(1855)
Siracusa.
(1855).
Il meraviglioso paesaggio siracusano mi apparve, la prima volta, mentre
il sole volgeva al tramonto, illuminando il mar Ionio e la ricurva
costiera fino ai monti d'Ibla, di quelle tinte calde che sono quasi un
segreto e un prodigio del cielo siciliano.
Nessuna parola varrebbe ad esprimere le sensazioni che quella vista mi
produsse io dirò soltanto che l'emozione che ne ebbi fu di molto
superiore a quella che avevo provata sulla cima dell'Etna, di dove si
scorgono tutta quanta l'isola, i tre mari che la recingono e, più
lontano, le coste del continente italiano. La storia parla all'anima più
che gli spettacoli della natura e l'uomo non vive che di _memorie_.
Giunsi a Lentini (Leonzio), patria del sofista Gorgia, seguendo la via
di Catania e passando dinanzi alla deserta penisola di Magnisi--l'antica
Tapso--e per il porto Trogilo.
Tra queste località s'innalza, per sessantacinque metri circa sul
livello del mare, un vasto altipiano, dalla forma triangolare, e col
vertice segnato dalla vetta del monte Eurialo. Su questo altipiano
sorgeva l'antica Siracusa che si prolungava fino all'isola di Ortigia,
congiungendo questa alla terra ferma per mezzo di una diga.
Oggi dal sommo dell'altipiano si vede l'isola con la povera Siracusa
moderna, ai lati di essa i due stupendi porti e a tergo il capo
Plemmirio: paesaggio classicamente severo, paragonabile soltanto alla
campagna romana. Verso terra si aggruppano neri ed imponenti i monti
d'Ibla ed ai loro piedi il mar Ionio, solcato una volta da vittoriose
moltitudini di galee, s'inargenta di spume. Da tutti questi luoghi
deserti e sassosi, dalle pianure ove crescono magri oliveti, dai ruderi
da cui sbucano a frotte gli uccelli di rapina, dovunque si volga lo
sguardo, sorgono in folla le memorie di tempi trascorsi, di generazioni
distrutte, di una civiltà che originò tanti grandi avvenimenti storici.
Dalla parte opposta appare il capo Plemmirio, anch'esso arido e pietroso
e l'isola di Ortigia che formano i due bracci di quel porto che i
Siracusani avevano sbarrato a Nicia con navi e con catene; in fondo
l'Anapo scorre fra i suoi papiri; qualche capanna di pescatore
biancheggia su quella solitudine e niente più della maravigliosa corona
di giardini e di ville che anticamente facevano superba la contrada.
Proseguii la strada deserta verso l'isola, osservando i numerosi
sepolcri scavati nelle rocce ed i bizzarri accidenti di cave
abbandonate. Vicino al piccolo porto si cominciano a vedere alcuni
giardini e parecchie vigne, le quali forniscono il rinomato vino di
Siracusa che una volta procurava molta ebbrezza a Gelone, a Yerone ed a
Pindaro. Dinanzi all'isola s'innalza una colonna bellissima, unico
avanzo di quella città ricca di industrie e popolata di un milione di
abitanti.
Cercherò di dare un'idea approssimativa dell'antica città della Magna
Grecia, descrivendola sul luogo. Essa era composta di cinque città;
Cicerone non ne annoverò che quattro, poichè non tenne conto di quella
parte superiore di Epipola, la quale non constava che di castella e di
fortificazioni. Le cinque città erano pertanto: Ortigia (isola),
Achradina, Neapoli, Tycha ed Epipola. Le ricerche di Fazello, di
Cluverio e di Mirabella e quelle più recenti di Serra di Falco,
permettono di assegnare a ciascuna città la propria località di un tempo
e di precisare a quali edifici debbano riferirsi le rovine che ancora
esistono.