Una sera, mentre stavo seduto sulle rovine della villa e contemplavo il
magico panorama, il mio sguardo cadde sulla testa argentea di una serpe,
che doveva avere mutata di recente la pelle e che stava ai miei piedi.
La considerai quale un felice presagio, riferendosi a qualche mia
memoria dei giorni trascorsi, e ricordai che Tiberio pure possedeva una
serpe favorita, a cui porgeva il cibo di sua mano e con la quale soleva
scherzare. Scesi dal monte con la lucente bestia e per istrada incontrai
il mio Mefistofele che saliva a cavalcioni di un asinello. Gli feci
vedere la mia piccola serpe, ed allora egli mi disse di essere un grande
incantatore di serpenti. Mi narrò anzi che prendeva e maneggiava a sua
volontà qualsiasi specie di rettile, ed avendogli domandato in qual modo
facesse ciò, mi rispose: «Li prendo dopo aver loro comandato di stare
tranquilli, li attorciglio intorno al mio braccio, e poi li chiudo in un
vaso e li mando a Napoli a dei farmacisti».--«Ma come mai voi potete
comandar loro di rimanere tranquilli?» Mi rispose subito con un sorriso
diabolico: «Dico loro una parola, ed il nome di S. Paolo, ed allora non
si muovono più!»--«Non potreste insegnarmi quella parola?» gli
chiesi.--«Impossibile--mi rispose-; io l'ho appresa da un altro eremita,
ed ho giurato solennemente di non rivelarla a nessuno». Quando gli
domandai perchè aggiungesse alla parola il nome di S. Paolo, mi rispose
che S. Paolo era il patrono dei serpenti, e che tutti gli animali
avevano il loro protettore. Gli domandai ancora quali fossero i patroni
di alcuni altri animali, ed appresi che S. Geltrude è la protettrice
delle lucertole, e S. Antonio è patrono dei pesci, S. Agata dei leoni e
S. Agnese degli agnelli. Non mi era affatto ingannato nel ritenere a
prima vista quel frate per una specie di negromante, e chi sa che non
praticasse ancora altre arti occulte, di notte, al lume di luna in mezzo
alle rovine, con erbe, radici e animali velenosi.
Ho dimenticato fino ad ora di accennare che nell'isola vi è un'altra
piccola città, Anacapri, e la cosa non è strana, perchè vivendo in Capri
inferiore non si vede e non se ne sente neanche parlare a cagione della
sua posizione solitaria e appartata. Si scorgono, è vero, i molti
gradini tagliati nella roccia che bisogna salire per giungervi, ma la
loro ripidezza non invita davvero il visitatore a salire.
È singolarissimo trovare in una stessa piccola isola, alla distanza di
poco più di un quarto d'ora, due paesi tanto estranei l'uno dall'altro,
e i cui abitanti abbiano così scarsi rapporti e non prendano parte gli
uni alle feste degli altri, e parlino perfino un dialetto diverso.
Secondo la tradizione, Anacapri deve la sua origine all'amore. Nei tempi
antichi un'amorosa coppia fuggì dalla città inferiore, si arrampicò su
per gli scogli e si costruì una capanna in mezzo ai cespugli, alla base
del monte Solaro. Altri innamorati, col tempo, li seguirono e ne nacque
quella colonia di amanti, che oggi porta il nome di Anacapri. Ancor
oggi, Amore alato vola come un falco di montagna su e giù da Capri ad
Anacapri, e dà le sue ali in prestito al giovanetto della città
inferiore, il quale ama una di quelle belle e ritrose ragazze che lassù,
nella loro casetta circondata da tralci di viti, siedono al telaio e
tesseno nastri, cantando canzoni d'amore, come Circe nell'_Odissea_.
Anacapri si trova talmente lontana da tutto il rimanente dell'isola, che
non v'è altra strada per giungervi all'infuori dei cinquecento sessanta
gradini di quell'eterna scala di Giacobbe. Gli scogli scendono a picco,
verticali, quasi un muro di cinta sulla città inferiore, avendo alla
loro sommità, simile al tetto di una basilica, il monte Solaro. La
scala, scavata nel vivo della roccia, sale in ripidissimo zig-zag.
Si attribuisce quest'opera singolare ai tempi remoti, allorquando i
Fenici ed i Greci costrussero la città superiore, allora in
comunicazione con l'inferiore solamente per questa via. Si vedono ancora
tracce di più antica salita: a metà della strada s'incontra una piccola
cappella di forma bizzarra, dedicata a S. Antonio, dove uno può fermarsi
a prender fiato; quindi si sale di bel nuovo e si arriva spossati alla
sommità. Giunti al piano denominato Capo di Monte, si trova ampia
ricompensa della fatica sofferta nella vista di quell'altura coltivata,
la quale ricorda gli orti pensili di Semiramide, della parte
sottostante, dell'isola e dell'immensità del mare. Sulla pianura
s'innalza ancora d'alcune centinaia di piedi il monte Solaro, che è
d'aspetto bruno e selvaggio e presenta in cima a uno de' suoi picchi le
belle rovine del castello di Barbarossa, così nomato dal famoso corsaro
che sorprese un giorno Capri.
Fatti appena pochi passi sul piano, si apre davanti agli occhi una
novella vista. Non si vede più Capri in basso e si entra in una
solitudine di bellezza inarrivabile. Sorge di fronte il monte Solaro,
della stessa forma del monte Pellegrino di Palermo, nudo, nero, cosparso
di massi staccati. Verso ponente e settentrione, scende alla pianura più
ampia di tutta l'isola; e su quella ripida pendice, ad altezza notevole
sopra il mare, fra le piante verdeggianti ed i cespugli, giace Anacapri.
La piccola città può dirsi un complesso di eremi, imperocchè le case
piccoline, di costruzione originale, sorgono sparse in mezzo ai
giardini, la cui vegetazione è più rigogliosa di quella di Capri,
particolarmente per gli olivi e per le vigne che pendono in festoni
dagli alberi, come nelle pianure della Campania. Nel contemplare la
pittoresca cittadina, la profonda solitudine, non che la vista del mare
ceruleo, nasce il desiderio di deporre il bastone di pellegrino, dare un
addio al mondo, e costruire lassù una cella.
La tranquillità regna ancor più solenne che a Capri; non si vedono altro
che uomini seduti sulla porta delle loro case, i quali cantano davanti
al telaio od all'arcolaio, da cui dipanano una seta color dell'oro,
ovvero intenti nei giardini a vangare e a raccogliere la foglia dei
gelsi per i bachi, o diretti alla fonte, con le loro brocche sul capo.
Siccome quando io mi recai lassù tutti gli uomini stavano in campagna e
molti giovani erano partiti per la pesca del corallo, non vidi in paese
che donne; sembrava di essere a Lemno, dove le femmine sole, sedute
sulle rupi, lavorano indefessamente davanti ai loro telai.
Nei giorni e nelle ore in cui sogliono arrivare da Napoli le barche,
trovai spesse volte sedute sulla lunga gradinata più di trenta
fanciulle, alcune delle quali di rara bellezza; cinguettavano fra loro
ed aspettavano che comparissero le vele per scendere sulla spiaggia.
Sedevo in mezzo ad esse, ed io pure aspettavo con non minore desiderio
la barca, che doveva recarmi la posta. Quelle fanciulle avevano in mano
quasi tutte un mazzolino di fiori od un ramo di maggiorana, che
offrivano ai visitatori. Antonietta aveva uno stupendo mazzo di
garofani, di rose, di maggiorana e di mirto legato con un bel nastro.
Questo mazzo fu l'intermediario della nostra amicizia; esso m'introdusse
in una delle più linde e graziose casette di Anacapri, dove trascorsi
molte ore simpatiche. Antonietta tesseva in giardino, sotto un
pergolato, fra le viti e i leandri, nastri di molteplici colori: era una
tessitrice disinvolta quanto Aracne; sua sorella maggiore non tesseva
che nastri di un colore solo. Essa non suonava lo scacciapensieri, ma
era abilissima nel battere il tamburello. I fratelli delle due ragazze
si trovavano in mare. L'attività di quelle donne, che attendono inoltre
a tutte le cure di casa, è sorprendente, imperocchè fin dal levare del
sole seggono al loro telaio, e vi rimangono con brevi interruzioni fino
a sera, e questo dura tutto l'anno. Per vero dire, non sono condannate
alle dure e gravose fatiche delle sorelle di Capri, ad eccezione di
quando viene a mancare l'acqua nelle cisterne; allora sono costrette a
scendere a Capri, dove esistono quattro povere fonti, e recar l'acqua
nelle brocche su per la lunga gradinata. Portano quasi tutte un qualche
gioiello d'oro o di corallo, spilloni d'argento nelle trecce.
La città possiede un bel cimitero, piantato di cipressi e popolato di
fiori; ma il più grande orgoglio gli Anacapresi lo ripongono nel
cosiddetto _paradiso terrestre_, vale a dire nel pavimento della loro
chiesa, sui quadrelli del quale è rappresentato in ismalto il Paradiso,
opera di buon disegno del Chiaese, e che risale al secolo XVII. Anche in
Anacapri l'architettura moresca è bizzarra ed originale, e vi sono case
col loro pergolato, veramente belle a vedersi. Sono poche nel paese le
rovine di Tiberio; i coltivatori di vigne le hanno quasi tutte
distrutte; del resto, gli edifici romani erano qui in minor numero che a
Capri. I ruderi romani di maggior momento si rinvengono nella pianura
di Damecuta, fertile regione che scende dolcemente al mare, e sulla cui
riva trovasi la Grotta Azzurra. Capri superiore, nonostante la sua
altezza, possiede coste più basse che Capri inferiore, imperocchè la
montagna degrada dolcemente verso il mare, quantunque la spiaggia non
sia accessibile nè alle barche, nè alle persone, e si trovi senza
sabbie, senza porto, ed irta di scogli.
La torre di Damecuta indica ad un dipresso il punto dove, sotto la
spiaggia, trovasi la famosa Grotta Azzurra, la meraviglia di Capri, ma
non la sola che si rinvenga in quest'isola delle sirene. Il mio
albergatore, don Michele, mi narrò quando e come venne fatta la
scoperta, alla quale prese parte ei pure, da ragazzo. Suo padre
Giuseppe, Augusto Kopisch, il pittore Fries ed il barcaiuolo Angelo
Ferraro, furono i primi ad arrischiarsi nella grotta. Ora sono morti
tutti quanti, e solo don Michele può ancora narrare la scoperta. Un suo
zio sacerdote ammonì la compagnia di non voler tentare l'impresa,
asserendo che la grotta era sede di spiriti maligni e di mostri marini,
e che era pericoloso avvicinarvisi, perchè a quell'epoca non esisteva in
Capri nessuna barca adatta. Angelo pertanto si servì di una tinozza, e
Kopisch e Fries vi penetrarono a nuoto. Il mio albergatore mi descrisse
con vivacità la gioia dei due pittori quando riuscirono a penetrare
nella grotta e mi disse che Fries particolarmente pareva fuori di sè, e
che entrava e usciva nuotando e mandando continue grida d'allegria.
Augusto non ebbe riposo, finchè non partì per Napoli, onde far parte ai
suoi amici della scoperta. Pagano conserva un vecchio registro dei
forestieri, il quale è una vera reliquia, ed in questo Kopisch ha fatto
menzione, sotto la data del 17 agosto 1826, della scoperta nei termini
seguenti: «Raccomando agli amanti di curiosità naturali la scoperta da
noi fatta, insieme col nostro albergatore Giuseppe Pagano e col signor
Fries, della grotta, nella quale da secoli nessuno si arrischiava a
penetrare, per timori superstiziosi. Finora è accessibile appena ai
buoni nuotatori; quando il mare è tranquillo vi si potrebbe pure entrare
con una piccola barca, però la cosa sarebbe sommamente pericolosa,
imperocchè il più leggiero soffio d'aria, basterebbe ad impedirne
l'uscita. Abbiamo dato il nome di Azzurra a questa grotta, perchè le
acque del mare sotto l'azione della luce vi assumono il più bel colore
ceruleo. Recherà stupore trovare che ogni onda del mare presenta
l'aspetto quasi di una fiamma azzurrina. In fondo trovasi un antico
sentiero fra gli scogli, il quale porta probabilmente alla pianura
superiore di Damecuta dove, secondo la tradizione, Tiberio manteneva una
fanciulla; ed è possibile che questa grotta sia stato un tempo un punto
segreto d'approdo. Fino ad ora un marinaio soltanto ed un conduttore di
somari furono dotati di bastante coraggio per accompagnarmi nella
grotta, sul conto della quale si spacciano le favole più assurde.
Consiglio però ad ognuno di contrattare prima il prezzo. L'albergatore,
che raccomando a tutti per la sua conoscenza dell'isola, ha in animo di
far costruire una piccola barca per agevolare l'accesso alla grotta.
Finchè non sia costruita l'imbarcazione, la visita alla grotta non la
consiglio che ai bravi nuotatori. Le ore migliori sono quelle del
mattino; nel pomeriggio la soverchia luce che scende perpendicolarmente,
ne menoma l'effetto magico. L'impressione pittoresca sarà maggiore
ancora se si entrerà nella grotta nuotando con una torcia a vento accesa
nella mano, come abbiamo fatto noi».
Tali sono le parole di Kopisch. Il dabben uomo assicurò con questa
scoperta la sua memoria nell'isola, e la meravigliosa grotta mi parve in
certo modo proprietà tedesca e simbolo tedesco. Non rimane soltanto il
ricordo di Kopisch nell'isola; vi si rammentano pure Tieck, Novalis,
Fouqué, Arnim, Brentano, i quali tutti sono morti; l'eccellente
Fichendorff ed Heine, l'ultimo scomparso di quella scuola poetica
floridissima.
Mandiamo pertanto, dalle onde azzurre di questa grotta, un saluto alla
loro memoria, imperocchè tutti l'hanno vagheggiata, ed era degna
veramente di essere scoperta da un pittore e da un poeta, ai tempi di
coloro i quali cercavano il fiore della poesia nelle acque con le
Ondine, nei monti con Venere e nelle grotte sotterranee d'Iside. Essi
furono tutti graziosi ed amabili, giovani e vecchi, con il loro corno
magico. Il loro gran sacerdote Novalis compare quasi un bel giovanotto
pallido, il quale abbia rivestito la lunga tonaca del defunto suo nonno
e che stia ragionando di una saviezza mistica, che nessuno sa dove il
giovanetto abbia potuto imparare. La loro musa è una sirena che abita la
bella Grotta Azzurra nell'isola del crudele e lascivo Tiberio. Tutti
udirono il suo canto, ma nessuno la potè scoprire; tutti la cercarono e
morirono col desiderio vivo di quel fiore azzurro e misterioso. Goethe
lo profetava nel suo pescatore: «Ora lo chiamava a sè, ora si tuffava
nelle onde e non si lasciava vedere». Ed ora che il misterioso fiore
azzurro, vale a dire la meravigliosa Grotta Azzurra, il mistero ignorato
venne scoperto, il prestigio è scomparso, ed il canto dei romantici ha
cessato di risuonare nelle regioni germaniche.
Intanto, nella grotta mi sovvennero tutte le storie delle fate ascoltate
avidamente da bambino. Il mondo ed il giorno erano scomparsi; mi trovavo
tutto ad un tratto in un elemento nuovo di luce cerulea. Le onde si
muovevano appena e scintillavano con tutta la varietà dei colori, con
tutto lo splendore delle pietre preziose; le pareti erano rivestite di
una misteriosa tinta azzurra, quasi fossero quelle di un palazzo di
fate. Tutto colà era nuovo, strano, misterioso. Il silenzio era così
profondo che nessuno osava aprir bocca. Provammo a dire qualche parola,
ma tacemmo subito di bel nuovo; non si udiva più che il tonfo del remo
ed il frangersi delle onde contro le pareti, dalle quali si
sprigionavano sprazzi di luce fosforescente. Avrei voluto tuffarmi,
immergermi in quella specie di bagno di luce. Secondo me, da quello che
narra Svetonio, ivi si doveva bagnare Tiberio e nuotare con le belle
fanciulle del suo _harem_. Fra quelle onde fosforescenti, quei corpi
giovanili dovevano splendere di luce magica, nè dovevano mancare allora
il canto delle sirene, nè l'armonia dei flauti, a rendere quel bagno più
voluttuoso. Vidi dipinta sopra un vaso greco una sirena, in atto di
sollevare due bianche braccia, sorridere e battere l'un contro l'altro
due cembali d'argento. Tali dovevano essere le sirene della magica
grotta, che solo gli uomini prediletti dalla fortuna ed i bambini
possono ancor oggi vedere.
L'abbondanza di grotte, di caverne, in quest'isola è straordinaria. Vi
sono grotte marine, caverne sotto terra, tutte belle, dalle forme più
bizzarre, ed in così gran numero che rimane impossibile visitarle tutte.
Io entrai in più di quindici e ne trovai sulla riva, a mezzogiorno, una
piccola con effetti di luce molto simili a quelli della Grotta Azzurra.
In altre invece rinvenni una luce verdognola, particolarmente in quella
detta appunto la Grotta Verde, per la vastità e per le forme grandiose
della sua architettura, fuor di dubbio la più notevole dell'isola.
Questa non è intieramente sotterranea e vi si può entrare ed uscire da
due grandi aperture. Alcune grotte hanno un nome, come la Marmolata e la
Marinella; altre invece no. Mi procurai la soddisfazione di battezzare
tutte quelle da me visitate e senza nome. Unica e veramente bella mi
parve la grotta Stella di Mare popolata di piante acquatiche; ammirai
pure la grotta Euforio e quella dalle pareti variopinte dei più vivaci
colori, detta la grotta dei Ragni di mare. Ne trovai una anche dove le
onde erano di continuo agitate e la dedicai alle Eumenidi.
Quasi tutte queste cavità si trovano lungo la riva dal Solaro ai
Faraglioni; sono però poco visibili al di fuori. All'interno sono alte,
oscure, popolate da ragni, da uccelli e da ogni specie d'animali marini.
Una bella passeggiata in mare è quella del giro dell'intera isola; vi
s'impiegano circa tre ore. La costa a ponente non offre di simili
cavità, imperocchè ivi le pendici del Solaro scendono dolcemente in
mare, fra i due capi denominati Punta di Visareto, e Punta di Carena. Si
avanzano colà in mare tre promontori, bassi ma ripidi, detti:
Campitello, Pino, ed Orica, muniti di alcune fortificazioni. Fu in
quella località che i soldati di Murat sorpresero di notte tempo
l'isola, arrampicandosi su per gli scogli. Procedendo oltre la Carena,
la sponda meridionale si presenta ad un tratto altissima e tagliata a
picco. Le rupi sono gigantesche e selvaggie e si specchiano in mare,
innalzandosi verso il cielo. La riva presenta lo stesso aspetto sino
alla punta di Tragara e non è meno gigantesca e bizzarra tutta la costa
di levante fino al promontorio di Lo Capo, a settentrione levante
dell'isola, dove abbondano le grotte ricche di stallattiti.
Rimane ora da parlare della vetta più alta dell'isola, del monte
Solaro. Partendo da Anacapri e salendo a stento per un malagevole
sentiero, si arriva sul dorso del monte. La sua forma e il suo aspetto
sono strani, imperocchè alla sommità la montagna presenta una pianura
arida, nericcia, quasi a foggia di terrazzo sulle rupi che scendono
sopra Capri. Si cammina colà in un labirinto di macigni, facendo sorgere
ad ogni passo sciami di locuste nere, le quali, innumerevoli, ricoprono
tutto il suolo. All'orlo di questa pianura, sopra una rupe severa che
piomba in mare, sorge la cella dell'eremita di Anacapri; io non vidi mai
romitaggio più degno di questo nome. Per entrare nella cella, bisogna
attraversare un'antica cappella. Trovai tutte le porte aperte e
l'eremita assente; la sua tonaca era gettata sul muricciolo del giardino
e sopra il suo letto stavano appesi un'immagine di S. Antonio di Padova,
un ramoscello d'olivo ed un rosario. Nella stanza stavano derrate, una
Madonna Addolorata era appesa sopra un mucchio di cipolle, presso una
cesta piena di pane e di piatti vuoti.
Vidi nel camposanto di Pisa quella pittura ad affresco, originalissima,
di Ambrogio e di Pier Lorenzetti, la quale rappresenta la vita degli
anacoreti nel deserto e posso dire di averla veduta qui riprodotta al
vero. Credo che il vecchio eremita di Capri facesse ivi, ogni venerdì,
la sua predica ai pesci, come si vede, in un dipinto a Roma, S. Antonio
seduto sur uno scoglio predicare verso il mare, brulicante di pesci con
la testa fuori dell'acqua, a bocca aperta. Mentre stavo girando attorno
alla casetta, comparve il vecchio frate laico, con un fardelletto di
legna sulle spalle.
Tutto lieto di trovare un ospite, dimostrò il suo dispiacere di non
avere vino da offrirmi. Egli abitava da ben trentadue anni su
quell'altura; zoppicava esso pure nell'arrampicarsi, ma non aveva
affatto l'aspetto mefistofelico dell'eremita zoppo della villa di
Tiberio; in lui era anzi qualcosa di quell'ingenua bontà propria dei
santi e delle statue degli idoli indiani. Sopra la sua casa sorgeva la
vetta del Solaro, il punto più elevato dell'isola, con la stazione del
telegrafista, di cui ho già fatto parola. Saliti colassù, si ottiene
giusta ricompensa della fatica sostenuta, imperocchè si scopre tutta
l'isola e si gode una vista insuperabilmente bella: all'orizzonte, verso
mezzodì, il mare senza limiti; a ponente e a settentrione l'isola di
Ponza, quella torreggiante d'Ischia, quella di Vivara e di Procida; più
lontani, perduti nelle nebbie, i monti di Gaeta, di Terracina, il
promontorio di Miseno, ai cui piedi finì i suoi giorni Tiberio; i campi
Elisi e Cimmeri, le spiagge azzurre di Baia, Pozzuoli e Cuma, il monte
Gauro, la Solfatara, l'isola di Nisida col suo castello, Posillipo, la
vetta dei Camaldoli, i monti di Capua, la splendida spiaggia di Napoli
con una collana di città fino a Torre del Greco, la punta del Vesuvio
montata da una colonna di fumo; verso il basso, Pompei; al di là i monti
frastagliati di Sarno e di Nocera; a levante la spiaggia bruna di Massa
coi capi di Sorrento e di Minerva; al di là il gigantesco monte S.
Angelo, più oltre gli scogli delle Sirene e tutta la regione montuosa
dei golfi di Amalfi e di Salerno; finalmente, in lontananza, i monti
delle Calabrie biancheggianti per le nevi, e la spiaggia di Pesto, al
capo Licosia in Lucania.
A tale altura e con tale vista dinanzi agli occhi, uno si sente quasi
vivere doppiamente. Imperocchè è assai ristretta la cerchia dell'umana
vita, tante sono le cose che quotidianamente ci stringono, ci
contrastano da ogni parte, ci condannano ad una lotta penosa, meschina,
in un orizzonte che pure sarebbe vasto. Ogni orizzonte è bello; bello è
contemplare dall'altezza della civiltà l'orizzonte del pensiero, delle
scienze, delle arti, l'armonia che presiede all'ordine di tutte le cose
create. Io, in cima al monte Solaro, pensava ad Humboldt, al cui genio,
credo, andiamo debitori di trovare il mondo così bello, così
mirabilmente ordinato, e, fissando poi lo sguardo sul capo Miseno e sul
Vesuvio, pensavo pure a Plinio, l'Humboldt dei Romani, non che ad
Aristotile, genio veramente universale ed ordinatore dell'umano sapere.
Lieto di aver potuto contemplare tanto spettacolo delle armonie della
natura, scesi di lassù quando il sole verso Ischia volgeva al tramonto.
Il mare s'imporporava già ad occidente e l'isola di Ponza, la quale
emergeva lontana e bella dalle onde, quasi giacesse in una sfera di
luce, rosseggiava come se fosse in fiamme.
Addio pertanto, bella e romita isola di Capri.