L'ISOLA DI CAPRI

L'isola di Capri.

Un mese intiero ho vissuto nell'isola di Capri ed ho goduto, in tutta la

sua pienezza, la solitudine magica di quella marina. Così potessi io

riprodurre le sensazioni ivi provate! Ma è impossibile descrivere con

parole la bellezza e la tranquillità di quella romita solitudine.

Giampaolo Richter, contemplandola dalla terra ferma, ha paragonato Capri

ad una sfinge; la bella isola a me è apparsa simile ad un sarcofago

antico, fiancheggiato dalle Eumenidi scarmigliate, su cui campeggiasse

la figura di Tiberio. La vista dell'isola ha sempre esercitato su me un

vero fascino per la sua conformazione monumentale, per la sua

solitudine, e per i cupi ricordi di quell'imperatore romano, che,

signore del mondo intiero, considerava quello scoglio come sua unica e

vera proprietà.

Una domenica, di buon mattino, con un tempo stupendo, andammo a

Sorrento, in barca, e di là ci dirigemmo verso Capri. Il mare non era

meno tranquillo del cielo; le linee del paesaggio si perdevano

all'orizzonte in una luce vaga ed indecisa; Capri però ci appariva

davanti imponente, grave, rocciosa, severa, con i suoi monti selvaggi,

con le sue rupi rossastre di roccia calcarea, tagliate a picco.

Sull'altura si scorgeva un bruno castello rovinato; qua e là avanzi di

batterie e gole aperte di cannoni abbandonati, solitari, già quasi

ricoperti dal ginestro selvaggio dai fiori gialli; scogli aspri e

ripidi, in cima ai quali svolazzavano falchi di mare e uccelli indigeni,

assuefatti al sole, come dice Eschilo; in basso caverne, grotte oscure,

misteriose; sul dorso del colle una piccola città di aspetto gaio, con

case bianche, mura alte e una cupola di chiesa; più in basso ancora,

sulla zona ristretta della spiaggia, un piccolo porto per i pescatori ed

una fila di barche tirate in secco.

Suonavano le campane allorquando approdammo; una graziosa fanciulla,

figlia di un pescatore, si avanzò nell'acqua, afferrò la barca e,

tenendola ferma alla riva, ci permise di scendere a piedi asciutti.

Nello spiccare un salto sul suolo dell'isola di Capri, che io mi ero

raffigurata tante volte sotto il nordico cielo natio, mi parve di

trovarmi nella stessa mia casa. Tutto era silenzio e tranquillità; non

si vedevano che un pescatore e due ragazzi intenti a bagnarsi presso uno

scoglio, due giovanette sulla spiaggia, e tutto all'intorno rupi severe.

Ero dunque giunto in una solitudine selvaggia e romantica insieme. Da

quel punto della marina partiva un sentiero ripido e scosceso, che, fra

mura di giardini, conduceva alla piccola città. Quei giardini aperti nei

seni della rupe erano coltivati a viti, a olivi e ad agrumi, ma la

vegetazione ne era meschina, specialmente per chi ne veniva dalla

lussureggiante Campania. Anche gli alberi a Capri sembrano eremiti. Si

accede alla cittadina per un ponte di legno e per una vecchia porta,

dall'aspetto romito, in cui par che regni la pace e s'ignorino le umane

necessità. Alcuni abitanti, vestiti a festa, stavano ciarlando, seduti

sui gradini della chiesa. Parecchi ragazzi giocavano allegramente sulla

piccola piazza, davanti al tempio, che pareva fatta appositamente per i

loro giuochi. Le case, piccole, con i tetti a terrazza, avevano quasi

tutte una pianta di vite arrampicantesi per le mura. Un'angusta

stradicciuola, non mai percorsa da nessun veicolo, ci condusse alla

locanda di Don Michele Pagano, di fronte alla quale sorgeva una stupenda

palma. Anche quivi sembrava di arrivare in un eremo ridotto ad albergo

per i pellegrini.

Eravamo appena entrati nella nostra camera, che un canto, giù nella

strada, ci chiamò alla finestra. Era di domenica: una processione

strana, caratteristica attraversava il paese. Seguivano la croce uomini

e donne, quelli con cappucci bianchi, queste con bianchi veli. I

cappucci erano circondati di una corona formata di foglie di roveto

spinoso. Gli uomini ai fianchi portavano una fune, certo in segno di

penitenza. La processione era dedicata alla crittogama. Tutte quelle

teste coronate di frondi offrivano un quadro pagano: si sarebbe detta

una processione di sacerdoti di Bacco coronati di pampini e diretti ad

un tempio di Dionisio. Quasi tutti gli uomini portavano la corona di

spine, compresi quelli che non rivestivano l'abito della confraternita.

Mi colpì in modo particolare la figura di un vecchio invalido, canuto di

capelli e di barba, il quale, con quella corona, aveva davvero l'aspetto

di un satiro. Dopo gli uomini venivano le donne e le fanciulle con

bianchi veli. Le strade essendo tanto strette da dare il passaggio a

stento a due persone per volta, erano stipate da un muro all'altro.

Questa processione fu la prima cosa che vidi a Capri. Siccome poi vissi

colà felicissimi giorni e nessuna località al mondo così completamente

visitai, perlustrando ogni suo angolo più remoto, ogni sua grotta

accessibile, e posi affetto a Capri e ai suoi abitanti, voglio usare a

quest'isoletta il trattamento di quei navigatori riconoscenti, che

appendevano una tabella votiva e sotto vi scrivevano: _Votum fecit;

gratiam recepit_.

Il nome dell'isola, presso i Greci ed i Romani, era _Caprea_. Spiegando

la parola latinamente, significherebbe isola delle capre; ma altri la

derivarono dalla lingua fenicia, nella quale _Caprain_ significa due

città. I Greci la considerarono quale isola delle sirene, e tuttora un

punto della spiaggia si chiama la Sirena. Se non che, le isole delle

Sirene di Omero giacevano di fronte a Capri, verso Amalfi ed il Capo

Minerva; e quella denominata oggi Capo di Campanella, è ritenuta per

l'isola di Circe. Tuttavia, tutto il tratto di mare all'intorno è

mitologico e ricorda l'_Odissea_ ed il canto delle sirene, le quali

traevano alla rovina i naviganti, allorquando dal golfo di Posidonia si

accostavano a questi ripidi scogli, sorgenti appena sulle onde. S'ignora

di dove vennero i primi abitatori dell'isola, ma molto probabilmente

dalla terra ferma e furono i vicini Osci. Si ritiene pure che vi

approdassero i Fenici, e ad essi si è attribuita la fondazione delle due

città, imperocchè l'isola, parte piana e parte montuosa, dovette di

necessità avere due centri di popolazione. Strabone ha difatti lasciato

scritto: «Capri ebbe anticamente due città, ma ora non ne possiede che

una». Più tardi vennero i Greci nel bel golfo di Napoli, nel _cratere_,

come lo chiamano gli antichi geografi, e presero stanza lungo le coste e

nelle isole. Secondo quanto asseriscono poi Tacito e Virgilio, si

stabilirono in seguito a Capri i Telebori, gente di stirpe arcanica. Il

primo Greco signore dell'isola si chiamava Telone.

In quel periodo, circa otto secoli prima della nascita di Cristo, i

Greci si stabilirono nei due golfi di Posidonia e di Napoli, edificarono

Cuma e Napoli, s'impossessarono delle isole di questo stupendo mare, e

imposero all'alto abitato di Capri il nome che ancor oggi conserva di

Anacapri, che è quanto dire Capri superiore. Prestando attenzione al

linguaggio che oggi parlano quei di Capri, si ritrovano parole di

origine greca, e di tipo greco sono le fisonomie distinte e nobili delle

donne, di foggia greca i paramenti, l'acconciatura dei loro capelli, ed

il modo con cui dispongono il _mucadore_, sorta di velo col quale

sogliono ricoprirsi il capo. Sebbene più tardi i Romani abbiano essi

pure posseduta l'isola, tuttora, come a Napoli, in gran parte è sangue

greco quello che scorre nelle vene de' suoi abitatori e dei Greci; essi

hanno la grazia e la dolcezza che li rendono accetti allo straniero e

che rendono idilliache persino le loro nude rocce e fanno dimenticare

anche quel demone che fu Tiberio. In quell'epoca i Greci costrussero

nell'isola dei templi, dei quali rimangono parecchie vestigia. Si e

detto pure che la gioventù di Capri fosse valentissima nei ludi

ginnastici che allora si praticavano nella palestra greca.

Augusto s'innamorò di Capri, diede ai Napoletani l'isola fiorita

d'Ischia e prese possesso del classico scoglio. Narrasi che sbarcando la

prima volta su questa spiaggia, gli si annunciasse, quale felice

presagio, che un vecchio elce disseccato avesse preso tutto ad un tratto

a rinverdire, e che l'imperatore ne avesse provato cotanto piacere da

decidersi al cambio dell'isola.

Augusto, quando per gli anni gli venne meno la salute, si recava a

respirare l'aria pura della Campania. Il clima balsamico della fresca

isola, la rara bellezza naturale delle sue rupi, il carattere tutto

greco degli abitanti, gli andarono a genio ed egli si fece costruire a

Capri una villa con magnifici giardini. Sorgeva questa, secondo le

ricerche degli archeologi, in quel punto dove si trovano attualmente i

ruderi grandiosi della villa di Giove, ai quali il popolo dà di

preferenza il nome di «villa di Tiberio». La località è stupenda.

Situata nel punto più elevato della spiaggia orientale, vi si gode la

vista dei due golfi e dell'ampio mare di Sicilia. I ricordi spaventosi

di Tiberio hanno però spento nell'isola la memoria di Augusto, e non si

sa più nè dove abbia questi abitato, nè dove sia stato, nè che cosa vi

abbia fatto. Fu senza dubbio negli ultimi anni che soleva venire a

Capri. Poco tempo prima di morire, vi trascorse quattro giorni in

compagnia di Tiberio e dell'astronomo Trasillo, abbandonandosi

interamente al riposo e acquistandovi un ottimo umore, secondo quanto

narra Svetonio: «Allorquando approdò nel golfo di Pozzuoli, era giunto

pure colà un legno di Alessandria d'Egitto. I passeggeri e la ciurma

indossarono abiti candidi, offrirono sacrifici, cantarono le lodi

dell'imperatore, augurandogli lunga vita, commercio, libertà e

benessere. Questa cosa gli procurò tanta soddisfazione da fargli

distribuire alle persone del suo seguito quattrocento monete d'oro, dopo

essersi fatto promettere d'impiegarle unicamente nel fare acquisto di

merci provenienti da Alessandria. Anche nei giorni seguenti continuò a

far loro doni, particolarmente di toghe e di palli, e ordinò che i

Romani parlassero greco e vestissero alla foggia greca ed i Greci alla

romana e parlassero latino. Volle assistere pure ai riti degli Efebi e

diede loro un banchetto, cui assistè. Accordò loro facoltà infine di

portar via pomi, altre frutta ed ogni specie di doni. Si prese in una

parola ogni ameno sollazzo. Diede ad un isola vicina a Capri il nome di

Agrapopoli, a motivo dell'ozio in cui vivevano le persone del suo

seguito che colà si recavano e si compiacque di dare ad un suo favorito,

Masgaba, il nome di Ktiste, quasi lo ritenesse il fondatore dell'isola,

e nel vedere, al sorgere delle mense, circondata da una folla di lumi la

tomba di quel Masgaba, il quale era morto un anno prima, improvvisò ad

alta voce un verso greco che diceva:

Veggo in fiamme la tomba del fondatore.

Domandò di poi a Trasillo, compagno di Tiberio, che gli stava di fronte,

se sapesse di qual poeta fosse il verso; e non avendo questi saputo

dirlo, improvvisò un secondo verso dicendo:

Non vedi Masgaba onorato di fiaccole?

e domandò del pari di chi fosse. Ed avendo Trasillo risposto che di

chiunque fossero, i due versi erano eccellenti, l'imperatore proruppe in

uno scoppio di risa, e non cessò dallo scherzare. Poco dopo si portò a

Napoli, quindi a Nola, dove morì».

Tali sono i particolari narrati da Svetonio intorno all'ultimo soggiorno

di Augusto a Capri. Per quanto scarsi, bastano a dare un'idea della

vecchiaia serena dell'imperatore, il quale si compiaceva scherzare con

gli abitanti dell'isola. E questa serenità appare tanto più notevole,

ponendola a confronto di Tiberio, che pure a Capri invecchiò.

La piccola isola fu durante undici anni il centro di Roma e di tutto il

mondo. I tempi erano diventati cupi al pari dell'eremita che viveva su

quello scoglio; la storia stessa del mondo non era più che un cupo

monologo dell'uomo dalla testa di Medusa.

Mentre io stavo seduto sulle rovine della villa di Giove, contemplando

lo splendido golfo irradiato dal sole, il Vesuvio che fumava mi parve

quasi il Tiberio della natura, e pensai che spesso da questo punto

Tiberio lo contemplasse cupo e pensoso, ravvisando la sua stessa

immagine personificata nel demonio della distruzione. Nel contemplare il

vulcano e ai suoi piedi la fertile Campania e il mare avvolto di luce,

il monte solitario che terribile signoreggia quella felice regione mi

sembrò quasi un simbolo della storia dell'umanità ed il vasto anfiteatro

di Napoli la più profonda poesia della natura. Cupo, solitario, maligno

verso la terra beata che si stende a' suoi piedi, al pari del vulcano,

l'eremita di Capri dominava un giorno sopra il mondo intero che obbediva

alle sue leggi. L'animo suo mostruoso, invaso dal demone della

distruzione, non sognava che sentenze di morte, ruine di città,

proscrizioni, esilî. La memoria ne dura ancora nel popolo; i secoli non

l'hanno spenta giacchè più tenace si mantiene la ricordanza del male che

quella del bene. Quei di Capri danno a Tiberio il nome di _Timberio_,

come dicono _Crapi_ invece di Capri. Ad ogni passo nell'isola

s'incontrano traccie del terribile imperatore. Il vino più prezioso ha

nome _Lacrima di Tiberio_, come quello del Vesuvio porta il nome di

_Lacrima Christi_. E a dire il vero, rara cosa dovettero essere le

lacrime di un uomo qual fu Tiberio.

Appresi nell'isola una credenza popolare che mi ha profondamente

stupito. Il popolo ritiene che nelle viscere della terra, dove esistono

i ruderi della villa di Tiberio, sia sepolta una statua colossale in

bronzo dell'imperatore a cavallo e che tanto esso quanto il destriero

abbiano gli occhi di diamante. Si narra che lo vedesse un giovanetto

caduto per caso in una fessura della roccia, ma che si sia perduta la

traccia del luogo. Raccolsi questa favola dalla bocca un frate

francescano, che abita quale eremita alla villa di Tiberio e la trovai

pure riportata nel libro di Mangone sull'isola. Essa ricorda la

tradizione tedesca molto simile dell'imperatore Barbarossa, se non che

dubito assai che il popolo desideri vedere tornare in vita Tiberio. Egli

venne a Capri nell'anno XXVI dopo la nascita di Cristo, e vi dimorò

undici anni, finchè venne a morte a Capo Miseno, dove si era recato per

breve tempo. Aveva dedicata l'isola a Venere e l'aveva ornata

magnificamente di tutte le divinità dell'Olimpo. Le ville da lui erette

alle dodici divinità maggiori, i molti altri edifici, congiunti alla

forma caratteristica delle rocce, dovevano produrre un colpo d'occhio

fantastico. Oggi, rimangono ancora numerose vestigia di tutte quelle

costruzioni, e molte ancora stanno sepolte sotto terra; nelle vigne si

scorgono fra le macerie l'aperture delle volte e degli archi come

reliquie di una festa selvaggia e producono sinistra impressione, poichè

la fantasia le popola di cupe figure, bizzarre ed orribili.

Morto il tiranno, rimase deserto il teatro delle sue orgie, e la

magnificenza di Capri tramontò.

Il popolo narra che i Romani vennero nell'isola e ne atterrarono tutti

gli edifici; ma questo fatto, per dire il vero, non è confermato dalla

storia, la quale del pari non dice se i successori di Tiberio visitarono

Capri. Certo Caligola dimorò nell'isola: ivi si fece radere per la prima

volta la barba, vi vestì la toga e si formò alla scuola di suo zio.

Anche Vitellio, l'imperatore crapulone, fu da giovanetto nell'isola, e

più tardi, sotto il regno di Commodo, vi vennero mandati in esilio

Crispino, la sua consorte e Lucilla sua sorella, secondo quanto narra

Dione Cassio e come venne confermato da un bassorilievo scoperto a Capri

nel secolo scorso, bassorilievo che rappresenta le due principesse nella

mesta attitudine di chi domanda protezione.

Le sorti dell'isola divennero in seguito eguali a quelle delle spiagge

vicine. Dopo la caduta dell'Impero romano, passò, come Napoli, in

possesso prima dei barbari, poscia dei Greci, e nel secolo IX sotto la

signoria della fiorente repubblica di Amalfi, che l'ebbe in dono

dall'imperatore Ludovico.

Al principio della signoria dei Normanni sull'Italia meridionale, Capri

fu tolta agli Amalfitani dal prode Ruggero; quindi fu posseduta dai

Normanni, dagli Hohenstaufen, dagli Angioini, dagli Aragonesi, e retta

da capitani. Nel 1806 gl'Inglesi la tolsero ai Napoletani, la occuparono

in nome di Ferdinando re di Sicilia, vi si fortificarono validamente e

vi posero a comandante quell'Hudson Lowe che doveva più tardi acquistare

sì triste celebrità, come carceriere di Napoleone a S. Elena. Gl'Inglesi

tennero l'isola quasi tre anni, fino a che se ne impadronirono i soldati

di Murat con un ardito colpo di mano. Lo storico Pietro Colletta, allora

ufficiale del Genio, fu quegli che, dopo aver esplorata accuratamente

Capri, segnò il punto dove era possibile dare l'assalto; e l'isola fu

presa il 4 ottobre 1808, dopo viva lotta, ed Hudson Lowe, fatto

prigioniero, fu portato a Napoli.

Basteranno questi brevi cenni a dare un'idea delle vicende storiche di

Capri. Se non che, di tutti questi avvenimenti più recenti, nella

popolazione dell'isola si serba scarsa ricordanza. Colui che vive ancora

di più nella memoria di tutti, è il crudele Tiberio, di cui spesso, non

senza stupore, ho udito ripetere il nome terribile sulle labbra di

allegri ragazzi, intenti a giuocare. Lo si sente ad ogni istante, in

qualunque punto dell'isola; si è ormai immedesimato con questa. La

storia di quell'uomo la stringe da ogni lato, ed ha aggiunto alla natura

già di per sè severa, il carattere tragico della storia, rendendola

accetta a quanti sono capaci di apprezzare questo senso della natura,

come nella storia. Il terribile ed il piacevole vi producono un

singolare contrasto.

Le valli ridenti sono circoscritte da rupi tagliate a picco, prive di

ogni vegetazione, nude, gigantesche. Ad ogni momento s'incontrano uomini

semplici, rispettabili per la loro povertà e per la loro fede,

nobilitati dal lavoro; in essi nulla ricorda quel Tiberio che fu mostro

umano di diabolica corruzione. Il continuo contrasto che regna a Capri

mi ha sempre procurato un grande stupore. L'isola ha tante rocce nude da

dare l'impressione di un deserto; ma ha pure grande varietà di tinte,

verdura di piante e splendore di fiori. Da questo complesso di deserto e

di rocce ne deriva un insieme che ha un aspetto imponente e grazioso ad

un tempo. L'animo si sente sereno, inclinato ai pensieri tranquilli; la

solitudine invita alla vita romita. Monti, rocce, valli esercitano

un'influenza magica; racchiudono lo spirito come dietro ad

un'inferriata, attraverso la quale si può contemplare il più bel golfo

della terra, circoscritto dalle più amene spiagge.

Le somiglianze tra il suolo di Capri ed il suolo di Sicilia sono molte e

sorprendenti: la stessa tinta rossiccia delle rocce calcaree, lo stesso

quadro grandioso e fantastico di monti, la stessa vegetazione. Questa è

tutta meridionale, ma scarsa. Nelle fessure delle rocce, sulle pendici

dei monti, crescono tutte le piante delle isole meridionali di Europa ed

imbalsamano l'atmosfera dei loro profumi aromatici. Crescono colà il

mirto, il rosmarino, la ruta, il citiso, l'albatro; i roveti, l'edera,

la clematite si avviticchiano alle rovine, le ricoprono, ed il ginestro

con i suoi fiori gialli d'oro occupa tutte le alture. La più bella

pianta dell'isola, quella per avventura alla quale va debitrice del suo

nome, non è affatto il caprifoglio o piede di capra, bensì il cappero,

che sorge contro ogni muro, contro ogni rupe, che rallegra co' suoi

abbondanti fiori bianchi dai lunghi pistilli violacei. Sulle pendici

stesse, gli abitanti con grande lavoro hanno formato a forza di muri

piccoli piani, i quali costituiscono i loro campi ed i loro giardini.

Ivi crescono abbondanti tutte le piante e tutti i fiori della Campania:

gli elci, i gelsi e gli olivi; scarseggiano i pini ed i cipressi, ma vi

abbondano per contro le carrubbe, i fichi, i mandorli; vi sono anche, ma

più scarsi, i noci ed i castagni; abbondantissimi invece e di una

inarrivabile bellezza gli aranci ed i limoni, i cui frutti raggiungono

non di rado il volume di una testa di bambino. La vite non è

lussureggiante di fronde come nella Campania, ma ricca di grappoli, che

maturati da quel sole ardentissimo, producono un vino eccellente.

Quelli che poi danno alla piccola isola un aspetto tutto siciliano sono

i fichi d'India, che vi crescono in quantità enorme. La loro forma

bizzarra, africana, corrisponde meravigliosamente alla severità delle

rocce e allo splendore di quel sole tropicale.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 10 / 33 题