IV.

Tycha ed Epipola.

Gli edifici più imponenti dell'antica Siracusa si trovano radunati in

uno spazio relativamente ristretto. Verso settentrione, vicino

all'acquedotto, c'è una pianura deserta e sassosa, attraversata dalla

strada che conduce a Catania; qui sorgeva Tycha, ricca un tempo di

notevoli monumenti, fra i quali primeggiava il Ticheio, o tempio alla

dèa Fortuna.

Tycha, a settentrione, presso il porto Trogilo, confinava col mare,

cinta da forti mura, a ponente con la fortezza di Epipola. Cicerone

ricorda di questa un ginnasio _amplissimum_ e molti templi; oggi non

rimangono che i sepolcri scavati orizzontalmente nella roccia, nei quali

si scorgono ancora le scanalature per adattarvi le lapidi e le impronte

di carri, prova questa della loro antichità.

La gita da Neapoli o da Tycha per la strada di Floridia ad Epipola è

malagevole e bisogna farla a piedi o a cavallo, poichè appena si arriva

sull'antico territorio di Epipola, è necessario arrampicarsi per

un'orribile strada sassosa ingombra di rovine e di massi di roccia

calcarea. Epipola occupava il punto più elevato dell'altipiano e

confinava col colle Eurialo, mentre più in basso s'innalzava un'altro

colle, il Labdalo. Anche oggi, queste due caratteristiche alture

dell'antica Siracusa sono riconoscibili e portano il nome di Belvedere e

di Mongibellesi.

Il Labdalo era stato fortificato dagli Ateniesi sotto Nicia per

dominare la città; essi avevano fortificato anche Epipola, ma ne furono

presto cacciati dai Siracusani comandati da Gelippo, i quali, come narra

Diodoro, atterrarono tutte le mura. Rimase così soltanto il Labdalo

fortificato. Ma Dionigi fece atterrare anche queste fortificazioni

quando costruì le sue famose mura a settentrione di Epipola. In queste

mura vi erano di tanto in tanto delle torri costruite con massi così

grandi che sarebbe stato assai arduo abbattere. S'ignora se Dionigi

abbia costruito fortezze sull'Eurialo e sul Labdalo; certo è che

l'Esapilo, per il quale i Romani entrarono nella città, si trovava a

settentrione di Epipola; e senza dubbio, nelle stesse mura s'innalzava

la torre Gallagra, che i Romani assalirono durante le feste di Diana.

Gli avanzi che oggi rimangono del Labdalo, i massi enormi della

lunghezza di quattordici a sedici palmi, le fondamenta delle torri, i

fossi, le gallerie sotterranee, provano che ivi sorse un giorno una

fortezza e non già opere provvisorie fatte dagli Ateniesi in vista

dell'assedio. Tutti gli enormi massi, secondo il sistema antico dei

Greci, erano sovrapposti gli uni agli altri, ma senza cemento; ancor

oggi formano una mole gigantesca. Nella roccia si vedono scavate

catacombe e gallerie dell'altezza di nove e dieci palmi, e della

larghezza di otto piedi, formanti quasi coi loro corridoi e coi loro

antri sotterranei una seconda fortezza. Probabilmente questa era in

comunicazione con la porta di soccorso che dalla città metteva nella

campagna. La mancanza di volte e l'uso della linea retta ne attestano

l'origine greca.

Dalle rovine di Labdalo si scorgono i dintorni di Epipola, cosparsi di

massi delle mura di Dionigi, di rovine della fortezza, di pietre. Vi si

vedono pure latomie di bizzarra struttura, dove si dice che Dionigi

tenesse prigioniero Filesseno. Di qui furono tolti i materiali di

costruzione per molte città, e tutte le fortificazioni moderne di

Siracusa vennero costruite coi ruderi delle mura di Dionigi. Nel

visitare queste caverne e queste rovine si rimane stupiti della grande

quantità di materiale eccellente da costruzione estratto dal suolo.

Per un ripido sentiero si sale in cima all'Eurialo, che domina tutta la

pianura siracusana. Lassù non si trovano altre rovine, se non una

cisterna e alcune mura antiche d'origine incerta. Esaminando però il

luogo, da cui si domina tutta quanta l'area occupata dall'antica città,

non si può fare a meno di persuadersi che ivi dovesse sorgere una

fortezza. Non essendo ricordata all'epoca dell'assedio degli Ateniesi,

non sappiamo se la costruisse Dionigi; certo però, quando Marcello prese

Siracusa, essa doveva avere un'importanza grandissima. Impadronitosi di

Tycha e di Neapoli, Marcello dovette trovarsi l'Eurialo, cui Tito Livio

dette il nome di colle e di fortezza, alle spalle, e minacciantegli la

sua posizione. Egli era dunque come rinchiuso fra queste mura, e siccome

dovevano arrivare Ippocrate e Imilcone, correva un grande pericolo,

quando il comandante della fortezza Filodemo, perduta ogni speranza di

soccorso, si arrese.

Oggi a buon diritto l'Eurialo porta il nome di Belvedere, giacche di

lassù si gode una vista magnifica. Di fronte ha il mare Ionio, di dietro

l'Etna «colonna del cielo»; lo sguardo spazia poi sulla costa orientale

dell'isola, ricca di magnifici golfi e di promontorî, fin oltre Augusta,

fino a Catania, che si perde fra le nebbie. Sul davanti appare tutta

quanta la pianura siracusana.

Imaginando tutto questo ampio spazio ricoperto di abitazioni, ed il

golfo seminato di villaggi, di ville, si ha una pallida idea

dell'aspetto che doveva avere questa grande città. Ora la pianura è

deserta e arida, e solo al confine del territorio di Neapoli, verso

mezzogiorno, una linea di vegetazione segna il corso dei fiumi Ciane e

Anapo.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 23 / 33 题