IV.

Anche nella valle Tragara esistono avanzi di antiche costruzioni. Gli

archeologi pretendono che ivi esistessero l'antico collegio degli Efebi

e la villa Giulia, eretta da Augusto in onore della figlia sua

dilettissima. Ivi sorgeva pure la Sellaria, quella vergognosa villa di

Tiberio, dedicata alla Venere impudica, che, secondo Svetonio, era

ornata delle imagini più oscene. Tali congetture però hanno poco

fondamento, perchè è facile riconoscere la destinazione di tutti quegli

avanzi di mura denominati camerelle e che corrono in una linea ad arco

sul Tragara fino al di là del Tuoro. Portano il nome di camerelle come

alcuni avanzi della Villa Adriana a Tivoli, e sono costruite parte di

roccia calcarea dell'isola, parte di mattoni. Nella loro fronte

esteriore presentano una serie di camere, le cui volte sono in parte

ancora in piedi. Rosario Mangone afferma che queste camerelle

sostenessero una strada che doveva portare alla villa di Tiberio e si

divideva in tre rami: l'uno diretto al monte Tuoro, l'altro alla villa

di San Michele, il terzo alla villa di Giove.

Sopra le camerelle sorge la collina di S. Michele, una delle più

graziose dell'isola, e da cui si gode la vista stupenda della

sottostante città. A cavallo di questa s'innalza il forte Castello,

sopra le ripide pendici del Solaro, e ai due lati si aprono vallette

ricche di vegetazione che scendono al mare ceruleo. La stupenda

posizione di questo colle dice da sè che lassù doveva sorgere uno dei

palazzi di Tiberio. Si vedono infatti ai piedi del monte rovine

grandiose ed una serie di volte che sostenevano senza dubbio la strada

che portava al monte. Sulla sommità stanno giardini, case di

agricoltori. Percuotendo col piede il suolo, questo manda un suono cupo,

il che indica chiaramente esservi al disotto delle volte, di cui, del

resto, ancora oggi si scorgono gli avanzi ad opera reticolata. In una

di queste stanze io scoprii tracce di un'antica cappella dedicata a S.

Michele, _da cui il monte ha preso il nome_. Oggi sorge solitaria sulla

collina una chiesetta del santo, curiosa assai per la sua architettura

moresca: circondata com'è da un muro, sulla roccia deserta, ricorda i

templi della Mecca.

Si fecero pure scavi sul monte di S. Michele, ma le ricerche diedero uno

scarso risultato. Gli agricoltori ridussero tutto il terreno d'intorno a

terrazzi piantati ad olivi, e le case della città sono addossate al

monte in guisa che da questo si può scendere benissimo su i tetti. Una

sera, difatti, presi questa strada per rientrare in città e passando da

un tetto all'altro, riuscii ad entrare in casa mia.

La costa orientale dell'isola s'innalza ripida sul mare per un'altezza

di novecento settanta piedi, di guisa che la villa di Giove trovasi al

punto più elevato della spiaggia, d'aspetto veramente selvaggio.

Scendendo dal Tuoro per la piccola valle di Matromania, verso la

spiaggia a mezzogiorno, si giunge ad un punto in cui la costa si apre in

uno spazio circondato da rupi tagliate a picco, dove regna una

confusione fantastica di scogli, uno dei quali, aperto a foggia di

portico, ha nome d'Arco Naturale. Questo è il punto più solitario

dell'isola. Ai piedi giace il cupo mare, in alto si scorge il cielo

limpido ed azzurro, tutto all'intorno stanno rupi rossastre, e la vista

si estende fino al capo di Minerva, ed alle spiagge di Amalfi e di

Salerno.

Scendendo per un ripido sentiero, si giunge alla grotta enigmatica di

Matromania, piena di rovine, ed a cui si accede per un ampio arco, che

dà in una caverna larga circa cinquantacinque piedi e profonda circa

cento. La grotta è opera della natura, ma la mano dell'uomo l'ha

migliorata: tanto all'ingresso quanto nell'interno si vedono difatti

ancora avanzi di mura romane. Dentro stanno disposti a forma di

semicerchio due rialzi bianchicci, dei sedili; alcuni gradini portano ad

una nicchia, dove probabilmente stava la statua del nume.

Tutto là fa pensare che la grotta sia stata ridotta ad uso di tempio. Il

nome di Matromania, che il popolo con innocente ironia ha convertito in

quello di _Matrimonio_, quasi Tiberio avesse celebrato ivi le sue nozze,

si pensa che derivi da _Magnae Matris antrum_, oppure da _magnum Mithrae

antrum_.

Si dice che il tempio fosse dedicato a Mitra, non tanto perchè il dio

persiano del Sole fosse venerato nella caverna, quanto per essersi

scoperto in questa uno dei bassorilievi rappresentanti il mistico

sacrificio di Mitra, tanto numerosi nel museo Vaticano. Io ne ho visti

due negli Studi a Napoli, uno dei quali venne scoperto appunto in questa

grotta, l'altro nella grotta di Posillipo. Rappresentano Mitra in

ginocchio dinanzi al toro, nell'atto di piantargli il coltello nel

collo, mentre la bestia viene ferita da un serpente, da uno scorpione e

da un cane. Non è addirittura inammissibile che la grotta fosse dedicata

a Mitra, essendo anche adatta al culto del sole, la sua apertura

guardando verso oriente. Dalla sua profondità io potei vedere il sole

che nasceva, imporporando i lontani monti ed illuminando il mare. La

posizione romantica e selvaggia della grotta, le rovine dell'antico

tempio, il culto mistico di Mitra, il profondo silenzio, la luce

crepuscolare, lo stillare dell'acqua a goccia a goccia, e infine la

vista stupenda del mare e della campagna, tutto contribuisce a produrre

una profonda impressione di mistero, anche su chi nulla sa del culto di

Mitra e della vita di Tiberio. In questa caverna misteriosa fu fatta la

rara scoperta di una tavola di marmo con la seguente iscrizione in versi

greci: «O regione dello Stige, spirti propizi che qui avete la vostra

stanza, accogliete me pure, infelice, che morte repentina colse nel

fiore degli anni e dell'innocenza. Me pure aspettavano i favori di

Cesare; ma ora per me, per i miei genitori, non avvi più speranza. Non

avevo ancor raggiunta l'età nè di venti, nè di quindici anni: non godrò

più la splendida vista del sole. Ipato fu il mio nome. Fratello, io mi

rivolgo ancora a te! Genitori, ve ne scongiuro, non piangete più a lungo

me poveretto».

A quale orribile fatto possono alludere le parole misteriose di questa

iscrizione? Vi è in questo un romanzo di Capri. La storia del povero

Ipato è ignota, ma si può facilmente indovinare. In un'ora indemoniata,

Tiberio sacrificò al sole il suo favorito, un giovanetto, qui, in questa

caverna, davanti all'imagine del Dio, nella stessa guisa che più tardi

Adriano sacrificò al Nilo il bellissimo Antinoo. In quei tempi i

sacrifici umani, sebbene non frequenti, erano ancora in uso e venivano

dedicati per lo più a Mitra.

Se questa grotta, questi scogli potessero parlare, quanti orrendi fatti

dell'antichità noi apprenderemmo! La tradizione accenna a questa

selvaggia riva, quale sito prediletto di Tiberio e quale teatro delle

immani sue crudeltà. E' il luogo più diabolico dell'isola; procedendo

sulla spiaggia, verso mezzogiorno, si arriva ad un punto denommato

Salto di Tiberio. La riva cade ivi a picco sul mare dall'altezza di più

di ottocento piedi. Si dice che di là il mostro precipitasse le sue

vittime. Narra Svetonio: «Si fa vedere in Capri il punto dove Tiberio

spiegava tutta la sua crudeltà, facendo precipitare in mare alla sua

presenza le vittime, dopo averle a lungo martoriate con ogni sorta di

tormenti. Cadevano in mezzo ad una squadra di marinai, i quali le

percuotevano barbaramente con bastoni e con i remi, fino a tanto che non

fosse spento in esse ogni alito di vita.» Doveva essere per dir vero un

piacere diabolico quello di precipitare disgraziate creature da

quell'altezza, vederle balzare di scoglio in scoglio, ed udire il tonfo

dei loro corpi in mare.

A pochi passi dal Salto crudele, sorge ora una casetta, sulla cui porta

sta scritto _Restaurant_. Nella stanza trovasi ad ogni ora apparecchiata

una tavola con frutta, pane ed un fiasco di _lacrime di Tiberio_.

L'albergatore ha fatto costruire sul margine del Salto un piccolo muro

ed offre così di che ristorarsi, a chi piace, sul teatro stesso di tanti

orrori.

Si passa da questa casa per arrivare all'antico faro di Capri, il quale

non dista che una trentina di passi dal Salto. Questo faro è in gran

parte rovinato ed i suoi neri avanzi vennero alcuni anni or sono

colpiti dalla folgore. I materiali giacciono all'intorno dispersi fra le

vigne. Si trovano ancora in piedi avanzi di mura e di vòlte, le quali

bastano a far comprendere che il faro era un edificio ampio e notevole,

che poteva benissimo competere con quello di Alessandria e con quello di

Pozzuoli. Il poeta Stazio in un verso lo paragona alla luna, splendore

delle notti. Svetonio narra che quella torre fu atterrata da un

terremoto pochi giorni prima della morte di Tiberio; ma dopo di allora è

da ritenersi che sia stata ricostruita, altrimenti Stazio non ne avrebbe

potuto far parola. Attualmente la sua altezza non supera i sessanta

piedi.

Nel 1800 Hadrava fece in quel luogo eseguire scavi e vi rinvenne avanzi

di un piano sotterraneo, alcuni marmi ed anche un bassorilievo, che

rappresentava Lucilla e Crispina in atto di pregare.

Dal faro, salendo ancora pochi passi, si arriva alla rinomata villa di

Giove, la quale, secondo Svetonio, era propriamente l'abitazione

ordinaria di Tiberio; anzi, il tiranno, dopo l'esecuzione di Seiano, vi

si tenne rinchiuso per ben nove mesi, per il timore di una congiura. Le

rovine che si scorgono al capo della spiaggia a settentrione-levante

dell'isola, appartengono alla villa: lo confermano la tradizione, la

quale addita quella località come la più importante dell'isola;

l'estensione del palazzo, le cui rovine sono le più importanti di tutta

Capri, e la natura delle costruzioni, appartenenti all'epoca migliore

dell'architettura romana.

Uno può aggirarsi colà in un vero laberinto di volte, di gallerie

sotterranee, di infinite stanze, in massima parte ridotte poi ad uso di

cantine e di stalle per il bestiame. Giacciono qua e là dispersi sul

suolo capitelli, piedistalli, fusti di colonne, frammenti di marmo;

alcune stanze presentano ancora avanzi di stucco e in qualche punto si

osservano tracce di pitture gialle e rosse, simili a quelle di Pompei.

Sul suolo sono pure frammenti di pavimenti a mosaico di marmo bianco,

inquadrati da una fascia nera, come pure sono tuttora visibilissime le

scale che portavano ai piani superiori.

Sembra che la villa avesse parecchi piani; l'inferiore è intieramente

sepolto sotto il suolo. Nel piano superiore invece si può ancora

riconoscere la distribuzione delle stanze, e, dal lato verso il mare, la

pianta di un semicircolo, probabilmente di un teatro. In altro punto,

nicchie e mura circolari dimostrano l'esistenza di un tempio. La villa

riuniva in sè tutto quanto apparteneva allo splendore della vita

principesca di allora, ed essendo stata così a lungo la sede della corte

imperiale, doveva, prima che Nerone ed Adriano innalzassero i loro

sontuosi palazzi, sorpassare in bellezza tutte le altre ville romane.

Certo contribuiva a renderla ancora più bella la sua incomparabile

posizione sul mare e la vista dei due golfi. Da questo punto Tiberio

dominava tutta l'isola come un avvoltoio e scorgeva anche le navi che

traversavano il golfo, provenienti dall'Ellade, dall'Asia, dall'Africa,

o da Roma.

Più bella però doveva essere la vista dell'isola dal mare, veleggiando

fra Capri ed il capo di Minerva e contemplando i palazzi marmorei, il

faro ed i templi, imperocchè Tiberio, in cima ad ogni vetta, aveva

innalzata una torre, od un tempio, fra cui quelli famosi di Minerva,

delle Sirene e di Eracleo.

Rimasi lunghe ore seduto sulle rovine, cercando raffigurarmi l'antica

Capri. Pensavo che dovesse essere stupenda con ogni sua sommità coronata

da un tempio, con i suoi portici, teatri e ville e le strade popolate di

tutto quel mondo romano, dalla corte di Cesare, da senatori, da

ambasciatori d'ogni parte del mondo, dalle più belle donne della Ionia,

delle Etari seducenti dell'Asia, da squadre scapigliate di baccanti, da

ninfe, da dee, da tutto un popolo di figure mitologiche. Qui regnava

Bacco, e la sua corte era composta di baccanti e di satiri.

Il lungo soggiorno di Tiberio a Capri non fu che una satira dell'uman

genere e probabilmente la più terribile: si può facilmente indovinare

contemplando i tratti del principale attore, giacchè a Napoli esistono

busti e figure colossali di Tiberio. Il suo miglior ritratto però

trovasi nel Museo Vaticano a Roma; quelli di Napoli lo rappresentano già

avanzato negli anni; quello di Roma, al contrario, nel fiore della sua

giovinezza, probabilmente perchè la maggior parte dei busti disotterrati

ad Ercolano ed a Pompei appartengono all'epoca del suo soggiorno in

Capri. Nella galleria Chiaramonti del Museo Vaticano esiste la sua

figura colossale, scoperta a Veia, in cui è rappresentato giovane,

divinizzato, ma con i suoi lineamenti reali. La sua testa appare

intelligente, ben formata, la bocca regolare e di una finezza

indicibile; tutti i suoi lineamenti giovanili hanno qualche cosa di

dionisiaco ed anche le forme del corpo sono piene, voluttuose, in certa

guisa femminili.

Questo mostro reale era, al pari di Cesare Borgia, l'uomo più bello de'

suoi tempi, e, fra tutti gl'imperatori romani, Augusto solo fu di

bellezza più classica. Non si dimentica la figura di Tiberio dopo averla

veduta una sola volta; ognuno si aspetta di trovarsi dinanzi un mostro,

una specie di demone, ed invece rimane addirittura stupito dalla

bellezza de' suoi lineamenti feminei, che gli dànno piuttosto l'aspetto

di un Sardanapalo. Soltanto con gli anni la bocca acquistò

un'espressione di sarcasmo, d'ironia, e tutta la sua fisonomia qualche

cosa di duro, di crudele e di volgare insieme, come si rivela nella

testa colossale di Napoli e nel suo busto in Campidoglio. Volendo avere

una rappresentazione plastica della scelleratezza bestiale, fa d'uopo

contemplare la testa diabolica di Caracalla, che è la rappresentazione

più perfetta di un carattere diabolico a cui sia potuta giungere la

scultura. Ritengo che quell'uomo scellerato fosse davvero tale e quale

la storia ce lo ha descritto. Fu il solo monarca, dopo Augusto, che

abbia regnato con le forme repubblicane. Ebbe in retaggio un popolo

divenuto spregevole, e trovato un mondo pessimo e proclive ad ogni sorta

di abbiettezza vi si abbandonò interamente. Caligola vaneggiava di

divenire il padrone del mondo e la sua potenza durò pochi anni. Egli che

avrebbe voluto sorbirsi il mondo come si sorbe un uovo, fu un giorno

atterrato dal caso, con tutti i suoi godimenti, che non eran che pazzie.

Dopo le guerre civili e dopo Augusto, regnò un silenzio spaventoso nella

storia del mondo e quella fu l'epoca più cupa dell'umanità. Augusto fu

grande e felice perchè aveva dovuto conquistare la sua signoria; i suoi

successori, invece, furono miseri per non aver più nulla da conquistare.

Venuti ad un tratto in possesso di un dominio già affermato, non seppero

quale impiego fare del loro tempo, imperocchè anche i piaceri diventano

insopportabili quando non l'interrompono il lavoro e le difficoltà.

Caligola nella sua pazzia volle gettare un ponte sul mare; Claudio fu un

pedante; Nerone incendiò Roma, e mentre questa era in fiamme suonò la

cetra; faceva versi e voleva aver fama di abile guidatore di cocchi, e

di commediante. In quel periodo di generale sonnolenza del genere umano,

noi troviamo l'uno dopo l'altro, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone,

demoni e scellerati: la storia taceva.

Sarebbe però mostrarsi ingiusti con Tiberio confondendolo co' suoi

successori, i quali furono soltanto scellerati volgari, senza pudore e

senz'ombra di vergogna nel rivelare la loro bestiale natura; Tiberio,

superiore per ingegno alla sua epoca, fu uomo fiero, diplomatico, della

scuola dell'ipocrita Augusto. Tutta la sua fisonomia rivela la finezza,

la dissimulazione, particolarmente il taglio della sua bocca gesuitica,

la bocca più perfetta di diplomatico che la natura abbia creato: si

direbbe che pronunci la sentenza di Talleyrand, che, cioè, la parola fu

data all'uomo per nascondere i suoi pensieri. Infatti poi sappiamo da

Tacito quanta fosse l'arte di Tiberio nel parlare: egli fu veramente

l'inventore della grammatica e della logica diplomatica. Non prometteva,

non giurava, non mentiva: egli era un impasto di menzogna continua.

Quanto sembrano grossolani, di fronte a questo despota finissimo e

signore classico della storia nuova, quegli avventurieri venuti in

possesso di un trono e quei re che rompono pubblicamente i loro

giuramenti! Tiberio, certamente, li avrebbe cacciati, con un sorriso di

disprezzo, fra i suoi liberti. Quest'uomo non lasciò immaginare, nemmeno

una sol volta, che cosa avesse in animo di fare governando, non col

mezzo ruvido dei colpi di stato, bensì padroneggiando sopra gli

avvenimenti. Non lasciò mai trapelare nè la sua volontà, nè i suoi

disegni; basta ricordare la caduta di Seiano.

Il proscritto dell'isola dell'Elba prese una volta a difendere

calorosamente il carattere di Tiberio contro le accuse di Tacito e della

storia. Dopo di aver ridotta la diplomazia di Augusto a sistema del

gesuitismo il più raffinato, Tiberio, compiuta la sua opera e sazio

della vita, si ritirò in quest'isola per distrarsi con i piaceri

materiali, e non lasciò venir meno il terrore che aveva incusso fin dal

principio del suo governo, e provò i piaceri di ogni sorta. L'umana

natura però è costituita in modo che non può godere in una volta poca

parte di piaceri, e ciò lo dimostrano lo scoglio di Capri e la villa di

Giove, nella quale erasi ritirato il signore del mondo che considerava

questi luoghi come una specie di esilio. Fa orrore il pensare alle scene

di cui furono testimoni queste mura, agli eccessi di rabbia di un animo

che non conosceva più freno di sorta. Là dove risuonarono un giorno le

armonie dei flauti della Lidia, e splenderono i sorrisi di donne

superbe, mugghiano ora le mandrie dei poveri contadini. A tanto vennero

ridotte le sale di Tiberio. L'edera, i fichi d'India, le malve, le rose,

le cinerarie e il melagrano riempiono della loro vegetazione

lussureggiante le stanze in ruina. Pendono dall'alto i festoni delle

viti, discendenti dall'antico Bacco di Capri, quasi fossero gli spirti

di quelle etère che quivi praticavano, un tempo, alla presenza di

Tiberio, le loro danze oscene.

Sorge attualmente fra le rovine, sul punto più elevato della villa, una

cappella dedicata a S. Maria del Soccorso. Vi abita un eremita. Nessun

luogo mi è apparso più adatto per la penitenza, dei ruderi della villa

di Tiberio, sotto il regno del quale, e durante il suo soggiorno in

Capri, venne Cristo posto in croce. La cappella sorge quivi, come il

cristianesimo stesso, sulle rovine del mondo pagano. Questa coincidenza

è singolare, e pochi luoghi, io credo, possono ritenersi adatti del pari

alla meditazione. Qui si presentano contemporaneamente all'immaginazione

due figure rappresentanti i due periodi della storia del genere umano:

ad occidente, il demone canuto, Tiberio, signore della terra,

rappresentante del mondo pagano che sta per tramontare, ed immagine di

tutti i mali; ad oriente, la figura giovanile dell'uomo Dio, di Cristo

appeso alla croce, circondato di profeti ispirati di una rigenerazione

novella dell'umanità. Queste due figure sorgono una di fronte all'altra,

come Arimano ed Arzmud, il Dio della luce e quello delle tenebre. Come

non ricordare qui la figura di Giovanni di Patmos, inondata di luce

accanto alla quale l'aquila di Giove compare tutt'ora come simbolo

pagano?

Seduto sopra quelle rovine, in mezzo a tali pensieri, nella meditazione

del cristianesimo primitivo, vidi tutto ad un tratto il rappresentante

storico di quella religione ideale nella persona dell'eremita, sudicio

frate francescano, e poco mancò non mi ritraessi dallo spavento. Era un

vecchio monaco, dalla lunga barba bianca, vestito di una tonaca nera,

zoppo, brutto, con due occhi da falco. Mi parve che sorgessero davanti a

me Tiberio o Mefistofele, e mi dicessero, con sorriso beffardo:

«Redivivo! soltanto mutato d'aspetto». Tale è la storia del

cristianesimo.

Il vecchio frate mi condusse zoppicando nella sua cella. Diedi uno

sguardo ai suoi libri, e su di uno lessi il titolo seguente: _Leggende

delle sante vergini che vollero morire per Nostro Signore Gesù Cristo_.

Anche il solitario Tiberio leggeva libri che parlavano di vergini; non

erano però di quelle che volevano morire per il suo contemporaneo, bensì

i libri della etéra greca Elefantide, i quali insegnavano la scienza del

piacere, ed erano allora di moda in Roma. Svetonio narra che Tiberio

teneva quei libri nella sua stanza a Capri. Trovai, del resto, qualche

cosa di lascivo anche presso l'eremita; egli mi fece vedere la copia di

un bassorilievo esistente nel Museo di Napoli: un vecchio nudo, a

cavallo, che portava in sella, davanti a sè, una ragazza parimenti nuda

con una fiaccola in mano; un giovanetto, esso pure nudo, guidava il

cavallo verso la statua di un Dio. La somiglianza del vecchio con

Tiberio mi parve così sorprendente, che io credetti che quel

bassorilievo rappresentasse una scena notturna nella sua villa di

Capri, forse un sacrificio a Priapo. La catena sola, che il vecchio

portava al collo, era quella stessa dei gladiatori combattenti e degli

altri condannati, e non si addiceva affatto all'imperatore Tiberio.

L'eremita aveva copiato il bassorilievo ad acquarello, con somma

diligenza e con vera intelligenza del nudo. L'opera apparteneva alla sua

abitazione, imperocchè era stata scoperta fra le rovine della villa.

Sebbene in modo incompleto, due volte furono praticati scavi intorno a

questa: la prima volta da Hadrava nel 1804, la seconda da Feola nel

1827. Vi si trovarono bei pavimenti di marmo, uno dei quali venne

adattato davanti all'altare maggiore nella cattedrale di Capri;

parecchie belle statue, fra cui una piccola in lapislazzuli acquistata

poi da un Inglese; varî busti, che andarono dispersi, e mosaici,

attualmente raccolti nel Museo di Napoli.

Nessun imperatore può vantare una villa da cui si goda una vista pari a

quella che ha dinanzi a sè l'eremita nella sua cella. Dalla sua finestra

ei vede i due golfi di Napoli e di Salerno, e le più belle coste e le

isole d'Italia.

L'aria quel giorno era limpidissima, ed io vidi distintamente Pesto,

Castel Baro e la lontana punta di Licosa. Al cadere del sole i monti e

il mare rivestirono dei colori dell'iride, ed io mi chiesi sorpreso se

ciò era realtà o piuttosto una fantasmagoria di sogno.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 13 / 33 题