L'Anapo e l'Olimpo.
Da Neapoli si diramava la via Elorica, che attraversava le paludi
Lisimelia e Siraca e varcava, sopra un ponte, l'Anapo. Sulla riva
opposta di questo sorge il colle Poliene ed in cima a questo si trova il
tempio di Giove Olimpico, ed un luogo chiamato Olimpio. Tutta questa
contrada è assai nota nelle guerre di Siracusa, poichè tanto gli
Ateniesi quanto i Cartaginesi si accamparono spesso ai piedi
dell'Olimpio, e sempre furono decimati dalle esalazioni di quei terreni
paludosi. Le poche colonne, unici avanzi dell'Olimpio, che ancora
esistano su quell'altura, si scorgono dalla distanza di molte miglia; e
queste, con le colonne che vi sono presso la fonte degl'Ingegneri, sono
le sole che rimangano in piedi dell'antica Siracusa.
Per giungere fin lassù e seguire il corso dell'Anapo, il mezzo migliore
è quello d'imbarcarsi nel porto più grande e di risalire il fiume
attraverso le paludi. Questo sbocca in mare passando sotto un ponte, e a
misura che lo si risale, il suo letto si va sempre più restringendo,
fino a che la barca a stento può aprirsi un passaggio.
Allora si abbandonano i remi, e i barcaiuoli spingono la navicella con
l'aiuto di una pertica, o la rimorchiano con una fune. La navigazione
dell'Anapo è una gita assai romantica. Sulle due sponde crescono folti
giunchi, dell'altezza di sei metri, e canne palustri di una
straordinaria grossezza, tutte rivestite di piante rampicanti, che
ricadono in graziosi festoni. La profonda solitudine, la tranquillità
dell'atmosfera e il silenzio quasi misterioso del luogo, producono una
magica impressione. Oltrepassata la via Elorica, l'Anapo si divide in
due rami, o per dir meglio in esso s'immette un torrente azzurro, il
classico Ciane, che sgorga da un limpido stagno circolare, chiamato la
Pisma. In questo fiume, secondo la leggenda, si gettò la ninfa Ciane che
fuggiva Plutone, allorchè questi portò Proserpina all'inferno, e venne
trasformata in fonte azzurra. I Siracusani venivano ogni anno in questo
luogo a festeggiare la memoria di Proserpina, sacrificandole un toro ed
una vacca, che precipitavano nello stagno. Questo luogo è meraviglioso;
riporta con la fantasia ai tempi mitologici e fa comprendere pienamente
il significato delle sculture degli antichi sarcofaghi, là dove è
rappresentato il ratto di Proserpina.
Cerere ricompensò la sua ninfa delle lacrime versate per Proserpina,
facendo crescere sulle sponde di questo torrente la pianta rara che
produce il papiro.
È l'unico luogo in cui questa pianta cresce ancora in Europa, dopo la
sua scomparsa dalle sponde dell'Oreto presso Palermo.
Questo giunco sorge dalle acque all'altezza di circa cinque metri,
graziosamente incurvato, triangolare, liscio e di un bellissimo verde
cupo; ha in cima una ricca chioma di filamenti verdi, fini, sottili, che
ricadono quasi come una folta capigliatura, a cui il popolo ha dato
l'appropriato nome di «parrucca». La vista di questa pianta, vera ninfa
dell'erudizione, produce una grata sorpresa in tutti coloro che vengono
dalle regioni nordiche; sembra quasi un'apparizione favolosa. Ogni
ricordo greco scompare, e la fantasia vola sulle sponde di quel Nilo
solenne, enigmatico, alle piramidi, alle sfingi, ai rotoli dei
meravigliosi papiri. La rara pianta, sulle rive del Ciane siracusano, in
questa terra ellenica, mi sembrò un mito rappresentante la tradizione,
secondo la quale ogni civiltà, ogni scienza ha avuto origine
dall'Egitto. Guardando alternativamente le piante del papiro e le
colonne spezzate del tempio di Giove Olimpico, mi sembrò di avere
davanti agli occhi i simboli della civiltà orientale ed occidentale.
Landolina e Politi provarono ad estrarre da queste piante il papiro, e
la loro prova riuscì perfettamente; essi ne fecero delle striscie che
non differenziavano da quelle egiziane che per maggior freschezza di
tinta.
Lasciai la barca nel Ciane per salire sulla vicina collina di Poliene.
Le colonne scannellate dell'Olimpio hanno piedistallo, ma mancano di
capitelli. Il tempio è molto antico, fu costruito prima della battaglia
d'Imera; era piccolo.
Gelone rivestì la statua di Giove di un mantello d'oro, ma Dionigi lo
tolse dalle spalle del Dio, dicendo, da libero pensatore, che un
mantello d'oro era troppo pesante per l'estate e troppo leggero per
l'inverno. Verre s'impadronì poi di questa statua di Giove e la portò a
Roma. Nell'Olimpio si conservavano i registri coi nomi di tutti i
cittadini di Siracusa, che caddero nelle mani degli Ateniesi, quando
questi occuparono l'Olimpio. La veduta di Siracusa da questa altura è
molto bella; al disotto si estende tutta la pianura verde, irrigata
dalle acque del Ciane. Dopo avere attraversato la pianura arida e
sassosa, che si estende da Achradine ad Epipola, l'occhio si riposa
sulle verdi sponde dell'Anapo, sui meandri del Ciane, e i nomi di
Teocrito e di Pindaro ritornano alla mente. Dove sono andati i bei tempi
dell'antica Grecia?
La pioggia mi cacciò da quell'altura e mi costrinse, appena fui sulle
rive dell'Anapo, a ricoverarmi sotto un ponte, ove dovetti rimanere a
lungo, come un'anima sullo Stige. Ma poichè, come dice Cicerone, non v'è
giorno in cui il sole non splenda a Siracusa, dopo una mezz'ora il cielo
si rischiarò ed io vidi Iride, nunzia di pace, stendere il suo arco sul
mare, mentre un raggio di sole rischiarava Ortigia.
Così, nelle stesse condizioni di luce, per l'ultima volta, potei
contemplare il Vesuvio, allorchè nel ritornare a Napoli fui colto dalla
pioggia. Auguro a tutti coloro che visiteranno Napoli e Siracusa di
poter godere lo stesso spettacolo, veramente superbo.
Gettai un ultimo addio a Siracusa, perchè dovevo partire l'indomani, e
volli ancora una volta salire sino al teatro per contemplare la città.
Ed ora, addio, Aretusa! Addio, rive del Timbro, volgenti le vostre acque
poetiche senza posa!