VI.

Chiunque si sia recato da Salerno ad Amalfi, seguendo la strada lungo il

mare, deve ricordare questa gita con vera soddisfazione. Non ve ne è

un'altra ugualmente bella in tutto il regno di Napoli, e di tante

escursioni che ho fatto in tutta quanta l'Italia, questa è quella che mi

ha lasciata più grata impressione di tutte le altre.

La strada segue sempre la spiaggia del mare, mantenendosi ad una certa

altezza, e piegandosi a tutte le sinuosità del suolo. Si hanno a

sinistra i monti e le fresche valli, popolate di villaggi, le quali

scendono al mare che rimane disotto, mentre lo sguardo può intanto

benissimo abbracciare Pesto, i monti delle Calabrie, il capo Licosa e il

golfo Policastro.

Il primo abitato che s'incontra in vicinanza di Salerno è Vietri; la

posizione di questa piccola città mi ha ricordato Tivoli. Giace in una

gola ampia e grandiosa, sulla riva di un torrente, il quale fornisce

l'energia necessaria a parecchi molini, ed è un paese bruno, d'aspetto

bizzarro, con parecchie chiese e cappelle. Sulla spiaggia del mare

possiede il suo piccolo porto popolato di barche. Quasi tutti i paesi

situati in alto hanno un piccolo borgo alla marina, dove si possono

godere scene di vita marinaresca con maggior evidenza che nei quadri.

Quando dall'alto di quelle rupi si contemplano le barchette, che ora

compaiono sulle onde e ora spariscono, si direbbe che siano sospese per

aria.

Tutte le torri che ancora si scorgono sulla spiaggia del mare, tutti i

castelli situati sulle alture, fanno pensare ai tempi in cui i Normanni

fondarono in queste contrade il loro meraviglioso regno, quel regno che

segnò un'epoca nella storia della civiltà ed esercitò una grande

influenza nell'Occidente e nell'Oriente.

In quel tempo erano, a dire il vero, assai strane le condizioni

dell'Italia meridionale; aspre signorie di Greci e di Longobardi,

scorrerie continue degli Arabi e repubbliche fiorenti come quelle di

Amalfi, di Gaeta e di Napoli.

In questa bella Salerno, che oggi riposa tranquilla in riva al suo mare,

regnava allora il principe longobardo Guaimaro, quando comparve davanti

alla città una flotta saracena e gl'infedeli diedero l'assalto alle

mura. I Salernitani erano infiacchiti al pari dei Sibariti e dei

Bizantini e la città, male guardata, stava in pericolo di cadere.

Fortuna volle che si trovassero per caso in quel momento a Salerno

quaranta pellegrini normanni che tornavano di Terra Santa, a bordo di un

legno amalfitano. Domandarono subito armi, si precipitarono fuori della

porta ed attaccarono con impeto i mussulmani. I Salernitani, animati

dall'esempio, tennero lor dietro, e dopo un sanguinoso combattimento i

Saraceni furono sbaragliati e costretti a levar l'assedio. Guaimaro

ricompensò generosamente i pellegrini, i quali, ritornati in patria,

eccitarono la fantasia dei loro compaesani con le narrazioni delle

bellezze della spiaggia di Salerno, dei prodotti di quel suolo

fertilissimo, della primavera perpetua che vi regnava e dei tesori che

colà, uomini arditi e coraggiosi avrebbero potuto acquistare.

Gli avventurosi Normanni s'imbarcarono allora pel mezzodì d'Italia,

guidati da Dragut. Ciò avvenne in principio del secolo XI e la stirpe

dei Normanni fu più fortunata di quella dei napoleonidi e di Murat.

Sismondi osserva che da quell'epoca, nella lingua dell'Irlanda, si

mantenne dell'antico dialetto scandinavo la voce _figiakasta_, vale a

dire _desiderî di fichi_, locuzione figurata per esprimere un desiderio

intenso.

Giungemmo frattanto a Cetara, luogo delizioso quanto mai sulla spiaggia

del mare, una vera e fertile oasi in mezzo ai monti. Di questo paese mi

colpì l'architettura tutta moresca. Le case sono piccole e ad un sol

piano, con logge e verande circondate di viti; i tetti sono convessi e

tinti di nero. La chiesa piccola e di architettura bizzarra, sorge in un

boschetto di aranci. Tutto l'insieme del paese aveva un carattere così

esotico, che non si sarebbe mai pensato di essere nel centro d'Europa.

Allo splendore di un magnifico sole, le piante e i fiori sembravano

sorridere e le piccole case con le loro verande, parevano sepolte nella

verzura. Tutto era pulito, bello; v'eran piante di aranci, di carrubbe e

di gelsi; stupendi cactus in fiore e magnifiche piante di aloe

contribuivano a dare un carattere esotico al paesaggio.

Cetara fu il primo punto occupato dai Saraceni su questa riviera. Quivi

essi si fermarono e in seguito estesero i loro dominî, fondando colonie

ad Amalfi, Minori, Maiori, Scala e Ravello, perchè i mussulmani facevano

scorrerie continue su queste spiaggie, prima ancora di conquistare la

Sicilia. Costoro erano attirati e indotti su questi lidi, dalle continue

lotte dei Greci, con le città e con i Longobardi. La stessa città di

Napoli ne diede l'esempio in principio dell'anno 836, quando si rivolse,

per mezzo del suo console Andrea, agli Arabi, onde avere soccorso e

liberarsi dalla signoria di Sicardo principe di Benevento, e quella

repubblica, allora fiorente, strinse lega con i Saraceni senza tener

conto nè degli anatemi del sommo pontefice, nè delle minacce degli

imperatori greco-romani. Tale lega durò circa un mezzo secolo e si narra

che a quei tempi il porto di Napoli presentasse un aspetto addirittura

saraceno. Quando, dopo la morte di Sicardo avenuta nell'839, la

signoria longobarda cadde a Salerno e a Benevento, e pugnavano per

questa fra di loro Radelchi e Siconulfo, quest'ultimo chiamò una banda

di Saraceni e prese ai suoi servizi il mussulmano Apolofar con un certo

numero di Cretesi. Gli Arabi presero liberamente stanza in Salerno e vi

si stabilirono definitivamente, fabbricando case nei dintorni della

città.

Finalmente, nell'anno 871, Radelchi e Siconulfo fecero la pace,

dividendosi gli stati di Salerno e di Benevento e stabilirono la

condizione che non si dovesse permettere più agli Arabi il soggiorno

nella costa fra Amalfi e Salerno; ma ad onta di ciò, molti si fecero

battezzare e vi rimasero. Costoro avevano già data a quella località

un'impronta tutta moresca che non si è più cancellata. Altri Arabi

vennero poi dalla Sicilia, di modo che nel corso del secolo IX tutta

quanta la Calabria si trovò in pericolo di diventare mussulmana; a Bari

regnava un sultano, Taranto cadeva nelle loro mani e minacciavano di

prendere Roma stessa, dove i Saraceni sorpresero e saccheggiarono le

chiese di S. Pietro e di S. Paolo, mentre Napoli continuava a stare con

loro in buone relazioni, ad onta degli sforzi dell'imperatore Ludovico

II.

Si stabilirono nuovamente in Cetara nell'anno 880 e la repubblica di

Napoli assegnò loro alcune terre sulle sponde del Sebeto. Essi presero

pure dimora alle falde del Vesuvio, nei dintorni classici di Pompei, non

che sul Garigliano, donde partivano per fare scorrerie in tutta quanta

la Campania. Fondarono parimenti la loro colonia di Agropoli, nelle

vicinanze di Pesto.

Ai tempi del dominio dei Normanni si ritirarono più di una volta da

queste contrade e molti abbracciarono il cristianesimo, altri rimasero

al servizio di Ruggero, portando nella bella provincia di Salerno le

costumanze e la civiltà orientale. Lo stesso nome di Cetara sembra che

sia di origine orientale.

Il sole intanto si era fatto cocentissimo, riflettendosi sulle nude

rocce dove camminavamo in fretta, e noi eravamo ancora a buona distanza

da Amalfi. L'aspetto della riviera si faceva a mano a mano sempre più

bello. Al nostro fianco sorgevano monti altissimi, le cui cime si

perdevano nelle nubi, mentre la loro tinta oscura, sotto la sferza del

sole che rendeva sempre più azzurre le onde del mare, faceva un grande

contrasto con lo splendore di questo e con la limpidezza del cielo.

Sorgevano qua e là, sul pendio dei monti, rovine di antichi castelli dei

tempi normanni indicanti i luoghi dove un giorno esistettero villaggi.

Stupenda ci apparve la posizione di Maiori e di Minori nei due punti

più belli della riviera, due piccole città al pari di Cetara, appoggiate

al monte e circondate da giardini amenissimi.

Le spiagge di Minori e di Maiori sono quanto c'è di più ridente in

questo golfo, da Salerno ad Amalfi e Sorrento, ed io non esito a

dichiarare che superano in bellezza la stessa spiaggia di Sorrento, a

costo anche di esser tacciato di un'eresia. Sono due punti di una magica

tranquillità, ristretti in breve spazio, freschi, ombreggiati e ridenti;

si direbbero appartati da tutto il resto del mondo. Non ho veduto luoghi

più graziosi. Il primo che s'incontra è Maiori, fondato da Siccardo di

Benevento nel secolo IX; il paese giace quasi in riva al mare. Il monte

situato dietro l'abitato, ridotto a foggia di terrazzi, è coltivato a

giardini nei quali sorgono casette bianche e pulite che hanno l'aspetto

di altrettante ville. Più in alto torreggia pittorescamente un antico

castello.

Le strade ed i sentieri solitari e tranquilli si addentrano nei monti

dai quali scaturiscono acque limpide e fresche. Tanta solitudine

romantica ricrea l'animo e fa nascere il desiderio di vivere colà

tranquilli, o almeno di trascorrervi un'estate. Ivi davvero l'abitante

dei paesi settentrionali comprende che cosa significhi la _figiakasta_.

Trovammo colà, in riva al mare, una locanda graziosa, dipinta a colori

vivaci, dove ci procurammo vino, ottimi fichi neri e aranci stupendi. Il

sole che splendeva di fuori, quella tranquillità profonda, il frangersi

delle onde sulla spiaggia e l'atmosfera pregna di profumi, conciliavano

il sonno.

Poco dopo ci trovammo mezzo addormentati in un caffè del vicino borgo di

Minori. Quivi le case sono piccole e basse quanto quelle di Pompei e le

stanze così piccole che appena possono contenere quattro persone. Alla

tavola della locanda il padrone ci girava attorno con un ventaglio in

mano smovendo l'aria, cacciando le mosche e narrando nel suo dialetto

una quantità di storie, parlando sopratutto della fabbricazione dei

maccheroni, industria speciale della riviera di Amalfi, la quale ne

provvede tutto il regno di Napoli.

Partimmo da Minori nelle ore calde del pomeriggio e, girato che avemmo

un promontorio, ci trovammo di fronte ad Atrani, il quale è separato da

Amalfi da una gigantesca rupe. La posizione di Atrani è imponente. Sorge

a foggia di piramide sulla riva del mare, che in quel punto è altissima

e scende assai ripida, addirittura a picco. L'architettura delle case,

le quali hanno tutte la propria loggia, produce un aspetto

piacevolissimo per il bianco delle mura che si stacca sul fondo nero

della rupe. Questa, forma vicino al paese una verde valletta ed alla sua

sommità si presenta il paesetto di Pontone. Sulla sommità delle falde di

quei monti tutte rivestite di pini marittimi sorgono antiche torri e

castelli. Si scorgono intorno villaggi che giacciono ancora più alti fra

vigne e castagneti e dove sarebbe molto faticoso l'arrampicarsi. Oltre

Pontone, soprastano Atrani gli altri paesetti di Minuto, Scala, e

Ravello. Quest'ultimo è particolarmente notevole per i ricordi dei

Saraceni. Vi si sale da Atrani percorrendo una ripida e faticosa strada,

ma romantica, attraversando gallerie coperte e camminando fra vigneti,

castagni e boschi di carrubbe. A misura che si sale, la vista del mare

si fa più bella. Dalla cima delle nere rupi, coronate di torri, si getta

lo sguardo sull'azzurro delle onde che si direbbero sgorgare dalla gola

di Pontone. Si vedono pure verdeggianti pendici, seminate di case, dove

per buona ventura gli abitanti non hanno più a temere le scorrerie

saracene.

Arrivammo all'abbandonato monastero delle Clarisse e ivi trovammo le

prime tracce dell'architettura moresca. Salimmo quindi alla villa

Cembrano, casa di campagna di un ricco signore napoletano, la quale

sorge tra le rose e gli oleandri, su di un altipiano da dove lo sguardo

spazia nel mare. Questa villa è propriamente bella e sopra tutto

attrasse la mia attenzione il pergolato, il quale forma un rettangolo

attorno al magnifico giardino. Esso è sostenuto da pilastri bianchi, sui

quali corre un tetto di verdi tralci, da cui pendono i grappoli in

abbondanza; nel giardino poi, tenuto con molta cura, crescono i più bei

fiori, e tutte le piante meridionali, nella vegetazione rigogliosa del

mese di luglio. Sul margine dell'altipiano sorge un belvedere,

circondato di statue, invero orribili, le quali però in distanza

producono buon effetto. Si gode di là la vista dell'ampiezza del mare,

delle coste delle Calabrie con le cime dei loro monti coperte di neve,

dell'imponente punta di Conca e del bel capo d'Orso, presso Maggiori,

tutte vedute severe che bisogna ammirare e tacere, anzichè provarsi a

farne la descrizione. Nel contemplare da quegli orti di Armida, fra le

rose e le ortensie, il mare magico nel quale si riflette l'azzurra tinta

di un cielo limpidissimo, nasce il desiderio di poter volare. Io credo

che a Dedalo ed a Icaro venne desiderio di poter spaziare per l'aria in

una bella sera d'estate, sedendo su di un promontorio dell'isola di

Creta.

Salimmo ancora più in alto, al convento di S. Antonio; anche questo è

collocato in amenissima posizione ed è di stile interamente moresco, con

archi spezzati e colonnette graziose. Raggiungemmo quindi l'antica

Ravello e ci trovammo tutto ad un tratto in una città moresca, con torri

e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero solitaria e tranquilla,

abbandonata, quasi morta, sopra una verde pendice del monte. Si direbbe

che è segregata da tutto il resto del mondo; non si vedono che alberi e

rocce e da qualche punto il mare in lontananza. Nei giardini si

osservano alte torri nere, case di stile moresco con arabeschi in parte

rovinati, finestre ad arco con piccole colonne.

Sulla piazza del Mercato, presso la chiesa, sorge un antico edificio di

architettura araba, con ornati di gusto fantastico e con colonne

meravigliosamente lavorate negli angoli. Il tetto riposa sopra una

graziosissima cornice. Questo edificio è designato col nome di teatro

moresco e non vi è dubbio che era il palazzo degli antichi signori di

Ravello, imperocchè questa città, ora deserta e derelitta, fu un tempo

una colonia fiorente di Amalfi che contava trentaseimila abitanti.

Ricche famiglie vi avevano introdotto il lusso a cui davano origine le

loro relazioni con l'Oriente e il continuo commercio con i Saraceni

stabiliti in Sicilia. Fra le più illustri erano annoverate le famiglie

degli Afflitti, dei Ragadei, dei Castaldi e sopratutto dei Ruffoli. Si

erano fabbricate tutte palazzi di stile moresco, con vasche, con getti

d'acqua di vero gusto arabo, su disegni e sotto la direzione di artisti

arabi. E' noto che Ravello si mantenne in relazione continua con i

Saraceni, molti dei quali vi avevano presa dimora e gli Arabi vi tennero

il presidio fino ai tempi di Manfredo. Avvenne perciò che questa piccola

città fu una delle prime che accolse nell'Italia meridionale

l'architettura araba ed oggidì è una delle poche che ne conservi ancora

gli avanzi.

Trovai in Ravello maggiori avanzi di architettura moresca che in Palermo

stesso, dove i castelli di Cuba e della Zisa sono per la massima parte

distrutti. Il palazzo Ruffoli in Ravello è una vera miniera di

architettura moresca di quei tempi, e di queste contrade. Esso trovasi

in un giardino, ed appartiene da tre anni all'inglese sir Nevil Reed, il

quale lo ha fatto per primo sgombrare dalle macerie. E' addirittura un

piccolo Alhambra, uno stupendo edificio a tre piani, che conta più di

trecento stanze sostenute tutte da colonne moresche. Le sale sono ornate

di rabeschi in puro stile arabo-siculo e un tempo debbono essere state

magnifiche. Esistono ancora nei giardini una rotonda di stile moresco,

alcuni avanzi di mura, fra le quali una torre quadrata di gusto

bizzarro, rovine di porticati, di bagni, di archi e di cortili, i quali

debbono aver fatto parte di una specie di castello cinto di mura, e da

questi ruderi è agevole farsi un'idea delle grandi ricchezze che

dovevano aver accumulato un tempo le famiglie distinte di Ravello.

In tutte le città impoverite del regno di Napoli, queste reliquie di

tempi migliori provano la triste decadenza delle contrade. Due volte

furono in fiore queste regioni predilette dalla natura: la prima

nell'antichità greca, come lo attestano le rovine di Pesto; la seconda

durante le Repubbliche del medio evo, allorquando Napoli, Gaeta, Amalfi,

Sorrento, riempivano i mari delle loro flotte, ben molti anni prima che

lo spirito repubblicano, avanzo degli ordinamenti politici greci e

romani, risorgesse nell'Italia settentrionale e desse origine alle

repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. Nella prima epoca furono i

Romani quelli che spensero il fiore della civiltà nell'Italia

meridionale; nella seconda epoca cominciò a venir meno sotto il dominio

dei Normanni; e quindi, a poco a poco, quelle contrade si vennero

riducendo alla misera condizione in cui si trovano attualmente. Manca

tuttora una buona storia di quelle Repubbliche dell'Italia meridionale

dal secolo VII ai tempi di re Ruggiero di Sicilia, e gli archivi di

Napoli potrebbero fornire tutti gli elementi necessari, se non fossero

chiusi, ed impenetrabili più della sfinge egiziana.[4]

Vidi intanto, mentre mi trovavo nei giardini del palazzo Ruffoli, un

meraviglioso fenomeno di luce in mare. Il sole stava per tramontare, ed

i monti di Pesto e di Salerno cominciavano ad oscurarsi, assumendo una

tinta dolce di verde cupo, mentre sopra a Pesto stava un'ampia nuvola

bianca, la quale non tardò a tingersi in rosso acceso. Si sarebbe detto

che divampasse in cielo un immenso incendio, la cui luce si proiettasse

in mare, sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a

poco a poco il mare assunse prima un color d'oro, quindi verde pallido,

violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finchè vennero le tenebre.

Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi

finchè fu notte.

Potrei ancora narrare molte cose di Ravello, particolarmente

dell'antico duomo edificato da Niccolò Ruffoli nel secolo XI, il quale

possiede un pulpito raro in mosaico ed antiche porte di bronzo e dove si

conserva in un'ampolla il sangue di S. Pantaleo, che bolle al pari di

quello di S. Gennaro; ma non conviene vedere tante cose, e sopratutto

descriverle molto a lungo.

Passeggiate per l'Italia, vol. 4 · 第 9 / 33 题