I.

La Sicilia fu il primo paese europeo ove sbarcarono i Saraceni dopo che

la signoria araba ebbe allargati i suoi confini sui lidi settentrionali

dell'Africa. Le loro prime scorrerie nell'isola risalgono al VII secolo:

provenivano dall'Asia, in seguito dall'Africa, da Candia, dalla Spagna,

come corsari, senza un fine prestabilito. Solo nell'827 iniziarono un

piano regolare di conquista.

Michele Amari, nella sua _Storia dei Mussulmani in Sicilia_, ricostruì

dalle fonti originali, con fedeltà storica, le vicende dell'invasione

araba. Egli si servì per ciò delle cronache di Giovanni Diacono di

Napoli, dell'830, e delle cronache dettate dall'Anonimo Salernitano,

della fine del x secolo; nonchè, presso i Bizantini, delle cronache di

Costantino Porfirogenito e del suo continuatore, e presso gli Arabi,

delle storie di Ibn-el-Athir Nowairi e di Ibn-Kaldum.

Una rivoluzione militare era scoppiata in Sicilia, che mal sopportava il

giogo bizantino; il duca Eufemio decise allora di strappare l'isola

all'odiosa dominazione di Costantinopoli; ma le truppe non erano

siciliane e ben presto passarono al partito bizantino, costringendo i

ribelli a cercare scampo in Africa ed a gettarsi fra le braccia degli

Aglabiti. Per odio e per desiderio di personale vendetta, Eufemio

divenne allora traditore della sua fede e della sua patria: fece in

Kairewan la proposta a Ziadeth-Allah d'inviare nell'isola un esercito,

perchè, con l'aiuto dei Siciliani insorti, la conquistasse.

Nel suo atto Eufemio sperava anche di conseguire un sogno ambizioso:

quello di divenire imperatore. Le opinioni in Kairewan erano discordi:

gli uni protendevano per l'impresa, gli altri la ritenevano troppo

arrischiata: Ased-ben-Forad, il cadì settuagenario della città, stimato

da tutti per la sua sapienza, riuscì a persuadere i recalcitranti ed

egli stesso volle assumere il comando della spedizione.

Il 13 giugno dell'827, in un centinaio d'imbarcazioni, 10.000 fanti,

composti di Arabi, Berberi, Saraceni fuggiti dalla Spagna, Persiani e

sopra tutto Africani, salparono dal porto di Susa e quattro giorni dopo

sbarcarono presso Mazzara e sconfissero in un sanguinoso scontro il

duce Palata, mentre Ased, durante la mischia, seguendo l'esempio di Alì

e di Maometto, stava in preghiere e recitava il capitolo la-Sin del

Corano.

Poscia i Saraceni mossero contro Siracusa e si accamparono, come narra

lo storico arabo, in alcune grotte intorno alla città, cioè nelle famose

_latomie_. Per un anno rimasero dinanzi alla città, dove i Greci,

incoraggiati dalle promesse di soccorso fatte dal doge di Venezia

Giustiniano Partecipazio, opposero gagliarda resistenza. I Saraceni

furono decimati dalla peste, come era avvenuto a tutti gli eserciti che,

nei tempi anteriori, avevan stretto d'assedio Siracusa, particolarmente

ai Cartaginesi ed agli Ateniesi. Lo stesso Ased-ben-Forad vi perdette la

vita, per malattia, nell'828. Si dovette eleggere un nuovo condottiero,

che fu Mohamed-ibn-el-Gewari. Ma presto, ridotto a mal partito, come un

tempo quello di Nicia, l'esercito saraceno dovette nella stessa

direzione battere in ritirata, inseguito dai nemici.

Guidati da Eufemio, gl'infedeli si arrestarono a Minoa e, rinforzati di

nuove truppe, poterono impadronirsi di Agrigento. Panormo cadde

nell'831. Questa città veniva dai Maomettani chiamata Bulirma; più tardi

prese il nome di Palermo. Ivi si stabilì Ibrahim-ibn-Abdallah-ibn-el

Aglab, che fu il primo _valì_ (governatore) della Sicilia. Sotto il suo

successore anche Castrogiovanni, l'antica Ema, passò in potere dei

Saraceni. Siracusa e Taormina continuarono a resistere, difendendosi con

grande valore: di quel memorabile assedio rimangono documenti che

attestano l'eroismo dei Siracusani ai tempi di Nicia e di Marcello.

Tutti i viveri erano consumati; i miseri abitanti dovevano nutrirsi di

ossa triturate e di cadaveri; essi speravano sempre negli aiuti

dell'imperatore Basilio, che avea appunto inviato il suo ammiraglio

Adriano con una flotta in soccorso della città.

Per dimostrare il culto che ancora a quei tempi inspirava l'antica

Siracusa, basta riportare la singolare tradizione la quale narra che,

nel mentre Adriano se ne stava inoperoso sulle coste dell'Elide nel

Peloponneso, vennero alcuni pastori ad annunziargli l'apparizione avuta

nelle paludi di alcuni demoni, che avevan annunziata loro la caduta di

Siracusa pel giorno appresso. I pastori vollero inoltre condurre

l'ammiraglio sul luogo indicato, ed egli udì le voci che annunziavano la

resa dell'eroica città. Così difatti avvenne: il 21 maggio 878 Siracusa

dovette arrendersi; i Saraceni, entrati nella città, compirono gesta

vandaliche, trucidarono gli abitanti, saccheggiarono le case, vi

appiccarono poscia il fuoco, e largo bottino vi fecero, perchè il paese

anche allora era un centro di grande commercio bizantino.

Di quell'epoca esiste un prezioso documento, una lettera del monaco

Teodosio all'arcidiacono Leone, nella quale egli descrive l'assedio e la

sua prigionia, nonchè quella dell'arcivescovo. Dopo che la città fu

presa e ne fu trucidata la maggior parte degli abitanti, i Saraceni

trascinarono l'arcivescovo e l'autore della lettera a Palermo, davanti

al grande emiro. Allorchè gl'infedeli comparvero dinanzi alla città col

bottino raccolto, i loro correligionari andarono ad incontrarli,

cantando inni di vittoria. Si sarebbe detto--scrive il monaco,--che colà

si fosse dato appuntamento tutto il popolo d'Islam, da oriente a

ponente, da settentrione a mezzogiorno. I prigionieri furono condotti

dinanzi all'emiro, che stava seduto a terra. E sembrava fiero del suo

potere assoluto. Egli rimproverò all'arcivescovo il disprezzo che i

cristiani nutrivano per Maometto, rimprovero a cui il degno sacerdote

rispose con l'energia e la sincerità di un martire, così che gli valse,

e valse al monaco suo compagno, il carcere. Di là quest'ultimo scrisse

la lettera.

Il 1^o agosto del 901 anche Taormina si arrese e così l'intera Sicilia

passò in potere della mezza luna maomettana ed ebbe, da quel momento,

leggi mussulmane, lingua e costumi arabi. Quella Sicilia che aveva dato

a Roma ben quattro papi (Agatone nel 679, Leone II nel 682, Sergio nel

687 e Stefano III nel 768), correva ormai il rischio di andare perduta

per la cristianità, tanto più che gli Arabi non si comportavano da

popolo fanatico, ma si sforzavano piuttosto d'indurre i Siciliani ad

abbracciare la fede di Maometto. Narra Albufeda che Achmed, governatore

dell'isola nel 959, portò seco in Africa trenta giovani della nobiltà

siciliana e li costrinse ad abbracciare l'islamismo. Parecchie chiese e

parecchi monasteri cristiani furono però distrutti, molte corporazioni

religiose soppresse; altre ottennero la tolleranza mediante il pagamento

di forti tributi, riuscendo così a sopravvivere anche sotto questa

dominazione. Allorquando i Normanni discesero nell'isola, trovarono

valido appoggio nei cristiani in Val Demone e nella Valle di Mazzara; a

Palermo trovarono un vescovo greco, Nicodemo, che compiva il suo ufficio

nella chiesa di S. Ciriaco.

La signoria degli Arabi fu, secondo la natura di quel popolo, irrequieta

e agitata: mentre la minacciavano la guerra con i Greci delle Calabrie e

di Bisanzio, era travagliata all'interno dalle fazioni; più di una volta

le ribellioni di Siracusa, di Agrigento, d'Imera, di Lentini, di

Taormina ne minacciarono la sicurezza.

Fino a che durò la dominazione degli Aglabiti di Kairewan, l'isola fu

governata dai loro valì; ma quando, sui primi del x secolo, successero a

quella dinastia i Fatimidi, e il califato di Tunisi fu riunito a quello

egiziano, la Sicilia divenne del pari egiziana, senza lotta sanguinosa

fra gli antichi e i nuovi signori.

La signoria dei Fatimidi fu l'epoca più fortunata della dominazione

araba in Sicilia: l'isola fu elevata a dignità di emirato, indipendente

dall'Egitto, e Palermo ne divenne la capitale. Primo emiro ne fu

Hassan-ben-Alì, nel 948; e nel 969 l'emirato della sua stirpe divenne

ereditario. La sapienza di Hassan non fu meno apprezzata della sua

energia; egli seppe domare i varî partiti, restituire all'isola la

tranquillità, ed incutere timore alle Calabrie ed all'intera Italia,

Roma compresa. Invano contro di lui tentò una spedizione l'imperatore

greco Costantino Porfirogineta; il suo esercito fu battuto, la sua

flotta distrutta. Anche Abal-Kasem-Alì, successore di Hassan, diede da

fare all'Italia con le sue scorrerie, e per poco lo stesso imperatore

Ottone II non cadde nelle sue mani. Frattanto i continui bottini che gli

Arabi portavano a Palermo, rendevano ricca la città; nuove continue

schiere di arabi veniano a stabilirsi dall'Africa, e l'isola cominciò a

rifiorire, come la Spagna era rifiorita sotto i Mori.

I regni di Jussuf, dal 990 al 998, quello di Giaffar, al principio

dell'xi secolo, e quello del suo successore Al-Achals furono del pari

felici. Questo stato di cose durò circa ottant'anni, finchè le

sollevazioni africane si estesero anche nell'isola e generarono la

scissione del governo in tante piccole signorie, le quali portarono alla

caduta finale della dominazione araba in Sicilia.

L'ultimo emiro dell'intera isola fu Hassan-Samsan-Eddaula, contro il

quale insorse il fratello Abu-Kaab: questi riuscì a cacciarlo in Egitto

nel 1036. Cominciarono così a sorgere nelle varie città dei piccoli

tirannelli arabi, ed altri, approfittando del movimento, ne vennero

dall'Africa, per impadronirsi della signoria. L'imperatore Michele

Paflagonio capì che era giunto il momento per la riconquista dell'isola

e vi spedì il valoroso Giorgio Maniace con un esercito; ma questi non

riuscì nell'intento e vi riuscirono invece, nel 1072, i Normanni.

Come abbiam detto, la dominazione degli Arabi in Sicilia fu assai

diversa da quella dei Mori in Spagna; le due regioni, fra le più belle

dell'Europa meridionale, furono conquistate dagli Arabi africani, ma in

condizioni assai diverse: i Mori in Spagna distrussero un possente

impero cristiano, che già possedeva i suoi buoni ordinamenti di governo

e di amministrazione, ai quali dovettero sostituirne altri. La loro

signoria, sorta dal califfato degli Ommiadi, assunse carattere regolare

ed ortodosso di fronte a quello degli Abassidi d'Asia; il passaggio si

compì con eroismo cavalleresco, a contatto della cristianità, che

dovette nella lotta raddoppiare di energia. Ed infine, la Spagna era una

vasta e ricca contrada. In Sicilia, invece, gli Arabi non ebbero da

distruggere una grande potenza indigena, ma solo dovettero cacciare i

Greci-bizantini indeboliti e quasi imbarbariti. La conquista per essi fu

facile: trovarono delle città in piena decadenza e non dovettero lottare

col cristianesimo, col quale piuttosto si confusero, ristretti essendo i

confini dell'isola e non offrendo i suoi monti quel rifugio che avevano

dato i Pirenei agli Spagnuoli.

I Mori raggiunsero in breve in Spagna uno splendore che abbagliò

l'intera Europa; illustrarono il loro regno con meravigliosi monumenti

architettonici e con una cultura scientifica che fece epoca nella

civiltà europea; e poterono così mantenersi per ben settecento anni

nella terra conquistata. Gli Arabi in Sicilia invece non riusciron

durante i duecento anni di dominazione ad uscire da loro stato caotico.

Ad onta dell'opinione dei Siciliani d'oggi, i quali guardano con una

certa compiacenza romantica il periodo della dominazione araba

nell'isola, si può affermare che il regno dei grandi emiri di Sicilia

non differì gran che dagli stati barbareschi d'Africa.

I Saraceni, del resto, non erano affatto rozzi, nè barbari. Tutti

presero parte alla cultura scientifica d'Oriente, sviluppatasi con

grande rapidità. Anche la poesia, le arti, le scienze orientali

piantarono le loro radici nell'antico suolo dorico di Sicilia. La storia

moderna della letteratura dell'isola accolse anche gli Arabi-siculi nel

catalogo de' suoi scrittori compilato dall'Amari. Ma noi regaleremmo

assai volentieri tutti quei verseggiatori dai nomi ampollosi per

un'opera sola, la storia araba di Sicilia di Ibn-Kalta, che andò

perduta; per questa rinunceremmo del pari al _Divano_ di Ibn-Hamdis di

Siracusa.

I monumenti che soli rimangono della loro presenza in Sicilia, sono

quelli dell'architettura Kairewan, la città donde pervennero, rinomata

per la moschea fondata da Akbah nel VII secolo, e quale sede del

califfato. Di là portarono gli Arabi il gusto della buona architettura,

ma non costruirono nelle sicule contrade notevoli edifici come i Mori in

Spagna. Nessuna traccia di qualche loro bella moschea rimane a Palermo,

e lo stesso Alcazar, divenuto più tardi castello dei Normanni e degli

Svevi, non conserva niente della parte dagli Arabi edificata. Palermo

fra tutte le città si distinse per lusso e ricchezza, e divenne presto

un centro voluttuoso, tutto orientale. Ivi e in altre città gli Arabi

edificarono i loro mercati, le loro ville cinte di giardini. Nel periodo

più florido della loro dominazione, sotto il governo di Hassan-ben-Alì e

di Kasem, dei quali ci e stato tramandato che costruirono città e

castelli, l'architettura moresca necessariamente si estese. Nessun

contrasto doveva esser maggiore di quello offerto allora dallo stile

grazioso e fantastico dell'Oriente con quello severo e maestoso dei

tempi dorici in Sicilia. L'architettura moresca si mantenne anche nei

periodi posteriori; fu, come la scrittura e la lingua araba, usata

talvolta anche dai Normanni e dagli Svevi, e dalla fusione del tipo

saraceno col tipo bizantino-romano nacque quello stile misto che prese

il nome di arabo-normanno: dal che si può argomentare che i Saraceni in

Sicilia dovettero elevare splendidi edifici. Ma il tempo ha distrutto

tutti i palazzi degli emiri, la cui magnificenza produsse tanto stupore

nel principe normanno Ruggero, e dei monumenti di architettura araba non

rimangono più che la Cuba e la Zisa, due ville presso Palermo, costruite

senza dubbio dai Saraceni, ma poi alterate grandemente e restaurate e in

tempi posteriori ampliate.

Le due ville stanno fuori della Porta Nuova, sulla strada che mette a

Monreale. La Cuba (parola che in arabo significa arco o vòlta) è stata

da parecchi anni adibita a caserma di cavalleria ed ha subito tali

rovine e alterazioni che ben poco ormai si riconosce dell'antica

disposizione. All'esterno è un edificio quadrato, regolare, costruito

con pietre ben lavorate, proporzionato e diviso da archi e da finestre,

in parte finte e soltanto ornamentali, secondo l'usanza araba. Sulla

cornice in cima all'edificio si scorge ancora un'iscrizione araba,

indecifrabile. L'interno fu completamente devastato e trasformato;

soltanto nella sala centrale, in origine molto probabilmente sormontata

da una cupola, sono avanzi di pittura e bellissimi rabeschi di stucco.

Boccaccio collocò in questo palazzo la scena della V novella della sesta

giornata del suo _Decamerone_, e lo storico Fazello ne descrisse la

magnificenza, riportando quello che ne avevano detto scrittori antichi,

imperocchè a quel tempo--secolo XVI--il castello era già rovinato. Così

egli ce lo descrive: «Unito al palazzo, fuori le mura della città verso

ponente, trovasi un pomario di duemila passi di circonferenza, detto

parco, ossia Circo reale. In questo giardino, rallegrato da acque

perenni, crescono meravigliose specie di piante e qua e là si vedono

cespugli di alloro e di mirto odoroso. Colà, dall'entrata all'uscita, si

stendeva un lungo portico, con parecchi padiglioni aperti a forma

circolare, adibiti per gli svaghi del re, uno dei quali tuttora rimane

in buone condizioni, con nel mezzo una grande vasca fatta con pietre

regolari e commesse con mirabile arte. La vasca esiste ancora, ma priva

d'acqua e di pesci. In questo pomario sorgeva lo stupendo palazzo dei re

saraceni, in un angolo del quale si tenevano raccolte fiere d'ogni

sorta. Oggi tutto è rovinato; i giardini sono stati ridotti a vigne di

privati e solo se ne giudica l'estensione dai muri di cinta in massima

parte ancora in piedi. I Palermitani continuano ancora a dare a questo

luogo l'antico nome saraceno di Cuba».

Il palazzo nelle sue parti principali esiste ancor oggi, tale e quale ci

fu descritto da Fazello, ed in particolare si possono ancor vedere le

mura di cinta del giardino ed in questo gli avanzi dell'antica vasca.

La Zisa era una villa ancor più bella, più vasta. La famiglia spagnuola

di Sandoval, di poi proprietaria, l'alterò grandemente con nuove

costruzioni, ma la preservò anche in tal modo dalla sua completa rovina.

Lo stile è lo stesso della villa Cuba; ha la forma ben proporzionata di

un dado, semplice, costruita con pietre regolarmente lavorate, divisa in

tre parti da cornici, archi e finestre. Guglielmo il Malo la fece

restaurare e probabilmente anche l'ampliò, poichè non potrebbesi

spiegare altrimenti l'asserzione di Romualdo da Salerno: che quel re

cioè avesse fatto costruire un palazzo chiamato la Zisa. «In quel

tempo--ha lasciato scritto Romualdo--re Guglielmo fece edificare presso

Palermo un palazzo di meravigliosa architettura, cui diede nome Zisa e

che circondò di ameni giardini e arricchì questi con appositi

acquedotti, di grandi vasche in cui si allevavano dei pesci». La Zisa

mantenne sempre il suo carattere arabo, nonostante che re Guglielmo vi

facesse notevoli modificazioni. Il suo interno, interamente restaurato,

contiene parecchie sale e appartamenti, che niente conservano del loro

carattere arabo; soltanto il portico d'ingresso ha serbato un certo

aspetto di antichità. Ivi, nel muro, sono nicchie ed archi sostenuti da

colonne, fra le quali sgorga in una vasca di marmo una fonte, tappezzata

di muschio e di piante rampicanti. L'arco superiore alla fonte è di

stile arabo ed ha notevoli ornati e rabeschi originalissimi e

fantastici. Gli affreschi e i mosaici, rappresentanti palme, ramoscelli

d'olivo, pavoni e figure di arceri, sono di origine normanna, e normanna

è pure l'iscrizione cufica sulla parete, riprodotta anche

dall'orientalista Morso nella sua opera _Palermo antica_, nonchè dal de

Sacy. La già nominata iscrizione, ora illeggibile, in cima al palazzo, è

invece araba.

La fonte dal portico sgorgava in una bella vasca, ancora esistente nel

1626, come ne fa parola il monaco bolognese Leandro Alberti nella sua

descrizione dell'Italia e delle sue isole. La vasca era sita di fronte

al portico, aveva forma regolare, lunga cinquanta passi ed era rivestita

tutta di muratura. Nel mezzo vi sorgeva un grazioso e piccolo edificio,

al quale si accedeva per mezzo di un ponticello di pietra, ed in cui

esisteva una saletta a vòlta, lunga dodici passi e larga sei, con due

finestre; di là, dice l'Alberti, si passava in una bella stanza

destinata alle donne, con tre finestre a duplice arco, sostenuto nel

mezzo da una colonnetta di marmo.

Parecchie scale portavano al piano superiore del palazzo, ove erano

varie camere a vôlta, con colonne ed archi di stile arabo; e

nell'interno c'era un cortile a porticato. Tutto quanto l'edificio era

coronato di merli. Le sale, con le pareti rivestite di mosaici, coi

pavimenti di marmo e di porfido nei colori più svariati, dovevano essere

indubbiamente stupende. Ma l'Alberti trovò già la Zisa ridotta in tale

stato di ruina da fargli esclamare melanconicamente:

«In verità, io non credo possa esistere animo gentile che, dinanzi a

quest'edificio già così bello e in parte ora caduto, in parte

minacciante rovina, non provi un senso di profonda compassione». Quanto

bella doveva essere questa villa ai tempi degli emiri, dei Normanni, di

Federigo, sotto questo splendido cielo, in quelle notti serene di questa

amena contrada che fa pompa, dal lido del mare ai piedi del monte, de'

più deliziosi aranceti dai frutti d'oro!...

Ho visto pochi panorami simili a quello che si gode dal tetto a foggia

di terrazzo di questo castello; di là si scorgono tutti i dintorni di

Palermo, dalla spiaggia ai monti, dintorni di una bellezza che la parola

non sa, nè può descrivere. Basti dire che si abbraccia con lo sguardo

tutta la _Conca d'oro_, co' suoi neri monti, maestosi e severi, tali da

sembrar tagliati dallo scalpello greco, co' suoi giardini ricchi

d'aranci, cosparsi di ville, con la sua città turrita e piena di cupole,

col suo mare sempre meraviglioso, con la mole gigantesca e imponente da

una parte del monte Pellegrino, dall'altra del capo Zafferano, che si

protende in mare, co' suoi monti coronati di neve nel lontano orizzonte,

perduti in una atmosfera pura, serena, tranquilla. Terra, mare, aria,

luce, colà tutto ricorda l'Oriente. Nel fissare dal tetto della Zisa i

giardini, vien fatto di attendere l'uscita delle belle odalische al

suono di una mandola, e di un emiro dalla lunga barba, in caftano rosso

e pantofole gialle. Là si prova quasi il desiderio di vivere secondo i

precetti del Corano.

Non è errato credere che, specie ai tempi della dominazione spagnuola,

il fanatismo religioso abbia cercato di distruggere l'antica dimora dei

Saraceni. I principi normanni, invece, rimasero colpiti dallo splendore

dei palagi e dei giardini arabi e l'imitarono nelle loro costruzioni.

Ruggero pel primo edificò delle ville in quello stile, Favara Mimnermo

ed altre, come ha lasciato scritto Ugo Falcando, contemporaneo degli

ultimi principi normanni. Le fontane sopratutto furono da questi imitate

e le vasche di foggia orientale; molte ne costruì difatti Federigo II,

giovandosi della ricchezza d'acqua di cui Palermo godeva sin dai tempi

più antichi. A prova della passione che gli Arabi dimostrarono nel

costruire vasche, basta citare la descrizione che Leonardo Alberti fa di

quella della Zisa, e la descrizione che l'ebreo Beniamino di Tudela,

nella sua breve opera su Palermo, fa della vasca Albehira. Beniamino di

Tudela venne in Sicilia nel 1172, ai tempi di Guglielmo il Buono, per

visitarvi le corporazioni israelitiche, e così descrisse l'Albehira:

«Nel centro della città sgorga la più copiosa delle fontane, quella

circondata da mura cui gli Arabi diedero il nome di Albehira. Vi si

mantengono pesci di varie specie e vi navigano le barche reali, ornate

d'oro, d'argento ed elegantemente dipinte; il re con le sue dame vi si

reca spesso per diletto. Nei giardini reali trovasi inoltre un castello,

le cui pareti son rivestite d'oro e d'argento, e i pavimenti sono

formati di marmi rarissimi; contiene statue d'ogni sorta. Non vidi mai

altrove edifici paragonabili ai palagi di questa città».

S'ignora ove sorgesse l'Albehira; Morso ha cercato di provare che

Beniamino alludesse al così detto _Mar Dolce_, nome dato alle rovine

arabe del castello di Favara, presso il pittoresco convento del Gesù,

fuori le porte della città, sotto la grotta famosa per i suoi fossili.

Queste rovine presero il nome di _Mar Dolce_ perchè si trovavano di

fronte ad una vasca; gli Arabi però le dicevano _Case Djiafar_.

Fuori di Palermo esiste ancora una quarta villa o palazzo saraceno,

quello di Ainsenin, dal popolo soprannominato _Torre del Diavolo_, le

cui rovine giacciono nella pittoresca valle Guadagna, attraversata

dall'Oreto e dominata dal monte Grifone.

Questi sono gli unici monumenti di costruzione saracena che, a ricordo

della dominazione araba, rimangono in Palermo. Con l'invasione spagnuola

scomparve la graziosa architettura orientale e cominciarono anche a

venir meno ai tempi di Federigo II le tradizioni dell'islamismo,

sopratutto allorquando, nel 1220, gli Arabi ancor rimasti nell'isola

furono trasportati a Nocera nelle Puglie, avendo durante l'assenza di

Federigo, guidati da Mirabet, tentato di riacquistare la loro

indipendenza. D'allora in poi il linguaggio e i costumi arabi andarono

perdendosi in Sicilia ed una nuova nazionalità, quella spagnuola, cercò

di stabilirvisi, cominciando col cancellare ogni traccia dei

predecessori.

Nell'ultimo secolo, quando la scoperta di Pompei riaccese in tutta

Italia lo studio dell'antichità, si prese a indagare pure con ardore le

vicende della dominazione araba in Sicilia. Le iscrizioni esistenti

nelle chiese e nei palazzi portarono allo studio della lingua araba ed

in Palermo sorse anzi una cattedra speciale per l'insegnamento di

questa. Ma la cosa non avvenne senza grottesca soperchieria, la quale

valse a provare sino a qual segno ogni tradizione araba fosse scomparsa

dall'isola in cui un tempo gli stessi re cristiani avevano parlato

quella lingua. Il maltese Giuseppe Vella venne a Palermo e si spacciò

per dotto orientalista, falsificando anche un codice contenente

parecchie corrispondenze degli Arabi in Sicilia. L'abile falsario seppe

ingannare tutta quanta l'Europa erudita, fintanto che, smascherato,

venne rimosso dalla cattedra e imprigionato.

Frattanto però presero a dedicarsi allo studio dell'arabo parecchi

Siciliani, fra i quali Airoldi, Rosario e Morso, quest'ultimo in special

modo, che successe al Vella nella cattedra e fu in relazione con i

maggiori orientalisti, col Tichsen, col Silvestre, col Sacy, con

l'Hammer e col Frahn, e molto si adoperò nell'interpretazione delle

iscrizioni cufiche esistenti in Palermo. Ne risultarono opere veramente

utili, come la _Rerum Arabicarum quae ad historiam siculam spectant

ampla collectio_ di Gregorio, pubblicata a Palermo nel 1790; le _Notizie

storiche dei Saraceni siciliani_ del Martorana, pubblicate del pari a

Palermo, nel 1833; ed infine la _Storia dei Mussulmani in Sicilia_,

dovuta all'insigne Michele Amari, ma di cui furono editi soltanto i due

primi volumi.

Lo studio delle antichità arabe risvegliò anche l'amore per

l'architettura saraceno-normanna, e divenne così generale, che molte

botteghe della bella via Toledo di Palermo sono oggi ornate alla foggia

araba e in stile arabo sono costruite molte ville di ricchi possidenti

nella campagna.

Il gusto corrotto dei palazzi e delle ville siciliane è noto a tutti per

la sua straordinaria bizzarria. Mentre si avevano sott'occhio dei

modelli graziosissimi e si avevano alle porte di Palermo la Cuba e la

Zisa, mentre esistevano nella stessa città edifici dell'epoca normanna o

posteriori, come, per esempio, il palazzo del tribunale, che insegnavano

come anche in edifici grandiosi si potesse unire la semplicità

all'armonia delle proporzioni ed alla sobrietà della decorazione, si

preferì innalzare costruzioni di gusto esageratamente barocco, come la

villa del principe di Palagonia, o ricorrere al gusto cinese, come nella

regale villa della Favorita.

In questi ultimi tempi veramente si è fatto ritorno allo stile

arabo-normanno, e farà epoca fra le moderne costruzioni la villa Serra

di Falco, innalzata a poca distanza dalla Zisa da quel duca che è

altamente benemerito per lo studio delle antichità siciliane. I

magnifici giardini di questa palazzina dànno l'illusione di rivivere ai

tempi di Hassan.

In Palermo, il marchese Forcella innalzò pure un bel palazzo di stile

arabo-normanno, nel quale sono però alcune cose grottesche come in tutte

le imitazioni di architettura passata. Questo palazzo sorge in piazza

Teresa, presso la porta dei Greci; il proprietario vi spese ingenti

somme e i lavori non ne sono peranco ultimati. All'esterno le finestre

sono a doppio arco di sesto acuto, divise da una colonnetta, guarnite

con vetri colorati. Le sale sono parecchie e ricche, in specie quelle

centrali, di gusto tutt'altro che arabo, con le pareti rivestite di

marmi e di pietre dure, preziosi quelli e queste, di vario colore, a

disegni graziosissimi. La volta è ornata fantasticamente, e il pavimento

è in marmo di vario colore; questa profusione di marmi prova la

ricchezza mineralogica dell'isola. A rendere quest'edificio simile ad

un'Alhambra non manca nemmeno una fontana. Altre stanze furono dal ricco

marchese decorate in stile romano e pompeiano e dimostrano l'abilità dei

Siciliani nell'affresco, imperocchè tutte le imitazioni di pitture

antiche furono colà eseguite unicamente da artisti nati e vissuti

nell'isola.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 16 / 33 题