Achradina.
La seconda e la più bella parte di Siracusa era Achradina, sita presso
Ortigia; vi si accedeva dall'isola, passando sulla diga che portava pure
allo stupendo faro. Achradina si estendeva lungo la costa di levante,
poichè a settentrione il suo territorio confinava col mare, a ponente
con Tycha e con Neapoli e a mezzogiorno con l'isola e con i due porti.
Da ogni parte era cinta da mura che dovevano, in verità, essere molto
resistenti perchè Marcello, dopo essersi reso padrone di Tycha, di
Epipola, e di Neapoli, trovò in Achradina una grande resistenza, e forse
senza il tradimento dello spagnuolo Merico, che cedette per denaro
l'isola ai Romani, rendendo inutile la difesa di Achradina, mai sarebbe
riuscito ad impadronirsene. Verso il mare era protetta da quelle mura
nelle quali Archimede aveva fatto delle feritoie per poter far
funzionare le sue meravigliose macchine.
Cicerone, in una delle sue opere, così scrive: «La seconda città di
Siracusa ha nome Achradina; in essa si trovano il faro principale,
bellissimi portici, una vasta curva, ed un tempio magnifico dedicato a
Giove Olimpico; gli altri quartieri della città sono occupati da
un'ampia via maestra, in senso longitudinale, da varie strade
trasversali e da private abitazioni».
In Achradina oggi si trovano le più vaste rovine di Siracusa; è un
altipiano di roccia calcarea, di tinta nera, in cui si scorgono traccie
di numerose strade, vestigia di passaggio di carri, sepolcri, ponti di
pietra, fondamenta di case e piazze.
Per andare dall'isola ad Achradina vi sono due vie: si può passare per i
tre ponti levatoi delle fortificazioni che tagliano l'istmo, ovvero per
mare, imbarcandosi nel piccolo porto e scendendo a terra al disotto del
convento dei Cappuccini.
Al di là dell'argine si trova la fonte degli Ingegneri, presso la quale
sorge quella colonna isolata, unico segno dell'antica città, di cui già
parlai. La colonna ha una base attica, è senza scannellature; non si può
quindi dire dorica; Serra di Falco sostiene che abbia appartenuto al
tempio di Giove, che Yerone II fece costruire nel fòro; ma questa
ipotesi è assai dubbia per le dimensioni piuttosto piccole che essa
presenta. Si sa invece con certezza che il fòro si trovava in quella
località, poichè nessun'altra ve ne era adatta a servire alle due città
di Ortigia e di Achradina. Nel fòro si entrava per una porta a cinque
archi, ed esso era tutto contornato da portici; e vi si trovavano il
pritaneo, la curia, della quale non rimane nessuna traccia, e anche la
così detta _Casa dei sessanta letti_, avanzo di un antico edificio, che
viene senza fondamento ritenuto come rudero del palazzo di Agatocle.
In mezzo ad Achradina, sul punto culminante dell'altipiano, si trovano
le famose latomie o cave di pietra, che oggi portano il nome dei
Cappuccini, avendole quei monaci ridotte a giardini per adornare il loro
solitario convento che sorge all'ingresso di quelle. All'intorno si
estende la pianura deserta e morta di Achradina, e sembra quasi che la
natura colpita dallo sguardo di Gorgona, sia stata convertita ad un
tratto in pietra.
La campagna di Roma è bella, con la sua lussureggiante vegetazione, con
le sue graziose colline, con i suoi sepolcri e con le sue torri
solitarie circondate da edera e non si potrebbe trovare teatro più
adatto per i grandi fatti della storia antica. Qui invece tutto ha
l'aspetto di decadenza, di abbandono, e per quella pianura sassosa non
si vedono aggirarsi che i solitarii cappuccini. Avendo molto sentito
parlare di queste latomie, credevo che mi avessero fatto molta
impressione, non mai che mi commovessero come mi hanno commosso. Un
monaco mi aprì la porta, e mi trovai in un ampio recinto, scavato nella
viva roccia.
Vi erano stanze della grandezza di una piccola piazza, con pareti
tagliate a picco, dell'altezza di 26 metri, alcune di una tinta
giallognola propria delle rovine greche, altre rossicce. L'edera le
copriva in gran parte, arrampicata in cerca del sole e della luce, e
ricadente in graziosi festoni. Il piano era tutto smaltato di fiori, e
qua e là, nelle fessure della roccia, crescevano allori, oleandri e
pini. Queste latomie un tempo erano coperte; poi le intemperie ne
ruinarono il tetto, ed i massi giacciono oggi ammonticchiati, formando
gole, valli, così da dare l'imagine di una catena di monti in
miniatura. Gli spazi di terreno esposti alla luce furono dai cappuccini
ridotti ad orti e a giardini, che sono tutto l'opposto degli orti
pensili di Semiramide, perchè si trovano alla profondità di venti ed
anche venticinque metri sotto il livello del suolo; in queste cavità
vegetano stupende piante di aranci, di melagrani, viti, cipressi, mirti
e vi si vedono anche erbaggi e legumi, che i monaci coltivano per la
loro parca mensa. Nell'osservare queste latomie si dimentica che esse
furono orribili prigioni e che dopo la sconfitta toccata a Nicia e a
Demostene, vi furono rinchiusi gli Ateniesi. Molti di questi morirono di
febbre, per lo scarso nutrimento, altri invece si salvarono in grazia
dei versi di Euripide. Potevano contenere ben seimila uomini; nessuna
prigione presentava certo peggiori difficoltà di evasione. Trovandosi
proprio nel mezzo di Achradina, si comprende che furono anteriori alla
fondazione della città. Si crede che ivi abbiano lavorato i prigionieri
cartaginesi dopo la battaglia d'Imera, per estrarre il materiale
occorrente alla fabbricazione delle case e dei templi di Siracusa. Le
rovine e la terra cadutavi hanno rialzato il suolo di circa dieci metri,
diminuendone di molto la primitiva profondità. Ancora si osservano molte
gallerie, anditi coperti, portici, stanze quadrate e a volta, che non
sono però di origine greca, poichè presentano lo stesso carattere delle
catacombe cristiane.
Sul suolo dell'antica Achradina, oltre le latomie, si vedono ovunque
tracce di antiche strade e impronte di ruote di carri, come a Pompei, in
grandissimo numero e visibilissime, essendo il suolo di Siracusa di
calcare e non di tufo come quello di Roma. Vicino alle latomie trovai
queste tracce più abbondanti, dal che argomentai che fossero state
impresse dai carri che trasportavano i materiali di costruzione estratti
da quelle. Certamente anche nei tempi più belli di Achradina, queste
cave aperte nel centro della città dovevano deturparla, dandole
l'aspetto di un vasto cantiere occupato da una folla di lavoratori. Le
latomie erano le galere di Siracusa. La roccia si trova scavata e
lavorata per parecchie miglia, e molte sono le fosse sepolcrali, della
stessa forma delle nostre cripte. Certamente il lavoro dell'uomo in
questa parte della Sicilia fu immenso, poichè, oltre le tombe, che sono
innumerevoli, sotto il suolo di Siracusa si estendono vaste catacombe
tutte scavate nella viva roccia.
Vidi molti spazi quadrati che segnavano certo l'area di antiche case,
poichè queste in Achradina sorgevano sulla nuda roccia, senza
fondamenta. Si cammina per ore intere per questo campo pietroso, lungo
il mare, cercando la località e la direzione delle antiche mura, a
ponente verso Tycha, dove la città si congiungeva anche a Neapoli, e
dovunque si trovano traccie del passaggio dei carri e del lavoro
dell'uomo.
È strano come tutta questa immensa città piena di mura e di templi, di
portici e di fori, di edifizi colossali, abbia potuto sparire, quasi
fosse un monticello di sabbia. Si sa, è vero, che per molto tempo non si
costruì in Siracusa che con questo materiale, e che le città moderne di
levante asportarono per mare grandi quantità di rovine dell'antica
Siracusa; purtuttavia la completa scomparsa dei ruderi rimane sempre un
enigma.
A mezzodì l'altipiano di Achradina si abbassa e anche colà si trovano
degli scavi, delle tombe, quasi tutte a forma di colombari, e dei loculi
di tipo romano. Ivi si trovano pure le maravigliose catacombe
estendentisi sotto Neapoli, il cui accesso è sito presso la più antica
chiesa cristiana della Sicilia, quella di S. Giovanni. Questa chiesa è
un edificio piccolo bizzarro, preceduto da un portico con archi
bizantini, ergentisi sopra colonne addossate a pilastri con capitelli
del medio evo. Disgraziatamente la chiesa è ormai quasi una rovina. Si
accede alle catacombe da una porta presso la chiesa; queste catacombe
sono meno vaste e meno imponenti di quelle di Napoli, ma assai più
regolari e formano una vera città di morti, con strade, gallerie,
corridoi, stanze, nicchie, piazze. Ivi i morti dormono da secoli, mentre
al disopra di essi si agita e si evolve un mondo pieno di passioni.
Quanti siano ogni giorno i morti di una grande città ce lo dicono le
catacombe di Napoli; da ciò si arguisce quale immenso numero ne abbiano
accolto i sotterranei di Siracusa, un tempo così popolosa.
Le catacombe, come le altre, erano in origine cave di pietre; in seguito
vennero ridotte ad uso di necropoli, e per molti secoli vi si
seppellirono i morti secondo un sistema regolare, poichè tutte le
gallerie sono di tanto in tanto interrotte da una stanza centrale, a
forma di circolo, ampia e piena di nicchie, con una o tre porte a vòlta,
posteriori all'epoca greca. Fino ad oggi se ne sono aperte quattro, ma
la tradizione vuole che siano trecentosessanta e che arrivino sino al
Sebeto e si estendano sotto il suolo fino a Catania. Per la maggior
parte appaiono ingombre, specialmente nel piano inferiore; nonostante
questo, furono esplorate per l'estensione di parecchie miglia. Venti
anni or sono in esse si perdette un maestro con sei scolari, che da
soli vollero visitare la necropoli. Si smarrirono in quel laberinto, e
invano cercarono un'uscita, finchè, spossati dalla fatica, vi perirono
di fame e di paura. I loro corpi furono poi rinvenuti alla distanza di
quattro miglia dall'ingresso: si può facilmente immaginare di quale
terribile morte gl'infelici perirono. Da allora si sono praticate di
quando in quando alcune aperture, per le quali un po' di luce penetra in
quei tenebrosi corridoi. La larghezza di questi è, in genere, dai dodici
ai sedici palmi, e la loro altezza dagli otto ai dodici; per la
lunghezza sembrano non aver fine; si continua a camminare per ore ed ore
fra le tenebre in questi canali sterminati ed uniformi quanto
l'eternità. Solo di quando in quando la monotonia è interrotta da
sepolcri ornati di orribili pitture e rivestiti di stucco rossiccio come
quelli di Pompei. In molti punti i sepolcri si succedono gli uni agli
altri, quasi celle di un alveare. Si direbbe fossero tante che un verme
sepolto nella terra abbia scavato tutte queste gallerie, tutti questi
corridoi; e che le generazioni si siano succedute le une alle altre, e
milioni di uomini vi abbiano trovato la pace eterna. Oggi non vi si
vedono più nè ceneri nè ossa; il tempo, che ha distrutto ogni vestigia
dell'antica Achradina, ha fatto scomparire anche le reliquie dei morti.
I Greci, i Romani, i Cristiani vi trovarono, gli uni dopo gli altri, il
gran riposo: vi sono stati scoperti difatti idoli pagani, piccoli
bronzi, lacrimari, simboli cristiani ed un bassorilievo rappresentante i
dodici apostoli, trasportato poi nella cattedrale di Siracusa. L'uso di
seppellire i morti nelle catacombe è anteriore ai tempi cristiani; lo
provano i sepolcri scavati nella pietra e ritrovati nella città
troglodita di Ispeca, e le tombe rinvenute in Egitto, nelle Indie e
nella stessa America, risalenti a tempi preistorici. Nel punto in cui
Achradina confinava con Neapoli e dove sorgevano tanti stupendi
monumenti, si vede oggi l'antica strada dei sepolcri, con tombe di stile
greco, scavate nella pietra. La stessa strada, della larghezza di circa
sette metri, si trova scavata nella roccia, ed a poco minore altezza
s'innalzano le pareti che la fiancheggiano. Le tombe aperte nelle pareti
sono di varia grandezza e dimensione; in molte si scorgono traccia
d'iscrizioni. In genere sono di stile greco, ma in completa rovina; in
parecchi si vede ancora un frontone sostenuto da due colonne
scannellate. Ricostruendo la strada nella sua forma primitiva, con tutti
i suoi monumenti, si avrebbe da ambedue le parti una serie di
tempietti, interrotta da tombe più meschine e di povero aspetto; poichè
in questa via, sita fuor delle mura di Achradina, si seppellivano
persone di varia condizione.
La strada però non doveva produrre la stessa grande impressione della
via dei sepolcri a Pompei. Anche il campo che si estende fra Achradina,
Tycha e Neapoli, un tempo comune alle tre città e non fabbricato, appare
oggi pieno di fosse e di tombe, il cui straordinario numero dice quanto
grande e popolosa dovesse essere Siracusa.
Alcuni di questi sepolcri attirano sopratutto l'attenzione per la loro
architettura, ch'è più ricca, o per le loro pitture ancora visibili:
senza dubbio erano destinate a personaggi illustri. In questi paraggi
sorgevano pure le meravigliose tombe che il popolo siracusano innalzò a
Gelone e a Demarata, sua moglie; s'ignora però il luogo preciso ove si
trovavano. Di tutti i sepolcri che rimangono, due meritano di essere
segnalati: si trovano a poca distanza fra loro, in una bella e piccola
cava di pietra gialla, fra numerose altre tombe, presso l'antico
acquedotto di Tycha, e sono formati da massi sferici, ammonticchiati gli
uni sopra gli altri a forma di piramide. Molto, certo, ebbero a soffrire
dal tempo, a giudicare dalla presente disposizione delle pietre, non
più regolare. Fra mezzo vi si scorge ancora però un frontone dorico,
sostenuto da due colonne doriche, di cui una è ancora in piedi. Per
quanto lo stile greco e l'altezza delle colonne e del frontone,
superiori alle proporzioni dell'ordine dorico, dicano che questo
sepolcro è posteriore ai tempi greci, i Siracusani, con pietoso
pensiero, gli diedero il nome di _Tomba di Archimede_, forse per la
stessa ragione che indusse gli Agrigentini a battezzare un antico
monumento col nome di _Sepolcro di Yerone_.
Il grande matematico aveva ordinato che sulla sua tomba fosse innalzata
una colonna, su cui dovevano essere incise le proporzioni del cilindro
con la sfera, a ricordo de' suoi studi prediletti. Cicerone, quando era
questore a Siracusa, fece ricerca della tomba di Archimede, e sotto la
scorta di questa tradizione riuscì a scoprirla, quasi perduta in mezzo a
folti cespugli. Il grande oratore fu orgoglioso della scoperta ed
esclamò vanitosamente: «Il Destino ha voluto che la tomba del più grande
dei Siracusani fosse scoperta da un uomo di Arpino». A quel tempo non
erano trascorsi che cento cinquanta anni dalla conquista di Marcello,
eppure la città era già decaduta, tanto che la tomba del più illustre
fra' suoi cittadini stava sepolta fra cardi selvatici e spine. Cicerone,
che sotto la guida dei Siracusani e della tradizione municipale, va
cercando fra i ruderi la tomba di Archimede, dà la imagine di un erudito
archeologo romano dei nostri giorni.
Forse dovremo anche noi rinunciare a scoprire la tomba di Archimede e
verrà un giorno in cui si cercherà invano quella di Humboldt;[6] ma il
ricordo degli uomini illustri è eterno, e giustamente Pericle esclamava,
nella commemorazione degli Ateniesi caduti in guerra: «A gli uomini
grandi è tomba il mondo!»
Enorme è l'impressione che producono le tombe siracusane, in quella
regione deserta, inondata di luce e popolata solo di grandi memorie.
Seduto colà, nel silenzio del mezzogiorno, o nella tranquillità
dell'infuocato tramonto, ovvero vagante fra quelle tombe, che a
centinaia si aprono nel suolo, sembra che debbano sorgerci dinanzi, come
ad Ulisse nell'inferno, le ombre di una stirpe di uomini più grande
della presente, le ombre dei magni della Grecia. Allorchè io visitai i
venerandi sepolcri, stavano seduti sui loro gradini uomini e ragazzi di
povero aspetto, logori dalla febbre, con gli occhi infiammati, i capelli
ispidi, coperti a mala pena da pochi luridi cenci. Nelle loro fisionomie
si leggeva tutta la storia della moderna Sicilia, le sevizie della
polizia borbonica, il predominio corruttore del clero, e l'animo mio,
amareggiato, non potè fare a meno d'imprecare contro la sorte degli
sventurati discendenti di Archimede. Non verrà mai il giorno della
redenzione per questa stupenda contrada? Che Dio la renda piuttosto ai
Saraceni!...
Ci vorrebbe un novello Archimede per scacciare con le sue macchine e
ridurre in cenere tutto il pretismo ed il monachismo che infestano la
sventurata isola!
Ancora di una tomba mi resta a parlare. Non lontano dalla via dei
Sepolcri, in un giardino di viti e di olivi, si trova sepolto il nostro
concittadino Platen.[7] Mentre stavo sui gradini della sua tomba, dopo
avervi depositato una corona di tralci di vite, mi ricordai, in quella
pura atmosfera ellenica, le relazioni di Platen con Heine, e questi
pensieri mi portarono nella malsana atmosfera della letteratura patria,
nei tempi falsi, tendenti all'ebraismo, che fecero tanto male alla
nostra poesia, generando una razza di uomini snervati, incuranti di Dio
e dei loro simili. Come fu diversa la sorte di Heine e di Platen! Se Dio
avesse concesso al primo di poter esprimere quanto soffriva nel suo
animo, invece di farsi beffe di tutto, sarebbe stato un uomo veramente
grande, chè per ingegno Heine fu infinitamente superiore al povero
Platen. Eppure l'accanito nemico di Platen si dovè rassegnare a vedere
che a questi fosse innalzata una statua.
Fu ventura per Platen il morire a Siracusa. Poco tempo prima della mia
venuta, il re di Baviera, come mi narrò il giardiniere, aveva visitato
la tomba del poeta e deciso di farla restaurare, poichè già cominciava a
cadere in rovina.
AGUSTO COMITI PLATEN HALLERMUNDE AUSPACHIENSI
GERMANIAE HORATIO.
Questa è l'iscrizione che il cavaliere Landolina fece incidere sulla
tomba. Meritò quel freddo versificatore di Platen di riposare solitario
fra i monti di Siracusa, in mezzo a Yerone, ad Archimede, a Timoleone,
quale unico rappresentante del popolo che più di ogni altro era versato
negli studi ellenici? Questo dubbio mi rimpiccioliva quella tomba
poetica quanto i cipressi che presso la piramide di Caio Cestio
ombreggiano la tomba di Schelley, uno dei pochi veri poeti dei tempi
moderni.