Chiunque si sia recato da Salerno ad Amalfi, seguendo la strada lungo il
mare, deve ricordare questa gita con vera soddisfazione. Non ve ne è
un'altra ugualmente bella in tutto il regno di Napoli, e di tante
escursioni che ho fatto in tutta quanta l'Italia, questa è quella che mi
ha lasciata più grata impressione di tutte le altre.
La strada segue sempre la spiaggia del mare, mantenendosi ad una certa
altezza, e piegandosi a tutte le sinuosità del suolo. Si hanno a
sinistra i monti e le fresche valli, popolate di villaggi, le quali
scendono al mare che rimane disotto, mentre lo sguardo può intanto
benissimo abbracciare Pesto, i monti delle Calabrie, il capo Licosa e il
golfo Policastro.
Il primo abitato che s'incontra in vicinanza di Salerno è Vietri; la
posizione di questa piccola città mi ha ricordato Tivoli. Giace in una
gola ampia e grandiosa, sulla riva di un torrente, il quale fornisce
l'energia necessaria a parecchi molini, ed è un paese bruno, d'aspetto
bizzarro, con parecchie chiese e cappelle. Sulla spiaggia del mare
possiede il suo piccolo porto popolato di barche. Quasi tutti i paesi
situati in alto hanno un piccolo borgo alla marina, dove si possono
godere scene di vita marinaresca con maggior evidenza che nei quadri.
Quando dall'alto di quelle rupi si contemplano le barchette, che ora
compaiono sulle onde e ora spariscono, si direbbe che siano sospese per
aria.
Tutte le torri che ancora si scorgono sulla spiaggia del mare, tutti i
castelli situati sulle alture, fanno pensare ai tempi in cui i Normanni
fondarono in queste contrade il loro meraviglioso regno, quel regno che
segnò un'epoca nella storia della civiltà ed esercitò una grande
influenza nell'Occidente e nell'Oriente.
In quel tempo erano, a dire il vero, assai strane le condizioni
dell'Italia meridionale; aspre signorie di Greci e di Longobardi,
scorrerie continue degli Arabi e repubbliche fiorenti come quelle di
Amalfi, di Gaeta e di Napoli.
In questa bella Salerno, che oggi riposa tranquilla in riva al suo mare,
regnava allora il principe longobardo Guaimaro, quando comparve davanti
alla città una flotta saracena e gl'infedeli diedero l'assalto alle
mura. I Salernitani erano infiacchiti al pari dei Sibariti e dei
Bizantini e la città, male guardata, stava in pericolo di cadere.
Fortuna volle che si trovassero per caso in quel momento a Salerno
quaranta pellegrini normanni che tornavano di Terra Santa, a bordo di un
legno amalfitano. Domandarono subito armi, si precipitarono fuori della
porta ed attaccarono con impeto i mussulmani. I Salernitani, animati
dall'esempio, tennero lor dietro, e dopo un sanguinoso combattimento i
Saraceni furono sbaragliati e costretti a levar l'assedio. Guaimaro
ricompensò generosamente i pellegrini, i quali, ritornati in patria,
eccitarono la fantasia dei loro compaesani con le narrazioni delle
bellezze della spiaggia di Salerno, dei prodotti di quel suolo
fertilissimo, della primavera perpetua che vi regnava e dei tesori che
colà, uomini arditi e coraggiosi avrebbero potuto acquistare.
Gli avventurosi Normanni s'imbarcarono allora pel mezzodì d'Italia,
guidati da Dragut. Ciò avvenne in principio del secolo XI e la stirpe
dei Normanni fu più fortunata di quella dei napoleonidi e di Murat.
Sismondi osserva che da quell'epoca, nella lingua dell'Irlanda, si
mantenne dell'antico dialetto scandinavo la voce _figiakasta_, vale a
dire _desiderî di fichi_, locuzione figurata per esprimere un desiderio
intenso.
Giungemmo frattanto a Cetara, luogo delizioso quanto mai sulla spiaggia
del mare, una vera e fertile oasi in mezzo ai monti. Di questo paese mi
colpì l'architettura tutta moresca. Le case sono piccole e ad un sol
piano, con logge e verande circondate di viti; i tetti sono convessi e
tinti di nero. La chiesa piccola e di architettura bizzarra, sorge in un
boschetto di aranci. Tutto l'insieme del paese aveva un carattere così
esotico, che non si sarebbe mai pensato di essere nel centro d'Europa.
Allo splendore di un magnifico sole, le piante e i fiori sembravano
sorridere e le piccole case con le loro verande, parevano sepolte nella
verzura. Tutto era pulito, bello; v'eran piante di aranci, di carrubbe e
di gelsi; stupendi cactus in fiore e magnifiche piante di aloe
contribuivano a dare un carattere esotico al paesaggio.
Cetara fu il primo punto occupato dai Saraceni su questa riviera. Quivi
essi si fermarono e in seguito estesero i loro dominî, fondando colonie
ad Amalfi, Minori, Maiori, Scala e Ravello, perchè i mussulmani facevano
scorrerie continue su queste spiaggie, prima ancora di conquistare la
Sicilia. Costoro erano attirati e indotti su questi lidi, dalle continue
lotte dei Greci, con le città e con i Longobardi. La stessa città di
Napoli ne diede l'esempio in principio dell'anno 836, quando si rivolse,
per mezzo del suo console Andrea, agli Arabi, onde avere soccorso e
liberarsi dalla signoria di Sicardo principe di Benevento, e quella
repubblica, allora fiorente, strinse lega con i Saraceni senza tener
conto nè degli anatemi del sommo pontefice, nè delle minacce degli
imperatori greco-romani. Tale lega durò circa un mezzo secolo e si narra
che a quei tempi il porto di Napoli presentasse un aspetto addirittura
saraceno. Quando, dopo la morte di Sicardo avenuta nell'839, la
signoria longobarda cadde a Salerno e a Benevento, e pugnavano per
questa fra di loro Radelchi e Siconulfo, quest'ultimo chiamò una banda
di Saraceni e prese ai suoi servizi il mussulmano Apolofar con un certo
numero di Cretesi. Gli Arabi presero liberamente stanza in Salerno e vi
si stabilirono definitivamente, fabbricando case nei dintorni della
città.
Finalmente, nell'anno 871, Radelchi e Siconulfo fecero la pace,
dividendosi gli stati di Salerno e di Benevento e stabilirono la
condizione che non si dovesse permettere più agli Arabi il soggiorno
nella costa fra Amalfi e Salerno; ma ad onta di ciò, molti si fecero
battezzare e vi rimasero. Costoro avevano già data a quella località
un'impronta tutta moresca che non si è più cancellata. Altri Arabi
vennero poi dalla Sicilia, di modo che nel corso del secolo IX tutta
quanta la Calabria si trovò in pericolo di diventare mussulmana; a Bari
regnava un sultano, Taranto cadeva nelle loro mani e minacciavano di
prendere Roma stessa, dove i Saraceni sorpresero e saccheggiarono le
chiese di S. Pietro e di S. Paolo, mentre Napoli continuava a stare con
loro in buone relazioni, ad onta degli sforzi dell'imperatore Ludovico
II.
Si stabilirono nuovamente in Cetara nell'anno 880 e la repubblica di
Napoli assegnò loro alcune terre sulle sponde del Sebeto. Essi presero
pure dimora alle falde del Vesuvio, nei dintorni classici di Pompei, non
che sul Garigliano, donde partivano per fare scorrerie in tutta quanta
la Campania. Fondarono parimenti la loro colonia di Agropoli, nelle
vicinanze di Pesto.
Ai tempi del dominio dei Normanni si ritirarono più di una volta da
queste contrade e molti abbracciarono il cristianesimo, altri rimasero
al servizio di Ruggero, portando nella bella provincia di Salerno le
costumanze e la civiltà orientale. Lo stesso nome di Cetara sembra che
sia di origine orientale.
Il sole intanto si era fatto cocentissimo, riflettendosi sulle nude
rocce dove camminavamo in fretta, e noi eravamo ancora a buona distanza
da Amalfi. L'aspetto della riviera si faceva a mano a mano sempre più
bello. Al nostro fianco sorgevano monti altissimi, le cui cime si
perdevano nelle nubi, mentre la loro tinta oscura, sotto la sferza del
sole che rendeva sempre più azzurre le onde del mare, faceva un grande
contrasto con lo splendore di questo e con la limpidezza del cielo.
Sorgevano qua e là, sul pendio dei monti, rovine di antichi castelli dei
tempi normanni indicanti i luoghi dove un giorno esistettero villaggi.
Stupenda ci apparve la posizione di Maiori e di Minori nei due punti
più belli della riviera, due piccole città al pari di Cetara, appoggiate
al monte e circondate da giardini amenissimi.
Le spiagge di Minori e di Maiori sono quanto c'è di più ridente in
questo golfo, da Salerno ad Amalfi e Sorrento, ed io non esito a
dichiarare che superano in bellezza la stessa spiaggia di Sorrento, a
costo anche di esser tacciato di un'eresia. Sono due punti di una magica
tranquillità, ristretti in breve spazio, freschi, ombreggiati e ridenti;
si direbbero appartati da tutto il resto del mondo. Non ho veduto luoghi
più graziosi. Il primo che s'incontra è Maiori, fondato da Siccardo di
Benevento nel secolo IX; il paese giace quasi in riva al mare. Il monte
situato dietro l'abitato, ridotto a foggia di terrazzi, è coltivato a
giardini nei quali sorgono casette bianche e pulite che hanno l'aspetto
di altrettante ville. Più in alto torreggia pittorescamente un antico
castello.
Le strade ed i sentieri solitari e tranquilli si addentrano nei monti
dai quali scaturiscono acque limpide e fresche. Tanta solitudine
romantica ricrea l'animo e fa nascere il desiderio di vivere colà
tranquilli, o almeno di trascorrervi un'estate. Ivi davvero l'abitante
dei paesi settentrionali comprende che cosa significhi la _figiakasta_.
Trovammo colà, in riva al mare, una locanda graziosa, dipinta a colori
vivaci, dove ci procurammo vino, ottimi fichi neri e aranci stupendi. Il
sole che splendeva di fuori, quella tranquillità profonda, il frangersi
delle onde sulla spiaggia e l'atmosfera pregna di profumi, conciliavano
il sonno.
Poco dopo ci trovammo mezzo addormentati in un caffè del vicino borgo di
Minori. Quivi le case sono piccole e basse quanto quelle di Pompei e le
stanze così piccole che appena possono contenere quattro persone. Alla
tavola della locanda il padrone ci girava attorno con un ventaglio in
mano smovendo l'aria, cacciando le mosche e narrando nel suo dialetto
una quantità di storie, parlando sopratutto della fabbricazione dei
maccheroni, industria speciale della riviera di Amalfi, la quale ne
provvede tutto il regno di Napoli.
Partimmo da Minori nelle ore calde del pomeriggio e, girato che avemmo
un promontorio, ci trovammo di fronte ad Atrani, il quale è separato da
Amalfi da una gigantesca rupe. La posizione di Atrani è imponente. Sorge
a foggia di piramide sulla riva del mare, che in quel punto è altissima
e scende assai ripida, addirittura a picco. L'architettura delle case,
le quali hanno tutte la propria loggia, produce un aspetto
piacevolissimo per il bianco delle mura che si stacca sul fondo nero
della rupe. Questa, forma vicino al paese una verde valletta ed alla sua
sommità si presenta il paesetto di Pontone. Sulla sommità delle falde di
quei monti tutte rivestite di pini marittimi sorgono antiche torri e
castelli. Si scorgono intorno villaggi che giacciono ancora più alti fra
vigne e castagneti e dove sarebbe molto faticoso l'arrampicarsi. Oltre
Pontone, soprastano Atrani gli altri paesetti di Minuto, Scala, e
Ravello. Quest'ultimo è particolarmente notevole per i ricordi dei
Saraceni. Vi si sale da Atrani percorrendo una ripida e faticosa strada,
ma romantica, attraversando gallerie coperte e camminando fra vigneti,
castagni e boschi di carrubbe. A misura che si sale, la vista del mare
si fa più bella. Dalla cima delle nere rupi, coronate di torri, si getta
lo sguardo sull'azzurro delle onde che si direbbero sgorgare dalla gola
di Pontone. Si vedono pure verdeggianti pendici, seminate di case, dove
per buona ventura gli abitanti non hanno più a temere le scorrerie
saracene.
Arrivammo all'abbandonato monastero delle Clarisse e ivi trovammo le
prime tracce dell'architettura moresca. Salimmo quindi alla villa
Cembrano, casa di campagna di un ricco signore napoletano, la quale
sorge tra le rose e gli oleandri, su di un altipiano da dove lo sguardo
spazia nel mare. Questa villa è propriamente bella e sopra tutto
attrasse la mia attenzione il pergolato, il quale forma un rettangolo
attorno al magnifico giardino. Esso è sostenuto da pilastri bianchi, sui
quali corre un tetto di verdi tralci, da cui pendono i grappoli in
abbondanza; nel giardino poi, tenuto con molta cura, crescono i più bei
fiori, e tutte le piante meridionali, nella vegetazione rigogliosa del
mese di luglio. Sul margine dell'altipiano sorge un belvedere,
circondato di statue, invero orribili, le quali però in distanza
producono buon effetto. Si gode di là la vista dell'ampiezza del mare,
delle coste delle Calabrie con le cime dei loro monti coperte di neve,
dell'imponente punta di Conca e del bel capo d'Orso, presso Maggiori,
tutte vedute severe che bisogna ammirare e tacere, anzichè provarsi a
farne la descrizione. Nel contemplare da quegli orti di Armida, fra le
rose e le ortensie, il mare magico nel quale si riflette l'azzurra tinta
di un cielo limpidissimo, nasce il desiderio di poter volare. Io credo
che a Dedalo ed a Icaro venne desiderio di poter spaziare per l'aria in
una bella sera d'estate, sedendo su di un promontorio dell'isola di
Creta.
Salimmo ancora più in alto, al convento di S. Antonio; anche questo è
collocato in amenissima posizione ed è di stile interamente moresco, con
archi spezzati e colonnette graziose. Raggiungemmo quindi l'antica
Ravello e ci trovammo tutto ad un tratto in una città moresca, con torri
e case di stile arabo, fabbricata di tufo nero solitaria e tranquilla,
abbandonata, quasi morta, sopra una verde pendice del monte. Si direbbe
che è segregata da tutto il resto del mondo; non si vedono che alberi e
rocce e da qualche punto il mare in lontananza. Nei giardini si
osservano alte torri nere, case di stile moresco con arabeschi in parte
rovinati, finestre ad arco con piccole colonne.
Sulla piazza del Mercato, presso la chiesa, sorge un antico edificio di
architettura araba, con ornati di gusto fantastico e con colonne
meravigliosamente lavorate negli angoli. Il tetto riposa sopra una
graziosissima cornice. Questo edificio è designato col nome di teatro
moresco e non vi è dubbio che era il palazzo degli antichi signori di
Ravello, imperocchè questa città, ora deserta e derelitta, fu un tempo
una colonia fiorente di Amalfi che contava trentaseimila abitanti.
Ricche famiglie vi avevano introdotto il lusso a cui davano origine le
loro relazioni con l'Oriente e il continuo commercio con i Saraceni
stabiliti in Sicilia. Fra le più illustri erano annoverate le famiglie
degli Afflitti, dei Ragadei, dei Castaldi e sopratutto dei Ruffoli. Si
erano fabbricate tutte palazzi di stile moresco, con vasche, con getti
d'acqua di vero gusto arabo, su disegni e sotto la direzione di artisti
arabi. E' noto che Ravello si mantenne in relazione continua con i
Saraceni, molti dei quali vi avevano presa dimora e gli Arabi vi tennero
il presidio fino ai tempi di Manfredo. Avvenne perciò che questa piccola
città fu una delle prime che accolse nell'Italia meridionale
l'architettura araba ed oggidì è una delle poche che ne conservi ancora
gli avanzi.
Trovai in Ravello maggiori avanzi di architettura moresca che in Palermo
stesso, dove i castelli di Cuba e della Zisa sono per la massima parte
distrutti. Il palazzo Ruffoli in Ravello è una vera miniera di
architettura moresca di quei tempi, e di queste contrade. Esso trovasi
in un giardino, ed appartiene da tre anni all'inglese sir Nevil Reed, il
quale lo ha fatto per primo sgombrare dalle macerie. E' addirittura un
piccolo Alhambra, uno stupendo edificio a tre piani, che conta più di
trecento stanze sostenute tutte da colonne moresche. Le sale sono ornate
di rabeschi in puro stile arabo-siculo e un tempo debbono essere state
magnifiche. Esistono ancora nei giardini una rotonda di stile moresco,
alcuni avanzi di mura, fra le quali una torre quadrata di gusto
bizzarro, rovine di porticati, di bagni, di archi e di cortili, i quali
debbono aver fatto parte di una specie di castello cinto di mura, e da
questi ruderi è agevole farsi un'idea delle grandi ricchezze che
dovevano aver accumulato un tempo le famiglie distinte di Ravello.
In tutte le città impoverite del regno di Napoli, queste reliquie di
tempi migliori provano la triste decadenza delle contrade. Due volte
furono in fiore queste regioni predilette dalla natura: la prima
nell'antichità greca, come lo attestano le rovine di Pesto; la seconda
durante le Repubbliche del medio evo, allorquando Napoli, Gaeta, Amalfi,
Sorrento, riempivano i mari delle loro flotte, ben molti anni prima che
lo spirito repubblicano, avanzo degli ordinamenti politici greci e
romani, risorgesse nell'Italia settentrionale e desse origine alle
repubbliche di Pisa, di Genova e di Venezia. Nella prima epoca furono i
Romani quelli che spensero il fiore della civiltà nell'Italia
meridionale; nella seconda epoca cominciò a venir meno sotto il dominio
dei Normanni; e quindi, a poco a poco, quelle contrade si vennero
riducendo alla misera condizione in cui si trovano attualmente. Manca
tuttora una buona storia di quelle Repubbliche dell'Italia meridionale
dal secolo VII ai tempi di re Ruggiero di Sicilia, e gli archivi di
Napoli potrebbero fornire tutti gli elementi necessari, se non fossero
chiusi, ed impenetrabili più della sfinge egiziana.[4]
Vidi intanto, mentre mi trovavo nei giardini del palazzo Ruffoli, un
meraviglioso fenomeno di luce in mare. Il sole stava per tramontare, ed
i monti di Pesto e di Salerno cominciavano ad oscurarsi, assumendo una
tinta dolce di verde cupo, mentre sopra a Pesto stava un'ampia nuvola
bianca, la quale non tardò a tingersi in rosso acceso. Si sarebbe detto
che divampasse in cielo un immenso incendio, la cui luce si proiettasse
in mare, sembrando fosse in fiamme tutto quanto il golfo di Salerno; a
poco a poco il mare assunse prima un color d'oro, quindi verde pallido,
violaceo, gialliccio, finalmente grigio, finchè vennero le tenebre.
Colpito da quegli scherzi indescrivibili di luce, non potei più muovermi
finchè fu notte.
Potrei ancora narrare molte cose di Ravello, particolarmente
dell'antico duomo edificato da Niccolò Ruffoli nel secolo XI, il quale
possiede un pulpito raro in mosaico ed antiche porte di bronzo e dove si
conserva in un'ampolla il sangue di S. Pantaleo, che bolle al pari di
quello di S. Gennaro; ma non conviene vedere tante cose, e sopratutto
descriverle molto a lungo.