III.

Molte cause contribuirono a far sorgere in Sicilia un'eccellente

architettura ecclesiastica ed a darle un'impronta tutta speciale, e

sopratutto il carattere di quel secolo in cui il cristianesimo venne in

lotta con l'islamismo, in contatto del quale sì a lungo era vissuto,

specie quando la dominazione dei Normanni si trovò di fronte alla

religione di Maometto. Trionfante, allora, risorse in Sicilia la fede di

Cristo e riacquistò il terreno perduto: chiese stupende, capolavori in

cui l'ispirazione orientale sopravviveva, monumenti della vittoria della

religione cristiana su quella di Maometto, sorsero ovunque.

Qualcosa di simile era già avvenuto quando gli Elleni avevano sconfitto

nella battaglia d'Imera i Cartaginesi, che avevano invasa tutta quanta

l'isola: essi, nell'ebbrezza della vittoria, avevano disseminato il

suolo conquistato delle loro magnifiche costruzioni. Gli Dei della

Grecia, Giove, Apollo, Cerere e Venere, avevano atterrato il Moloch

africano, e il contrasto della civiltà e della religione greca con la

barbarie africana si era pronunciato meravigliosamente, avendo Gelone di

Siracusa, fra le altre condizioni di pace, imposto ai Cartaginesi di

cessare del tutto, qualsiasi sacrificio umano.

Dopo oltre quindici secoli, nel secondo grande periodo architettonico

siculo, un fatto quasi identico si ripetè, fatto degno di osservazione,

unico, che prova ad un tempo come la civiltà umana si svolga secondo le

leggi esterne immutabili nella sostanza, varie nella forma. Nella stessa

guisa che i Greci nel primo periodo innalzarono i famosi templi di

Segesta, di Selinunte, di Agrigento e di Siracusa, i Normanni, una volta

liberata l'isola dai novelli Cartaginesi, innalzarono le splendide

cattedrali di Monreale, di Palermo, di Cefalù e di Messina. Nel primo

periodo la civiltà si era rivolta verso il mezzodì, nel secondo invece

si estese nel settentrione, mentre le contrade di mezzodì e di levante

decadevano.

A lato del tempio greco a colonne sorse la cattedrale cristiana; a lato

del tempio marmoreo, maestoso, severo di Giunone ad Agrigento, sorse il

duomo scintillante d'ori dedicato alla Vergine Maria di Monreale:

ambedue segnarono un'epoca di florido rinnovamento nella storia dello

spirito umano; ambedue avevano un carattere originale diverso e diversa

è quindi l'impressione che oggi suscitano. Chi può esprimere la

commozione che si prova nel contemplare, in mezzo alla solitudine della

campagna siciliana, uno dei templi maestosi di Agrigento? Si direbbe

impossibile poter trovare cosa più perfetta, più bella, più armonica

nelle forme. Ma anche entrando in una cappella normanna, nella sua

semioscurità, fra le sue navate, sotto i suoi archi, fra quelle pareti

splendenti di mosaici, non si può fare a meno, dimentichi

dell'antichità, di persuadersi di essere entrati in una novella sfera di

beltà e d'armonia.

Il sentimento religioso suscitato da questa architettura normanna, che

io volentieri, per la sua origine orientale, chiamerei architettura

delle Crociate, fu profondo. Da ciò nacquero altre conseguenze. La

Chiesa romana di fronte a Bisanzio che sosteneva esser la Sicilia sua

proprietà, dovette dare alla conquista dei Normanni quasi un diritto

sacro, un'alta consacrazione. Il papa aveva nominato i conti Normanni

suoi legati apostolici, aveva concesso a re Ruggero le sacre insegne,

quasi a testimonianza della conferma data dalla Chiesa alla sua

signoria; i re, inoltre, si ritenevano eletti, non per concessione del

papa, ma per grazia di Dio, e difatti rappresentavano nei mosaici delle

loro chiese Ruggero e Guglielmo nell'atto di venire incoronati da Cristo

stesso. Era dunque necessario che fossero zelanti nel promuovere il

risorgimento del cristianesimo nel loro nuovo regno, e tali furono.

Malaterra, storico dei due Ruggeri, così parla del conquistatore della

Sicilia:

«Allorchè il conte Ruggero vide che per la grazia di Dio, tutta quanta

la Sicilia faceva omaggio alla sua signoria, non volle mostrarsi ingrato

a così gran beneficio e cominciò a render grazia a Dio, ad esser giusto,

a ricercare la verità, a frequentare le chiese, a prendere devotamente

parte ai sacri uffizi, a concedere alle chiese il decimo de' suoi

redditi, a soccorrere le vedove, gli orfanelli, i derelitti, e in molti

luoghi dell'isola innalzò basiliche».

Altre ragioni politiche, in quel tempo di Crociate, si unirono allo

spirito religioso per indurre i Normanni a favorire gl'interessi della

Chiesa; una stirpe principesca, salita di recente e soltanto per forza

di conquista su uno dei più bei troni d'Europa, aveva bisogno dell'aiuto

del papa e del clero per affermarsi. Senza quest'appoggio, sarebbero

stati perduti, come avvenne di poi agli Hohenstaufen, i quali, entrati

in lotta con la Chiesa, cominciarono dal perdere Napoli, poi la Sicilia

e quindi ogni dominio.

A queste influenze aggiungasi il desiderio naturale in una dinastia

sorgente di affermare per mezzo di splendidi monumenti la sua

dominazione, e si capirà facilmente perchè l'architettura ecclesiastica

in Sicilia abbia preso rapidamente piede. Si voleva superare tutto

quello che si era fatto, rivestire le chiese per intero d'oro, far cosa

ancor più bella della basilica di S. Sofia e di quella di Bisanzio, al

cui imperatore era stato tolto il regno: e Ruggero edificò

rapidissimamente, in un anno si dice, il duomo di Cefalù, la cattedrale

di Messina e la cappella palatina di Palermo. Così lo sviluppo dell'arte

fu altrettanto rapido quanto quello della dominazione stessa dei

Normanni.

Tutte queste costruzioni furono però superate da Guglielmo II, ultimo

principe legittimo della stirpe normanna, il quale eresse nel duomo di

Monreale il più bel monumento alla sua famiglia e contemporaneamente uno

dei più bei monumenti dell'architettura medioevale. Fu compiuto in sei

anni, fra il 1170 e il 1176 e la fama della sua magnificenza si propagò

rapidamente sin nei più lontani paesi. Nel 1182, papa Lucio III innalzò

Monreale alla dignità di arcivescovado e parlando nella bolla di re

Guglielmo, così scrisse: «In brevissimo volgere di tempo seppe elevare

al Signore Iddio un tempio meraviglioso, lo dotò di castella, di

rendite, di libri, di arredi sacri, riccamente ornati d'oro e di

argento, vi chiamò buon numero di monaci dalla Cava, li fornì di

abitazioni e di ogni cosa occorrente, di guisa che non vi fu dai tempi

più remoti altro re che compisse opera altrettanto grande, la cui sola

descrizione riempie di stupore».

La chiesa di Monreale ha veramente qualche cosa di singolare; si direbbe

che ivi, nelle vicinanze dei lidi africani, fra quelle piante aromatiche

e bizzarre, fra le palme gli agavi, gli aloe, sotto quel luminoso sole

meridionale, il cristianesimo abbia ricevuto una speciale, quasi

fantastica impronta.

L'architettura della basilica è un capolavoro dello stile ecclesiastico

normanno-siculo e riunisce in sè i tre tipi: greco-bizantino, latino ed

arabo. I Normanni, che veniano dall'Occidente, ove predominavano le

forme romane, trovarono in Sicilia tanto le tradizioni bizantine, quanto

quelle saracene. L'isola era stata posseduta varî secoli dai Bizantini,

la lingua usata in Sicilia era greca, greco il loro culto, greci i

caratteri architettonici delle loro chiese, caratteristiche per la

pianta quadrata e per l'abbondanza delle cupole. In esse il Santuario

veniva elevato in forma di triplice ovale, simbolo della Santissima

Trinità, imperocchè di fianco del coro stavano due cappelle meno

elevate, di forma emisferica, a sinistra la _protesi_ per la

preparazione al sacrificio, a destra il _diaconico_, destinato ai

diaconi ed alle loro letture. Anche i Bizantini solevano ornare di

mosaici le vòlte, gli archi e le pareti delle loro chiese.

I Normanni accettarono quest'architettura e dai Saraceni presero l'arco

a sesto acuto e i rabeschi per le pitture murali. Conservarono inoltre

il tipo della basilica romana, in uso nel resto d'Italia, cioè a dire

una navata lunga, divisa da due file di colonne sostenenti il tetto a

solaio, e collocarono questa navata davanti al santuario, ma invece di

destinare, come nelle antiche chiese le colonne a sopportare un

architrave, portarono sopra quelle gli archi a sesto acuto, riunendo in

una le tre forme architettoniche e dando origine a quel tipo che fu in

uso in tutta quanta la Sicilia e che a poco a poco si accostò a quello

gotico, e finì per confondersi con questo.

Si possono consultare utilmente a questo riguardo l'opera di Serra di

Falco intorno a Monreale ed altre chiese sicule-normanne, quelle di

Hittorf e di Zanth sull'architettura moderna della Sicilia, e le

descrizioni di Monreale fatte dal Lelli e dal Del Giudice.

Il duomo misura 372 palmi di lunghezza, 174 di larghezza; il suo

campanile è alto 154 palmi. Ha bellissime porte di bronzo, sulle quali

sono scolpiti parecchi archi semispezzati ed ornati di ricchi arabeschi,

sostenuti da pilastri con mosaici, e sculture nel vano: un'iscrizione

latina dice che fonditore di esse fu Bonanno da Pisa, lo stesso che

gittò le porte di bronzo del duomo di quest'ultima città. Gli

altorilievi, divisi in quarantadue campi, rappresentano le gesta

dell'antico e del nuovo Testamento, e per valore artistico possono stare

a fronte dei mosaici bizantini. Le figure sono forse dure, sono un po'

magre, ma colpiscono pel loro carattere d'ingenuità quasi puerile. Le

iscrizioni in lingua volgare dell'epoca che accompagnano le figure,

corrispondono perfettamente all'idioma usato dai poeti siciliani

contemporanei. Ad un lato della chiesa v'è un'altra porta, pure di

bronzo, opera di Barisano da Trani.

Nell'interno il duomo si presenta grandioso, stupendo, ma non con quel

carattere severo delle antiche cattedrali gotiche, ove l'anima quasi si

sperde nell'idea dell'infinito, e non ha neppure l'imponenza maestosa

di S. Pietro, in cui lo splendore del papato s'impone, e nemmeno ha la

severa maestà delle basiliche bizantine: ivi la grandezza è minore e la

severità è temperata dalla grazia dell'arte. Gli archi snelli a sesto

acuto, poggianti sopra nove colonne di granito orientale, dànno belle

proporzioni alla navata centrale e lasciano penetrare e spaziare lo

sguardo in quelle laterali. Il pavimento di marmi rari, di vario colore

e a disegni, lo splendore delle travi dorate, le pitture dei

compartimenti del solaio, i mosaici e gli arabeschi che cuoprono tutti

gli archi e le pareti delle tre navate, tanta profusione di sculture e

d'oro, producono un'impressione indimenticabile. Pel Dio delle terre

nordiche un tempio così luminoso e così gaio non parrebbe conveniente,

ma pel Dio del mezzogiorno indubbiamente sì. Entrando in questo tempio

dalla meravigliosa campagna di Monreale, pare piuttosto di trovarsi in

un vasto e regale palazzo.

Nella navata centrale i mosaici cominciano sopra il piccolo architrave

che posa sui capitelli delle colonne. La parete superiore è divisa in

due parti da una cornice, l'inferiore è ornata di arabeschi che seguono

la forma degli archi; nei campi intermedi fra questi sono rappresentate,

su fondo d'oro, scene bibliche. Nella parte superiore si trovano le

finestre, aperte nel centro degli archi, e gl'intervalli sono tutti

quanti riempiti di mosaici. Sotto il solaio corre una larga fascia,

coperta di arabeschi, con spazi circolari di tanto in tanto, nei quali

stanno mezze figure d'angeli. Ovunque lo sguardo si volge, verso le

cappelle, le navate, le pareti, ovunque trova mosaici, che rappresentano

fatti della sacra Scrittura, oppure figure isolate di Dio, di angeli, di

santi greci o latini; tutto l'antico e novello Testamento contribuì alla

decorazione di questa meravigliosa chiesa; tutto il ciclo della

religione mosaica e di quella cristiana venne svolto sulle pareti di

questo duomo; e concorsero ad arricchirlo perfino le due comunioni

cristiane in disaccordo, quella dei Greci e quella dei Latini: i santi

dell'una e i santi dell'altra vi trovarono ospitalità.

Grande è la meraviglia che desta questo fatto, l'aver l'arte potuto

nello stesso luogo concentrare, radunare e rappresentare tutto quanto il

sistema e l'ordinamento della religione cristiana. L'arte moderna non è

più capace di riprodurre, come allora, le varie fasi dello svolgimento

dello spirito umano; tutti i tentativi recentemente fatti con la pittura

ad affresco, son riusciti fredde allegorie, incapaci di suscitare veruna

commozione.

I mosaici, le sculture di Giotto sul campanile di Firenze,

rappresentanti la storia della civiltà umana, e il poema di Dante, si

possono considerare come monumenti di quel periodo in cui l'idea

cristiana si rese padrona dell'arte e la costrinse a farsi riprodurre

sotto tutte le più svariate forme. Bisogna però ricordare che il ciclo

di mosaici di Monreale è anteriore di circa un secolo a Dante e a

Giotto; e quando si pensi che la _Divina Commedia_ non esercitò la sua

vera e positiva influenza sull'arte che ai tempi di Michelangelo, e non

indusse fino a quell'epoca i pittori a rappresentare il ciclo epico di

quella, sembrerà ancor più meraviglioso che fin da allora si potesse

rappresentare con tanta grandiosa unità nei mosaici di Monreale,

l'intera storia del cristianesimo.

Non si sa bene a chi si debba attribuire questo pensiero; ma osservando

in altre chiese di Palermo del periodo normanno la stessa idea,

quantunque in esse svolta con minori proporzioni nella loro decorazione,

si può arguire che avesse origine da tradizioni bizantine. Del pari non

sappiamo chi dirigesse i lavori, ma si sa che furono impiegati tre anni

nell'esecuzione dei mosaici, e il duca Serra di Falco ha calcolato che

vi dovettero essere adibiti non meno di cinquanta artefici.

L'idea della ripartizione è la seguente: il ciclo comincia con la

creazione del mondo ed arriva sino alla lotta di Giacobbe con l'angelo;

ogni quadro ed ogni soggetto ha il suo fine in Cristo, la cui immagine è

rappresentata nella tribuna. La navata centrale è riservata all'antico

Testamento; nel santuario, nelle cappelle e nelle navate laterali è

tracciata la vita di Cristo e sono rappresentati anche i profeti e i

patriarchi che annunziarono la sua venuta; infine vi è tutta la storia,

forse soverchia, dei martiri e dei santi. S. Pietro e S. Paolo, come

principi della Chiesa, stanno a fianco della cappella di Cristo: S.

Pietro a destra, seduto sul trono, con la mano sinistra appoggiata ad un

libro, e con la destra sollevata in atto di dare la benedizione; al

disopra ed ai lati sono rappresentate le gesta della sua vita. S. Paolo

si trova a sinistra, seduto; superiormente c'è raffigurata la sua

decapitazione. In mezzo alla tribuna campeggia il colossale Cristo. Una

croce greca splende sul suo capo, lunghe ciocche di capelli gli scendono

sulle spalle ed una barba lunga e folta gli copre il mento. Egli solleva

la mano destra in atto d'insegnare e con la sinistra tiene un libro:

un'iscrizione in lingua greca gli dà il nome di _Gesù Cristo

pantocrate_. Questa figura colossale fa l'impressione di una potenza

soprannaturale; è di una cupa solennità e, come tutte le immagini di

Cristo d'origine bizantina, rivela un'espressione tutt'altro che divina;

come le immagini degli Dei dell'antico Egitto, rivela tradizioni ancora

pagane. Il tipo ci trasporta in un'ordine d'idee più lontane da noi

della stessa antichità pagana; esso rappresenta un'astrazione terribile

che esclude ogni idea di umanità, d'immaginazione, di vita. Tali

immagini di Cristo producono in certo modo l'impressione che suscita la

testa di Medusa. Io non le ho mai potute guardare senza vedervi, quasi

in uno specchio, riflessa la storia della Chiesa, cioè l'ascetismo

fanatico, il monachismo, l'odio contro gli ebrei, la persecuzione degli

eretici, le lotte dogmatiche, la supremazia dei papi. Nessun'altra cosa

ha mai rappresentato meglio, sotto forma simbolica, la potenza positiva

e negativa della religione cristiana, e nessuna cosa potrebbe meglio

spiegare lo sviluppo dell'arte cristiana nel progresso dei tempi, quanto

il confronto di un Cristo bizantino con le teste del Salvatore di

Raffaello, o del Tiziano, che esprimono i limiti estremi del modo di

comprendere e di rappresentare il tipo religioso.

Non parlerò degli altri mosaici, come quello della Vergine col bambino,

in mezzo alla cappella centrale, e dei fatti della vita di Cristo. In

genere si osserva nel santuario il predominio del carattere patetico,

soprannaturale, religioso ed astratto. Nel riprodurre invece i fatti

dell'antico Testamento, l'arte si fa più umana, assume un carattere meno

severo, e talvolta anzi quasi ridente; essa, spesso, rappresenta anche

piante ed animali. Con molti di questi quadri, che sono di un'ingenuità

primitiva, si entra nel mondo naturale, nella storia dell'umanità. Il

sacrificio di Isacco, per esempio, è rappresentato con una semplicità

caratteristica: Isacco è disteso sopra una catasta di legno; Abramo lo

ha afferrato pel capo e solleva un coltellaccio lungo quanto la metà del

corpo del ragazzo; dietro a lui stanno due uomini che impugnano nodosi

bastoni, e al di sotto un cavallo sellato, e in alto un angelo in atto

di volare. Il disegno è spesso difettoso, specialmente negli animali; i

dromedari a cui Rebecca porge da bere, sono addirittura grotteschi.

Nell'insieme però tutti questi mosaici producono una buona impressione,

per quanto le loro tinte si siano di molto annerite pel fumo, giacchè

l'11 novembre 1811 lo stupendo tempio di Monreale corse rischio di

rimanere preda delle fiamme. Un chierichetto aveva collocata una candela

accesa in un armadio, e il fuoco si era appiccato ad alcune stoffe ivi

riposte; egli aveva tentato di soffocarlo, chiudendo l'armadio, ed era

fuggito senza dir nulla, per timore di una punizione. Nel pomeriggio si

vide uscire un denso fumo dalle porte e dalle finestre della chiesa; il

popolo si precipitò dentro e trovò il coro in fiamme. Dopo quattr'ore di

alacre lavoro si riuscì a spegnere il fuoco, ma il danno era stato

grave; i due organi erano rimasti distrutti, il solaio in gran parte

rovinato, le travi nella caduta avevano infranto le tombe di Guglielmo I

e di Guglielmo II, ed i mosaici erano stati in parte devastati. Fin dal

1816 si diede principio al restauro dei guasti, e fu fortuna che le

tribune e le navate fossero rimaste illese dalle fiamme.

Le tombe dei due Guglielmi e della loro famiglia, a quell'epoca rimaste

danneggiate, si trovano oggi nell'ala destra del coro. Guglielmo il Malo

riposa in un sarcofago di porfido, e presso di questo sono pure sepolti

i suoi tre figli: Ruggero, duca delle Puglie, morto nel 1164; Enrico

principe di Capua, morto nel 1179; Guglielmo il Buono, e Margherita loro

madre. Così, di tutta la stirpe normanna di Sicilia non mancano che

Ruggero I, Simone e Tancredi. Guglielmo il Buono, che costruì la bella

chiesa, si vede rappresentato due volte nei mosaici, in uno seduto su

di un trono, dove Cristo gli pone sul capo la corona, e nell'altro

assiso sulla cattedra vescovile, in atto di presentare alla Vergine il

disegno del tempio. Egli riposa ora in un sarcofago di marmo bianco,

ornato di graziosi arabeschi, su fondoni d'oro. Il monumento gli venne

innalzato solo nel 1575 dall'arcivescovo Ludovico de Torres, perchè il

pio re aveva voluto che la sua salma fosse deposta in una semplice fossa

murata, a fianco dello stupendo sarcofago del padre.

Guglielmo II non si contentò di costruire il duomo, ma volle anche

erigere al suo fianco uno stupendo monastero, dove chiamò dalla Cava i

padri Benedettini; e spesso si compiaceva di trattenersi con essi,

rallegrandosi dei lavori degli edifici grandiosi, che in quell'epoca

andavano sorgendo in Monreale. Il monastero edificato da re Guglielmo,

cadde poi in rovina, ma uno nuovo ne venne innalzato sullo stesso luogo,

veramente splendido, come del resto lo sono in Italia tutti i conventi

dell'Ordine di S. Benedetto, rassomiglianti più a palagi principeschi

che a monasteri.

L'antico convento doveva essere assai bello, più bello certo di quello

di S. Martino. Sorgeva, come si è detto, di fianco al duomo e dominava

tutta la pianura di Palermo. Guglielmo aveva circondato il convento di

mura e di torri, delle quali rimangono oggi alcuni avanzi; del resto,

dell'antico convento poche rovine rimangono, ad eccezione del

meraviglioso chiostro, ancora ben conservato. Questo è un ampio

quadrato, circondato da portici; duecentosedici colonnette fantastiche,

accoppiate a due a due, reggono gli archi a sesto acuto, ricchi di

ornamenti bizzarri; negli angoli si trovano riunite quattro di queste

colonnette, ed i loro capitelli sono lavorati con grande cura e

perfezione. Meraviglioso è l'effetto che produce questa selva di

colonnette graziose, i cui fusti sono tutti lavorati in modo diverso; ve

ne sono degli scanalati, degli striati, dei lisci, ed anche a spirale.

L'arte prese qui la varietà per legge e si abbandonò interamente al suo

capriccio; tutto vi è ingenuo, grazioso, puerile, fantastico. La

piccolezza delle forme si prestò a questo slancio ardito

dell'immaginazione. Il porticato del chiostro offre il più grande

contrasto dei colonnati greci, e difficilmente si possono trovare, negli

ordini architettonici, due cose più dissimili.

Meritano poi grande attenzione i capitelli di tutte queste colonnette.

Anche in essi regna la varietà; non v'è un capitello simile ad un altro;

sembra inoltre che gli scultori abbiano voluto gareggiare con la natura

nel riprodurre la varietà delle sue forme. Dalle foglie di acanto, che

disposte in varî modi formano la base dei capitelli, sorgono imagini

fantastiche, ora di un fiore, ora di un animale, ora di una pianta, ora

di una figura umana, le quali sembrano rappresentare un piccolo poema.

In alcuni capitelli si scorgono intiere figure che, a guisa di

cariatidi, sostengono l'abaco; in altri si vedono imagini bizzarre di

leoni, di cavalli, di delfini, di geni alati, di arpie, di dragoni, di

grifoni, di esseri fantastici, che balzano fuori dai fiori, e sostengono

la tavola che forma l'estremità superiore del capitello. Molti di questi

rappresentano fatti dell'antico e del nuovo Testamento; se per il

disegno non sempre sono pregevoli, meritano purtuttavia l'attenzione per

la loro semplicità e la loro ingenuità. Sopra uno dei capitelli si

scorge, come sopra un mosaico di cui abbiamo parlato, re Guglielmo che

presenta alla Vergine il disegno del duomo, e in un altro i re Magi che

offrono doni a Gesù Bambino. Vi sono poi lotte di guerrieri, che muovono

gli uni contro gli altri armati, e scene del tiro all'arco, esercizio

molto gradito ai Normanni e in genere a tutti i popoli del Nord. Vi si

vedono dunque riuniti argomenti sacri e profani, biblici e scientifici.

Come spesso nella natura umana si trovano a contatto il serio e il

giocoso, così in Monreale si trova ad ogni passo il contrasto del

sublime e dell'umile; la qual cosa è caratteristica dell'architettura

gotica, molto più ricca di quella dei Greci sull'espressione delle idee

che le diedero vita, perchè maggiormente è rivolta a riprodurre sotto i

suoi varî aspetti la natura.

Il chiostro di Monreale è uno dei migliori monumenti di quei primi tempi

del medioevo, in cui lo spirito umano nell'architettura, nella scultura

e nella poesia cominciava a prodursi con infinite varietà di forme. E

poichè tutti i rami di civiltà sono uniti gli uni con gli altri, si può

dire che nella poesia i sonetti, le canzoni, le terzine, i madrigali,

corrispondessero ai mosaici, agli arabeschi, agli ornati architettonici,

alle sculture di quell'epoca di risorgimento delle arti e delle lettere.

Come meglio si comprende il senso intimo delle tragedie di Eschilo, dopo

aver contemplato i tempî greci di Pesto e di Sicilia, così meglio si

comprendono e si apprezzano i poemi di Dante e di Wolfram di Eschenbach,

dopo aver visitato le cattedrali d'Italia e i monasteri della Germania.

*

* *

Il duomo di Palermo era, anche prima della venuta dei Saraceni, la

chiesa principale della città e della arcidiocesi; esso era dedicato a

Maria Assunta in cielo. Gli Arabi lo avevano ridotto a moschea, i

Normanni lo restituirono al culto cristiano, togliendovi tutto quanto

sapeva di Saraceno. È rimasta solo sopra una colonna del portico

un'iscrizione araba tolta dal Corano, la quale così si può tradurre: «Il

nostro Dio ha creato il giorno, al quale segue la notte, e la luna e le

stelle si muovono secondo i suoi cenni. Non è sua la creatura, non è sua

la signoria? Sia lodato Dio, il Signore dei secoli».

L'antica chiesa fu eretta dall'arcivescovo Gualtiero di Offamil, parente

di Ruggero, dal 1170 al 1194, secondo lo stile gotico, che il duomo ha

ancora conservato, nonostante le molte ed infelici mutazioni a cui andò

soggetto. Dell'antica chiesa non lasciò che la cappella di S. Maria

Incoronata, nella quale furono incoronati Ruggero e tutti i suoi

successori, come accenna l'iscrizione _hic regi corona datur_. Nel 1781

il duomo fu restaurato, o per dir meglio fu deturpato, per opera

dell'architetto napoletano Ferdinando Fuga, il quale eresse una barocca

cupola e fece molti altri lavori che ne alterarono completamente

l'antico stile. Però, nonostante questi non felici restauri, il duomo di

Palermo produce ancora una grande impressione, perchè riunisce in sè la

semplicità dell'architettura gotica, e la grazia degli archi e degli

arabeschi saraceni, e non v'è altro edificio a Palermo che mostri con

tanta evidenza i contrasti di cui è ricca la storia dell'isola.

Il duomo sorge libero, su una piazza di discreta ampiezza, circondata da

una balaustra con barocche statue. In mezzo, sopra un piedistallo

triangolare s'innalza la statua di S. Rosalia, protettrice della città;

questa santa è per i Palermitani quello che per i Napoletani è S.

Gennaro.

Ai quattro angoli del duomo si levano quattro torri e sopra le navate

laterali delle piccole cupole. L'antico campanile quadrato, per fortuna,

non fu restaurato; secondo l'uso toscano sorge accanto alla chiesa ed è

a questa unito per mezzo di archi. La tribuna, di forma semicircolare, è

ornata con arabeschi in nero. Sulle pareti esteriori, nelle porte, nelle

finestre, nelle fasce, nelle cornici si vedono graziose sculture dalle

forme fantastiche di colonne e di merli. Sulle porte sta il maggiore

ornamento; soprattutto sono da ammirarsi i ricchi arabeschi della porta

maggiore e lo stile della porta laterale. Il portico, del 1430, è

formato da tre archi a sesto acuto, i quali riposano sopra quattro

colonne. Sulle pareti interne dell'altro si vedono due sculture moderne,

rappresentanti l'incoronazione di Carlo III e di Vittorio Amedeo di

Sardegna, che fu per pochi anni re di Sicilia.

L'interno della chiesa, interamente rimodernata, appare semplice e di

piacevole aspetto; ha tre navate a forma di croce latina, con archi a

sesto tondo, sostenuti da pilastri. Le cappelle e gli altari sono

sopraccarichi di ornati di gusto assai barocco. V'abbondano il marmo e

il porfido, ma non vi sono sculture, nè pitture di pregio, eccezione

fatta di due acquasantiere di marmo, una delle quali appartiene alla

scuola di Antonio Gagini, discepolo di Michelangelo ed uno dei migliori

scultori della Sicilia. Nel duomo ci sono pure molte opere di questo

chiaro artista, mirabili sopratutto alcuni monumenti sepolcrali nella

cripta sotterranea, edificata al tempo dei Normanni e conservante tutto

il suo antico carattere di basilica ad archi a sesto acuto sostenuti da

gigantesche colonne di granito. Lungo le pareti si allineano le tombe

degli arcivescovi di Palermo, consistenti per la maggior parte in

sarcofaghi di mediocre lavoro romano. L'aspetto semplice e severo di

questo edificio produce una profonda impressione.

La cosa però più pregevole del duomo sono le tombe dei re della stirpe

normanna, e di quella degli Hohenstaufen: monumenti non solo della

storia siciliana, ma anche di quella tedesca. Queste tombe sono

collocate in una cappella della navata di destra; sono dei sarcofaghi di

puro e severo stile, di porfido rosso cupo o di marmo. Non ho visto mai

nessuna tomba dei tempi cristiani che abbia un carattere così semplice e

severo come queste, e che sembri come queste fatta per durare

eternamente. Gli stessi due sarcofaghi di porfido del tempo di

Costantino, che si ammirano in Vaticano, non producono un'eguale

impressione, perchè i loro bassorilievi distraggono alquanto

l'attenzione. Tombe di una così grandiosa semplicità e di una maestà

così severa potrebbero servire anche per i re dei Nibelungi. In esse si

riconosce l'impronta grandiosa del secolo XIII. Attestano che in

quell'epoca i Siciliani avevano conservata l'arte di lavorare il

porfido, arte che nel resto della penisola era andata perduta e non fu

ritrovata, narra il Vasari, che alla metà del secolo XVI da Francesco

del Todda.

In queste tombe sono sepolti il gran re Ruggero, Costanza sua figlia, il

marito di lei Arrigo VI, Federico II, il principe più geniale che abbia

avuto la Germania, e la sua prima moglie Costanza d'Aragona.

La tomba di Federico è quella che più colpisce la nostra attenzione.

Egli morì a Firenzuola, presso Luceria, nelle Puglie, il 13 dicembre

1250, in età di soli cinquantasei anni; e la sua salma fu trasportata in

Sicilia da sei squadroni di cavalleria e dalle guardie saracene, e venne

deposta nella stessa chiesa dove aveva da ragazzo ricevuta la corona e

dove aveva fatto incoronare suo figlio Manfredi. Questi aveva incaricato

Arnolfo di Lapo, discepolo dell'illustre Nicola Pisano, d'innalzare uno

stupendo monumento all'imperatore suo padre, che però non fu eseguito.

Non si sa bene chi sia stato l'autore del monumento attuale, se un

Toscano od un Siciliano. Il sarcofago, col coperchio ornato di aquile e

di grifoni, posa sopra quattro leoni, i quali tengono fra le loro zanne

degli schiavi; al di sopra si erige un tempietto, sostenuto da colonne.

Nel 1491 il vicerè spagnuolo Ferdinando di Acunta si arrischiò ad aprire

quelle tombe: alla presenza degli arcivescovi di Palermo e di Messina e

del Senato Palermitano, fece scoperchiare i sarcofaghi di Arrigo VI e di

Costanza di Aragona, e, solo per la disapprovazione manifesta di tutti

gli astanti, si trattenne dall'aprire anche le altre tombe. Quando nel

1781 il duomo fu restaurato, le tombe che si trovavano in una cappella

di fianco al coro, vennero trasportate dove ora si vedono, e in quella

occasione vennero tutte aperte. Il principe di Torremuzza, che si trovò

presente, l'11 agosto, alla loro apertura, narra nella sua vita: «I

cadaveri di Ruggero I, di Arrigo VI e di Costanza si trovarono quasi

completamente distrutti e nulla di notevole si potè osservare nei loro

ornamenti; invece, le salme di Federico II e di Costanza II, suscitarono

grande ammirazione per la ricchezza dei loro abbigliamenti e per la

qualità delle gemme che insieme con i due principi erano state sepolte.

Sulla corona di Arrigo VI e sulla camicia che Federico II portava sotto

le altre sue vesti, si trovarono ricamati parecchi caratteri arabi, che

furono esattamente ricopiati e spediti, per mio suggerimento, al

professore Tichsen, in Butzow, per averne la traduzione».

Le parole del principe non concordano esattamente con la notizia

pubblicata dallo storiografo napoletano Daniele, intitolata: _I sepolcri

del duomo di Palermo illustrati_. Secondo questa, il cadavere di

Federico II si sarebbe trovato rivestito di magnifici abiti, quantunque

con poco decoro si fossero collocati nella stessa tomba due altri

cadaveri, uno dei quali fu ritenuto per Pietro II di Aragona, morto nel

1342. La corona dell'imperatore, ornata di perle, posava sopra un

guanciale di cuoio, ed a sinistra del suo capo stava lo scettro. Portava

in dito un anello con uno smeraldo; al suo fianco stava la spada; aveva

attorno al corpo una cintura di seta, con fibbie d'argento; era calzato

con stivali di seta, ricamati a colori, ed aveva speroni d'oro.

Disgraziatamente, di questo gran principe non ci è pervenuto nessun

ritratto autentico; non possediamo che quelli delle sue monete, e

quello, scolpito in un anello, che lo storico Daniele fece incidere con

l'aiuto di una maschera in gesso di Federico. Gli abitanti di Capua

avevano eretto sul ponte del Volturno una statua all'imperatore Federico

e a' suoi due consiglieri, Taddeo di Sessa e Pier della Vigna; oggi

rimane solo la statua dell'imperatore ed in assai cattivo stato, perchè,

secondo quanto narra Raumer, una soldatesca sfrenata le ruppe le braccia

e i piedi e ne buttò a terra la testa. Prima che la statua fosse così

mutilata, Daniele aveva preso l'impronta della fisonomia e con questa

aveva inciso l'anello.

Quali sensazioni prova oggidì un Tedesco davanti alla tomba di questo

grande imperatore, sepolto in terra straniera!

La tomba suscita molti pensieri, e nessuno certo vi si può accostare

senza sentirsi commosso.

Altri principi proiettano sul mondo ancora dopo molti secoli un'ombra

cupa; questi invece getta tuttora sull'Italia e sulla Germania un raggio

di vivida luce. Un grande impulso partì da lui, impulso che si andò poi

allargando e che fece sentire per molti secoli la sua influenza,

quantunque sembri che nella lotta Federico sia stato vinto. Egli fu il

primo ad indebolire il Papato, col quale a lungo lottò, e la sua morte

non rimase senza frutto. Federico fu un precursore della Riforma; egli

prese a propugnare i diritti dell'umanità, della civiltà e della

ragione, contrastati dalle barbarie feudali e sacerdotali del medioevo.

Egli dette a' suoi popoli leggi piene di saviezza e di umanità, come mai

prima di lui erano state concesse; fu il primo a render ragione al

popolo nel diritto di essere rappresentato, chiamando il terzo stato a

sedere a parlamento; favorì le scienze, in cui era dotto e per le quali

nutriva profondo affetto; amò in sommo grado la poesia e si studiò di

farla risorgere in Italia. Federico II fu insomma uno dei più grandi

fautori della civiltà, della quale gettò semi che dovevano poi

germogliare nel corso dei secoli.

Ora voglio descrivere altre chiese di Palermo, pure dell'epoca normanna;

alcune fra le più antiche sono molto graziose, come, per esempio, quella

della Martorana, detta anche S. Maria dell'Ammiraglio. Questa venne

costruita nel 1143 dal grande ammiraglio Giorgio, in uno stile

antichissimo e puro. A fianco della chiesa sorge un campanile di

carattere arabo-normanno, ornato di piccole colonne. Si entra nella

chiesa per un portico, e subito produce grande impressione la

magnificenza dei mosaici, assai simili a quelli della cappella palatina.

Il coro ha otto colonne di granito con capitelli dorati che sopportano

gli archi. Questi, la cupola, le pareti sino a mezza altezza, sono

rivestiti interamente di mosaici su fondo d'oro; il pavimento è formato

di marmi rari e di porfido; molte sono in questa chiesa le iscrizioni

arabe sopra alcune colonnette.

Fra i quadri a mosaico, due meritano una speciale attenzione; in uno si

vede il grande ammiraglio inginocchiato ai piedi della Madonna, e sopra

di lui sta scritto in greco: «_Preghiera di tuo servo Giorgio

Ammiraglio_». La Vergine, modestamente vestita, tiene in mano un foglio

arrotolato; in alto sta un Cristo con lo scettro. Sul rotolo si legge la

seguente iscrizione: «_Proteggi e libera da ogni male Giorgio, primo fra

tutti i principi, il quale mi abbia costruito questo tempio dalle

fondamenta, e concedi a lui il perdono dei suoi peccati, chè tu solo,

come Dio, lo puoi_». Un altro mosaico, di migliore fattura, rappresenta

re Ruggero incoronato da Cristo. Il re ha una bella testa, con i capelli

lunghi che gli scendono sulle spalle e con la barba a pizzo; porta un

abito lungo di colore turchino, con sopra una tunica del medesimo

colore, ricamata d'oro, e sulle spalle una fascia pure d'oro, che, dopo

essersi incrociata sul petto, gli ricade sotto il braccio sinistro.

In capo tiene la corona, o meglio un berretto quadrato, ed ai piedi le

scarpe color di rosa. A questa maniera fu trovato vestito Federico II,

quando fu aperta la sua tomba, e così pure vestivano Arrigo VI e

Guglielmo I. Marso sostiene che questi abiti regali fossero insegne

della podestà sacerdotale che Ruggero ottenne dal papa Lucio II per dare

maggiore consacrazione alla sua nuova signoria. Infatti, come narra

Ottone da Frisinga, egli ottenne lo scettro, l'anello, la dalmatica e i

sandali.

Disgraziatamente i mosaici della tribuna furono distrutti quando si

fecero i restauri alla chiesa, nel secolo XVI, e la tribuna stessa fu

trasformata in stile barocco. Oltre il pregio artistico, la chiesa della

Martorana ha pure quello storico, poichè essa fu, dopo il Vespro, sede

del Parlamento che elesse re Pietro di Aragona.

La piccola chiesa di S. Giovanni degli Eremiti è più antica, essendo

stata edificata da re Ruggero nel 1132. Ha quattro cupole di stile

prettamente arabo, nell'interno è piccola, ed essendo abbandonata da

lungo tempo, non presenta che nude pareti. Vicino alla chiesa si vedono

le rovine di un piccolo chiostro, di stile arabo-normanno,

graziosissimo.

La terza chiesa dei primi tempi normanni è S. Cataldo, di carattere

greco, con tre cupole emisferiche sostenute da archi a sesto acuto. Essa

è di forma quasi quadrata, e si dice che sia stata eretta

dall'ammiraglio Maione.

Di altre chiese normanne, come quella di S. Giacomo la Magara e di S.

Pietro la Bagnara, non rimangono quasi più traccie; altre furono in

tempi più recenti dagli Spagnuoli mutate interamente di forma. Gli

Hohenstaufen non costruirono chiese in Sicilia. Sembra invece che

l'architettura religiosa sia tornata a fiorire al tempo degli Aragonesi,

e ne fanno prova S. Agostino e S. Francesco; di quest'ultima non si

conosce l'anno preciso della fondazione. La sua porta maggiore è ornata

di colonne che sembrano di origine araba, e che debbono aver appartenuto

prima ad una moschea, poichè sopra una di esse si legge ancora la

seguente iscrizione maomettana in caratteri cufici: «Nel nome di Dio

misericordioso, misericordia. Non vi è altro Dio che Dio, e Maometto è

il suo profeta».

Bella e pittoresca è la facciata della piccola chiesa di S. Maria della

Catena, che risale al secolo XVI; il suo portico a tre archi, sostenuto

ognuno da due colonne, è molto bello, e sopra di esso corre una fascia

con arabeschi graziosissimi. Anche S. Maria Nuova possiede un simile

portico. Potrei descrivere molte altre belle chiese, come quella

dell'Olivella, ma ciò mi porterebbe in altri tempi, nei quali

l'architettura non ebbe più un carattere deciso, poichè col secolo XV

l'arco normanno andò in disuso, e lo sostituì l'arco a sesto tondo,

sostenuto da gravi pilastri. Il mosaico artistico è scomparso, le pareti

non sono più che sovraccariche di marmi di vario colore, disposti senza

gusto: l'unico capolavoro di pittura di cui Palermo potesse essere

orgogliosa, lo Spasimo di Raffaello, che si trovava in S. Maria dello

Spasimo, è ora il principale ornamento del museo di Madrid.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 18 / 33 题