Tycha ed Epipola.
Gli edifici più imponenti dell'antica Siracusa si trovano radunati in
uno spazio relativamente ristretto. Verso settentrione, vicino
all'acquedotto, c'è una pianura deserta e sassosa, attraversata dalla
strada che conduce a Catania; qui sorgeva Tycha, ricca un tempo di
notevoli monumenti, fra i quali primeggiava il Ticheio, o tempio alla
dèa Fortuna.
Tycha, a settentrione, presso il porto Trogilo, confinava col mare,
cinta da forti mura, a ponente con la fortezza di Epipola. Cicerone
ricorda di questa un ginnasio _amplissimum_ e molti templi; oggi non
rimangono che i sepolcri scavati orizzontalmente nella roccia, nei quali
si scorgono ancora le scanalature per adattarvi le lapidi e le impronte
di carri, prova questa della loro antichità.
La gita da Neapoli o da Tycha per la strada di Floridia ad Epipola è
malagevole e bisogna farla a piedi o a cavallo, poichè appena si arriva
sull'antico territorio di Epipola, è necessario arrampicarsi per
un'orribile strada sassosa ingombra di rovine e di massi di roccia
calcarea. Epipola occupava il punto più elevato dell'altipiano e
confinava col colle Eurialo, mentre più in basso s'innalzava un'altro
colle, il Labdalo. Anche oggi, queste due caratteristiche alture
dell'antica Siracusa sono riconoscibili e portano il nome di Belvedere e
di Mongibellesi.
Il Labdalo era stato fortificato dagli Ateniesi sotto Nicia per
dominare la città; essi avevano fortificato anche Epipola, ma ne furono
presto cacciati dai Siracusani comandati da Gelippo, i quali, come narra
Diodoro, atterrarono tutte le mura. Rimase così soltanto il Labdalo
fortificato. Ma Dionigi fece atterrare anche queste fortificazioni
quando costruì le sue famose mura a settentrione di Epipola. In queste
mura vi erano di tanto in tanto delle torri costruite con massi così
grandi che sarebbe stato assai arduo abbattere. S'ignora se Dionigi
abbia costruito fortezze sull'Eurialo e sul Labdalo; certo è che
l'Esapilo, per il quale i Romani entrarono nella città, si trovava a
settentrione di Epipola; e senza dubbio, nelle stesse mura s'innalzava
la torre Gallagra, che i Romani assalirono durante le feste di Diana.
Gli avanzi che oggi rimangono del Labdalo, i massi enormi della
lunghezza di quattordici a sedici palmi, le fondamenta delle torri, i
fossi, le gallerie sotterranee, provano che ivi sorse un giorno una
fortezza e non già opere provvisorie fatte dagli Ateniesi in vista
dell'assedio. Tutti gli enormi massi, secondo il sistema antico dei
Greci, erano sovrapposti gli uni agli altri, ma senza cemento; ancor
oggi formano una mole gigantesca. Nella roccia si vedono scavate
catacombe e gallerie dell'altezza di nove e dieci palmi, e della
larghezza di otto piedi, formanti quasi coi loro corridoi e coi loro
antri sotterranei una seconda fortezza. Probabilmente questa era in
comunicazione con la porta di soccorso che dalla città metteva nella
campagna. La mancanza di volte e l'uso della linea retta ne attestano
l'origine greca.
Dalle rovine di Labdalo si scorgono i dintorni di Epipola, cosparsi di
massi delle mura di Dionigi, di rovine della fortezza, di pietre. Vi si
vedono pure latomie di bizzarra struttura, dove si dice che Dionigi
tenesse prigioniero Filesseno. Di qui furono tolti i materiali di
costruzione per molte città, e tutte le fortificazioni moderne di
Siracusa vennero costruite coi ruderi delle mura di Dionigi. Nel
visitare queste caverne e queste rovine si rimane stupiti della grande
quantità di materiale eccellente da costruzione estratto dal suolo.
Per un ripido sentiero si sale in cima all'Eurialo, che domina tutta la
pianura siracusana. Lassù non si trovano altre rovine, se non una
cisterna e alcune mura antiche d'origine incerta. Esaminando però il
luogo, da cui si domina tutta quanta l'area occupata dall'antica città,
non si può fare a meno di persuadersi che ivi dovesse sorgere una
fortezza. Non essendo ricordata all'epoca dell'assedio degli Ateniesi,
non sappiamo se la costruisse Dionigi; certo però, quando Marcello prese
Siracusa, essa doveva avere un'importanza grandissima. Impadronitosi di
Tycha e di Neapoli, Marcello dovette trovarsi l'Eurialo, cui Tito Livio
dette il nome di colle e di fortezza, alle spalle, e minacciantegli la
sua posizione. Egli era dunque come rinchiuso fra queste mura, e siccome
dovevano arrivare Ippocrate e Imilcone, correva un grande pericolo,
quando il comandante della fortezza Filodemo, perduta ogni speranza di
soccorso, si arrese.
Oggi a buon diritto l'Eurialo porta il nome di Belvedere, giacche di
lassù si gode una vista magnifica. Di fronte ha il mare Ionio, di dietro
l'Etna «colonna del cielo»; lo sguardo spazia poi sulla costa orientale
dell'isola, ricca di magnifici golfi e di promontorî, fin oltre Augusta,
fino a Catania, che si perde fra le nebbie. Sul davanti appare tutta
quanta la pianura siracusana.
Imaginando tutto questo ampio spazio ricoperto di abitazioni, ed il
golfo seminato di villaggi, di ville, si ha una pallida idea
dell'aspetto che doveva avere questa grande città. Ora la pianura è
deserta e arida, e solo al confine del territorio di Neapoli, verso
mezzogiorno, una linea di vegetazione segna il corso dei fiumi Ciane e
Anapo.