II.

Nella stessa maniera che la natura con le sue forme, con le sue tinte

contribuisce a rendere eminentemente poetica quest'isola magica,

fantastici parimenti e degni di un idillio vi appaiono gli abitanti. La

cittadina di Capri, la quale giace sopra una depressione del monte fra

le colline di S. Michele e del Castello, ha un aspetto assai

caratteristico. Le case piccole e bianche hanno i tetti a foggia di

terrazzo ricurvi alquanto nel mezzo. Sono questi per la maggior parte

ornati di vasi di fiori ed ivi si stanno la sera le fanciulle a godere

il fresco e a contemplare la vastità del mare tinto di rosa. Le case

sono attorniate per lo più da un terrazzino o da una loggia coperta o

veranda, resa più graziosa di solito da una pianta di vite e da vasi di

ortensie, garofani e oleandri. Quando il giardino è aderente alla casa,

vi dà accesso per lo più un pergolato che congiunge questo a quella.

Ciò forma il più bell'ornamento delle abitazioni dell'isola, imperocchè

consiste in un basamento in muratura a doppia fila, sul quale sorgono i

pilastri che sostengono le traverse in legno a cui si appoggia la vite.

Tutti quei pilastri e quelle colonne dànno alle case, anche alle più

povere, un certo aspetto grandioso ed alla loro architettura un

carattere antico e ideale. Si direbbero i portici di un tempio;

ricordano più di una volta le colonne delle case di Pompei.

Sorgono qua e là nei giardini alcune palme, ma la più bella è quella del

giardino del nostro albergatore, la cui casa, a paragone delle altre di

Capri, può meritare il nome di palazzo. Abitano pure fuori della città i

vignaiuoli, che sono sparsi nelle loro masserie, sulle alture od ai

piedi delle rupi, nascoste e quasi sepolte fra le viti e gli oleandri.

In tutte le casette par che risieda la felicità, la tranquillità,

v'abbia dimora la vita solitaria e romita.

I Capresi, duemila circa, sono il popolo più pacifico della terra: umani

di sensi, dolci d'indole, svegliati d'ingegno, dolorosamente poveri e

straordinariamente operosi, fanno i bifolchi, i vignaiuoli, i pescatori

e soltanto questi ultimi posseggono qualche cosa di proprio: la loro

barca e il pesce che raccolgono. Gli altri non sono in generale che

semplici fittaiuoli o mezzadri, imperocchè le masserie appartengono per

la maggior parte ai Napoletani. Il fittaiuolo paga per lo più dagli

ottanta ai centoventi ducati di fitto che deve ricavare, oltre il suo

sostentamento, dal vino, dall'olio e dalle frutta. Quando viene a

mancare il vino, come ora accade da ben tre anni, il contadino cade

nella miseria; stringe davvero il cuore vedere tutte le vigne spoglie di

grappoli e udire le lamentele di quella povera gente. Alcune donne mi

narrarono, sospirando amaramente, di aver dovuto vendere tutti i loro

ori, anelli, orecchini, segno questo della loro maggior miseria,

imperocchè soltanto in casi disperati una donna si spoglia delle sue

gioie. Qui le portano di continuo, ed è strano vedere povere ragazze

occupate ai lavori più gravi della campagna, portare grandi orecchini

d'oro e catenella d'oro al collo, cioè tutti i loro gioielli, spesso

tutto quanto posseggono.

A Capri il bestiame non è abbondante, però se ne asportano annualmente

duecento capi nel Napolitano; anche il cacio dell'isola è tenuto in

pregio. Nell'autunno e nella primavera gli isolani si nutrono in massima

parte di cacciagione, passando in quest'epoca stormi di volatili,

particolarmente di quaglie, dirette dal mezzogiorno al settentrione, e

dal settentrione al mezzodì. I poveri uccelli, spossati dal lungo

viaggio, cercano riposo su gli scogli infidi e vengono uccisi a frotte,

o presi vivi nei lacci.

L'isola, del resto, non ha selvaggina o altri animali da cacciare; non

vi sono nè volpi, nè martore; v'è soltanto una sterminata quantità di

conigli, i quali, di nottetempo, escono dalle fessure delle rocce e

rubano ai campi larga messe a danno dei poveri coloni. I conigli sono il

flagello dell'isola. Il mare è quello che procura reddito più sicuro

agli abitanti di Capri. I pescatori vi trovano pesci di ogni sorta,

persino tonni, pesci spada, murene bellissime, ma sopratutto le sardelle

e le seppie, dette volgarmente calamai. La pesca viene fatta per lo più

di notte. I pescatori escono in mare alla sera; i pesci, allettati a

salire alla superfice delle acque dal chiarore di una fiaccola, sono

afferrati da una rete sostenuta da legni leggeri galleggianti, e in tal

maniera tirati su nella barca. Tutta quanta la notte i pescatori

rimangono in mare; tornano a terra col levare del sole, pongono ad

asciugare le loro reti, ne racconciano i guasti, dormono un paio d'ore,

e quindi si alzano, pronti a ricominciare la sera. E' dura e faticosa la

loro vita, poichè il mare è spesso infido e spesso la preda d'una

intera compagnia di pescatori non raggiunge il valore di un _carlino_.

La vita animata della Marina grande, unico porto dell'isola, dove sorge

una fila di case, porge in ogni tempo uno spettacolo pieno d'interesse.

I pescatori sono uomini nerboruti, spesso di forme erculee, e le loro

figure, abbronzate ed energiche, spiccano anche pel berretto frigio che

portano costantemente. Quando il mare è agitato, è bellissimo vederli

occupati a trarre frettolosi le loro barche all'asciutto, sulla

spiaggia, una spiaggia ristretta e poco riparata dall'urto delle onde.

Le barche hanno però i loro ripari murati per quando più impetuosa

infierisce la tempesta. Stanno sulla spiaggia un centinaio circa di

barche, fra le quali tre di maggior portata, adibite pel commercio con

Napoli, dove si recano il lunedì e il giovedì, e ne ritornano il martedì

e il venerdì. Regna allora una grande animazione sulla spiaggia,

imperocchè anche le ragazze e le donne di Anacapri scendono dalla loro

altura a ritirare gli oggetti recati dalle barche. Allorquando il mare è

agitato, i pescatori più giovani si buttano in mare con la testa in giù,

come tanti marangoni: coloro che stanno nella barca cacciano loro i remi

ed i cordami, ed il peso di questa riesce per tal guisa attenuato

finchè l'uno dopo l'altro saltano tutti a terra. Giunti colà, tirano la

barca sulla spiaggia con funi, gridando a squarciagola e più possente di

tutte risuona la voce del padrone della barca, il quale comanda e regola

i movimenti dell'intera turba, piena di febbrile attività. Le donne si

affollano attorno al carico, che si compone di cibi per la vita

quotidiana, legumi, poponi, biscotti, e di oggetti di vestiario e

masserizie di casa. Giungono pure da Napoli vaghi mazzi di fiori e le

canzoni stampate di recente sulla riviera di S. Lucia. Intanto lo

straniero siede sopra uno scoglio presso la riva, ed apre le lettere

allora allora ricevute.

Quasi tutte le barche della marina appartengono a pescatori di Capri;

pochi ve ne sono ad Anacapri. La natura ha isolato questa cittadina dal

mare; essa sorge in alto, verso la metà dell'isola, alla base del

Solaro. Molti giovani robusti si recano però con quelli di Capri alla

pesca del corallo; ne partono ogni anno non meno di duecento, che si

portano per conto dei mercanti di corallo ad esercitare la loro

industria nello stretto di Bonifazio e sulle coste d'Africa. Partono

insieme e tornano in ottobre, trovando in famiglia tuttociò che il

destino ha loro preparato durante l'assenza: piaceri e dolori, fedeltà

ed oblio, nascite e morti. Quando hanno guadagnato cento ducati, si

accasano, sposando la propria innamorata. Un centinaio di ducati sono

ritenuti necessari a Capri per contrarre il matrimonio e metter su

famiglia.

Un pittore mi narrava un giorno il dialogo seguente da lui tenuto con un

giovane che gli portava il cavalletto. Il giovane disse: «Signore, avete

voi moglie?» Il pittore: «No» e il giovane: «Non avete voi dunque cento

ducati?» «Sì che li ho cento ducati». Il giovane rimase grandemente

attonito: «Come, avete cento ducati e non prendete moglie?» Ripensavo a

questo pescatore di corallo scapolo un giorno in cui una fanciulla mi

offrì alcune monete arabe, sulla salita che porta ad Anacapri; suo

fratello le aveva recate l'anno precedente dal paese degl'infedeli. Le

acquistai quale ricordo e come talismani, pensando che dovessero

riferirsi ad una storia misteriosa.

Anche sulla spiaggia di Capri si trovano coralli. Li colgono i ragazzi

dei pescatori e le giovanette che tessono poi piccole ceste di paglia,

vi pongono i pezzetti preziosi, oltre a frutti di mare e a conchiglie e,

quando v'incontrano sulla spiaggia, vi presentano le loro cestelline con

un sorriso così grazioso, che bisogna per forza fare qualche acquisto.

Tutto qui è grazioso, piacevole, in miniatura, e fa davvero piacere

osservare le ragazze nelle loro piccole case occupate a dipanare le

matasse di seta color d'oro od a tessere nastri di variopinti colori.

L'industria delle donne, sia di Capri che di Anacapri, consiste nella

coltivazione di poca quantità di seta e particolarmente nella tessitura

dei nastri. I telai sono continuamente in moto. Il cotone e la seta

vengono forniti dai mercanti di Napoli, i quali retribuiscono magramente

l'opera delle assidue lavoratrici. Esse tessono nastri di ogni colore;

bisogna vederle, intente in quel lavoro omerico, nelle loro camerette o

su i terrazzi, in mezzo ai fiori, dinanzi al mare; offrono uno

spettacolo graziosissimo ed è un piacere scambiare alcune parole con

quelle piccole Circi, dalla chioma corvina.

Sorge in Capri, sopra una collina, una casuccia solitaria, occupata da

quattro ragazze, snelle, intente senza posa a filar seta e ad

intrecciare paglia da cappelli. Le quattro fanciulle sono il fior fiore

del mondo femminile di Capri e la loro stanzuccia è il punto di ritrovo

più frequentato dell'isola. Vi si recano pure talvolta i forestieri, gli

artisti, che chiamano Dee quelle fanciulle per i continui sacrifici che

si offrono loro. Il mio albergatore le chiamava le quattro stagioni. Un

giorno io mi recai lassù; il mio occhio cadde sopra un foglio che una

delle sorelle teneva appeso al suo telaio. Rappresentava un ramo d'edera

e sotto vi stava scritto il primo verso dell'_Edipo Tiranno_ di Sofocle

Ôtekna, Kadmou ton neo trophê

(O fanciulli, giovane progenie del vecchio Cadmo).

La tessitrice mi pregò di spiegarle che cosa volessero significare

quelle parole in lingua ignota; mi aggiunse di avergliele scritte un

Inglese. Le risposi che volevano dire: «Ragazza, di giorno sei il mio

fiore, di notte la mia stella». Essa sorrise soavemente e rimase

soddisfatta.

Parecchie volte avevo precedentemente osservato nelle montagne d'Italia

l'ingenuità del popolo, ma non avevo mai trovato un popolo tanto ingenuo

quanto questo. La sua segregazione dal mondo ha mantenuta la dolcezza

dei suoi costumi e la naturalezza attraente de' suoi modi. Il forestiero

viene accolto come fosse un'antica conoscenza e vi si trova come a casa

sua. Non si potrebbe immaginare un maggior contrasto di quello che

esiste tra la popolazione di Capri e quella di Napoli. Le donne non sono

tanto belle, per quanto siano piacevoli e graziose. I loro tratti hanno

sovente un qualche cosa di originale, e le linee del loro viso,

sormontato da una piccola fronte, sono regolari; il loro profilo è

spesso distinto, i loro occhi sono di un nero ardente o di un grigio

verdognolo; il colorito bruno, la foggia dell'acconciatura del capo, i

coralli e gli orecchini d'oro che portano costantemente, dànno loro un

aspetto orientale. Vidi spesso, specialmente nel paese di Capri,

fisonomie di vera e rara bellezza e nell'osservarle coi capelli

scarmigliati, gli occhi nerissimi e grandi che parevano lanciare fiamme,

sorgere nelle camere oscure dai loro telai e venir fuori, mi sembrò di

vedermi comparire dinanzi tante Danaidi. In Capri s'incontrano di

frequente figure che si direbbero staccate da una tela del Perugino o

del Pinturicchio, di una soavità incomparabile. Le donne portano,

particolarmente in Capri, i capelli disposti con gusto artistico nella

sua semplicità, scendenti al basso, e trattenuti da uno spillo

d'argento. Talvolta fissano il _mucadore_ alla testa con una catenella

ed allora hanno davvero l'aspetto di donne di paesi remoti. Il pregio

comune però delle donne di Capri, più prezioso dell'oro, sono i denti,

in tutti gli abitanti dell'isola stupendi, forse perchè non sempre hanno

di che mangiare. Bisogna vederle, quelle belle figure riunite in gruppi,

quando scendono dalla montagna, portando sul capo brocche d'acqua di

forme antiche, o ceste ripiene di terra, ovvero pietre, dal quale

faticoso lavoro traggono il loro misero sostentamento. Le donne a Capri

compiono, pur troppo, un vero officio di bestie da soma, e anche le più

belle, fra i quattordici e i vent'anni: Gabriella, Costanziella,

Mariantonia, Concetta, Teresa e tante altre, le cui fisonomie in

Inghilterra, in Francia ed in Germania sarebbero ammirate in un quadro,

portano alla spiaggia, sulle loro testine, pesi che in altri paesi

apparirebbero troppo gravi per un uomo.

Due settimane fa approdò all'isola un legno napoletano e sbarcò sulla

spiaggia un carico di massi calcarei, destinati alla ricostruzione di un

antico convento. Tutto quel pesante materiale fu, nello spazio di cinque

giorni, trasportato alla sua destinazione dalle ragazze dell'isola,

sulla testa. La strada ne è talmente ripida che, quando la percorrevo

tornando dal bagno e da questo ristorato, giungevo alla sommità ansante

e spossato di forze. Eppure io vidi una trentina di quelle ragazze

cariche dei loro macigni fare per cinque giorni consecutivi e più di una

volta al giorno la stessa strada, ed anzi, le più robuste, portare

persino due massi. Per avere un'idea del peso di quelle pietre, provai a

sollevarne una e mi ci volle tutta la mia forza per riuscire a

collocarla sul capo di una di quelle povere fanciulle, cui mi parve di

aver reso un non lieve servigio. Esse pregavano ingenuamente le persone

che incontravano per strada di dar loro aiuto in quel penoso lavoro, a

cui attendevano dal levare del sole fino a quando s'immergeva in mare,

tingendo del più stupendo colore di porpora la lontana isola di Ponza.

Le poverette, sotto la sferza del sole meridionale, per ben sedici volte

percorrevano la dura strada. Mentre raccoglievano i massi alla marina,

uno scrivano ne pigliava nota e sopra, alla Certosa, un altro li

registrava in un libro, con tutta serietà. Gabriella ne aveva portati

venti, e la bella Costanziella, poverina, non ne aveva recati che dieci!

Il loro guadagno era di circa dieci carlini al giorno. Nella loro

ingenuità, non avevano fatto nessun contratto con l'impresario, e quando

si domandava loro quanto avrebbero guadagnato in quel penoso lavoro,

rispondevano: «Crediamo un _carlino_ al giorno o tanto pane di

Castellamare di quel valore; sabbato sarà fatta la paga». In quel giorno

l'isola presentava uno spettacolo stupendo, che i pittori non

trascurarono di riprodurre sulle loro tele. La roccia calcarea di

Ercolano essendo di un bel grigio, posata sul _mucadore_ di colore rosso

di quelle teste giovanili, sostenuta da un braccio o da entrambi,

produceva un bellissimo effetto; la lunga fila delle ragazze cariche di

massi mi ricordò la figura delle antiche canofore, o meglio delle

fanciulle d'Egitto che recavano materiali per la costruzione delle

piramidi. Non potevo saziarmi dal contemplarle, dall'ammirarle. Esse

scherzavano, ridevano, sotto il grave peso, sempre allegre e graziose.

Talvolta le vedevo verso il mezzogiorno, sedute in circolo per terra,

all'ombra di una pianta di carrubba, intente a consumarsi il loro

pranzo, se pur si potevano così chiamare quelle poche prugne mature e il

loro pane asciutto. Dopo questa refezione, ciarlavano, scherzavano e

correvano a riprendere, leggere al pari di gazzelle, il loro faticoso

lavoro. Se dovessi rappresentare in un quadro la povertà tranquilla ed

allegra, prenderei a modello la figura della bella Costanziella. Dopo di

aver portato sotto la sferza del sole, una piramide di macigni al

monastero così pittorescamente collocato, sedeva la sera sulla porta

della sua casetta, deliziandosi con la musica. Mi fece udire parecchi

pezzi eseguiti con molta grazia e con rara espressione: fantasie marine,

canzoni delle sirene e della Grotta Azzurra; poesie senza parole, arie

squisite non mai udite finora e senza nome. Suonava tuttociò con una

rara perfezione, mentre i suoi occhi nerissimi scintillavano come quelli

delle sirene e la sua bruna capigliatura incolta scherzava sulla sua

fronte. Dopo aver suonato, Costanziella m'invitava col suo fare più

disinvolto ad entrare in casa ed a prendere parte alla sua cena insieme

con la mamma: mi porgeva fichi d'India maturi, che sapeva staccare con

molta destrezza col coltello dall'unica pianta che sorgeva davanti alla

casa, senza pungersi le dita della piccola mano. Non si parlò mai di

letteratura, perchè Costanziella non conosceva i nomi di Goethe, di

Schiller e non sapeva del pari che cosa fosse la letteratura francese od

inglese; le sue cognizioni letterarie non si estendevano al di là di

poche canzoni del porto di Napoli. Sua madre era una donna come suol

dirsi alla buona, ed i suoi discorsi si aggiravano per lo più intorno ai

cibi e ai mezzi di sussistenza. Costanziella non aveva mai mangiato

carne; portava sassi, si ricreava con la musica e si cibava di pane

asciutto, di patate con un po' d'olio e di sale. Rise assai di cuore una

volta che le domandai se avesse mangiato mai l'arrosto. Intanto, però,

con tutta la sua vita di stenti, essa era fresca, ricciuta quanto Ebe, o

Circe, o Diana cacciatrice, e non vidi mai nessuna più gaia di lei e

più esperta nel suonare lo _scacciapensieri_.

Ad ogni momento, a Capri, vi si domanda un grano, un baiocco, o, come

dicono, _la bottiglia_. Sono per lo più i ragazzi o le bambine che fanno

questa domanda, a cui non potrei dare il nome di mendicità, imperocchè

essi non hanno affatto l'idea di chiedere l'elemosina. Trovano naturale,

essendo poveri, di domandare a quei che posseggono qualche cosa, e

quando ottengono un rifiuto, vi fan buon viso ugualmente, dicendovi:

«Addi', signoria». Vi si domanda sempre e dovunque. Un giorno che entrai

nella scuola di Anacapri, tutta la scolaresca sorse da' suoi banchi

esclamando: «Signore, la butiglia!» e per un momento pensai che me la

chiedesse persino il maestro. Entrando poi in una casa, si è certi di

vedersi venire incontro una ragazza, la quale vi porge alcune foglie di

maggiorana od un garofano, e questo dono bisogna in qualche modo

contraccambiarlo. E' una specie di mendicità esercitata per mezzo di

fiori, ma non sempre, perchè anche senza di questi si domanda

francamente e liberamente il grano. Si possono rendere felici con il più

piccolo regalo, ed io ho visto anche adulti rallegrarsi per la più

piccola cosa al pari dei ragazzi. Nasce allora il desiderio di possedere

i tesori, anche di un solo dei liberti di Tiberio, per farne parte a

questo popolo buono e riconoscente.

Ora si parla molto nell'isola di un matrimonio. Un ricco Inglese si è

innamorato di una povera ragazza, al punto di convertirsi per amore di

lei alla religione cattolica. La bella fanciulla si trova presentemente

in un monastero di Napoli, ma nell'autunno tornerà qui gran dama a

prendere possesso della nuova casa costruita appositamente per lei sul

monte Tuoro. La sorte toccata alla bella Annarella non eccita nessuna

invidia, anzi, non si considera neanche come un avvenimento

straordinario. V'è pure a Capri un altro Inglese, che vi si è stabilito

definitivamente.

Capri è un luogo fatto apposta per gli uomini stanchi della vita; non

saprei indicarne un altro in cui coloro i quali ebbero a soffrire

dispiaceri, potessero finire più tranquillamente i loro giorni. Lo

attestano i soldati invalidi ai quali fu assegnata per dimora. Trecento

di essi, inabili alla vita militare per infermità o per vecchiaia,

occupano la caserma posta al limite estremo della città. Essi dànno

all'isola l'aspetto di un asilo: si vedono girellare in ogni angolo, o

seduti, intenti a cantare le loro canzoni. Alcuni sono veterani delle

guerre napoleoniche; altri presero parte ai fatti che seguirono la

rivoluzione del quarantotto, in gran parte ciechi. Siccome nell'isola

non vi sono nè bestie, nè carri, nè carrozze, non corrono verun

pericolo.

Nella festa di S. Anna ne ho visti una schiera aprire una processione ed

entrare in buon ordine in chiesa, ed ho ricordato il versetto biblico:

«Beati coloro i quali non vedono, ma credono». Alla sera, assistettero

al fuoco d'artificio, godendo, in mancanza di meglio, lo scoppio delle

bombe e dei razzi. In nessun posto, io credo, si deve sentire tanto la

sventura di esser ciechi, quanto a Capri, dove la natura fa mostra di

tutte le sue bellezze, di tutta la magica varietà e lo splendore delle

sue tinte! Aggirarsi in questa contrada senza il beneficio della vista,

mi è parso un'amara ironia. Quei poveri ciechi si muovono però molto e

volentieri: hanno la loro passeggiata favorita, l'unica alquanto piana,

la bella strada nella valle Tragara, in mezzo agli olivi. Ne ho visti

spesso alcuni seduti sui banchi di pietra, sotto la porta della città,

quasi spianti i passi delle persone che entrano ed escono, ed anche al

di fuori della porta stessa, dove si gode la stupenda vista da una parte

del golfo di Napoli e del Vesuvio, dall'altra delle ripide pendici del

monte Solaro e della triplice sua vetta. Nel calore della giornata

queste rupi splendono di una tinta incomparabile, ed al lume di luna si

perdono in una luce magica.

Quei poveri ciechi si dilettano pure di musica, ed ogni sera dànno un

piccolo concerto: due invalidi prendono posto sul terrazzo del

quartiere, ed uno suona la chitarra, mentre l'altro l'accompagna col

fischio. E' una musica singolare, che risuona in modo tutto particolare

nel silenzio della notte, e di frequente è accompagnata dalle voci di

un'aria melanconica. I due invalidi suonano anche al mattino, sulla

piazza, e radunano intorno tutti i compagni, quelli che vedono e quelli

ciechi, quelli che possono camminare e gli storpi. In quest'isola

innocente, perciò, la fisica infermità come la povertà, assume un

aspetto lieto, ed appare rassegnata alla sua sorte.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 11 / 33 题