Nella stessa maniera che la natura con le sue forme, con le sue tinte
contribuisce a rendere eminentemente poetica quest'isola magica,
fantastici parimenti e degni di un idillio vi appaiono gli abitanti. La
cittadina di Capri, la quale giace sopra una depressione del monte fra
le colline di S. Michele e del Castello, ha un aspetto assai
caratteristico. Le case piccole e bianche hanno i tetti a foggia di
terrazzo ricurvi alquanto nel mezzo. Sono questi per la maggior parte
ornati di vasi di fiori ed ivi si stanno la sera le fanciulle a godere
il fresco e a contemplare la vastità del mare tinto di rosa. Le case
sono attorniate per lo più da un terrazzino o da una loggia coperta o
veranda, resa più graziosa di solito da una pianta di vite e da vasi di
ortensie, garofani e oleandri. Quando il giardino è aderente alla casa,
vi dà accesso per lo più un pergolato che congiunge questo a quella.
Ciò forma il più bell'ornamento delle abitazioni dell'isola, imperocchè
consiste in un basamento in muratura a doppia fila, sul quale sorgono i
pilastri che sostengono le traverse in legno a cui si appoggia la vite.
Tutti quei pilastri e quelle colonne dànno alle case, anche alle più
povere, un certo aspetto grandioso ed alla loro architettura un
carattere antico e ideale. Si direbbero i portici di un tempio;
ricordano più di una volta le colonne delle case di Pompei.
Sorgono qua e là nei giardini alcune palme, ma la più bella è quella del
giardino del nostro albergatore, la cui casa, a paragone delle altre di
Capri, può meritare il nome di palazzo. Abitano pure fuori della città i
vignaiuoli, che sono sparsi nelle loro masserie, sulle alture od ai
piedi delle rupi, nascoste e quasi sepolte fra le viti e gli oleandri.
In tutte le casette par che risieda la felicità, la tranquillità,
v'abbia dimora la vita solitaria e romita.
I Capresi, duemila circa, sono il popolo più pacifico della terra: umani
di sensi, dolci d'indole, svegliati d'ingegno, dolorosamente poveri e
straordinariamente operosi, fanno i bifolchi, i vignaiuoli, i pescatori
e soltanto questi ultimi posseggono qualche cosa di proprio: la loro
barca e il pesce che raccolgono. Gli altri non sono in generale che
semplici fittaiuoli o mezzadri, imperocchè le masserie appartengono per
la maggior parte ai Napoletani. Il fittaiuolo paga per lo più dagli
ottanta ai centoventi ducati di fitto che deve ricavare, oltre il suo
sostentamento, dal vino, dall'olio e dalle frutta. Quando viene a
mancare il vino, come ora accade da ben tre anni, il contadino cade
nella miseria; stringe davvero il cuore vedere tutte le vigne spoglie di
grappoli e udire le lamentele di quella povera gente. Alcune donne mi
narrarono, sospirando amaramente, di aver dovuto vendere tutti i loro
ori, anelli, orecchini, segno questo della loro maggior miseria,
imperocchè soltanto in casi disperati una donna si spoglia delle sue
gioie. Qui le portano di continuo, ed è strano vedere povere ragazze
occupate ai lavori più gravi della campagna, portare grandi orecchini
d'oro e catenella d'oro al collo, cioè tutti i loro gioielli, spesso
tutto quanto posseggono.
A Capri il bestiame non è abbondante, però se ne asportano annualmente
duecento capi nel Napolitano; anche il cacio dell'isola è tenuto in
pregio. Nell'autunno e nella primavera gli isolani si nutrono in massima
parte di cacciagione, passando in quest'epoca stormi di volatili,
particolarmente di quaglie, dirette dal mezzogiorno al settentrione, e
dal settentrione al mezzodì. I poveri uccelli, spossati dal lungo
viaggio, cercano riposo su gli scogli infidi e vengono uccisi a frotte,
o presi vivi nei lacci.
L'isola, del resto, non ha selvaggina o altri animali da cacciare; non
vi sono nè volpi, nè martore; v'è soltanto una sterminata quantità di
conigli, i quali, di nottetempo, escono dalle fessure delle rocce e
rubano ai campi larga messe a danno dei poveri coloni. I conigli sono il
flagello dell'isola. Il mare è quello che procura reddito più sicuro
agli abitanti di Capri. I pescatori vi trovano pesci di ogni sorta,
persino tonni, pesci spada, murene bellissime, ma sopratutto le sardelle
e le seppie, dette volgarmente calamai. La pesca viene fatta per lo più
di notte. I pescatori escono in mare alla sera; i pesci, allettati a
salire alla superfice delle acque dal chiarore di una fiaccola, sono
afferrati da una rete sostenuta da legni leggeri galleggianti, e in tal
maniera tirati su nella barca. Tutta quanta la notte i pescatori
rimangono in mare; tornano a terra col levare del sole, pongono ad
asciugare le loro reti, ne racconciano i guasti, dormono un paio d'ore,
e quindi si alzano, pronti a ricominciare la sera. E' dura e faticosa la
loro vita, poichè il mare è spesso infido e spesso la preda d'una
intera compagnia di pescatori non raggiunge il valore di un _carlino_.
La vita animata della Marina grande, unico porto dell'isola, dove sorge
una fila di case, porge in ogni tempo uno spettacolo pieno d'interesse.
I pescatori sono uomini nerboruti, spesso di forme erculee, e le loro
figure, abbronzate ed energiche, spiccano anche pel berretto frigio che
portano costantemente. Quando il mare è agitato, è bellissimo vederli
occupati a trarre frettolosi le loro barche all'asciutto, sulla
spiaggia, una spiaggia ristretta e poco riparata dall'urto delle onde.
Le barche hanno però i loro ripari murati per quando più impetuosa
infierisce la tempesta. Stanno sulla spiaggia un centinaio circa di
barche, fra le quali tre di maggior portata, adibite pel commercio con
Napoli, dove si recano il lunedì e il giovedì, e ne ritornano il martedì
e il venerdì. Regna allora una grande animazione sulla spiaggia,
imperocchè anche le ragazze e le donne di Anacapri scendono dalla loro
altura a ritirare gli oggetti recati dalle barche. Allorquando il mare è
agitato, i pescatori più giovani si buttano in mare con la testa in giù,
come tanti marangoni: coloro che stanno nella barca cacciano loro i remi
ed i cordami, ed il peso di questa riesce per tal guisa attenuato
finchè l'uno dopo l'altro saltano tutti a terra. Giunti colà, tirano la
barca sulla spiaggia con funi, gridando a squarciagola e più possente di
tutte risuona la voce del padrone della barca, il quale comanda e regola
i movimenti dell'intera turba, piena di febbrile attività. Le donne si
affollano attorno al carico, che si compone di cibi per la vita
quotidiana, legumi, poponi, biscotti, e di oggetti di vestiario e
masserizie di casa. Giungono pure da Napoli vaghi mazzi di fiori e le
canzoni stampate di recente sulla riviera di S. Lucia. Intanto lo
straniero siede sopra uno scoglio presso la riva, ed apre le lettere
allora allora ricevute.
Quasi tutte le barche della marina appartengono a pescatori di Capri;
pochi ve ne sono ad Anacapri. La natura ha isolato questa cittadina dal
mare; essa sorge in alto, verso la metà dell'isola, alla base del
Solaro. Molti giovani robusti si recano però con quelli di Capri alla
pesca del corallo; ne partono ogni anno non meno di duecento, che si
portano per conto dei mercanti di corallo ad esercitare la loro
industria nello stretto di Bonifazio e sulle coste d'Africa. Partono
insieme e tornano in ottobre, trovando in famiglia tuttociò che il
destino ha loro preparato durante l'assenza: piaceri e dolori, fedeltà
ed oblio, nascite e morti. Quando hanno guadagnato cento ducati, si
accasano, sposando la propria innamorata. Un centinaio di ducati sono
ritenuti necessari a Capri per contrarre il matrimonio e metter su
famiglia.
Un pittore mi narrava un giorno il dialogo seguente da lui tenuto con un
giovane che gli portava il cavalletto. Il giovane disse: «Signore, avete
voi moglie?» Il pittore: «No» e il giovane: «Non avete voi dunque cento
ducati?» «Sì che li ho cento ducati». Il giovane rimase grandemente
attonito: «Come, avete cento ducati e non prendete moglie?» Ripensavo a
questo pescatore di corallo scapolo un giorno in cui una fanciulla mi
offrì alcune monete arabe, sulla salita che porta ad Anacapri; suo
fratello le aveva recate l'anno precedente dal paese degl'infedeli. Le
acquistai quale ricordo e come talismani, pensando che dovessero
riferirsi ad una storia misteriosa.
Anche sulla spiaggia di Capri si trovano coralli. Li colgono i ragazzi
dei pescatori e le giovanette che tessono poi piccole ceste di paglia,
vi pongono i pezzetti preziosi, oltre a frutti di mare e a conchiglie e,
quando v'incontrano sulla spiaggia, vi presentano le loro cestelline con
un sorriso così grazioso, che bisogna per forza fare qualche acquisto.
Tutto qui è grazioso, piacevole, in miniatura, e fa davvero piacere
osservare le ragazze nelle loro piccole case occupate a dipanare le
matasse di seta color d'oro od a tessere nastri di variopinti colori.
L'industria delle donne, sia di Capri che di Anacapri, consiste nella
coltivazione di poca quantità di seta e particolarmente nella tessitura
dei nastri. I telai sono continuamente in moto. Il cotone e la seta
vengono forniti dai mercanti di Napoli, i quali retribuiscono magramente
l'opera delle assidue lavoratrici. Esse tessono nastri di ogni colore;
bisogna vederle, intente in quel lavoro omerico, nelle loro camerette o
su i terrazzi, in mezzo ai fiori, dinanzi al mare; offrono uno
spettacolo graziosissimo ed è un piacere scambiare alcune parole con
quelle piccole Circi, dalla chioma corvina.
Sorge in Capri, sopra una collina, una casuccia solitaria, occupata da
quattro ragazze, snelle, intente senza posa a filar seta e ad
intrecciare paglia da cappelli. Le quattro fanciulle sono il fior fiore
del mondo femminile di Capri e la loro stanzuccia è il punto di ritrovo
più frequentato dell'isola. Vi si recano pure talvolta i forestieri, gli
artisti, che chiamano Dee quelle fanciulle per i continui sacrifici che
si offrono loro. Il mio albergatore le chiamava le quattro stagioni. Un
giorno io mi recai lassù; il mio occhio cadde sopra un foglio che una
delle sorelle teneva appeso al suo telaio. Rappresentava un ramo d'edera
e sotto vi stava scritto il primo verso dell'_Edipo Tiranno_ di Sofocle
Ôtekna, Kadmou ton neo trophê
(O fanciulli, giovane progenie del vecchio Cadmo).
La tessitrice mi pregò di spiegarle che cosa volessero significare
quelle parole in lingua ignota; mi aggiunse di avergliele scritte un
Inglese. Le risposi che volevano dire: «Ragazza, di giorno sei il mio
fiore, di notte la mia stella». Essa sorrise soavemente e rimase
soddisfatta.
Parecchie volte avevo precedentemente osservato nelle montagne d'Italia
l'ingenuità del popolo, ma non avevo mai trovato un popolo tanto ingenuo
quanto questo. La sua segregazione dal mondo ha mantenuta la dolcezza
dei suoi costumi e la naturalezza attraente de' suoi modi. Il forestiero
viene accolto come fosse un'antica conoscenza e vi si trova come a casa
sua. Non si potrebbe immaginare un maggior contrasto di quello che
esiste tra la popolazione di Capri e quella di Napoli. Le donne non sono
tanto belle, per quanto siano piacevoli e graziose. I loro tratti hanno
sovente un qualche cosa di originale, e le linee del loro viso,
sormontato da una piccola fronte, sono regolari; il loro profilo è
spesso distinto, i loro occhi sono di un nero ardente o di un grigio
verdognolo; il colorito bruno, la foggia dell'acconciatura del capo, i
coralli e gli orecchini d'oro che portano costantemente, dànno loro un
aspetto orientale. Vidi spesso, specialmente nel paese di Capri,
fisonomie di vera e rara bellezza e nell'osservarle coi capelli
scarmigliati, gli occhi nerissimi e grandi che parevano lanciare fiamme,
sorgere nelle camere oscure dai loro telai e venir fuori, mi sembrò di
vedermi comparire dinanzi tante Danaidi. In Capri s'incontrano di
frequente figure che si direbbero staccate da una tela del Perugino o
del Pinturicchio, di una soavità incomparabile. Le donne portano,
particolarmente in Capri, i capelli disposti con gusto artistico nella
sua semplicità, scendenti al basso, e trattenuti da uno spillo
d'argento. Talvolta fissano il _mucadore_ alla testa con una catenella
ed allora hanno davvero l'aspetto di donne di paesi remoti. Il pregio
comune però delle donne di Capri, più prezioso dell'oro, sono i denti,
in tutti gli abitanti dell'isola stupendi, forse perchè non sempre hanno
di che mangiare. Bisogna vederle, quelle belle figure riunite in gruppi,
quando scendono dalla montagna, portando sul capo brocche d'acqua di
forme antiche, o ceste ripiene di terra, ovvero pietre, dal quale
faticoso lavoro traggono il loro misero sostentamento. Le donne a Capri
compiono, pur troppo, un vero officio di bestie da soma, e anche le più
belle, fra i quattordici e i vent'anni: Gabriella, Costanziella,
Mariantonia, Concetta, Teresa e tante altre, le cui fisonomie in
Inghilterra, in Francia ed in Germania sarebbero ammirate in un quadro,
portano alla spiaggia, sulle loro testine, pesi che in altri paesi
apparirebbero troppo gravi per un uomo.
Due settimane fa approdò all'isola un legno napoletano e sbarcò sulla
spiaggia un carico di massi calcarei, destinati alla ricostruzione di un
antico convento. Tutto quel pesante materiale fu, nello spazio di cinque
giorni, trasportato alla sua destinazione dalle ragazze dell'isola,
sulla testa. La strada ne è talmente ripida che, quando la percorrevo
tornando dal bagno e da questo ristorato, giungevo alla sommità ansante
e spossato di forze. Eppure io vidi una trentina di quelle ragazze
cariche dei loro macigni fare per cinque giorni consecutivi e più di una
volta al giorno la stessa strada, ed anzi, le più robuste, portare
persino due massi. Per avere un'idea del peso di quelle pietre, provai a
sollevarne una e mi ci volle tutta la mia forza per riuscire a
collocarla sul capo di una di quelle povere fanciulle, cui mi parve di
aver reso un non lieve servigio. Esse pregavano ingenuamente le persone
che incontravano per strada di dar loro aiuto in quel penoso lavoro, a
cui attendevano dal levare del sole fino a quando s'immergeva in mare,
tingendo del più stupendo colore di porpora la lontana isola di Ponza.
Le poverette, sotto la sferza del sole meridionale, per ben sedici volte
percorrevano la dura strada. Mentre raccoglievano i massi alla marina,
uno scrivano ne pigliava nota e sopra, alla Certosa, un altro li
registrava in un libro, con tutta serietà. Gabriella ne aveva portati
venti, e la bella Costanziella, poverina, non ne aveva recati che dieci!
Il loro guadagno era di circa dieci carlini al giorno. Nella loro
ingenuità, non avevano fatto nessun contratto con l'impresario, e quando
si domandava loro quanto avrebbero guadagnato in quel penoso lavoro,
rispondevano: «Crediamo un _carlino_ al giorno o tanto pane di
Castellamare di quel valore; sabbato sarà fatta la paga». In quel giorno
l'isola presentava uno spettacolo stupendo, che i pittori non
trascurarono di riprodurre sulle loro tele. La roccia calcarea di
Ercolano essendo di un bel grigio, posata sul _mucadore_ di colore rosso
di quelle teste giovanili, sostenuta da un braccio o da entrambi,
produceva un bellissimo effetto; la lunga fila delle ragazze cariche di
massi mi ricordò la figura delle antiche canofore, o meglio delle
fanciulle d'Egitto che recavano materiali per la costruzione delle
piramidi. Non potevo saziarmi dal contemplarle, dall'ammirarle. Esse
scherzavano, ridevano, sotto il grave peso, sempre allegre e graziose.
Talvolta le vedevo verso il mezzogiorno, sedute in circolo per terra,
all'ombra di una pianta di carrubba, intente a consumarsi il loro
pranzo, se pur si potevano così chiamare quelle poche prugne mature e il
loro pane asciutto. Dopo questa refezione, ciarlavano, scherzavano e
correvano a riprendere, leggere al pari di gazzelle, il loro faticoso
lavoro. Se dovessi rappresentare in un quadro la povertà tranquilla ed
allegra, prenderei a modello la figura della bella Costanziella. Dopo di
aver portato sotto la sferza del sole, una piramide di macigni al
monastero così pittorescamente collocato, sedeva la sera sulla porta
della sua casetta, deliziandosi con la musica. Mi fece udire parecchi
pezzi eseguiti con molta grazia e con rara espressione: fantasie marine,
canzoni delle sirene e della Grotta Azzurra; poesie senza parole, arie
squisite non mai udite finora e senza nome. Suonava tuttociò con una
rara perfezione, mentre i suoi occhi nerissimi scintillavano come quelli
delle sirene e la sua bruna capigliatura incolta scherzava sulla sua
fronte. Dopo aver suonato, Costanziella m'invitava col suo fare più
disinvolto ad entrare in casa ed a prendere parte alla sua cena insieme
con la mamma: mi porgeva fichi d'India maturi, che sapeva staccare con
molta destrezza col coltello dall'unica pianta che sorgeva davanti alla
casa, senza pungersi le dita della piccola mano. Non si parlò mai di
letteratura, perchè Costanziella non conosceva i nomi di Goethe, di
Schiller e non sapeva del pari che cosa fosse la letteratura francese od
inglese; le sue cognizioni letterarie non si estendevano al di là di
poche canzoni del porto di Napoli. Sua madre era una donna come suol
dirsi alla buona, ed i suoi discorsi si aggiravano per lo più intorno ai
cibi e ai mezzi di sussistenza. Costanziella non aveva mai mangiato
carne; portava sassi, si ricreava con la musica e si cibava di pane
asciutto, di patate con un po' d'olio e di sale. Rise assai di cuore una
volta che le domandai se avesse mangiato mai l'arrosto. Intanto, però,
con tutta la sua vita di stenti, essa era fresca, ricciuta quanto Ebe, o
Circe, o Diana cacciatrice, e non vidi mai nessuna più gaia di lei e
più esperta nel suonare lo _scacciapensieri_.
Ad ogni momento, a Capri, vi si domanda un grano, un baiocco, o, come
dicono, _la bottiglia_. Sono per lo più i ragazzi o le bambine che fanno
questa domanda, a cui non potrei dare il nome di mendicità, imperocchè
essi non hanno affatto l'idea di chiedere l'elemosina. Trovano naturale,
essendo poveri, di domandare a quei che posseggono qualche cosa, e
quando ottengono un rifiuto, vi fan buon viso ugualmente, dicendovi:
«Addi', signoria». Vi si domanda sempre e dovunque. Un giorno che entrai
nella scuola di Anacapri, tutta la scolaresca sorse da' suoi banchi
esclamando: «Signore, la butiglia!» e per un momento pensai che me la
chiedesse persino il maestro. Entrando poi in una casa, si è certi di
vedersi venire incontro una ragazza, la quale vi porge alcune foglie di
maggiorana od un garofano, e questo dono bisogna in qualche modo
contraccambiarlo. E' una specie di mendicità esercitata per mezzo di
fiori, ma non sempre, perchè anche senza di questi si domanda
francamente e liberamente il grano. Si possono rendere felici con il più
piccolo regalo, ed io ho visto anche adulti rallegrarsi per la più
piccola cosa al pari dei ragazzi. Nasce allora il desiderio di possedere
i tesori, anche di un solo dei liberti di Tiberio, per farne parte a
questo popolo buono e riconoscente.
Ora si parla molto nell'isola di un matrimonio. Un ricco Inglese si è
innamorato di una povera ragazza, al punto di convertirsi per amore di
lei alla religione cattolica. La bella fanciulla si trova presentemente
in un monastero di Napoli, ma nell'autunno tornerà qui gran dama a
prendere possesso della nuova casa costruita appositamente per lei sul
monte Tuoro. La sorte toccata alla bella Annarella non eccita nessuna
invidia, anzi, non si considera neanche come un avvenimento
straordinario. V'è pure a Capri un altro Inglese, che vi si è stabilito
definitivamente.
Capri è un luogo fatto apposta per gli uomini stanchi della vita; non
saprei indicarne un altro in cui coloro i quali ebbero a soffrire
dispiaceri, potessero finire più tranquillamente i loro giorni. Lo
attestano i soldati invalidi ai quali fu assegnata per dimora. Trecento
di essi, inabili alla vita militare per infermità o per vecchiaia,
occupano la caserma posta al limite estremo della città. Essi dànno
all'isola l'aspetto di un asilo: si vedono girellare in ogni angolo, o
seduti, intenti a cantare le loro canzoni. Alcuni sono veterani delle
guerre napoleoniche; altri presero parte ai fatti che seguirono la
rivoluzione del quarantotto, in gran parte ciechi. Siccome nell'isola
non vi sono nè bestie, nè carri, nè carrozze, non corrono verun
pericolo.
Nella festa di S. Anna ne ho visti una schiera aprire una processione ed
entrare in buon ordine in chiesa, ed ho ricordato il versetto biblico:
«Beati coloro i quali non vedono, ma credono». Alla sera, assistettero
al fuoco d'artificio, godendo, in mancanza di meglio, lo scoppio delle
bombe e dei razzi. In nessun posto, io credo, si deve sentire tanto la
sventura di esser ciechi, quanto a Capri, dove la natura fa mostra di
tutte le sue bellezze, di tutta la magica varietà e lo splendore delle
sue tinte! Aggirarsi in questa contrada senza il beneficio della vista,
mi è parso un'amara ironia. Quei poveri ciechi si muovono però molto e
volentieri: hanno la loro passeggiata favorita, l'unica alquanto piana,
la bella strada nella valle Tragara, in mezzo agli olivi. Ne ho visti
spesso alcuni seduti sui banchi di pietra, sotto la porta della città,
quasi spianti i passi delle persone che entrano ed escono, ed anche al
di fuori della porta stessa, dove si gode la stupenda vista da una parte
del golfo di Napoli e del Vesuvio, dall'altra delle ripide pendici del
monte Solaro e della triplice sua vetta. Nel calore della giornata
queste rupi splendono di una tinta incomparabile, ed al lume di luna si
perdono in una luce magica.
Quei poveri ciechi si dilettano pure di musica, ed ogni sera dànno un
piccolo concerto: due invalidi prendono posto sul terrazzo del
quartiere, ed uno suona la chitarra, mentre l'altro l'accompagna col
fischio. E' una musica singolare, che risuona in modo tutto particolare
nel silenzio della notte, e di frequente è accompagnata dalle voci di
un'aria melanconica. I due invalidi suonano anche al mattino, sulla
piazza, e radunano intorno tutti i compagni, quelli che vedono e quelli
ciechi, quelli che possono camminare e gli storpi. In quest'isola
innocente, perciò, la fisica infermità come la povertà, assume un
aspetto lieto, ed appare rassegnata alla sua sorte.