Ogni cosa a Capri porta un'impronta per così dire fanciullesca; persino
nelle fisonomie di parecchi vecchi, tanto uomini quanto donne, si scorge
questo segno caratteristico di puerilità. I ragazzi, maschi e femmine,
sono in generale bellissimi, e, sebbene crescano senza istruzione, la
loro intelligenza è straordinariamente sveglia. Portano tutti al collo
un amuleto: i bambini, piccoli corni benedetti, destinati a proteggerli
contro lo spirito maligno; i più grandicelli, una medaglia della Madonna
o un'immagine della Beata Vergine del Carmine, impressa sopra un pezzo
di stoffa. Ho visto un giorno esposto nella chiesa il cadavere di un
bambino. Era coperto di un velo bianco, ornato di fiori, ed aveva
attorno a sè mandorle inzuccherate: il poverino non ne aveva mai
assaporate in vita, perchè cotali ghiottonerie non si dànno ai ragazzi
dei pescatori che allorquando sono morti. Il cadavere fu deposto senza
cerimonie nella sepoltura nell'interno della chiesa, dove, secondo
l'usanza antica, si eseguiscono tutte le tumulazioni. Soltanto coloro
che non sono cristiani--così si esprimono per intendere i non
cattolici--vengono sepolti in qualche punto ameno e solitario della
spiaggia.
A Capri tutti si conoscono, e il forastiero non tarda del pari a
divenire amico degli isolani e a formare con quelli una sola famiglia.
Non tarda molto per conseguenza a non sentirsi più straniero, e a
considerarsi quale membro di quella specie di comunità.
La vita pubblica si concentra tutta quanta sulla piazza, presso la porta
della città; ivi si vendono i pochi oggetti che rispondono agli scarsi
bisogni della popolazione; ivi hanno luogo le feste religiose e si
radunano gli abitanti a riposarsi dell'incessante lavoro. La vita
solitaria è interrotta di quando in quando dall'arrivo di qualche
forastiero, il quale prende alloggio nella locanda di don Michele,
visita rapidamente le curiosità dell'isola, e poi riparte. Un certo
numero di forestieri si ferma però qualche tempo alla locanda, sedendo a
mensa comune, per lo più pittori, i quali formano una società
caratteristica e si vedono in ogni angolo occupati a disegnare ora una
di quelle casuccie ridenti col suo pergolato, ora qualche roccia di
forma bizzarra, ora un gruppo di alberi od una marina.
Non v'è cosa davvero più piacevole dell'aggirarsi per i colli,
dell'arrampicarsi su per gli scogli, del vagabondare lungo la riva del
mare, dove le onde mugghiano e si frangono senza posa. La tranquillità
profonda, la vista dell'ampio golfo, delle amene sue rive, delle isole
lontane, sono davvero incantevoli: si rimane lunghe ore seduti su di uno
scoglio a contemplare gli effetti mirabili e sempre vari di luce sulle
coste e sulla liquida pianura.
Voglio ora condurre il lettore attraverso l'isola, che io ho percorsa da
un capo all'altro. Ci recheremo da prima dove sorgeva Capri, l'antica
Capri, scomparsa da quando i Saraceni la distrussero. Colà, dove sorge
la rupe scoscesa di Anacapri, stanno ancora, quasi fra i giardini, i
ruderi dell'antica città e la piccola e vetusta chiesa di S. Costanzo,
l'antica parrocchia dell'isola e sede del vescovo fin dal secolo X,
Capri essendo stata innalzata a sede vescovile sotto la dipendenza
dell'arcivescovo di Amalfi. Tale rimase lino al 1799; dopo di allora, la
sede vescovile non venne più occupata e la chiesa venne ridotta a
monastero, dipendente dall'arcivescovo di Sorrento. L'oratorio di S.
Costanzo è piccolo, pesante, ed ha tutto l'aspetto di una chiesa di
campagna. All'intorno si scorgono sotterranei e nella terra avanzi di
antiche mura. Si rinvennero pure colà urne sepolcrali, bassorilievi,
monete, e si scorge tuttora, in una vigna, un grande sarcofago di marmo,
disotterrato da alcuni anni.
Del resto, le antichità scavate nell'isola, statue, bassorilievi,
mosaici, urne ed avanzi di colonne, furono parte vendute dai contadini a
vile prezzo, parte regalate a privati dagli ufficiali pubblici
incaricati degli scavi, e parte ancora trafugate di nascosto. Molte ne
portarono via gl'Inglesi, durante i tre anni che occuparono l'isola;
pochi oggetti quindi giunsero al Museo di Napoli, loro sede naturale.
In nessuna parte del mondo, io credo, si sia fatto tanto spreco di
antichità quanto a Napoli.
Gli scavi e le scoperte fatte a Pompei furono quelle che richiamarono
per la prima volta l'attenzione degli archeologi sull'isola di Capri. Il
primo, per quanto io sappia, a praticarvi ricerche fu Luigi Gilardi da
Ferrara, nel 1777, a cui tenne dietro Hadrava e, al principio di questo
secolo, Giuseppe Romanelli; vennero quindi Giuseppe Maria Secondo ed il
conte della Torre Rezzonico, i quali tutti pubblicarono scritti intorno
all'isola. Nel 1830 venne incaricato Feola di compiere altri scavi e vi
si trattenne molto tempo. Si scoprirono allora avanzi di antiche
abitazioni e parecchie sculture dell'aurea epoca romana. Scarseggiando
però la terra, gli agricoltori riempirono di bel nuovo gli scavi e ne
disparvero le tracce sotto recenti piantagioni. Molti oggetti si trovano
ancora nascosti e verranno certo un giorno in luce. Ciò che di tanto in
tanto casualmente si scopre, sono le monete degl'imperatori e i
frammenti di marmo. Nei pavimenti di Capri, nella pianura di Domecuta,
presso Anacapri, si notano molti avanzi di marmi antichi ed anche, qua e
là, si vedono adattati ad uso di soglie sulle porte delle case pezzi di
marmo con avanzi d'iscrizioni diventate inintelligibili.
Molti marmi antichi vennero parimenti impiegati nelle fondazioni delle
case e non vi è angolo dell'isola in cui non si scorgano memorie e resti
dei tempi trascorsi.
Non molto lontano da S. Costanzo, vicino al mare, su di un'altura,
sorgeva l'antica villa di Tiberio, detta oggi _Palazzo al mare_. Hadrava
vi fece praticare scavi nel 1790, e nonostante la trovasse in gran parte
devastata, vi fece però ancora scoperte importanti, fra cui due colonne
di cipollino, due di portasanta, uno stupendo capitello corinzio, oggi
esposto al Municipio di Napoli, due magnifici mosaici, passati in
possesso l'uno di un Inglese e l'altro della contessa Woronzow, e
finalmente un bell'altare di Cibele, che il cavaliere Hamilton acquistò
pel Museo britannico. Ora il palazzo presenta l'aspetto di una
distruzione completa. Gran parte delle mura rovinarono in mare, altre
giacciono disperse sul pendio dell'altura che scende alla spiaggia; si
possono scorgere però ancora le vestigia di un certo numero di sale
circolari, avanzo forse del tempio della divinità alla quale era
dedicata la villa, e sorge ancor oggi, fra tutte quelle rovine, l'avanzo
di un fusto di colonna di granito rosso orientale.
Più scarsi ancora sono gli avanzi della villa che sorgeva un dì sulla
bella collina di Castello, che sta a cavalcioni della città verso
mezzogiorno. Dal lato del mare la rupe sorge tagliata a picco, ed a metà
si apre l'apertura di una grotta. Verso terra stanno molte vigne e sulla
sommità torreggia, in istato ancora di buona conservazione, il castello
di Capri, piccola fortezza con mura merlate e torri, che dà all'isola
un'impronta medioevale. Hadrava eseguì scavi anche in questa località,
nel 1786, e vi scoprì buon numero di sale e di bagni già devastati,
alcuni pavimenti, statue, un bel vaso di marmo bianco, un bassorilievo
rappresentante Tiberio nell'atto di offrire un sacrificio, un cammeo con
ritratto di Germanico e busti di marmo e di gesso. Anche tutti questi
oggetti vennero dispersi e regalati parte ad Hamilton, al pittore
Tischbein, al principe Schwarzenberg, parte a Russi ed Inglesi ignoti.
Nel 1791 gli scavi furono nuovamente riempiti di terra. Tutte le rarità
antiche però scompaiono di fronte alla vista stupenda che si gode dalla
collina di Castello, sul mare di Sicilia, sul golfo azzurro di Napoli e
sulla rupe maestosa di Anacapri. Si vedono pure di là la rupe scoscesa
che dà a mezzodì, nonchè i tre picchi che si slanciano verso il cielo a
foggia di obelischi granitici, denominati i Faraglioni.
Ai piedi della collina, trovasi una delle località più romantiche
dell'isola, la _Marina piccola_, spiaggia angusta, esposta a
mezzogiorno, incassata nelle rocce, i cui massi rotolati in mare si
avanzano a foggia di penisola. Sorgono ivi, quasi scavate nella roccia,
due casette solitarie di pescatori; in quel punto la spiaggia può
ricettare a mala pena due barche. Seduto colà, uno si può credere solo
al mondo. Il golfo di Napoli, le sue spiagge, le sue isole, le sue vele,
sono scomparse quasi non esistessero; la vista spazia unicamente
sull'immensità del mare nella direzione della Sicilia e più lontano
dell'Africa. Non si vede che acqua, e la fantasia può trasportarsi
ugualmente a Palermo, a Cagliari ed a Cartagine. Non si hanno
all'intorno che nude rocce, scogli deserti, caverne che si aprono sulla
riva ad ambo i lati; a destra il capo Marcellino, rupe erta gigantesca,
la quale si avanza in mare; a sinistra, dentellato e merlato, come un
castello antico, il capo Tragara, ed in vicinanza a questo i Faraglioni,
scogli giganteschi, inaccessibili, d'oltre cento piedi di altezza,
emergenti dal mare come piramidi, di forma conica, uno levigato, l'altro
frastagliato in modo fantastico e bizzarro. La loro ombra si estende sul
mare, a cui dà un aspetto melanconico. Più in là si apre in uno scoglio
l'arco di una caverna, in cui possono entrare anche le barche, e sulla
loro sommità, agitati dal vento, ondeggiano vaghi arbusti e piante
selvatiche. Di tanto in tanto l'alcione che ammaestra la giovane prole
al volo, fa udire il suo rauco grido. Non si può fare a meno di
ricordare il passo del _Prometeo incatenato_ di Eschilo e par quasi che
all'orecchio giunga lo sbatter d'ali delle Oceanidi e l'eco dei loro
canti. Più di una volta, di buon mattino, io son rimasto ad ascoltare il
canto degli uccelli marini quando scendono sugli scogli e svolazzano
sulle onde, ed alla sera la loro voce m'è apparsa più lamentosa, simile
al suono delle arpi eoliche, che riportano inconsciamente ai desiderî
del passato. Sapevo che su i Faraglioni si trovano pure alcioni venuti
dall'isola di Ustica e dalla grotta d'Alghero in Sardegna, e se io
avessi avuto vent'anni di meno, avrei domandato loro di portarmi in
quella rara grotta, o nella foresta di Milis, dove cinquecento mila
piante di aranci fan mostra dei lor fiori e dei lor frutti, e dove notte
e giorno risuona il canto dell'usignolo. Colà mi avrebbero potuto
deporre un mattino, ai piedi della pianta di aranci più alta d'Europa,
grande quanto un'elce, dove il marchese Boyl fa ai suoi ospiti gli onori
della sua villa.
Sono sogni, è vero, ma chi può rimanere qualche istante sulla Marina
piccola di Capri senza lasciare sciolta la briglia alla propria
fantasia? La solitudine e l'aspetto deserto della spiaggia sono magici,
in ispecie nel silenzio della notte, al lume di luna, quando non si ode
altro che il frangere delle onde che incessantemente si succedono le une
alle altre, quando gli scogli e i capi si perdono nell'ombra, e le
fiaccole delle barche pescherecce ora brillano sulla superficie del
mare, ora scompaiono. Pochi sono i pescatori che tengono ivi le loro
barche: io li ho visti seduti sulla sabbia bianca, intenti a racconciare
le reti, silenziosi, immersi in profondi pensieri come gente che sa
mirabili cose delle profondità marine e delle sirene che vi abitano. Uno
degli scogli porta appunto il nome di scoglio delle Sirene.
L'immaginazione del popolo sa sempre dare ai luoghi le denominazioni che
più vi si adattano; certo, sarebbe impossibile trovare in Capri un luogo
migliore per collocarvi le Sirene. Quivi si possono passare lunghe ore a
godere la brezza marina ed a contemplare gli effetti di luce sul mare:
tutto è tranquillo e tutto risplende; scintillano le onde, e gli scogli
nel calore della giornata; non si ode altro che il canto monotono delle
cicale. Luce, aria, profumi, tutto vive sotto il regno dell'armonia, e
l'animo si inebria di solitudine.
Tra la Marina piccola ed i Faraglioni, si apre una delle più vaste
grotte dell'isola, la grotta dell'Arsenale. L'acqua non vi penetra,
perchè trovasi entro terra. Vi si scorgono vestigia di costruzioni
romane. Il suo nome dice già che dovette un tempo servire di magazzino
alla gente di mare, se pure non fu un ricovero per le galere di Tiberio,
imperocchè la sua entrata è abbastanza grande per dar loro accesso, e
sono tutt'ora visibili le impronte dello scalpello che l'allargarono e
resero più regolare. Il punto della spiaggia dove essa si trova, porta
il nome di Unghia Marina, ed ivi pure, tanto al mare quanto in alto, si
scorgono vestigia di antichi muri. Anche al capo Tragara, presso il
quale sorgono in mare i Faraglioni e lo scoglio detto il Monacone, si
scorgono avanzi di antiche mura; difatti ai tempi di Tiberio ivi era un
piccolo porto, cui probabilmente si accedeva per una strada coperta
dalla villa sorgente sul monte Tuoro.
Al capo Tragara si può discendere a terra dalla barca e salire sul monte
Tuoro, dal quale si scopre un bellissimo panorama. Sorge colà, sopra un
antico muro, un telegrafo aereo; è una particolarità dell'isola che
quasi ogni punto elevato sia occupato da un solitario, da un monaco o da
un ufficiale telegrafico. Quello del monte Tuoro abita una piccola casa
bianca. La sua stanza ha due piccole finestre ed in ognuna trovasi
fissato un telescopio. L'ufficiale telegrafico, piccolo vecchietto dalla
vista stanca, sta seduto ad un tavolo collocato fra le due finestre, sul
quale tiene aperto un voluminoso registro. Ad ogni istante sorge dalla
sua sedia, va all'una o all'altra finestra, pone l'occhio ai due
cannocchiali, quindi torna a sedere, con tranquillità filosofica,
dinanzi al suo registro, per portarsi di nuovo dopo pochi istanti alle
finestre; e questo dura dalla mattina alla sera. Il suo cane sta seduto
avanti alla porta e spia esso pure il mare, ma... senza cannocchiale. In
cima al Solaro, sopra Anacapri, dimora un altro ufficiale telegrafico
per la segnalazione dei legni che compaiono nel mare di Sicilia.
Allorquando scorge qualche cosa degna di osservazione, la comunica al
suo collega del monte, il quale ne dà avviso all'ufficio telegrafico di
Massa, che si trova al di là dello stretto di mare, sul promontorio
della Minerva; questi manda l'avviso a Castellamare, e di là lo si
trasmette infine a Castello S. Elmo di Napoli, da dove la notizia viene
tosto spedita al palazzo reale, vera sede di novello Atreo. L'ufficiale
telegrafico del monte Solaro è quegli che dà origine a tutto questo
movimento. Quando io lo vidi intento al suo ufficio di vigilanza, mi
venne in mente la sentinella del castello di Atreo, nell'_Agamennone_
d'Eschilo, che sta aspettando la fiammata che deve annunciargli la presa
di Troia:
Theous men aitô ton apallagen ponon
(Supplico gli Dei di volere por termine alla mia fatica).
e mi sovvennero pure i versi di Clitennestra, quelli che descrivono con
rara evidenza il modo di trasmissione dei segnali con le fiammate. La
fiamma si accendeva sul monte Ida, giungeva su quello di Lemno, arrivava
al monte Athos dedicato a Giove, e, varcando le onde dell'Euripo,
svegliava il guardiano di Mesapio, passava il fiume Asopo, giungeva
sulla rupe di Ciotaro e, per lo stretto di Gargopi, per la vetta di
Agiplanco, per il mare Saronico e per la rupe Aracnea, arrivava
finalmente al castello degli Atridi.
Se i Greci avessero comunicato con Troia per via di un telegrafo
elettrico sottomarino, saremmo privi del piacere di leggere nei versi
stupendi di Eschilo una descrizione così vivace piena di verità.
Era venuta intanto la sera. L'ufficiale telegrafico del monte Solaro
fece un segnale, che quello del monte Tuoro trasmise tosto a Massa.
Domandai che cosa volesse esso significare. «Oggi nulla di nuovo», mi
rispose tutto soddisfatto il vecchietto; si stropicciò gli occhi, pose
in ordine i suoi istrumenti, diede un fischio al suo cane e cominciò a
scendere dal monte. Egli abitava in Anacapri, ed ogni sera doveva
discendere cinquecento sessanta gradini, per risalirne il mattino
appresso altrettanti. Da dieci anni egli compie quel solitario ufficio,
compresi i giorni di feste, compreso quello di Pasqua: si potrebbe
dunque calcolare matematicamente quante centinaia di volte il brav'uomo
abbia fatto l'ascensione del Chimborazo, e ciò per la paga di trenta
carlini al giorno!...
Ad eccezione di questo guardiano, che mi ricordò Eschilo, non ho trovata
alcuna antichità sul monte Tuoro. Però, anche su quell'altura Tiberio
ebbe una villa. Fra il monte Tuoro e quello di Castello, scende al mare
la valle Tragara, tutta coltivata a viti e ad olivi. Giace in questa
l'edificio medioevale più ragguardevole dell'isola, la Certosa, ora
deserta, ma un giorno abitata dai monaci dell'ordine di S. Bruno. Occupa
questa un grande spazio; la sua architettura originale, i suoi portici,
i suoi i campanili bizzarramente istoriati, le sue terrazze, i suoi
tetti fatti a volta, sorgenti in mezzo alla verzura e specchiantisi in
mare, le dànno un'impronta tutta magica, che è appunto la caratteristica
dell'isola.
La navata angusta della chiesa senza cupola è parimenti l'unico edificio
di Capri che possegga un tetto a forma gotica ricoperto di tegole. Le
sue linee, delicate e nette, offrono un vivo contrasto coi tetti a volta
delle celle e coi portici ad arco tondo del cortile. Nell'interno, la
chiesa è semplice, ed ha solo qualche affresco sulle mura. Entrando,
tutto l'insieme produce una favorevole impressione. Le celle sparse qua
e là, le piccole corti, i giardini deserti ed invasi da lussureggiante
vegetazione, dànno al monastero abbandonato l'aspetto di un laberinto
romantico. La Certosa è dedicata a S. Giacomo e venne fondata nel 1363
dal nobile caprese Giacomo Arcucci. Sua moglie era rimasta sterile al
par di Sara ed egli aveva fatto voto di fondare un monastero se Dio gli
avesse _concesso_ un figliuolo; la preghiera fu esaudita e il gentiluomo
mantenne la promessa facendo edificare il convento sul disegno della
stupenda Certosa del Vomero a Napoli, dedicata a S. Martino; e nel 1374,
terminato l'edificio, vi chiamò i padri di S. Martino. Col tempo, la
Certosa diventò ricca e le migliori terre dell'isola passarono in sua
proprietà. La Repubblica Partenopea però la soppresse, fondendola con i
due conventi di Toresiani, che si trovavano pure nell'isola, e
incamerandone gli averi. Ora, questi son venuti in possesso della
cattedrale d'Ischia e la povera popolazione di Capri va soggetta alla
grande ingiustizia di vedersi tolte le sue terre migliori per arricchire
il clero ozioso di un'isola straniera. Durante l'occupazione inglese, la
Certosa fu il quartiere generale di Hudson Lowe, ed anche i Francesi
l'adibirono ad usi militari. Oggidì vi ha sede un ospedale militare.