Due isole molto distanti fra loro, l'Inghilterra e la Sicilia furono ad
uno stesso tempo conquistate da una razza audace e avventuriera, quella
dei Normanni, che, dopo avervi per poco brillato, vi si spense. Nell'una
e nell'altra isola venne introdotto il governo feudale, con baronie e
maggioraschi, i quali durano ancor oggi[5]. In entrambe le isole si
formò una costituzione aristocratica, che si sviluppò possente in
Inghilterra e di cui rimangono ancora vestigia in Sicilia, ove più
presto si estinse.
Questa similitudine di destini fra le due isole è abbastanza singolare e
potrebbe servire a spiegare altri fatti storici avvenuti dopo la
Rivoluzione francese, fra i quali la costituzione introdotta dagli
Inglesi in Sicilia nel 1812.
La signoria dei Normanni in Sicilia fu di breve durata; brillò appena un
secolo e ne furono caratteri distintivi l'intelligenza, la costanza,
l'audacia quasi feroce, una politica vasta e intraprendente, una grande
vastità di disegni e di imprese. Tutto ciò soggiacque al contatto della
vita voluttuosa dei Saraceni, al clima, alla libidine sfrenata delle
partigianerie.
Nel 1038 Giorgio Maniace era stato invitato in Sicilia dall'Imperatore
greco per cacciarne i Saraceni. Egli si rivolse a Guaimaro perchè gli
concedesse una piccola schiera di Normanni che teneva al suo servizio;
Guaimaro gli mandò circa trecento uomini al comando di Guglielmo dal
braccio di ferro, di Dragone e di Umfrido. Greci e Normanni si
precipitarono sull'isola, posero in fuga gli Arabi, s'impadronirono di
Messina, Siracusa e altre città; ma l'avidità del bottino portò fra loro
la discordia; i Greci rapaci volevano tutto per sè; allora i Normanni,
offesi, partirono, passarono in Italia e cercarono quivi qualche altro
compenso. Sorpresero Melfi ed altri paesi delle Puglie, cominciarono per
questa via a stabilire la propria indipendenza. Ma non appena i Greci
seppero questo, abbandonarono la Sicilia per cacciarli dalle Puglie, ma
non vi riuscirono, e le città da loro conquistate in breve tornarono in
potere dei Saraceni.
Trascorsero così varî anni senza speciali avvenimenti; i Normanni
riaffermarono il loro prestigio nelle Puglie, Guglielmo ne divenne
conte, più tardi Drogone ne ereditò i possessi, e Umfrido, dopo la morte
di quest'ultimo, costrinse papa Leone IX a concedergli l'investitura
della provincia. Novelle schiere vennero dalla Normandia, sotto il
comando di Ruggero Guiscardo, il quale, dopo la morte di Umfrido,
avvenuta nel 1056, si fece proclamare duca delle Puglie e delle
Calabrie. Più tardi discese anche suo fratello minore, Roberto, per
dividerne le sorti. I due valorosi fratelli nel 1060 occuparono Reggio
ed una notte, Ruggero, accompagnato da soli sessanta soldati, mosse alla
volta di Messina, per conoscere le condizioni del paese; attaccò
audacemente sulla spiaggia i Saraceni, quindi s'imbarcò di nuovo e fece
ritorno a Reggio. Poco dopo, la fortuna volle favorirlo ed egli si
accinse seriamente all'arrischiata impresa. A lui si presentò l'emiro di
Siracusa, Bencumen, scacciato dal fratello Belcamend, e lo informò delle
lotte che travagliavano l'isola e lo persuase di tôrre agli Arabi il
possesso della Sicilia.
L'impresa non fu certo facile. I Saraceni opposero la più viva
resistenza e nuove truppe vennero dall'Africa per respingere Ruggero,
che, dopo una sanguinosa battaglia, si era impadronito di Messina.
Roberto lo raggiunse allora a Castrogiovanni; l'esercito principale dei
Saraceni fu posto in fuga, dopo di che i Normanni fecero ritorno nelle
Calabrie per rafforzare le proprie file e prepararsi ad una più seria
lotta. Almocz, califfo d'Egitto, aveva frattanto spedito in Sicilia una
flotta, la quale però fu dispersa da una tempesta e distrutta presso
l'isola di Pantelleria. La fortuna aveva arriso agli arditi
avventurieri, ma la discordia minacciò di rovinarli. Roberto Guiscardo
cominciò ad avere invidia dei successi del fratello Ruggero, pretendendo
il possesso di metà delle Calabrie e dell'intera Sicilia; l'altro non
volle aderirvi e i due eroi ricorsero alle armi, e, senza curarsi dei
Greci e dei Saraceni, nè della poca stabilità delle recenti conquiste,
presero a straziarsi fra loro in una guerra feroce. Ruggero cadde nelle
mani di suo fratello, che, però, cedendo all'influenza di quell'uomo
straordinario, lo lasciò libero. Allora, riconciliati, i due fratelli si
rivolsero verso la Sicilia e due volte si spinsero sino a Palermo, ma
dovettero quindi far ritorno nelle Calabrie per sistemare la loro
posizione in quel dominio. Soltanto nel 1071 poterono stringere di
regolare assedio la capitale dell'isola. A quell'epoca Palermo era forse
la città più popolosa d'Italia, senza dubbio la più florida, la più
ricca: in essa era tutto lo splendore della vita orientale. Gli Arabi
opposero fiera resistenza e narra la tradizione che, per dimostrare la
loro fiducia nell'esito della lotta, essi non chiudessero neppure le
porte della città e che un ardito cavaliere normanno l'attraversasse un
giorno da solo, di galoppo, con la lancia in resta. Finalmente Roberto
penetrò per la porta di mezzogiorno, mentre Ruggero entrava per quella
di ponente. I Saraceni, ritiratisi nel centro della città, capitolarono,
cedendo Palermo al fortunato vincitore, a condizione che fosse loro
garantita salva la vita e libero l'esercizio del loro culto.
Venti anni appresso i cristiani entrarono in Gerusalemme, conquistata
pure a forza, e si portarono quali orde selvagge. I Normanni, invece,
essi pure valorosi crociati, furono più clementi e risparmiarono Palermo
maomettana. Presero possesso della splendida città senza versare sangue,
senza commettere devastazioni, quali vincitori soddisfatti, che non
avevano altro scopo che cacciare il nemico dalle sue voluttuose dimore
per alloggiarvisi. Nessuno di quegli scoppi d'odio di cui diedero prova
più tardi i cristiani contro i maomettani avvenne; i Saraceni furono
lasciati liberi di vivere come volevano e di esercitare la loro
religione. Il cristianesimo, languente, riprese forza e in breve si
sostituì all'islamismo, che soltanto sopravvisse, per quasi
centocinquant'anni ancora, fra i monti.
I Normanni furono per ragioni politiche tolleranti verso i Saraceni e
vissero con questi in perfetto accordo; i conquistatori, in picciol
numero, presto scomparvero quasi in mezzo alla popolazione saracena, che
seppero guadagnare a sè, trattandola con dolcezza. Accettarono le arti e
le scienze degli Arabi; nei loro edifici usarono lo stile arabo e la
stessa corte cristiana prese un carattere arabo, circondandosi di
guardie saracene, di eunuchi, ed adottando pure la foggia turca di
vestire. Allorquando Mohamed-Ibn-Djobair di Valenza visitò la Sicilia,
sullo scorcio del secolo XII, lodò re Guglielmo pel suo amore verso
l'islamismo. «Il re--scrisse--legge e scrive l'arabo, e il suo _harem_ è
composto di donne mussulmane, e mussulmani sono i suoi paggi e i suoi
eunuchi». Il visitatore trovò le donne di Palermo belle, voluttuose,
vestite completamente alla turca, e nel vederle, nei giorni di festa, in
chiesa, con abiti di seta gialla, con veli dai vivaci colori, con
catenelle d'oro e grandi orecchini, dipinte e profumate come le femmine
orientali, ricordò i versi del poeta: «In verità, quando si entra in un
giorno di festa nella moschea, vi si trovano gazzelle ed antilopi».
La lingua araba continuò ad essere insegnata, ed usata anche negli atti
governativi; ed anche le iscrizioni arabe, visibili tuttora nei mosaici
delle chiese cristiane, furono dai re e dai vescovi cristiani dettate. I
Normanni in Sicilia trovarono la lingua greca degli antichi Elleni, dei
Bizantini e la lingua latina degli antichi Romani; nella bocca del
popolo il linguaggio volgare, che divenne poi l'italiano; ed infine, gli
idiomi arabo ed ebraico, tutti contemporaneamente in uso e tutti usati
nei diplomi, in sulle prime scritti in greco con la traduzione araba.
Caduta Palermo, l'isola fu suddivisa: Roberto Guiscardo prese per sè la
capitale e metà della Sicilia; Ruggero ebbe l'altra metà; al prode
nipote Serlo furon date grandi baronie e l'altro nipote Tancredi fu
creato conte di Siracusa. Roberto prese il titolo di duca di Sicilia,
Ruggero quello di conte. Ma l'isola non era ancora tutta soggiogata;
Siracusa, difatti, si arrese solo nel 1088, Agrigento nel 1091, e più
tardi anche Castrogiovanni, Noto e Butera. Fino al 1127 i ducati delle
Puglie e di Sicilia si mantennero in questo stato di cose; ma nel 1127,
estintosi il ramo di Roberto Guiscardo, il figlio di Ruggero ereditò
pure gli Stati al di là del Faro. Fu questi Ruggero II, il principe più
insigne della stirpe normanna. Suo padre, che valorosamente aveva
conquistato la Sicilia, era morto nel 1011; gli era succeduto il figlio
maggiore Simone per cinque anni; poi, ancora minorenne, sotto la tutela
della madre Adelasia e dell'ammiraglio Giorgio Antiocheno, Ruggero era
salito sul trono.
Ruggero, possessore di tutte le virtù necessarie in un fondatore di
dinastia, sollevò il regno normanno a grande splendore. Nel 1127 ereditò
il ducato delle Puglie, come abbiamo detto, e ciò spaventò il papa,
l'imperatore tedesco e quello bizantino; ma Ruggero combattè con fortuna
contro tutti e tre, e poi contro i principi di Salerno, di Capua, di
Napoli, di Avellino e costrinse il papa a concedergli l'investitura
delle Puglie ed infine si cinse della corona reale. Non potè però far
questo senza il consenso del Parlamento, dei baroni e dell'alto clero,
poichè, seguendo l'usanza dei conquistatori normanni, per creare una
nobiltà novella era stata stabilita una certa forma di costituzione
aristocratica. Il Parlamento, convocato a Salerno, decretò al principe
la corona regale, che gli fu solennemente posta in testa nella
cattedrale di Palermo, il dì di Natale del 1130. Così sorse il regno
delle Due Sicilie.
Subito Ruggero si die' a ordinare la sua monarchia, in modo grandioso e
sicuro: creò sette grandi ufficiali della corona, un connestabile, un
grande ammiraglio, un cancelliere, un giudice, un ciambellano, un
pronotario, un maresciallo, che formarono il suo consiglio. Si circondò
di un cerimoniale orientale, affidò la custodia del palazzo ad eunuchi e
a guardie saracene. Il suo regno trascorse fra continue lotte, in
continua guerra; ma seppe tener fronte a tutti i suoi nemici, interni ed
esterni; ispirò vivo terrore nella stessa Costantinopoli all'imperatore
greco, il quale non intendeva rinunziare a' suoi diritti sulla Sicilia;
s'impadronì di Corinto, di Atene e di Tebe; portò dalla Grecia a Palermo
molti operai abili nel filare e nel tessere la seta, contribuendo a
propagarla così nell'Occidente, e da questi fece fabbricare il pallio
famoso che vestirono più tardi gl'imperatori tedeschi nell'atto della
loro incoronazione; conquistò poscia Malta, inviò centocinquanta
bastimenti in Africa e punì quello stesso regno di Kairewan che aveva
conquistato la Sicilia. Durante la sua signoria la potenza normanna
raggiunse l'apogeo. Egli morì il 26 febbraio 1154, cinquantanovenne. Fu
principe di grande prudenza, valore, giustizia e ingegno: fu bello di
persona, disinvolto e distinto. Verso gli Arabi si dimostrò tollerante e
tenne in gran conto la loro scienza e la loro arte. Fra gli altri,
accolse onorevolmente alla sua corte Edris Edscheriff, esiliato
dall'Africa, che gli costruì una sfera terrestre d'argento, sulla quale
erano disegnate tutte le contrade allora note, con la loro denominazione
in lingua araba, e scrisse una geografia nota generalmente sotto il nome
di re Ruggero, un estratto della quale, la _Geografia Nubiense_, venne
più volte stampata a Roma, a Parigi e per ultimo a Palermo nel 1790.
Segno veramente espressivo del carattere di Ruggero era l'iscrizione
incisa sulla lama della sua spada: _Apulus et Calaber, Siculus mihi
servit et Afer_.
Gli successe Guglielmo I, per le sue cattive qualità detto il Malo. Egli
era l'unico figlio superstite a Ruggero, imperocchè gli altri quattro,
Ruggero, Anfuso, Tancredi ed Enrico precedettero tutti il padre nella
tomba. Fu sorprendente la rapida decadenza di una stirpe tanto forte e
numerosa: in pochi anni si ridusse ad un unico discendente collaterale,
ed insieme il Regno di Sicilia decadde rapidamente dall'altezza a cui
Ruggero aveva saputo portarlo. Morto questi, si dovette riconoscere che
tutta la forza del nuovo regno riposava esclusivamente nella sua
persona. Sotto il governo di Guglielmo il Malo non tardò la Sicilia a
ricadere in tali condizioni da ricordare gli emirati dei Saraceni, sotto
l'influenza di un favorito del re, avventuriero straniero al paese, il
grande ammiraglio del regno Maione di Bari, il quale attentò alla
corona. Non vi furono che congiure, rivoluzioni di palazzo, ribellioni
di nobili, un caos ovunque. L'odioso re Guglielmo, dopo una vita
travagliata, ma non senza qualche successo in guerra, morì nel 1166, in
età di quarantacinque anni.
Con suo figlio Guglielmo II, detto il Buono, salito sul trono a soli
undici anni, si estinse la linea diretta della stirpe normanna. I primi
anni del suo regno furono agitatissimi, a motivo delle contestazioni
sulla tutela, delle ribellioni dei baroni e degli intrighi di corte. I
Normanni avevano saputo magnificare e conquistare un regno, ma non se lo
seppero mantenere. Non appena il clima ed il lusso orientale
cominciarono ad infiacchire in essi la nordica forza, decaddero, ed
infine il feudalismo e la prepotenza indomabile dei nobili li vinsero.
Nessuna dinastia, del resto, avrebbe potuto mantenersi a lungo sul
vulcanico suolo di Napoli e di Sicilia; tutte furono d'origine
straniera, tutte vennero in possesso dell'isola in modo avventuroso,
tutte finirono miseramente e per lo più per tradimento. Guglielmo II,
del resto, fu molto dissimile dal padre, e la posterità gli confermò il
titolo di Buono che il clero, per gratitudine, avevagli dato. Mentre
Guglielmo il Malo viveva come un maomettano e si fabbricava sontuosi
palazzi e giardini, Guglielmo il Buono fondava monasteri e conventi. A
lui sono dovuti parecchi monumenti d'architettura religiosa, in ispecie
il famoso duomo di Monreale e la cattedrale di Palermo. Morì il 1^o
novembre 1189, in età di soli trentasei anni.
Della stirpe di Ruggero I non rimaneva più che un bastardo, Tancredi
conte di Lecce, figlio naturale di Ruggero, primogenito di re Ruggero,
premorto al padre; inoltre, l'altra figlia Costanza aveva sposato
l'imperatore Arrigo VI; erede legittimo delle Due Sicilie sarebbe dunque
stato l'imperatore. Ma il partito nazionale si rivolse a Tancredi, conte
di Lecce, che venne a Palermo nel 1190 e si fece incoronare. Questo
prode bastardo ebbe molti punti di somiglianza con re Manfredi, vissuto
dopo di lui; come questo fu uomo d'ingegno, poeta, musico, versato nelle
matematiche e nell'astronomia, che gli Arabi avevano allora diffuse, e
come questo fu generoso ed infelice. Riuscì vittorioso nei primordi
della guerra che ebbe a sostenere contro i Tedeschi di Arrigo, per
assicurarsi il possesso del regno, e quando Costanza cadde nelle sue
mani, la trattò con grande cavalleria, restituendole la libertà. Pareva
che la nobile stirpe dei Normanni dovesse rifiorire in Tancredi, che
aveva, ei pure, due figli, Ruggero e Guglielmo, al primo dei quali,
bellissimo giovane, aveva dato in isposa Irene, la figlia
dell'imperatore greco Isacco Angelo ed avevalo già fatto incoronare re,
quando il giovane repentinamente morì nel 1193. Tancredi provò gran
dolore alla perdita di questo figlio, tanto che presto, il 20 febbraio
1194, lo raggiunse nella tomba. Rimase suo unico erede Guglielmo, ancor
minorenne, che fu incoronato a Palermo. La reggenza venne assunta dalla
vedova di Tancredi, Sibilla, che aveva pure tre figlie: Albina, Costanza
e Mandonia.
In questo stato di cose, facile fu ad Arrigo conquistare la Sicilia.
L'esercito di Sibilla fu sconfitto; Messina, Catania e Siracusa caddero
nelle mani dell'imperatore e i baroni passarono dalla parte di questo.
L'infelice regina si era ritirata co' figli suoi nella rocca di
Caltabellotta ed attendeva colà il corso degli avvenimenti. Il 30
novembre 1194, Arrigo era entrato in Palermo, che avevagli fatto festosa
accoglienza, salutando con musica ed inni di gioia la nuova signoria
degli Svevi. Sibilla, allora, vistasi da tutti tradita, si decise a
trattare, ed il giovane principe Guglielmo, cui l'imperatore aveva
promesso solennemente la contea di Lecce e il principato di Taranto,
venne a deporre a' suoi piedi la corona. Ma gl'infelici erano caduti in
un tranello: Arrigo, non appena incoronato, col pretesto di una falsa
congiura, dimentico de' suoi giuramenti, sfogò la sua selvaggia passione
di vendetta contro i partigiani della stirpe normanna e contro la misera
famiglia regale. Molti baroni e sacerdoti furono tormentati e condannati
a morte; Sibilla e i suoi figli furon cacciati in carcere, e Guglielmo,
l'ultimo campione della sua gente, venne accecato. Indi la regina e le
figlie furono trasportate nel monastero di Hoenburgo, in Alsazia, ove a
lungo vissero in prigionia. S'ignora qual fine facesse Guglielmo; una
vaga leggenda vuole che ei fuggisse dal carcere e vivesse a lungo da
eremita a S. Giacomo, presso Chiavenna.
Così tragicamente si spense la stirpe normanna, cui la fortuna aveva
fatto dono di una fra le più belle contrade del mondo, e la sua fine fu
tanto più notevole in quanto che non tardò a tenergli dietro quella
degli Hohenstaufen. La Nemesi vendicativa colpì questa pure. Come erasi
impadronita della signoria di Sicilia col sangue e la crudeltà, così
ebbe a patire la stessa sorte, raccogliendo quel che aveva seminato.
Secondo la tradizione, Federigo nacque lo stesso giorno in cui suo padre
Arrigo macchiava la sua mano di sangue, il 26 dicembre 1194. Arrigo morì
tre anni dopo in Messina, di soli 32 anni. Manfredi, bastardo al pari di
Tancredi ed al pari di Tancredi prode e generoso, fu tradito e cadde
nella battaglia di Benevento; Elena, sua moglie, ricoveratasi nella
rocca di Trani, come un dì Sibilla co' suoi figli in quella di
Caltabellotta, al pari di lei si vide tradita e fu rinchiusa insieme con
i figli in carcere, dove morì di dolore; sua figlia Beatrice visse per
ben diciotto anni nel Castel dell'Uovo a Napoli; i tre figli minori,
Enrico, Federigo e Anselmo rimasero per trenta anni in carcere, e
Corradino, infine, lasciò la vita sul patibolo. Tanto sangue versato
suscitò novella sete di vendetta che poi si sfogò sopra gli Angioini,
nei Vespri siciliani.
Gli Hohenstaufen trovarono, del resto, l'isola in floride condizioni;
paese dalla natura prediletto, la Sicilia era divenuta durante la
signoria normanna ricca, mercè l'industria e il commercio. Nessun nemico
esterno in quel periodo era entrato nella città, mentre dall'Oriente e
dall'Africa erano stati portati in grande quantità oggetti preziosi.
Allorquando Arrigo VI entrò in Palermo, rimase impressionato dallo
splendore della città, e trovò nel palazzo dei re normanni grandi
tesori, oro, gemme, rare stoffe di seta, che fece imbarcare.
Arnoldo, abate di Lubecca, narra che «entrato Arrigo nella dimora del
morto Tancredi, vi trovò letti, sedili, tavole d'argento, vasellame
d'oro finissimo, tesori nascosti, gemme, meravigliosi gioielli sì da
caricarne centocinquanta bestie da soma, facendo ritorno in patria ricco
e glorioso».
Fu in questa occasione che venne portato in Germania il prezioso manto,
tessuto con seta, ornato di caratteri arabi, che aveva servito
all'incoronazione di Ruggero I, e che, nel 1424, per volere
dell'imperatore Sigismondo, fu riunito con altri gioielli dell'Impero a
Norimberga, tanto che poi lo si credette il pallio di Carlomagno.
Reynaud recentemente ha dato questa traduzione dell'iscrizione araba
ricamata sul manto di re Ruggero: «Tessuto nella fabbrica reale, nella
sede della felicità, della nobiltà, della gloria, del conseguimento
duraturo del benessere, della buona accoglienza, della fortuna, dello
splendore, della reputazione, della bellezza, del compimento di ogni
desiderio, di ogni speranza; del piacere del giorno e della notte, senza
tregua, della devozione, della conservazione, della simpatia, della
felicità, della salute, dell'aiuto, della soddisfazione, nella città di
Sicilia nell'anno 528» (1133 dell'èra volgare). Questa orgogliosa ed
ampollosa iscrizione in stile orientale, sul manto solenne di un re
normanno, basta a provare quanto i Normanni si compiacessero di
conformarsi agli usi ed ai costumi arabi.
Di quei tempi ci rimane una delle più antiche descrizioni di Palermo,
quella del normanno Ugo Falcando, che visse in quella città durante il
regno di Guglielmo il Malo, e che poi fece ritorno nella sua patria.
Mentre la dinastia di Ruggero stava per estinguersi, egli scrisse
un'epistola a Pietro, tesoriere della cattedrale di Palermo, lamentando
i mali che stavano per cadere sopra la città e dando un'idea della sua
bellezza. La sua lettera rivela un odio feroce contro i Tedeschi. Dopo
aver rivolto apostrofi piene di entusiasmo verso i Normanni che a
Messina ed a Catania stavano allora lottando coi barbari, si rivolge a
Siracusa, esclamando: «Dovrà dunque ridursi a servire i barbari l'antica
nobiltà di Corinto che, abbandonata la propria patria, venne in Sicilia
per edificare una città, e finì per stabilirsi sulla costa più amena
dell'isola ed ivi innalzò una città, fra porti che non hanno gli eguali?
A che ti vale ora l'antico splendore de' tuoi filosofi, dei poeti che
s'inspirarono alla tua fonte profetica? A che ti vale avere scosso il
giogo del tiranno Dionigi e de' suoi eguali? Minor danno sarebbe per te
stato sopportare il furore dei despoti siciliani, piuttosto che la
tirannia di un popolo barbaro e crudele. Guai a te, guai a te, Aretusa,
fonte cantata da uomini illustri che, dopo aver offerto ai vati
l'ispirazione, devi saziare l'ebbrezza dei Tedeschi e soffrire le loro
turpitudini!»
La lettera di Falcando è un documento importantissimo per la conoscenza
delle condizioni di Palermo al tempo dei Normanni. A questo proposito,
l'autore ad un certo punto esclama: «Chi potrà mai bastantemente
esaltare la bellezza degli edifici di questa nobile città? Chi
l'abbondanza delle fontane sgorganti d'ogni parte? Chi lo splendore
della lussureggiante vegetazione? Chi gli acquedotti, che in tanta
abbondanza forniscono alla città il salutare elemento?»
Ancora prima di Falcando, Ibn-Hankal di Bagdad, verso la metà del secolo
X, aveva dato una descrizione di Palermo in un'opera geografica,
descrizione che venne pubblicata, tradotta in francese da Michele Amari,
a Parigi nel 1845. Il lavoro non è di gran mole, ma ha un certo valore.
L'autore divide Palermo in cinque quartieri, e nell'Alcazar (la
Paleopoli di Polibio) fa menzione della grandiosa moschea, l'antica
cattedrale dei cristiani, nella quale eravi una cappella in cui stava
sospesa per aria la tomba di Aristotile. Ivi, nei tempi anteriori,
venivano i cristiani a pregare per implorare la pioggia.
Nel Khalessah stava la dimora dell'emiro; nel Sakalibah (secondo
l'Amari, quartiere degli Schiavoni) c'era il porto; il quarto quartiere
era quello della moschea di Ibn-Saktab; a mezzogiorno della città si
stendeva il quartiere di El-Jadid, l'attuale Albergaria.
Ibn-Hankal accenna anche ai mercanti, alle loro botteghe, specie quella
dei macellai, alla preparazione dei papiri, ed ancor più descrive le
fontane, sopratutto quella di Favara.
Ho già ricordato il viaggio di Mohamed-Ibn-Djobair, che contiene pure
una pregevole descrizione della città sotto i Normanni: egli paragona
Palermo, specialmente la città antica, l'Alcazar, per i suoi bei palazzi
e le sue torri, a Cordova. «La città, egli scrive, è fabbricata
mirabilmente sullo stesso tipo di Cordova, tutta in pietra lavorata,
della cosidetta El-Kiddan. I palazzi reali stanno all'intorno e la
circondano come una collana posta sul bel collo di una fanciulla».
Le notizie di questi due Arabi e dell'ebreo Beniamino di Tudela
completano la breve descrizione del normanno Falcando, il quale descrive
pure i principali edifici di Palermo ed afferma che la città al suo
tempo si era mantenuta divisa in quartieri, come sotto la dominazione
araba, e che parecchie piazze e strade e porte avevano conservato i loro
antichi nomi arabi. Da quanto egli narra si arguisce che la città a quel
tempo si trovava nel suo massimo splendore. Per la ricchezza e la
bellezza dell'architettura indubbiamente il periodo normanno fu il più
felice e normanni sono difatti i monumenti più notevoli che ancora
rimangono. Gli Svevi, compreso Federico, non hanno lasciato alcun
ricordo architettonico. Per varie ragioni essi dimorarono sempre fuori
dell'isola, mentre i principi normanni stabilirono colà la loro dimora e
cercarono di dare alla città lo splendore necessario alla capitale di
una nuova e possente monarchia.
Ci resta ora da parlare dei principali monumenti dell'epoca normanna,
primo fra tutti il palazzo reale. Questo castello, così
straordinariamente interessante in special modo pei Tedeschi, poichè fra
le sue mura trascorse la poetica giovinezza uno dei più grandi
imperatori di Germania, e del pari interessante per gl'Italiani, che lo
considerano quale culla della poesia nazionale,--sorge in fondo alla
via detta Cassero, sulla piazza da cui si domina tutta la città. A
quanto pare, è l'edificio più antico di Palermo, non risalendo soltanto
ai Saraceni, ma ai Cartaginesi, ai Romani ed ai Goti, che vi stabilirono
la loro sede principale. Ivi sorgeva indubbiamente il palazzo degli
emiri, da cui si farebbe derivare il nome di Cassero, che fui poi esteso
a tutta la città e finì per rimanere alla strada principale. Si vuole
che il palazzo sia stato costruito dal saraceno Adelkam. Ruggero I e il
suo successore lo ampliarono; ivi vissero Federico, Manfredi e i suoi
successori, che lo resero sempre più vasto, riducendolo nella forma
irregolare di palazzo e di fortezza che attualmente presenta.
Falcando così ce lo descrive ai tempi di Guglielmo il Malo: «Lo stupendo
edificio è costruito con pietre lavorate con grande cura ed arte
squisita; è circondato da solide mura ed è pieno di ori e di argenti.
Alle estremità sorgono due torri, la Pisana, destinata a custodire i
tesori regali, e la Greca, dominante la parte della città chiamata
Khemonia. Nel centro sorge una sala straordinariamente decorata, per
nome _Ioaria_, in cui si trattengono in udienze segrete il re e i suoi
confidenti, ed in cui il re concede udienza ai baroni, per discutere
degli affari più importanti del regno».
Quasi ogni traccia di quelle antiche costruzioni è ormai andata perduta;
solo rimane la torre di S. Ninfa, che doveva essere la parte più antica
del castello, e la famosa cappella palatina. In cima alla torre sorge
l'osservatorio, da cui padre Piazzi, il 1^o giugno 1801, scoprì Cerere,
la stella dal nome della Dea protettrice dell'isola. Il cortile ha tre
ordini di portici, che lo circondano; al primo piano trovasi la celebre
cappella palatina, uno dei più bei monumenti dell'epoca normanna,
costruita da re Ruggero nel 1132 e dedicata a S. Pietro. Essa è connessa
al palazzo e non ha una vera facciata; vi si accede da un portico
sostenuto da otto colonne di granito egiziano, con mosaici nelle parti
superiori, illustranti i fatti dell'antico Testamento e l'incoronazione
di Ruggero. Sull'ingresso sta un'iscrizione in lingua greca, araba e
latina, che indica come il re avesse fatto disegnare con somma cura nel
palazzo un orologio solare. L'iscrizione in lingua araba è stata così
tradotta: «Fu dato ordine dalla maestà reale, il magnifico ed illustre
re Ruggero, che Iddio protegga ed eterni, di costruire questo strumento
per segnare le ore, nella metropoli di Sicilia, protetta da Dio, l'anno
536» (dell'Egira).
La basilica, davvero caratteristica, fantastica e misteriosa, non
paragonabile a nessun altro tempio italiano dello stesso genere,
scarsamente illuminata dal sole, ha le pareti rivestite di marmi e di
mosaici a figure su fondo d'oro, che a momenti si perdono nella dubbia
luce e a momenti, colpite da un raggio improvviso e passeggero, balzano
fuori violentemente. Quando io vi entrai, si stava celebrando una messa
solenne da morto per l'ultimo re defunto. Nella navata centrale sorgeva
un alto catafalco coperto di velluto nero, su cui posava una regale
corona d'oro; tutt'intorno ardevano ceri e sotto le volte risuonavano i
canti dei sacerdoti e si elevavano nubi d'incenso. Lo spettacolo, fra lo
splendore misterioso dei mosaici e le decorazioni arabe, riportava la
fantasia ai tempi di re Ruggero.
La cappella ha forma di basilica, con una tribuna e superiormente una
cupola d'oro. Dieci colonne corinzie, sulle quali riposano gli archi, la
dividono in tre navate. Le pareti, all'intorno, sono del pari rivestite,
sino all'altezza di dodici palmi, di marmi diversi, e al disopra,
ovunque, sono mosaici, che illustrano gli episodi dell'antico e del
nuovo Testamento. Sull'arco della tribuna vi è rappresentata
l'Annunciazione e sulla tribuna stessa una mezza figura gigantesca di
Cristo, con la mano sollevata in atto di benedire. Sotto le figure
stanno iscrizioni greche e latine. Questi mosaici non risalgono a
Ruggero I, ma a Guglielmo I, secondo quanto afferma Romualdo da Salerno,
il quale ha lasciato scritto che «Guglielmo fece ornare di pitture
preziose la cappella di S. Pietro, nel palazzo, e ne fece rivestire le
pareti di marmi preziosi». Ciò non esclude però che tali lavori fossero
stati iniziati, come pare, da Ruggero.
A quel che sembra, in Sicilia e nell'Italia meridionale esisteva una
scuola di mosaicisti greci, i quali allo stile bizantino diedero una più
vivace espressione. Infatti, i mosaici siciliani sono di una dolcezza
tutta speciale, non hanno nulla della durezza e dell'angolosità della
scuola bizantina. Mentre i Veneziani chiamavano mosaicisti da
Costantinopoli per la decorazione del S. Marco, i Normanni, allorchè
edificarono in Sicilia le loro chiese, vi trovarono già una scuola, che
era in fiore al tempo dei Greci, come ne fa fede il tempio grandioso di
Gerone a Siracusa, ove era rappresentata in mosaico l'_Iliade_. La
pratica di quest'arte non venne mai meno: sul finire del secolo IV
dell'èra cristiana gli artefici del mosaico in Sicilia erano superiori a
quelli di Roma, da quel che si rileva dall'epistola che papa Simmaco
scrisse ad un certo Antioco di Sicilia per avere dei modelli per i
mosaicisti romani: «L'eleganza del tuo ingegno--dice la lettera--e la
squisitezza delle tue invenzioni meritano di essere tenute in gran
conto, poichè tu hai trovato nell'arte tua mezzi nuovi, prima
sconosciuti, e ci piacerebbe poter ornare con qualcosa di tuo i nostri
appartamenti: inviaci dunque una tavola, o una lastra di marmo con un
modello dei metodi nuovi da te escogitati».
L'arte del mosaico non si perdette nell'isola, neppure sotto la
dominazione degli Arabi; la Sicilia si era mantenuta sempre in relazioni
continue con Costantinopoli, e gli Arabi si valsero dell'opera loro per
ornare le proprie case, con figure e sopratutto con disegni capricciosi
e con arabeschi. Molto probabilmente i lavori in mosaico del duomo di
Salerno, di quello di Palermo, di quello di Monreale, sono opera di
scuola indigena dell'Italia meridionale. Ruggero stesso fece eseguire
notevoli lavori in mosaico nel suo palazzo e la cappella palatina è
adorna di dorature, pitture e arabeschi, che conferiscono ancor più al
tempio un carattere misterioso.
Nel 1798 fu scoperta nella vòlta di questa cappella una lunga iscrizione
araba, in caratteri cufici, compresa in venti grandi compartimenti,
che, per quanto si potè decifrarla, si riferiva al fondatore della
cappella ed al tempio stesso, con parole esagerate di lode e invocazioni
di durata. Siccome poi quest'iscrizione, al pari di tutte le altre arabe
che sono nelle chiese palermitane, era di origine cristiana, si rimane
davvero stupiti nel trovare adoperata con tanta ingenuità nei tempi
cristiani la lingua e le parole del Corano, specie in un'epoca in cui il
fanatismo religioso dei crociati aveva raggiunto l'apogèo. Come
facilmente si arguisce, nessuna di queste iscrizioni è tolta
testualmente dal Corano, ma coi caratteri serba anche una certa impronta
mussulmana. L'idioma arabo a quel tempo non era ritenuto da meno del
greco, e l'Oriente, per intelligenza e per civiltà, era grandemente
superiore all'Occidente, e buona parte della letteratura greca era pure
stata rivelata all'Occidente per mezzo della lingua araba che divenne
quasi una lingua ufficiale. Del resto, i caratteri orientali avevano un
non so che di enigmatico, di misterioso; avevano già in sè delle linee
geometriche e si prestavano quindi mirabilmente all'ornamento delle
pareti e delle colonne delle basiliche siciliane, che formano quasi un
nesso tra il cristianesimo e l'Oriente, nella stessa guisa che quelle
di Roma lo formano tra il paganesimo e il cristianesimo.
Negli archivi della cappella palatina sono conservati parecchi diplomi
greci, latini ed arabi del periodo normanno ed un prezioso cofano
circondato d'iscrizioni in caratteri cufici.
Uscito dall'antica cappella, salii al piano superiore del palazzo e vidi
i ricchi e belli appartamenti, che hanno un valore storico, poichè vi si
ammira ancora la sala del Parlamento, la sala del trono e quella delle
udienze, ove si conserva ancora uno dei due famosi arieti di bronzo, che
ornavano un tempo una delle porte di Siracusa; l'altro andò distrutto in
un incendio. La sala dei Vicerè ne contiene i ritratti dal 1488 ai
giorni nostri.
Più interessante di tutte queste sale mi parve la stanza di re Ruggero,
ornata di mirabili mosaici, che rappresentano una lotta di centauri, una
caccia e degli uccelli. Non si sa veramente perchè questa stanza porti
il nome di Ruggero: i mosaici appartengono al XII secolo. Tutti i locali
subirono trasformazioni, ed invano io ricercai l'appartamento di
Federico II, o almeno una stanza che portasse il suo nome. Qual nome
avrebbe del resto potuto dar lustro al palazzo quanto quello di
Federigo? Molti principi di diversi paesi, Saraceni, Normanni, Svevi,
Spagnuoli, Angioini, Borboni, abitarono questo palagio nella prospera ed
avversa fortuna; ma il ricordo di tutti questi scompare quando il nostro
pensiero va a quel grande imperatore che vi trascorse la sua giovinezza.