Neapoli.
Mi resta ora da descrivere Neapoli, la parte di Siracusa che fu, come lo
dice il suo nome, l'ultima ad essere costruita. Negli inizi Neapoli fu,
come Tycha, un sobborgo di Achradina; si estendeva fra il porto maggiore
e l'altipiano su cui sorgeva Siracusa; dalla parte di Tycha era protetta
da mura e da rupi naturali. La porta Menetide, o Temenetide, conduceva
dalla città alla campagna; questa parte di Siracusa era chiamata
Temenide da una statua di Apollo che portava questo nome. Cicerone ne
descrive un teatro e due templi, uno dedicato a Cerere e uno a
Proserpina, innalzati da Gelone col bottino fatto sui Cartaginesi. In
questo luogo sorgevano anche i sepolcri di lui e della sua consorte, che
più tardi vennero distrutti da Imileone cartaginese.
Non vi è in Neapoli luogo dove si raccolgano tante memorie e tanti
monumenti quanto nell'angolo che confinava con Achradina, poichè in quel
breve spazio vi erano le latomie di Dionigi, il teatro, la strada,
l'anfiteatro e l'acquedotto.
Le famose latomie, che portano il nome di Orecchio di Dionigi, non sono
vaste come quelle di Achradina, ma sono più pittoresche e, in certi
punti, più belle e più singolari. Esse formano un vasto quadrato, nella
cui profondità si trova un giardino sempre verde. Nel centro s'innalza
un pilastro di roccia naturale, dell'altezza di circa ventisette metri,
sulla cui cima, tra una lussureggiante vegetazione di piante rampicanti,
si elevano gli avanzi di una torre.
Può sembrare sulle prime che questo fosse il luogo ove stava il
guardiano del carcere, ma osservando meglio si vede che era invece una
colonna del tetto, ora crollato. A destra, entrando, si trovano le
stanze di appartamenti scavati nella roccia, una delle quali porta il
nome di Orecchio di Dionigi. Questo nome le fu dato da Michelangiolo da
Caravaggio che, visitando le latomie in compagnia dell'erudito
siracusano Mirabella, fu indotto a darle questo nome dalla forma della
cavità, dando così in seguito origine a innumerevoli leggende.
Tutte le pareti verticali di questa grotta sono rivestite di edera e di
capelvenere; in cima, sul margine della cava, sorge un pino solitario.
La forma strana e singolare della latomia dà luogo a quei fenomeni
acustici, per i quali si formò la leggenda che ivi Dionigi stesse in
agguato a spiare i discorsi de' suoi prigionieri. Serra di Falco scoprì
nel 1340 un'apertura in alto, dalla quale, come da una specie di loggia,
si poteva vedere tutta la latomia e udire le parole che ivi si
pronunciano. Una parola sussurrata a voce bassissima, la lacerazione di
un pezzo di carta si sentono distintamente di lassù, e le guide non
tralasciano di darsi il piacere innocente di far ripetere all'eco:
«Dionigi era un tiranno!» Un colpo di pistola viene ripetuto cento
volte, col fragore di un tuono.
Un'altra parte delle latomie, vicino all'Orecchio di Dionigi, si chiama
il Paradiso ed è di una bellezza straordinaria. Ha la forma di un ampio
quadrato, col suolo piano; e le pareti di color roseo, o nero cupo, o
giallo carico sono in certi punti angolose, in altri di aspetto bizzarro
per i massi rovinati nella caduta del tetto. In un angolo si apre una
specie di grotta sostenuta da pilastri naturali e a traverso a questi si
vedono il verde cupo degli aranci, i fiori infuocati del melagrano ed il
limpido cielo di Siracusa.
Nel tratto della latomia ancora coperta, da lungo tempo è stata
costruita una fabbrica di cordami: uomini, donne, ragazze, poveri,
cenciosi, pallidi, di aspetto malaticcio, guadagnano stentatamente la
vita filando in quell'antica prigione.
Spesse volte mi sono trattenuto ad osservare il lavoro stando seduto
all'ingresso dell'oscura galleria, e nel vederli girare di continuo le
ruote e andare su e giù, filando i loro cordami, mi è parso di trovarmi
nell'Averno ed ho creduto che quelle donne pallide e smunte fossero le
Parche intente a filare lo stame della mia solitaria vita. Donai alcune
monete a quella povera gente, che le accettò con l'espressione di
gratitudine di chi non si aspetta di essere soccorsa, ed uscito di là,
tornato alla luce del giorno, mi trovai ancora sotto l'impressione di
quelle misere esistenze.
In Sicilia tutto ha l'aspetto di favola e di mito: Girgenti al pari di
Siracusa, l'Etna e l'Enne, ogni spiaggia della sua marina. La fantasia
ci riporta a tempi più antichi, ancor più della campagna romana; quivi
regna severa la storia, in Sicilia la leggenda. Non è difatti la terra
di Tifone, dei Ciclopi, di Dedalo?
Per quanto le latomie di Achradina e di Neapoli siano imponenti per la
loro vastità, ve ne sono altre a Siracusa, più piccole, ma che pure
hanno un carattere più romantico: quella del conte Casale, simile ad un
piccolo Paradiso, per esempio. Io non ho mai visto un giardino così
bello; è diviso in due parti, riunite da una galleria coperta,
dell'altezza di circa due metri. Nel fondo si trova una sala, alta cento
otto palmi e larga sessantadue, le cui pareti sono tinte di rosso e
paiono rischiarate dai raggi del sole nascente. Nelle pareti vi sono
molti fori i quali salgono in alto, in linea curva: forse colà si
trovavano uncini di ferro per servire di scala agli schiavi che
scavavano le pietre. La pianta della sala è abbastanza regolare e certo
anche in origine ebbe la stessa forma. I terremoti rovinarono molte sale
di questa latomia, e ultimamente, nel 1853, crollarono dall'alto varî
massi, che ora ingombrano gran parte del giardino. Lo spazio libero è
ammirabile per la splendida vegetazione; le foglie di fico, per esempio,
hanno una larghezza tale che potrebbero servire da piatti; vi si trovano
pure piante e fiori delle Indie.
Le palme, contornate di pianticelle rampicanti, vi crescono
rigogliosissime; l'aria è tutta impregnata del profumo degli aranci, del
mirto, e gli aloe, le agave vi crescono giganteschi. Il giardino, con le
sue mura rivestite d'edera e di muschio, con tutti i suoi corridoi, con
le sue rovine, presenta un aspetto così fantastico da farlo credere il
giardino di Titania e di Oberone. Non un soffio di vento, non un atomo
di polvere turba la tranquillità del luogo.
Presso l'Orecchio di Dionigi si trovano i notevoli avanzi del teatro di
Siracusa, uno dei più vasti dell'antichità, che Cicerone chiamava
_maximum_. Serra di Falco crede che fosse contemporaneo al teatro di
Bacco in Atene, edificato da Temistocle, ed il primo che sia stato
costruito con pietre in Grecia. Il bell'edificio è di un aspetto
mirabile per la sua semplicità ed eleganza, nonostante che sia in gran
parte rovinato e che della scena rimanga soltanto un mucchio di rovine
coperte di cespugli. Il semicircolo oblungo degli ordini dei gradini è
scavato nella roccia della collina di Neapoli; si contano quarantasei
gradini interrotti da una larga fascia, e tagliati da otto scale
diagonali.
Con quarantasei file di sedili non si ottiene che un diametro di
quattrocento palmi, ma Serra di Falco ritiene che il teatro avesse un
maggior numero di ordini e che perciò si allargasse a misura che saliva.
Egli crede pure che il suo diametro fosse di cinquecento palmi, cosicchè
sarebbe stato il teatro più vasto di tutta la Grecia, ad eccezione di
quello di Mileto. Non comprendo del resto perchè nel passo di Cicerone:
_quam ad summum theatrum est maximum_, la parola _maximum_ si traduca
per «maggiore di tutti» e non soltanto per molto ampio.
Nell'orchestra sboccano due corridoi: la scena, che è fiancheggiata da
due edifici quadrati, è attraversata da un piccolo canale d'acqua,
proveniente dal vicino acquedotto. Molto si è discusso intorno alle due
iscrizioni greche _Basillissas Nereidos_ e _Basillissas Philisdos_, che
si leggono sulla cornice che circonda il teatro, non conoscendosi nella
storia di Siracusa questi nomi di regine. Secondo alcuni, Nereide era la
figlia di Pirro re dell'Epiro, che aveva sposato il figlio di Gelone II,
e Philiste era la figlia di Leptine e moglie di Gelone. Del teatro non
rimangono altri avanzi degni di attenzione: pochi sono i frammenti di
sculture, ed uno solo pregevole per quello che esso rappresenta: è un
cippo di marmo bianco, sul quale è scolpita la favola omerica del serpe
e del nido di passero in Aulide, che presagì a Calcante la durata della
guerra di Troia.
Quello che più fa impressione è l'importanza avuta da questo teatro, che
fu uno dei centri più belli della civiltà umana, poichè su quei gradini,
quasi sepolti oggi nell'erba, sedettero un tempo Platone, Eschilo,
Aristippo, Pindaro; nella sua orchestra furono messi i prigionieri
Ateniesi, e ivi parlò Timoleone, vecchio e cieco, quando prese parte
alla discussione degli affari pubblici. Tutta quanta la storia di
Siracusa s'intrecciò con l'azione drammatica di questo teatro, poichè in
esso si trattavano gli affari di Stato e si declamavano i versi dei
sommi poeti. L'importanza nazionale del teatro era accresciuta anche dal
luogo in cui sorgeva, fra Neapoli, Tycha e Achradina, e non molto
distante da Ortigia.
Il panorama visibile da quell'altura è meraviglioso, il più bello certo
che si gode da Siracusa: di là si vedono i due porti, il mare, la
spiaggia fino ai monti d'Ibla e in lontananza la mole imponente
dell'Etna ed i contorni del mar Ionio fino alla rocca di Taormina. Come
doveva essere più bella la vista quando davanti si estendeva l'immensa
città, co' suoi templi, i suoi portici, i suoi meravigliosi edifici e il
porto pieno di una selva di antenne!
Su quelle scene l'orgoglio patrio era legittimo; e qual effetto
dovessero suscitare _I Persiani_ di Eschilo, con i quali i Siracusani
festeggiavano la vittoria d'Imera, si può facilmente immaginarlo.
Non meno bello e pittoresco appare il teatro veduto dai gradini più
elevati, con tutti i giardini smaltati di fiori che lo circondano. Anche
di là la semplicità dell'architettura rivela la purezza del gusto
ellenico.
In alto, là dove i gradini del teatro confinano con la collina, vi è un
Ninfeo rivestito di muschio e di licheni, dal quale sgorga una fonte:
esso mi ha fatto ricordare la grotta della ninfa Egeria a Roma.
Vicino a questa si trovano altre due piccole grotte, nelle quali le
donne lavano i loro panni, aumentando col loro canto melanconico la
tristezza del paesaggio. A destra vi è la strada dei sepolcri, a
sinistra un braccio dell'antico acquedotto di Tycha, che oggi mette in
movimento un mulino; perciò il luogo vien chiamato _Mulino di Galerone_.
Il paesaggio è reso ancora più bello dalla parte dell'acquedotto moderno
che, sostenuto da archi, corre per un certo tratto all'aperto. Nelle
altre parti l'acqua scorre in canali sotterranei, che furono scavati
probabilmente dai Cartaginesi. In alcuni punti il canale si trova
scoperto, e si vede l'acqua discendere alla distanza di sei miglia dai
monti, e correre rapida e gorgogliante.
A levante del teatro, in un bosco di melagrane, sorge l'anfiteatro di
Siracusa, assai ben conservato e più vasto di quelli di Verona, di Pola
e di Pompei, giacchè misura duecentosessantatre palmi nel suo asse
maggiore, e centocinquantaquattro nel minore. Per la maggior parte è
costruito di pietra; alle quattro estremità dei due assi si trovano
quattro porte, corrispondenti alle quattro parti della città. Serra di
Falco lo fece sgombrare nel 1840 dalle macerie. Nonostante che in alcuni
punti le mura siano in completa ruina, nel suo complesso l'edificio può
dirsi assai ben conservato. L'anfiteatro è certo di origine romana,
perchè i Greci non si dilettarono mai al barbaro spettacolo delle lotte
fra gladiatori e fiere. Cicerone non ne parla; ne fa menzione invece
Tacito. La sua costruzione prova che Siracusa, sede di un pretore romano
ai tempi di Augusto e di Tiberio, aveva riacquistato una certa
prosperità.
L'ultima rovina antica che esista vicino al teatro, sono le fondamenta
di un edificio lungo e stretto, del quale non rimangono che alcuni
frammenti di cornici con teste di leoni. Serra di Falco scoprì queste
rovine nel 1839: egli dice che dovessero appartenere all'altare di
Yerone, per grandezza superiore a quello di Olimpia.