che aveva sofferto il carcere e l'esilio; Bonanni, Dentice, e Carlo

Cianciulli che andò agli Interni. Si disse che costoro avevano accettato

il portafogli solo alla condizione che il re concedesse la costituzione;

altri dicevano che il re stesso avesse preso l'iniziativa di concedere

la costituzione. Ed il decreto venne il 29 gennaio 1848. Si creava una

Camera Alta, i di cui componenti venivano scelti dal re, ed una Camera

di Deputati eletti dal popolo; si annunziava inoltre la responsabilità

dei ministri, la fondazione di una Banca nazionale; e si riconcedeva la

libertà di stampa. Così il re assoluto di Napoli era stato condotto

dalla forza degli avvenimenti a concedere la costituzione prima ancora

che in Toscana ed in Piemonte. In un baleno le cose cambiarono

d'aspetto: la polizia scomparve come gli uccelli notturni che la luce

del sole spaventa; gli esiliati tornarono in patria; le carceri

restituirono le loro vittime; la libertà di stampa fece piovere

giornali, fogli volanti, e specialmente satire atroci contro i passati

ministri. Il popolo però nei suoi strati più bassi contemplava queste

novità con sfiducia; i lazzaroni, questi amici del re assoluto, che si

erano abituati alle esortazioni dei frati fanatici ed alle distribuzioni

di denaro che faceva loro Del Carretto, cominciarono ad agitarsi ed a

riunirsi al Mercato e nel porto per difendere il re; ma la guardia

nazionale li costrinse a mantenersi tranquilli. La concessione della

costituzione creò per prima cosa la divisione degli animi in vari

partiti, e mentre da una parte si schieravano radicali ed avvocati,

scrittori e principi e si univano in un lavoro appassionato, si vide

dall'altra parte il popolo in grande maggioranza, per quanto commosso

dalla novità della cosa, incapace di afferrare un principio politico e

di partecipare efficacemente al nuovo stato di cose. I Napolitani sono

dei grandi fanciulli, anche la storia universale diventa per loro una

cosa decorativa come la natura, e si risolve in una rappresentazione

teatrale, mentre la polizia pensa a sgombrare il palcoscenico.

Si fecero dei saturnali d'una incredibile vivacità; partirono emissari

per tutte le provincie con la formola di giuramento della costituzione.

Una nave salpò in gran fretta per Palermo onde calmare i Siciliani che

ancora combattevano e per ordinare al comandante di Castellammare di

consegnare il forte nelle mani del popolo. E ciò accadde il 5 febbraio.

Tre giorni prima il governo provvisorio aveva assunto una forma più

stabile sotto la presidenza di Ruggiero Settimo e mentre tutta l'isola

si rafforzava sempre più nel nuovo stato, cresceva anche la fiducia

nelle proprie forze e la convinzione della debolezza di Napoli. E pure

Messina era ancora nelle mani delle truppe regie; perchè la poderosa

fortezza resisteva a tutte le tempeste di popolo e dalle mura di essa

Pronio rovesciava sugli insorti una pioggia di bombe. Quello che

sorprende è che i Siciliani non sieno stati in grado d'impadronirsi di

quella fortezza nel primo impeto della loro rivolta. Costretti ad

abbandonare questo posto così importante, essi lasciarono in vita il

primo germe di rovina della loro impresa; Messina fu il tallone

d'Achille della loro libertà.

Frattanto il governo di Napoli si trovava nella peggiore delle

situazioni. Incapace di riprendere la Sicilia con la forza ed ancor

meno disposto a riconoscere le pretese del popolo, fu costretto ad

accettare la proposta mediazione dell'Inghilterra.

Il Gabinetto di Palmerston profittò con prontezza dell'interna

confusione di Napoli per indebolire il Regno, per intromettersi

attivamente nei suoi affari e conquistarsi una stabile posizione in

Sicilia. Tutti gli occhi erano rivolti sull'Inghilterra. Essa aveva

garantito la costituzione di Bentick e quindi era considerata come la

naturale alleata dell'insurrezione siciliana; la sua flotta apparve

dinanzi a Palermo, altre navi sue incrociavano nelle acque di Messina ed

armi e munizioni inglesi erano state distribuite in gran copia a

Palermo. La diplomazia inglese spingeva il re a fare le maggiori

concessioni e ad accettare la mediazione di lord Munto. Allorchè poi la

rivoluzione di febbraio in Francia minacciò di sconvolgere la situazione

di tutta l'Europa e dette nuova energia alle richieste dei popoli, il

governo di Napoli concesse ai Siciliani tutto quello che era possibile

concedere senza arrivare ad una definitiva rinunzia.

Il 6 marzo, il re dette il suo assenso ad un'immediata convocazione del

Parlamento siciliano e alla revisione della costituzione del 1812

«adattandola ai nuovi tempi». Contemporaneamente Ruggiero Settimo venne

nominato vicerè e venne creato un Ministero siciliano; tuttavia,

Siracusa e Messina dovevano, come garanzia, permettere una guarnigione

di truppe napolitane.

Se i Siciliani nella calma avessero esaminato la debolezza della loro

forza di resistenza e quella ancora maggiore dei loro mezzi di guerra ed

avessero accettata la proposta mediazione, paghi di un Parlamento e di

una costituzione propria, forse avrebbero potuto sotto la garanzia

dell'Inghilterra e della Francia, conservare le fatte conquiste. Ma la

facile vittoria del gennaio, la spregevole debolezza della dinastia dei

Borboni, a cui il popolo rimproverava sempre i precedenti spergiuri, la

passione patriottica, l'odio, l'orgoglio nazionale e finalmente lo stato

di convulsione in cui si trovava l'Europa e che sembrava presagire una

nuova èra, soffocarono ogni voce di moderazione. Lord Munto venne

accolto in Palermo con fredda sostenutezza, si diffidò dell'Inghilterra

non meno che dei Napolitani, si reclamò la indipendenza più completa, si

accettò solamente un governatore di sangue reale purchè riconosciuto dal

Parlamento nazionale e come procuratore di esso. Tutti gli impiegati

dovevano essere siciliani e dovevano venir nominati senza la

convalidazione del re; la flotta doveva essere siciliana. Si chiedeva

inoltre la consegna di Messina e di Siracusa e che la quarta parte della

marina da guerra e degli approviggionamenti militari fossero dichiarati

proprietà nazionale della Sicilia. Da ultimo la Sicilia doveva avere una

rappresentanza autonoma nella Lega italiana.

Si concedeva al monarca di Napoli di assumere il titolo di re di

Sicilia, ma allo stesso modo come ha ancora il titolo di re di

Gerusalemme. I Siciliani, dato il trattamento che avevano fino allora

subíto, potevano bene assumersi il diritto di fare queste richieste, ma

disgraziatamente mancava loro il più efficace dei diritti, quello della

forza che è l'unica che possa mutare in fatti la sola volontà.

Il re protestò solennemente contro ogni atto che tendeva a diminuire la

situazione creatagli dal Congresso di Vienna, come re delle Due Sicilie.

Dietro di lui si agitava il rappresentante dello Czar a Napoli,

Chreptowitsch, di fronte a lui stava lord Munto. Ed intanto si andava

avanti con le trattative senza concludere nulla, mentre da una parte i

Siciliani si governavano da sè stessi e dall'altra a Napoli si

rappresentava una nuova opera intitolata: _La Costituzione_.

La costituzione venne annunziata il 10 febbraio ed il re, il 24 febbraio

la giurò nella chiesa di S. Francesco di Paola, sopra il Vangelo, con

grande pompa, in mezzo all'entusiasmo del popolo, così come aveva fatto

suo nonno Ferdinando I. Ancora una volta Napoli diventava uno Stato

costituzionale.

Subito dopo, il 2 marzo, cadeva il ministero Serracapriola, e ne veniva

formato un altro sotto la presidenza di Cariati. Che trasformazione

avveniva! Carlo Poerio, l'avvocato liberale, appena liberato dalle

catene messegli da Del Carretto, diventava ministro della pubblica

Istruzione; Gian Andrea Romeo, pochi giorni prima mandato in gran fretta

in galera, godeva ora del favore della Corte e veniva nominato

Intendente del Principato Citeriore, e come difensore della monarchia

costituzionale veniva posto contro il radicalismo che diventava sempre

più irrequieto. L'11 marzo i Napoletani godettero uno spettacolo

eccezionalissimo: Nella piazza davanti a Castel Nuovo, passavano trenta

carrozze con entro i gesuiti mandati in esilio. Monsignor Cocle, il

potentissimo confessore del re, era già scappato via e si era rifugiato

a Malta. Del resto l'allontanamento dei gesuiti mise in luce lo stato

morale del popolo. Appena essi avevano abbandonata la città, i

lazzaroni, sobillati da frati e preti, si radunarono in gran numero e

cominciarono a chiedere a grandi gridi il richiamo dei seguaci della

Compagnia di Gesù. Acclamavano il re e la Madonna del Carmine, ma

gridavano morte alla costituzione ed ai liberali che volevan togliere

loro, come essi dicevano, i loro santi e la loro religione, e

distruggere le loro chiese. La guardia nazionale dovette penare non poco

per sedare il tumulto. Questi lazzaroni, povere creature del momento e

pure ardenti sostenitori del passato, non avevano la più lontana idea di

ciò che fosse costituzione. Essi rimanevano fedeli al re; appena questi

si mostrava in pubblico, essi lo circondavano e gli chiedevano le armi

per combattere i suoi nemici. «Se non abbiamo armi, dicevano, prenderemo

le pietre delle strade e ti difenderemo, come i nostri padri hanno

difeso tuo nonno».

Mentre la Sicilia, che il 25 marzo aveva solennemente inaugurato il suo

Parlamento, si apparecchiava alla completa indipendenza e alla

deposizione del re, così che il governo si trovava in grandi imbarazzi

tanto da una parte che dall'altra del faro, sopraggiunse anche il

movimento che si era propagato in tutta Italia e che costrinse Napoli ad

uscir fuori dei propri confini. Si trattava della _Lega d'Italia:_ si

doveva tenere il Congresso italiano a Roma, inviare un esercito a

cooperare alla guerra dì Lombardia in favore dell'indipendenza

italiana. Si preparò tutto con grande abilità. Già il 28 marzo il

principe Schwarzenberg, ambasciatore austriaco a Napoli fu costretto a

partire; il 7 aprile salì al potere un nuovo Ministero sotto la

presidenza di Carlo Troia ed il re pubblicò un pomposo manifesto in cui

invitava il suo popolo a cooperare all'unione d'Italia. Immediatamente

partirono i reggimenti per la Lombardia sotto il comando del generale

Guglielmo Pepe, il celebre capo dei Carbonari del 1820. Numerosi

volontari erano già partiti, accompagnati dall'entusiastica principessa

Belgioioso.

Erano appena accaduti questi fatti e gli occhi di tutti erano rivolti

verso una patria più grande, quando giunse da Palermo la notizia che il

Parlamento siciliano aveva all'unanimità deposto Ferdinando II e l'aveva

dichiarato decaduto da tutti i suoi diritti sulla Sicilia. Il 13 aprile

fu redatto questo atto straordinario e lo sottoscrissero il marchese

Torrearsa, come Presidente della Camera dei Deputati, il duca Serra di

Falco, come presidente della Camera Alta, Ruggero Settimo, presidente

del Consiglio, e Calvi ministro dell'Interno. La Sicilia si era resa

indipendente e nel suo trono doveva esser chiamato un principe italiano,

appena la costituzione fosse stata completata in tutte le sue parti.

Questi provvedimenti estremi non ottennero un consenso unanime nel

popolo. I radicali esultarono; Palermo s'illuminò a festa per tre sere

consecutive; furono spezzate tutte le statue dei re, eccetto quella di

Carlo III; ma i moderati ne rimasero spaventati; oramai era inevitabile

una maggiore divisione di partiti e quindi un principio di reazione. Odî

sconfinati e passioni fanatiche, l'orgoglio dell'alta nobiltà, la

speranza nell'Inghilterra e nella Francia ed anche nel Piemonte, al cui

re si era spontaneamente offerta la corona, avevano contribuito a far

prendere quelle decisioni; si volevano ripetere i giorni gloriosi dei

Vespri e si contava, oltre che nelle proprie forze, anche

nell'intervento straniero.

Il re di Napoli rispose con una protesta, nella quale dichiarava che

quel decreto non aveva nessun valore. Il Parlamento frattanto aveva

nominato una Commissione con l'incarico di redigere un manifesto a tutte

le Nazioni civili, nel quale si spiegassero i motivi della deposizione

del re, e nello stesso tempo di rivedere la costituzione del 1812. Ma

non con la stessa energia si procedeva alla creazione di una flotta

nazionale. Pronio rimaneva sempre chiuso nella cittadella di Messina,

respingendo con successo ogni tentativo del popolo di impadronirsene.

Da ultimo Giannandrea Romeo, mandato in Sicilia dal re, ottenne la

conclusione di un armistizio fino al 15 maggio.

Le cose stavano a questo punto, quando il 15 maggio avvenne un colpo di

scena che ferì a morte la rivoluzione di Napoli. Era il giorno destinato

all'apertura del Parlamento; i deputati erano già giunti dalla

provincia, ed il re aveva nominato le 50 persone che dovevano far parte

della Camera Alta. Il giorno prima nel giornale ufficiale era stato

pubblicato anche il cerimoniale da seguirsi per l'inaugurazione. I

deputati ed i senatori dovevano riunirsi nella chiesa di S. Lorenzo

dove, dopo ascoltata la Messa, il re avrebbe pronunciato il discorso

d'apertura, a cui avrebbe seguito il giuramento di fedeltà al trono ed

alla costituzione. Appena questo programma fu pubblicato, cominciò

un'agitazione violenta. I deputati si rifiutavano di prestare un

giuramento che veniva a limitare i poteri della futura Camera; i

radicali non volevano sentir parlare di una Camera Alta. Questi ultimi,

in numero di 99, tra i quali Ricciardi, Camaldoli e La Cecilia,

appartenenti alla nobiltà, si riunirono a Monteoliveto, sedendo in

permanenza tutta la notte dal 14 al 15 e mandando una deputazione al

presidente dei ministri perchè rinunziasse a quel programma. Il re vi si

rifiutò. Ed i radicali allora, forse tra loro vi era qualche agente del

governo, eccitarono il popolo: si proruppe in minaccie, si disse che

giungevano in rinforzo i Calabresi di Romeo, che sarebbero intervenuti i

Francesi che già tenevano pronta una flotta nelle acque di Napoli, e si

gridò che bisognava deporre il re e proclamare la repubblica. Nelle

strade laterali di Toledo, occupate dalla guardia nazionale, si

innalzarono numerose barricate, mentre le truppe circondarono in fretta

il palazzo reale. Il furore e la confusione crescevano di minuto in

minuto. La mattina del 15 i deputati si costituirono nel Parlamento in

governo provvisorio e nominarono un Comitato di salute pubblica. E così

si rese impossibile una soluzione incruenta. Fu la sfiducia verso la

dinastia dei Borboni che spinse le cose a questi estremi; più a questa

sfiducia che al partito repubblicano si deve ascrivere la catastrofe del

15 maggio; perchè i repubblicani erano poco numerosi e senza alcun

seguito nel popolo. Il re poi la mattina fece ancora delle altre

concessioni: la Camera Alta non si sarebbe radunata e la formola del

giuramento sarebbe stata mutata, e sembrava da principio che il tumulto

si calmasse; alcune barricate furono abbandonate ed i reggimenti

svizzeri tornarono nelle loro caserme. Ma i radicali non si fidarono di

queste promesse; i tumultuanti nelle piazze che in gran parte erano

venuti a Napoli dagli Abbruzzi, dal Principato e dalle Calabrie,

attizzavano il fuoco, impedivano la demolizione delle barricate e ne

innalzavano delle nuove. Di nuovo i deputati posero al re le seguenti

condizioni come garanzia della sua buona intenzione di mantenere la

costituzione: abolizione della Camera Alta, consegna di tutti i forti

alla guardia nazionale, allontanamento di tutte le truppe dieci miglia

dalla città. Il re di rimando si riportò alla costituzione da lui

giurata e che la Camera dei Deputati aveva apertamente violata con le

sue deliberazioni illegali e che egli invece difendeva. E' fuor di

dubbio che a questo momento erano i deputati che avevano violato la

costituzione del 10 febbraio, mentre finora il governo aveva agito

legalmente. Esso conosceva la debolezza del partito popolare e poteva

contare sulla fedeltà delle truppe e perciò non temeva d'ingaggiare la

lotta con risolutezza. Il re stesso alla fine si mostrò risoluto di

andare fino agli estremi, e mandò un ordine a tutti i comandanti dei

forti di bombardare la città al primo inizio delle ostilità.

Alle 11 del mattino si sparò il primo colpo di fucile. Una guardia

nazionale uccise un soldato e la lotta cominciò. Le truppe si

slanciarono subito contro le barricate e i quattro reggimenti svizzeri

si avanzarono con le baionette inastate. Contemporaneamente da Castel

Nuovo si cominciò a bombardare a mitraglia la città senza riguardi. Si

combattè per lungo tempo con grande accanimento; ma quantunque i

radicali avessero trasformato in fortezze molte case e dalle finestre e

dai balconi sparassero come da feritoie, pure tutte le barricate caddero

davanti all'impeto degli Svizzeri, i quali poi si precipitarono entro i

palazzi ed uccisero a colpi di spada chiunque trovarono in armi. Nel

pomeriggio la mischia era già finita sotto Toledo, ma si combatteva

ancora a S. Brigida in Mercadello. Molti palazzi bruciavano o cadevano

in rovina. Dietro gli Svizzeri infuriavano schiere sfrenate di lazzaroni

venuti per saccheggiare la città e che si precipitavano in ogni casa

rimasta libera per prendere quanto capitava loro nelle mani. La notte

del 15 trascorse illuminata dai bagliori degli incendi e l'alba sorse su

di un quadro spaventevole; palazzi in rovina, barricate distrutte, morti

e feriti confusi insieme, marmaglia vagante con aria sospetta e carica

di mobili e di cose di valore; gruppi di prigionieri che venivano

spinti a piattonate verso Castel Nuovo. I deputati dispersi o

prigionieri, alcuni come Romeo, Pellicano, Scialoia, Saliceti, avevano

potuto fuggire; altri tentarono d'imbarcarsi sulle navi francesi

ancorate nel porto.

Il trono era stato salvato dagli Svizzeri. Si è rimproverato a questi

mercenari del dispotismo la loro crudeltà verso il popolo ed anche di

aver partecipato al saccheggio dei palazzi nella giornata del 15 maggio;

ed i quattro comandanti a nome dei loro reggimenti pubblicarono una

dichiarazione (Napoli, 7 giugno 1848) dove si respingeva questa accusa e

si affermava che avevano combattuto non contro il popolo, ma per il

popolo e per la costituzione del 10 febbraio che anch'essi avevano

giurato di difendere.

Il 16 maggio il re comparve sul balcone del suo palazzo per ringraziare

i suoi salvatori ed il 17 fece una passeggiata in carrozza per le strade

devastate della sua città. I lazzaroni lo circondarono subito,

sventolando bandiere borboniche, con in mezzo la Madonna del Carmine, e

gridando: «Santa fede!» Pretendevano anche che il re desse loro il

permesso di saccheggiare la città.

Il giorno 16 era stata disciolta la guardia nazionale ed una ragazzaglia

cenciosa portò le armi al Comando generale con urli di gioia. Napoli

venne posta in stato d'assedio e contemporaneamente apparve un decreto

reale che conteneva la formale assicurazione che la costituzione giurata

sarebbe stata fedelmente mantenuta e che, mentre scioglieva la Camera,

ne convocava un'altra pel primo giugno. Si formò anche un nuovo

Ministero nel quale Cariati ebbe la presidenza, Bozzelli l'interno, il

principe Ischitella la guerra e la marina, Torella l'agricoltura e il

commercio, il generale Carascosa i lavori pubblici, Paolo Ruggiero le

finanze e Serracapriola la presidenza del Consiglio di Stato.

Così Ferdinando II uscì vincitore dalla lotta del 15 maggio, più

fortunato di suo nonno che potè liberarsi dalla costituzione solo con un

aperto spergiuro e con l'aiuto delle armi straniere. I giudizi sulla

giornata del 15 maggio sono assai discordi; se si pensa però che

l'assolutismo non può mai essere benevolo verso la costituzione, si deve

riconoscere che il governo napoletano mostrò carattere e che in

principio agì anche con moderazione. I radicali, male organizzati, senza

essere sostenuti dal popolo, audaci fino alla pazzia e nella grande

maggioranza uomini visionari, come in tutta l'Europa, offrirono essi

stessi al governo una splendida occasione. Ed il governo naturalmente

l'afferrò con furberia e con prontezza, fece sì che il popolo si

sollevasse contro di loro, e si atteggiò a difensore della costituzione.

Si paragonino gli avvenimenti del 1848 con quelli del 1820 e si vedrà

che la rivoluzione dei Carbonari fu più pronta al principio e più

efficace nel seguito. Allora si voleva una cosa sola; nel 1848, a

Napoli, come in Germania ed in Francia, si perdette di vista il punto

principale per correre dietro a mille questioni. Da ciò quella

straordinaria debolezza del partito del popolo e l'esempio di una

rivoluzione cominciata così felicemente e così dolorosamente terminata,

come mai era avvenuto in precedenza.

La giornata del 15 maggio ebbe conseguenze importantissime per tutta

l'Italia; ed il contraccolpo se ne fece sentire subito in Lombardia.

Mentre Ferdinando II richiamava il suo corpo di spedizione, la guerra

con l'Austria subiva una nuova crisi e le aspirazioni degli Italiani

venivano colpite a morte. La flotta napoletana che il 5 maggio era

apparsa davanti ad Ancona ed ora, incrociando davanti a Venezia,

bloccava Trieste e teneva in iscacco la flotta austriaca, tornò indietro

e lasciò Venezia indifesa.

La milizia territoriale, comandata da Pepe, venne anch'essa richiamata.

Già nell'andata, ed appena entrata nel territorio pontificio, essa

aveva proceduto lentissimamente, secondo ordini segreti ricevuti;

infatti molti ufficiali che godevano la fiducia del re, frapponevano una

quantità di ostacoli alla marcia, così che si raggiunse Bologna solo

dopo moltissimo tempo. A Bologna comparve un ufficiale dello Stato

maggiore napoletano, con l'ordine di tornare immediatamente indietro.

Pepe vi si rifiutò e con una piccola schiera continuò ad avanzare fin

sotto il Po; ma la grande maggioranza delle truppe tornò indietro sotto

gli ordini del generale Statella, per andare a domare l'insurrezione in

Calabria. Mentre così 14.000 Napoletani, sui quali si faceva calcolo in

Lombardia, tornavano indietro, accadde anche che il generale Durando,

romano, non potè più mantenere le sue posizioni contro gli Austriaci di

Nugent e quindi anche da quest'altro lato i piani dei Piemontesi

venivano scompigliati.

I Napoletani marciarono molto più sollecitamente contro le Calabrie che

contro la Lombardia. Perchè in Calabria doveva continuare ancora la

lotta infelice; la disciolta Camera dei Deputati voleva radunarsi là e

stabilire a Cosenza il centro delle operazioni. Quattro deputati,

Ricciardi, Eugenio di Riso, Raffaele Valentini e Domenico Mauro,

dovevano radunarsi a Cosenza e di là convocare i loro colleghi. Mentre

essi si costituivano in Comitato di salute pubblica, accorrevano i

radicali da tutti i paesi e si distribuivano armi al popolo. Si

radunarono alcune migliaia di Calabresi, da Messina giunse il valoroso

Ignazio Ribotti con alcune centinaia di isolani. Ma appena il generale

Lanza marciò su Cosenza, i Calabresi si ritrassero ed il comitato di

salute pubblica si dileguò. Contemporaneamente Nunziante sbarcava a

Pizzo e ottenuti rinforzi a Monteleone, si diresse verso Campo Longo,

dove i Calabresi lo respinsero con grande energia. I Napoletani

ripiegarono su Pizzo, dove si abbandonarono ad ogni sorta di eccessi.

Ma, sfortunatamente, tra i capi del popolo regnava una grande discordia,

specialmente tra Ribotti e Mauro. I Calabresi si disciolsero, i

Siciliani che tentavano di imbarcarsi furono fatti prigionieri: pure il

Comitato riuscì a riparare a Corfù. Gl'insorti si trasformarono in

banditi, si gettarono sui monti e resero malsicura tutta la Calabria.

Una terribile anarchia fu la conseguenza della guerra calabrese, così

che in ogni provincia abbondarono orrori barbarici, furti ed uccisioni.

Nelle altre provincie il movimento non ebbe importanza; la causa del

popolo oramai era perduta. Si cullò il popolo con una parvenza di

costituzione; ma solo perchè il partito della reazione ebbe paura di

osare tutto in una volta. Il 14 giugno fu tolto lo stato d'assedio;

venne riorganizzata la guardia nazionale, e le elezioni per la nuova

Camera si svolsero tranquillamente e riuscirono una totale sconfitta del

governo. Il primo luglio Serracapriola inaugurò la sessione in nome del

re con un discorso in cui esprimeva il dolore del sovrano per i

sanguinosi avvenimenti del 15 maggio e richiamava l'attenzione e la cura

dei deputati sull'amministrazione dei comuni e delle provincie, sulla

guardia nazionale e sulla pubblica istruzione.

Il governo, padrone della situazione da questa parte del faro, rivolgeva

tutte le sue forze contro la Sicilia. Disinteressatosi interamente degli

avvenimenti dell'alta Italia, ora disponeva di tutti i suoi mezzi. Già

Nunziante radunava il suo esercito a Reggio, dirimpetto a Messina e la

flotta si preparava a trasportare in Sicilia i reggimenti svizzeri.

Allora il Parlamento di Sicilia decise l'11 luglio di offrire la corona

dell'isola al valoroso Duca di Genova, secondogenito del re di Sardegna,

che avrebbe assunto il titolo di Alberto Amedeo re di Sicilia, con una

lista civile di 243.030 ducati. Una deputazione si recò in Torino a

portare al duca la corona, ma venne accolta con parole incerte. Il

principe (che morì sei anni dopo) conosceva troppo bene la precarietà

della situazione in Sicilia, e la Sardegna doveva guardarsi allora da un

passo troppo ardito.

Si era giunti così alla fine del mese di agosto; le truppe reali, forti

di 10.000 uomini si erano imbarcate sotto il comando di Filangieri su

tredici vapori e venti cannoniere, e, dopo aver toccato Reggio,

apparvero nelle acque di Messina il 2 settembre. Questa città, nella

quale funzionava un governo provvisorio, era difesa da 16.000 uomini

della guardia nazionale che non erano certo sufficienti a respingere due

assalti contemporaneamente, quello del castello e quello di soldati di

sbarco. Mentre Pronio la mattina apriva il bombardamento e copriva di

proiettili questa città che, come poche in Europa, era da tanti secoli

provata da terremoti, pestilenze e guerre, le truppe effettuavano il

loro sbarco. I Messinesi sono un popolo assai coraggioso e noncurante di

morte, forse i più energici tra i Siciliani, ed anche questa volta si

difesero con grande ardore. Ma essi furono costretti a cedere un posto

dopo l'altro e, dopo una lotta gloriosa, tutta la città cadde in potere

dei nemici.

Il 7 settembre Filangieri si impadronì definitivamente di Messina che ne

rimase assai danneggiata, dopo tre giorni di accanita resistenza. Anche

qui il pensiero ricorre ai Vespri siciliani. Allora tutte le forze

riunite di Carlo d'Anjou, che comandava in persona le sue truppe, non

riuscirono a piegare Messina, e, dall'aprile fino al 2 settembre 1282,

il grande eroe Alaimo riuscì vincitore in innumerevoli fatti d'arme,

nonostante che la fame travagliasse la città in modo orribile ed i

difensori fossero ridotti agli estremi.

La caduta di Messina produsse un'impressione enorme in Palermo. Il

Parlamento si rivolse di nuovo all'Inghilterra nella speranza di essere

riconosciuti indipendenti da quella nazione. Il Gabinetto di Londra

sconsigliò il re di Napoli da una guerra con la Sicilia, e

all'Inghilterra si unì anche la Francia per mezzo del suo ambasciatore

Rayneval. Le trattative furono condotte innanzi dagli ammiragli Baudin e

Parker che con le loro flotte incrociavano nelle acque di Sicilia ed

ebbero per risultato la stipulazione di un armistizio.

Mentre le armi tacevano da una parte e dall'altra, in Napoli non

accadeva niente notevole all'infuori dell'aggiornamento della Camera e

della sua nuova convocazione, specie di commedia che il popolo oramai

seguiva senza nessun interesse. Di nove mila elettori iscritti solo

mille andarono a votare, e la Camera appena aperta fu immediatamente

aggiornata fino al primo febbraio 1849. La città aveva ripreso in

tutto la fisonomia di una volta; la polizia riempiva di nuovo le

strade; la Commissione militare che doveva giudicare gli arrestati

del 15 maggio, si era messa all'opera con grande energia, ed anche

monsignor Cocle il 2 settembre era tornato ridendo a Napoli dal suo

esilio di Malta.

Ma ben presto uno strano avvenimento doveva di nuovo convergere gli

occhi del mondo su Napoli, un avvenimento che non si ripeteva più da

secoli e che prometteva ora di avere conseguenze molto durevoli. Il 27

novembre giunse in Napoli il conte Spaur, ambasciatore di Baviera presso

la Santa Sede, per consegnare nelle mani del re la seguente lettera:

«_Sire!_ Il momentaneo trionfo dei nemici della Santa Sede e della

religione hanno costretto il Capo della Chiesa cattolica di lasciare

Roma. Io non so in quale punto della terra la volontà del Signore, al

quale io affido umilmente l'anima mia, vorrà dirigere i miei passi;

frattanto io mi sono rifugiato con alcune persone fedeli negli Stati di

V. M. Io non so quali possano essere le vedute di V. M. a mio riguardo e

non sapendolo, reputo mio dovere farle conoscere per mezzo del conte

Spaur, ministro di Baviera presso la Santa Sede, che io sono pronto a

lasciare il territorio napoletano se la mia presenza negli Stati di V.

M. può diventare causa di timore o di difficoltà politiche. Pio IX».

Alle sette del mattino dopo, il re con tutta la sua famiglia s'imbarcò

su di una nave per andare a Gaeta. Lo stesso papa che con le sue riforme

aveva infiammato il movimento italiano e il di cui nome era stato

gridato come un simbolo di rivoluzione in tutte le città in rivolta,

veniva ora a chiedere, fuggitivo, l'ospitalità della Corte di Napoli. La

Corte l'accolse con entusiasmo, lo fece alloggiare nel palazzo del

governo di Gaeta e questa Gibilterra di Napoli divenne la Coblenza

d'Italia, il centro della reazione.

Frattanto erano continuate le trattative per risolvere la questione di

Sicilia. Ferdinando si piegò talmente alle pressioni della Francia e

dell'Inghilterra che offrì il seguente _ultimatum:_ la costituzione

sulle basi di quella del 1812; il governatore siciliano o di sangue

reale; l'amministrazione interna del tutto separata da quella di Napoli;

ma esercito e flotta in comune e tutti i rapporti con l'estero trattati

solo da Napoli. Concedeva inoltre un'amnistia, eccetto che per 45

persone, che dovevano abbandonare l'isola.

Gli ammiragli stranieri consegnarono a Palermo questo _ultimatum_ assai

benevolo. Ma le cose erano già andate troppo oltre, e per di più i

Siciliani non avevano nessuna fiducia in quel re falso che già aveva

violato la costituzione di Napoli. In quelle concessioni vi erano

parecchi punti che dovevano col tempo rendere illusoria la costituzione.

Tra gli altri il fatto che la nobiltà siciliana era minacciata di

perdere i suoi diritti, perchè il re si riservava il diritto di nominare

i membri della Camera Alta. E il Parlamento rispose all'_ultimatum_ con

un invito all'insurrezione generale (20 marzo 1849):

«_Siciliani!_ Per noi il grido di guerra è grido di gioia! Il 29 marzo,

giorno in cui cominceranno le ostilità con il despota di Napoli, sarà

salutato con la stessa gioia, con cui fu salutato il 12 gennaio, perchè

ci sarà possibile conquistare la libertà col prezzo del nostro sangue.

La pace che vi si offre è vergognosa. Distrugge in un colpo tutto il

bene che ci è venuto dalla rivoluzione. Voi avete meritato l'attenzione

di tutta l'Europa; ma che avrebbe detto l'Europa, se vi foste mostrati

poco gelosi dei nostri diritti, se vi foste piegati al fraudolento

despotismo di un tiranno? Siciliani, quantunque la vittoria sia incerta,

pure una Nazione, il di cui onore è un giuoco, ha, come un individuo, il

sacrosanto diritto di sacrificarsi. È meglio seppellirsi sotto le

rovine della patria, che dare all'Europa lo spettacolo di una inaudita

viltà. La morte è da preferirsi alla schiavitù. Ma no, noi vinceremo,

noi confidiamo nella santità della nostra causa e nella forza delle

nostre armi. Pensate alla disperazione e alle rovine di Messina! La

guerra è per noi simbolo di vendetta e di pietà. Un'unica città di

Sicilia geme sotto il giogo del nemico della libertà. Alle armi! Alle

armi! Vittoria o morte!»

Che cosa dava efficacia a questo manifesto? Quali erano i mezzi di

difesa? quali i generali ed i capi del popolo? Quando i Magiari si

sollevarono in circostanze simili, l'Europa attonita vide sorgere in un

baleno una schiera di talenti organizzati e di generali, che in ogni

epoca avrebbero potuto figurare come geni militari. Ma i Siciliani non

avevano nessun uomo veramente superiore. Questo popolo appassionato ed

intelligente era troppo indebolito dalla lunga schiavitù in cui i

Borboni l'avevano tenuto; quella nobiltà feudale, così vigorosa nel

medioevo, aveva perduto le qualità guerresche e brillava solo nelle arti

della pace e del lusso.

Mieroslawoski, un Polacco di un talento molto dubbio, comandava il così

detto esercito nazionale siciliano, 20.000 uomini appena di truppe

regolari, tra i quali si trovavano parecchi Francesi e Polacchi.

Nessuna meraviglia quindi che la guerra dell'indipendenza finisse così

miseramente. Niente altro che scaramuccie e qualche scontro un po' più

serio. Le ostilità cominciarono il 4 aprile, ed anche questa volta

furono gli Svizzeri che fecero trionfare il partito dell'assolutismo.

Filangieri da Messina si portò verso Taormina, la famosa città quasi

imprendibile che domina la grande strada, tanto che egli si aspettava di

trovarvi una resitenza assai pericolosa. Ma quantunque difesa da 4000

uomini e da nove cannoni, quella importante posizione fu conquistata in

poche ore. Filangieri proseguì subito la sua avanzata verso Catania,

occupando Aci Reale, accolto con simpatia dalla popolazione. Di qui a

Catania, la bella città ai piedi dell'Etna, non vi sono che poche ore di

marcia. Poichè a Catania si era riunito il grosso delle truppe

siciliane, era da aspettarsi una battaglia campale. Il 5 aprile la città

venne circondata per mare e per terra; le navi da guerra si ancorarono

davanti al porto, la cui entrata era difesa da tre batterie. Il giorno

dopo le truppe e le navi si avanzarono contemporaneamente, e la lotta

incominciò. La legione straniera combattè valorosamente, ed anche i

Catanesi si comportarono da eroi, ma la resistenza ebbe poca durata.

Gli Svizzeri forzarono porta S. Agata, e penetrarono nella città dopo

una breve lotta per le strade; si ripetettero le uccisioni, i saccheggi

e gli incendi di Napoli e di Messina. La strada Etnea, la più bella di

Catania, venne interamente devastata; anche il museo Biscari fu

saccheggiato, e molte opere di gran pregio andarono perdute o distrutte.

Caduta Catania, Mieroslawoski fece da Regalbutto ancora un tentativo di

sopraffare i Napoletani, ma respinto, dovette con gli avanzi delle sue

truppe rifugiarsi nell'interno dell'isola. Siracusa, Augusta e Noto

caddero senza colpo ferire. Tutta la costa orientale era stata

riconquistata in pochi giorni, e oramai Filangieri poteva marciare

tranquillamente su Palermo.

Il Parlamento, alla notizia che quei luoghi così importanti erano caduti

in mano del nemico, era piombato in un grande sgomento. Il popolo

cominciò ad agitarsi e a lamentarsi, e ben pochi pensarono ad una seria

resistenza. Non venne nemmeno presidiato Castrogiovanni, l'antica Enna

che i Bizantini ed i Saraceni avevano per tanti anni occupata.

L'imprevidenza di tutti non aveva confine; mancava insomma il Garibaldi

di quella lotta. E così accadde che il Ministero propose al Parlamento

di sottomettersi. La Camera Alta accettò la proposta all'unanimità, la

Camera dei Deputati con 60 voti favorevoli contro 30, e subito dopo si

tentò di ottenere la mediazione dell'ammiraglio Baudin. Filangieri aveva

raggiunto già Caltanissetta insieme con le sue truppe, quando fu

raggiunto da una deputazione, della quale facevano parte il conte

Lucchesi Galli, il principe di Pallagonia ed il marchese di Rudinì, con

la notizia che Palermo si arrendeva senza condizioni. A dire il vero, i

radicali, capitanati da Scordati si erano ribellati, avevano formato un

governo provvisorio e si preparavano alla difesa, così l'8 ed il 9

maggio avvennero anche combattimenti con le truppe.

In Palermo regnava un'anarchia selvaggia; era scoppiata una contesa tra

i Siciliani e la legione straniera; il Parlamento si era disciolto, e

più di 3000 persone si erano rifugiate nelle navi francesi ed inglesi.

Filangieri rimase alcuni giorni fermo davanti a Palermo, annunziando

un'amnistia generale, ad eccezione solo di 45 persone, tra le quali

Ruggiero Settimo, Serra di Falco, il marchese Torrearsa, Mariano

Stabile, il principe Scordia; ed alla fine, il 15 maggio, un anno giusto

dalla controrivoluzione di Napoli, entrò nella città.

Così finì la rivoluzione di Sicilia; in modo veramente lamentevole se si

pensa al modo come cominciò. Anche i Siciliani avevano calcolato male;

quando le cose presero il 15 maggio un'altra piega, l'Inghilterra li

abbandonò a loro stessi, ed il popolo ben presto si stancò della

rivoluzione. La nobiltà ed il clero suscitarono viva diffidenza a causa

delle loro mire egoistiche; mancavano inoltre i capi e i mezzi, perchè

le campagne e le città erano esauste. E l'isola ripiombò più miseramente

di prima sotto il giogo dell'odiata Napoli.

Lo stesso giorno in cui cadeva Palermo, re Ferdinando--così stranamente

si svolgevano gli avvenimenti--si accampava col suo esercito ad Albano,

nel territorio del papa ed in vista di Roma.

Nella primavera il papa aveva da Gaeta ordinato a tutte le potenze

cattoliche di concorrere a domare Roma ribelle, e a rimetterlo nel suo

trono.

Mentre i Francesi, in contradizione con la loro costituzione

repubblicana, si accampavano davanti a Roma, sotto il comando di

Oudinot, e gli Austriaci occupavano Bologna, e gli Spagnuoli sbarcavano

a Porto d'Anzio, il re di Napoli si era avanzato con 16,000 uomini e 72

cannoni.

Questa campagna cominciò e finì tuttavia senza gloria; mancò poco che il

valore di Garibaldi non annientasse del tutto l'esercito napolitano nei

due scontri di Palestrina e di Velletri, il 9 ed il 19 maggio. Dopo la

giornata di Velletri, il re si affrettò a ritirarsi nei suoi Stati,

inseguito dai repubblicani romani che, più arditi e perseveranti dei

Siciliani, furono costretti a tornare indietro per prepararsi ad una più

seria difesa contro i Francesi.

Con la caduta della Sicilia il 15 maggio e quella di Roma il 3 luglio

1849, ebbe fine la rivoluzione nell'Italia meridionale, ed ora a noi non

resta altro che accennare alle dolorose conseguenze che ne seguirono,

come giudizi marziali, processi e misure di reazione.

Per quel che riguarda la Sicilia, non venne mantenuta nessuna delle

promesse fatte da Filangieri ai Palermitani. Il re non volle sentir

parlare di un principe reale come governatore di Sicilia; ma nominò

invece il Filangieri stesso vicerè, conferendogli il titolo di duca di

Taormina in premio delle sue benemerenze militari. Nunziante, il

vincitore in Calabria e Statella, che aveva ricondotto indietro dal Po

le truppe, rimase agli ordini del vicerè. Tuttavia un Siciliano, don

Giovanni Carrisi, venne nominato ministro per gli affari dell'isola, con

residenza presso il re, e per di più, conforme alla decisione presa il

27 settembre 1849, venne creata una Consulta siciliana che tenne la sua

prima seduta il 28 febbraio 1850. Una terribile oppressione pesava ora

sul popolo; non solo vennero ripristinate le antiche tasse, ma ne

vennero imposte anche delle nuove, come una tassa generale di bollo, e

perfino una sulle finestre. Tutti i commerci cadevano in rovina, le

strade erano rese malsicure da numerosi briganti; l'agricoltura mancava

di braccia, perchè quei che la guerra non aveva uccisi, dovevano fuggire

o andare in carcere. Gran parte dei capi del movimento si era rifugiata

nelle navi inglesi o francesi; Ruggieri Settimo era riuscito a fuggire a

Malta, altri a Parigi, a Londra o a Corfù; ma molti furono raggiunti

dalla polizia, che rovistava tutte le case e le campagne e perseguitava

i deputati per costringerli ad emettere una dichiarazione in cui

revocavano la deliberazione con la quale i Borboni erano stati

dichiarati decaduti dal trono di Sicilia. Anche tutte le armi furono

sequestrate senza misericordia. Le misere condizioni dell'isola durante

il 1837 erano un nulla in confronto di quelle sotto cui gemeva ora, dopo

l'ultima rivoluzione. Dopo che furono violate tutte le promesse,

compresa quella dell'amnistia, la Sicilia divenne una semplice provincia

del Regno di Napoli.

Anche a Napoli la costituzione finì miseramente; dopo che la Camera fu

sciolta il 14 marzo 1849, essa non venne più riconvocata. La

costituzione figurava oramai solo nel titolo del giornale ufficiale

_Giornale costituzionale delle Due Sicilie;_ ma il 21 maggio 1850, anche

quella parola _costituzionale_ disparve. Nonostante il solenne

giuramento del 14 febbraio 1848, le cose tornarono allo stato di prima.

Ci furono qua e là, in Abruzzo ed in Calabria, strascichi rivoluzionari,

ma la polizia teneva gli occhi aperti e li soffocò.

Il governo assoluto riprese silenziosamente il suo sopravvento. Il re

non dimorò più a Napoli ma a Gaeta, dove anche Pio IX rimase fino al 4

settembre 1849; giorno in cui si imbarcò per Portici. Le cose notevoli

della permanenza del papa a Gaeta e a Napoli sono state già registrate

negli annali ecclesiastici; noi accenneremo solo alla fondazione di un

istituto che avvenne sotto gli occhi del papa. Già a Gaeta si era venuti

nella decisione di fondare un organo universale della Chiesa che

servisse di baluardo contro la stampa democratica e contro ogni tendenza

sovversiva. E così nel 1850 sorse in Napoli la _Civiltà Cattolica_ sotto

la direzione del gesuita Curci, che già prima della rivoluzione

pubblicava la rivista _Scienza e Fede_ e dei gesuiti Bresciani e

Trapello. Questo giornale, che l'anno dopo fu trasportato a Roma, vive

ancora e combatte con tutte le armi contro la rivoluzione. È redatto con

abilità e contiene corrispondenze da tutte le parti del mondo e si

pubblica il primo ed il terzo sabato di ogni mese, ed ogni fascicolo

contiene svariati argomenti, considerazioni di politica generale, una

cronaca contemporanea degli affari del mondo ed anche romanzi, come

_L'Ebreo di Verona_ (il primo che vi apparve) del padre Bresciani, che

ha per soggetto la rivoluzione del 1848. Sui primi del 1855 questa

rivista dispiacque al re di Napoli, si dice, per un certo articolo, che

fu stampato solo in poche copie, e di cui si ignora il contenuto. Il

padre Curci dovette dare le dimissioni e per un momento parve che i

gesuiti stessero per essere espulsi da Napoli; ma poi la cosa venne

accomodata.

Dopo che Pio IX ebbe battezzato e cresimato alcuni principi e

principesse della Corte napoletana ed ebbe conferito la rosa d'oro alla

regina, il 4 aprile lasciò Portici per Caserta. Visitò di nuovo Gaeta

innalzandone il Duomo a chiesa metropolitana e quindi, accompagnato dal

re e dal duca delle Calabrie, raggiunse il confine a Fondi dove, con

lagrime ed abbracci, prese congedo dai suoi ospiti che l'avevano

assistito nei giorni tristi. Poi proseguì il suo viaggio ed il 12 aprile

rientrò in Roma da quella stessa porta S. Giovanni da cui era fuggito

il 24 novembre 1848.

Il re tornò a Caserta dove aveva fissato la sua dimora, mentre nella

capitale si svolgevano avvenimenti che riempivano di dolore tutto il

paese. Perchè ora erano cominciate le persecuzioni in massa contro

deputati e liberali, e tutta quella serie di processi colossali che si

prolungarono fino all'anno 1853. Nove ministri dei precedenti Gabinetti

e cinquantaquattro deputati erano in carcere o in esilio; si diceva che

il numero dei carcerati salisse a molte migliaia; secondo alcuni

rapporti autentici, nel 1851 nelle prigioni di Stato vi erano 2024

liberali.

Tra tutti questi processi ce ne fu uno che sollevò l'indignazione di

tutta l'Europa, quello contro la setta detta dell'_Unità Italiana_.

L'accusa era connessa con un fatto avvenuto a Portici, dove il 16

settembre 1849, davanti al palazzo reale, mentre il papa dava la

benedizione, lo scoppio di un petardo aveva causato un grande

scompiglio. Questa sciocchezza venne considerata come una dimostrazione

da parte di una setta segreta, che si organizzava sotto il titolo

accennato per diffondere le idee di Mazzini e per attentare alla vita

dei principi. Anonime delazioni di agenti di polizia dettero i seguenti

dettagli: la setta è suddivisa in cinque gradi, ed ha un gran

Consiglio, alla testa del quale si trova il conte Mamiani, un Comitato

generale, e poi Comitati provinciali, distrettuali e comunali,

corrispondenti ai corpi amministrativi del reame. Esisteva in realtà una

associazione che aveva per scopo di promuovere l'unità d'Italia, che un

tempo era stata appoggiata anche dal governo napoletano; ma gli agenti

di polizia denunziarono molte personalità spiccate come appartenenti ad

una setta segreta, che si prefiggeva di sopprimere i sovrani; tra cui

inclusero anche Carlo Poerio, quell'avvocato che nel 1848 era stato

nominato prima direttore della polizia e poi ministro dell'istruzione,

un uomo dalle idee assai temperate e che non aveva preso parte nemmeno

al moto repubblicano del 15 maggio. In quella lista furono compresi

anche Dragonetti ed il duca Caraffa d'Andria; gli accusati furono in

tutto quaranta. La polizia era l'accusatrice, una speciale corte

criminale, sotto la presidenza di Navarro, istruì il processo e giudicò.

Il dibattimento cominciò il 1^o giugno 1850, e la sentenza fu emanata il

5 dicembre: furono assolte solo quattro persone; tre, Francittano,

Settembrini ed Agresti furono condannati a morte, tutti gli altri alle

galere. I tre condannati a morte solo poche ore prima della esecuzione

ebbero commutata la pena nelle galere. E' vero sì che il governo

napoletano non mandava mai a morte i rei politici, ma bisogna anche dire

che le prigioni napoletane erano assai peggiori di una morte rapida.

Quei disgraziati, fra i quali Poerio che era stato condannato a 24 anni,

legati coi ferri a due a due come volgari delinquenti, furono condotti

al porto e trasportati su di una nave al carcere di Nisida. Da tutto il

mondo si sollevò un grido d'indignazione per la barbarie con cui

venivano trattati quei disgraziati. Il _Risorgimento_ di Torino

descrisse con grande esattezza di particolari le orribili prigioni

sotterranee di Nisida, Ventotene e Tremiti, dove i condannati politici,

uomini di grande mente e cultura, un tempo ministri, duchi e conti,

furono rinchiusi in locali infetti e confusi con i malfattori comuni. Le

note lettere di Gladstone a lord Aberdeen che confermavano le notizie

del _Risorgimento_, sollevarono una vera tempesta. Il governo napoletano

tentò, è vero, di giustificare con pubbliche dichiarazioni, ma anche se

si tiene conto dell'esagerazione di quei rapporti, rimane pur sempre che

la sorte di quei condannati politici era terribile. Legati due a due ad

una catena lunga sei piedi, oltre le sofferenze fisiche, essi

sopportavano entro quelle mura fetide, una ancor più insopportabile

pena morale. Un giorno il mondo avrà da questa o quella vittima della

rivoluzione napoletana del 1848 un libro di memorie dal carcere, che non

rimarranno indietro per l'orrore che desteranno a quelle che Silvio

Pellico scrisse sullo Spielberg.

Ed intanto i processi continuavano. Quelli che si facevano in provincia,

più numerosi in Calabria che altrove, passavano inosservati agli occhi

del mondo; solo quelli che avevano luogo a Napoli, facevano parlare di

sè, come quello di cui abbiamo già parlato e l'altro contro la _Setta

carbonara militare_. Ai condannati alle galere bisogna poi aggiungere

altre migliaia di cittadini che, o venivano posti sotto la diretta

sorveglianza della polizia, o venivano strappati dalle loro famiglie e

esiliati in qualche isola lontanissima. Bastava per provocare queste

misure, qualche parola sospetta o poco cauta, e perfino portare un

cappello alla calabrese, o la barba a pizzo. Nel 1852 per le strade di

Napoli venivano fermati perfino gli stranieri e si imponeva loro di

farsi radere la barba se la portavano _à la Napoléon_.

Nuovo motivo di paura per il governo napoletano furono, nel 1852, il

_giuseppinismo_ e il _murattismo_. Dopo il successo del colpo di Stato a

Parigi, e dopo la proclamazione dell'impero, che Napoli si affrettò a

riconoscere prima delle altre Potenze, ogni manifestazione in questo

senso creava nuovi timori. La situazione del Regno di Napoli è in vero

terribile; esso si trova in continue apprensioni di sbarchi di

mazziniani, di pretese murattiane e di permanenti agitazioni in Calabria

ed in Sicilia, dove ora qua ora là, a Caserta, a Messina, a Palermo, a

Girgenti sorgono società segrete, si tentano sollevazioni, e non è

nemmeno il caso di pensare ad una pacificazione degli animi. Nel

febbraio 1852 il governo tentò di calmare almeno Messina con la

concessione di un porto franco; il re stesso facendo un viaggio in

Sicilia, promise l'apertura di nuove strade, poi concesse un'amnistia

per la quale furono liberate duecento persone e si cominciava di nuovo a

vociferare che egli avesse in animo di concedere di nuovo la

costituzione. Ma l'odio dei Siciliani è implacabile ed i partiti

radicali di tutto il Reame sono indomabili. La situazione di Napoli è

oggi la stessa se non peggiore di quella dopo il 1837. Il governo

trascurando di soddisfare i bisogni di quella città ed accendendo sempre

più le passioni politiche con la violenza della reazione, va incontro ad

una nuova e più terribile rivoluzione che non può tardare.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 25 / 33 题