Mi si era parlato a Napoli della festa di S. Paolino a Nola e mi si era
anche assicurato che meritava di essere veduta. A questa festa accorreva
tutta la popolazione della Campania, porgendo uno spettacolo che non ha
l'uguale. Mi recai pertanto colà il 26 giugno, anche bramoso di
conoscere Nola, la quale racchiude più di un ricordo storico. Alle porte
di questa città, Marcello aveva inflitto la prima sconfitta ad Annibale;
ivi era morto l'imperatore Augusto e ivi Tiberio era salito all'impero.
È noto pure quale sorgente inesauribile di vasi preziosissimi sia stata
Nola; i più belli fra tutti quei che si trovano nel museo borbonico,
furono scoperti quivi, in Ruvo e in S. Agata dei Goti. Chiunque li abbia
veduti, non può certo aver dimenticato il vaso grandioso di Nola, che
rappresenta, in una composizione ricca di figure, la distruzione di
Troia. Conviene pure ricordare l'invenzione delle campane di cui mena
vanto questa città ed il suo Vescovo, S. Paolino, buon poeta e dotto
padre della Chiesa, che fece molto onore alla sua città natale.
Saverio de Rinaldis, lo cantò in un poema epico latino, ad imitazione di
Virgilio, dal titolo la _Paolineide_. Lo acquistai un giorno nel porto
di Napoli, dove lo vidi in vendita sopra un muricciolo; ma, sebbene
quanto avevo udito intorno alla festa del santo m'ispirasse curiosità,
non mi bastò però il coraggio per leggere tutto quanto quel lungo poema.
Non sarà tuttavia fuor di luogo accennare che il santo nacque nell'anno
351 in Guascogna, dove suo padre, prefetto della Gallia, era tuttora
gentile, ed aveva educato il suo figliuolo al paganesimo. Se non che,
convertitosi Paolino al cristianesimo in Bordeaux, non tardò molto a
divenire zelantissimo della novella religione. Ottenuto il consolato,
venne mandato ad amministrare la provincia della Campania e quivi giunto
trasferì la sua dimora dal capoluogo Capua a Nola, per la ragione che in
questa trovavasi sepolto il santo vescovo Felice, e che i molti miracoli
da esso operati traevano gran folla alla sua tomba. Paolino, rinunciò al
mondo, e le proprie convinzioni e le tristi esperienze fatte della vita
lo portarono a dedicarsi tutto al sacerdozio, imperocchè accusato
nientemeno che dell'uccisione di suo fratello, non aveva potuto provare
la sua innocenza che grazie all'intercessione del santo suo protettore
Felice. Diventato prete, Paolino non tardò ad acquistare grande
rinomanza per il suo ingegno e per la sua dottrina nelle scienze
ecclesiastiche, mentre la santità della sua vita gli procurò
l'universale venerazione. Venne chiamato a succedere a Felice nella
cattedra vescovile di Nola, e quando morì, nel 431, fu sepolto nella
stessa cattedrale, di dove il suo corpo venne trasportato prima a
Benevento, poscia a Roma, nella chiesa di S. Bartolomeo.
Nè il suo genio, nè i suoi miracoli contribuirono maggiormente però a
mantenere viva nel popolo la memoria di S. Paolino, bensì una sua buona
azione, un suo atto generoso. Mentre era vescovo, l'unico figliuolo di
una vedova di Nola fu preso dai Vandali e portato come schiavo in
Africa. Paolino, mosso da sentimento di carità cristiana, si portò colà
per riscattare il giovane, sottoponendosi in vece sua alla schiavitù
africana. Compiuta questa santa opera, tornò dalla Libia, ed i Nolani si
recarono ad incontrarlo fuori della città, riconducendolo al suo
vescovato, con musica, danze e con le più solenni manifestazioni di
gioia. Questo ingresso trionfale ebbe luogo il 26 di giugno di non si sa
quale anno e ogni anno si celebra la memoria di quel giorno, con
straordinario intervento di persone, le quali accorrono da tutte le
contrade della Campania, per prendere parte a divertimenti curiosi e
originali.
Mi recai di buon mattino a Nola con la ferrovia. I prezzi dei biglietti
erano stati ridotti e alla stazione vi era una grande ressa di gente,
mentre tutte le altre strade che portano a Nola erano piene di carrozze
di ogni specie, le quali, movevano verso la città in festa. Il mio
viaggio durò poco più di una mezz'ora a traverso fertilissime contrade,
tutte coltivate a viti. Giunto a Nola, vidi, per così dire, una fiumana
di gente che entrava in città.
In vicinanza della porta si teneva la tradizionale fiera; le antiche
mura della città ed una torre aderente, erano tappezzate di cartelloni
giganteschi, dipinti bizzarramente; nella torre stessa si faceva vedere
la gran foca marina e sulla porta un uomo con una tromba faceva un
fracasso del diavolo, ora suonando l'istrumento ed ora vantando i pregi
del curioso animale. In una casa di fronte si faceva pure una musica
infernale, interrotta di quando in quando dalle voci stentoree di una
compagnia di giocolieri, i quali invitavano il pubblico ad ammirare le
loro prodezze. Non è possibile descrivere la varietà delle merci che
venivano offerte con alte grida nelle botteghe; nè il chiasso assordante
della folla, la quale irrompeva nella città; nè la varietà dei colori
dei vestiti che il popolo indossava e delle bandiere che quasi tutti i
popolani agitavano in mano. Ero appena entrato a Nola che mi colpì la
vista una strana cosa, della quale non avevo ombra d'idea e che mi fece
dubitare di trovarmi piuttosto nelle Indie, od al Giappone, che in
Italia, nella Campania. Vidi una specie di torre, alta, sottile, tutta
ornata di carta rossa, di dorature, di fregi d'argento, portata sulle
spalle da uomini. Era divisa in cinque ordini, a piani, a colonne,
decorata di frontespizi, di archi, di cornici, di nicchie, di figure e
coperta ai due lati di numerose bandiere. Le colonne erano rosse,
lucide, le nicchie dorate all'interno e guarnite di rabeschi assai
originali; le figure rappresentavano geni, angeli, santi, guerrieri,
tutti vestiti nelle foggie più strane ed erano collocati gli uni sopra
gli altri, e tenevano, in mano corni, mazzi di fiori, ghirlande e
bandiere. Tutto si moveva, tremava e svolazzava, e la torre stessa,
portata da circa una trentina d'uomini robusti, oscillava essa pure. Nel
piano inferiore stavano sedute alcune ragazze, incoronate di fiori, in
mezzo ai suonatori, i quali facevano un chiasso indescrivibile con
trombe, tamburi e triangoli.
La torre si avanzava lentamente nella strada, superando l'altezza delle
case, ed era sormontata in cima dalla statua di un santo. Da altre parti
si udivano nuove musiche e si vedevano consimili torri.
«Dio mio!--dissi ad un uomo che mi stava vicino--che cosa significa
tutto questo?» Mi rispose alcune parole in un dialetto incomprensibile,
fra le quali, uniche che riuscii ad afferrare, quelle di _guglie di S.
Paolino_. «Dovete sapere--mi disse allora un Napoletano--che queste
torri e questi obelischi sono dedicati al santo, perchè quando egli
ritornò dall'Africa, gli abitanti di Nola gli andarono incontro
facendogli grandi feste e portando fra le altre cose tali obelischi. Di
qui potrete vederli passare tutti, mentre si avviano alla cattedrale».
Preferii recarmi senza indugio sulla piazza stessa, davanti al duomo,
dove dovevano prender posto tutte le torri.
Ne arrivarono subito nove da diverse parti ed erano quasi tutte della
stessa altezza, ad eccezione di una più elevata delle altre, che
raggiungeva i centodue palmi d'altezza appartenente alla corporazione
degli agricoltori. Ogni corporazione, od arte di una certa importanza,
prepara simili torri per la festa del santo. Le spese sono sostenute
dall'arte e ascendono per ogni torre a circa novantasei ducati
napoletani.
Nell'esaminare più da vicino quelle strane apparizioni che tanto mi
avevano colpito, a prima vista rilevai che riproducevano l'architettura
bizzarra e barocca degli obelischi che sorgono sopra alcune piazze di
Napoli, e che, sopracarichi di sculture e di ornati, non dànno un'idea
molto favorevole del buon gusto artistico dei Napoletani.
Ogni obelisco è fabbricato in istrada, presso la casa di qualche
distinto maestro d'arte, sotto una grande e alta tenda destinata a
proteggere contro le intemperie l'opera stessa e gli artisti che la
stanno componendo.
Lo scheletro delle torri è formato di antenne e di travicelli; un piano
si sovrapone all'altro e la parte anteriore e i due lati si ricoprono
di carta, mentre la parte posteriore è formata tutta da foglie di rami
di mirto e da una quantità di piccole bandiere. Sulle pareti di carta
dei due lati sono dipinti geni i quali portano ghirlande. La parte
anteriore è la più ricca di ornamenti, perchè a questa lavorano pittori
ed architetti. Ogni piano è formato di colonne di ordine corinzio,
sormontate da una cornice con una nicchia ed in questa sono collocate
figure e statue. Le persone vive stanno al piano inferiore, e sono
ragazze e giovanetti che vestono una gonnella corta e portano in testa
elmi di carta dorata. Nella nicchia, a metà della torre, si trova la
figura principale. In quella degli agricoltori, o mietitori, io vidi una
Giuditta colossale stupendamente vestita, la quale teneva in mano la
testa di Oloferne; in altre torri scorsi santi, o protettori, o patroni
dei varî mestieri. A fianco di queste figure principali si trovano ad
ogni piano emblemi di varia natura, angeli che tengono in mano bandiere,
od arpe, e geni con corone di fiori e trombe. Nella nicchia del piano
superiore sta un angelo con un incensorio, e sulla cupola dorata, o
sull'ornamento a foggia di giglio, che forma l'estremità della torre,
sorge un santo. Sulla torre degli agricoltori si vedeva S. Gregorio
vestito da cavaliere dell'ordine di Malta, con una bandiera in mano.
Un emblema posto sulla cornice che sormonta la nicchia a metà della
torre, indica la corporazione, o il mestiere a cui quella appartiene. Su
quella degli agricoltori stava una falce; su quella dei pastai stavano
due grossi pani; su quella dei macellai era un pezzo di carne; su quella
dei sarti una bianca veste; su quella dei calzolai una scarpa; su quella
dei pizzicagnoli una forma di cacio; su quella dei negozianti di vino un
fiasco. Ogni torre inoltre è preceduta da un giovanetto, il quale porta
un altro emblema: quello dei giardinieri portava un corno di abbondanza;
gli albergatori e i bettolieri erano preceduti da un barile di vino
sostenuto da due giovani, vestiti in guisa da raffigurare S. Pietro e S.
Paolo.
Al suono delle loro bande musicali, tutte le torri si avviarono verso la
cattedrale. Tutto quel chiasso, tutta quella gente dai costumi più
svariati, tutte quelle bandiere, i balconi delle case gremiti di fiori e
di belle ragazze, tutte quelle torri bizzarre che oscillavano, sotto il
sole abbagliante del mezzogiorno, formavano uno spettacolo così vivace,
così singolare che ne rimasi assordito, allibito: credetti di essere
tornato ai tempi del paganesimo.
La marcia delle torri era aperta da due di queste, assai piccole, al
piano inferiore delle quali erano ragazzi coronati di fiori; poi veniva
una barca, in cui stava un giovanetto vestito alla turca, con in mano un
fiore di granata. Dietro la barca veniva un grandioso legno da guerra,
benissimo rappresentato, con a prua un giovane vestito da moro, che se
ne stava fumando un sigaro, mentre sul ponte eravi la statua di S.
Paolino, inginocchiata in atto di preghiera, davanti ad un altare.
Giunta poi ogni torre davanti alla cattedrale, incominciava uno strano
spettacolo, imperocchè ognuna di quelle moli grandiose si dava a ballare
a suon di musica. Precedeva i portatori un uomo con un bastone, il quale
batteva il tempo, e le torri seguivano quello. Il colosso oscillava e
sembrava ad ogni istante che volesse perdere l'equilibrio e cadere;
tutte le figure si muovevano, le bandiere sventolavano; era un colpo
d'occhio fantastico. Ogni torre incominciava a danzare davanti al duomo,
e poi ballavano tutte insieme per quasi cinque minuti. Appena ogni torre
si era fermata davanti alla cattedrale e aveva ripreso il suo posto, una
ventina di giovani e di uomini si disponevano in circolo intorno ad
essa, tenendosi le mani sulla spalla e ballavano. Intanto due ballerini
facevano in mezzo a questi una danza particolare, finchè sopraggiungeva
un terzo che veniva da questi sollevato per aria, dove si dimenava con
tutte le membra. A poco a poco cominciava a divenir pallido e, quasi
colpito da vertigine, cadeva a terra come morto. Gli altri continuavano
a ballargli intorno, in circolo, mentre il morto si rialzava sorridendo
e al suono di nacchere esso pure si rimetteva a girare. Quelle danze
strane e originali, mi ricordarono il culto di Adone, ma non trovai
nemmeno chi potesse fornirmi un'esatta spiegazione di quel ballo
mistico. Davanti ad una torre, invece di ballare, si facevano giuochi di
forza e un uomo faceva esercizi sulla testa di un altro. Ballò
perfino il grosso legno da guerra. In alcuni momenti suonavano
contemporaneamente le musiche di quattro di quelle torri, che insieme
con gli urli, con gli schiamazzi e con le grida di migliaia di persone,
facevano un baccano indiavolato.
Tutto questo chiasso avveniva sulla piazza, davanti alla cattedrale,
mentre nell'interno della chiesa il vescovo cantava tranquillamente
messa solenne che i fedeli in ginocchio stavano ad ascoltare
devotamente.
Terminata la messa e finito il ballo delle torri, si chiuse la funzione
religiosa con una processione a cui presero parte tutto il clero
secolare, e tutte le corporazioni di frati; non vidi mai in Italia
frati di un aspetto così imponente e così florido come questi e non so
se ciò dipendesse dalla bontà dell'aria, dalla ricchezza e fertilità del
paese, o dalla libertà con cui vivono i frati nel regno di Napoli. La
processione con dietro tutte le torri, fece il giro di tutta la città
accompagnata dallo scoppio incessante di razzi e di mortaletti.
Era intanto passato mezzogiorno; le funzioni religiose erano terminate e
la popolazione cominciava ad andarsene per i fatti suoi. Stordito da
tutto quel baccano, stanco di tutta quella folla, cercai rifugio in una
trattoria, che trovai già piena di gente. In questi paesi tutto è
allegro e chiaro, ed anche le pareti di quella bettola erano dipinte a
colori vivaci. In un batter d'occhio vidi recare e scomparire piatti
enormi di maccheroni, e di carne di agnello arrosto. Il vino rosso e
denso era servito in brocche di terra cotta, a doppio manico, e non si
beveva, come nell'Italia superiore e centrale, in bicchieri di vetro, ma
alla brocca stessa, come nei tempi antichi. Il vino mi parve assai
migliore, bevuto in una brocca la quale per la forma mi ricordava i vasi
antichi e quelle brocche scoperte a Pompei, ora a Napoli nel Museo
Borbonico e che hanno del pari doppio manico e la brocca a foggia di
trifoglio. Oggigiorno, tutte queste brocche, nella Campania, sono
verniciate in bianco con alcuni ornati che però non conservano più nulla
dello stile greco.
Nel pomeriggio il calore insopportabile riversò tutte le persone nei
caffè, i quali prendono il nome di _Caffè nobile_, non appena cominciano
a presentare una certa apparenza. Cercai il migliore di tutti, che
trovai però già pieno zeppo di persone; vi si soffocava per il caldo.
V'erano contadini che cantavano ritornelli, improvvisatori, signori e
dame elegantemente vestite, gli uni seduti, gli altri in piedi, e altri
ancora che giravano attorno ai tavoli. Si prendevano gelati in
abbondanza e di gusto squisito. Non ho mai provato come in quel caffè la
voluttà di sorbire un buon gelato, tanto era soffocante il calore, e non
tardai molto in mezzo a tutta quella folla, ad addormentarmi e sognai
Marcello, Annibale, Augusto morente, Livia, Tiberio, le baccanti, gli
affreschi di Pompei, i vasi di Nola, S. Paolino e la sua festa, e le
torri che ballavano. Al di fuori la folla continuava a gridare e a far
chiasso, ma siccome il rumore era continuato, si poteva benissimo
dormire come si dorme sulla spiaggia del mare, al muggito delle onde.
La città, che visitai tutta quanta, non ha nulla di notevole, ma è
abbastanza pulita e resa gaia dai molti e bei giardini. Nei tempi
antichi Nola non era affatto inferiore a Pompei con la quale manteneva
grandi relazioni commerciali. Le tre città più fiorenti della Campania
erano infatti: Nola, Aceria e Nocera, che avevano il loro porto a
Pompei, sulla foce del Sarno, ricoprendo allora il mare, che di poi si
ritirò da Pompei, buona parte di quella fertile pianura.
Ero uscito di città per salire al convento di S. Angelo, appartenente ai
monaci di S. Francesco, il quale sorge con un porticato aperto in una
bella posizione ed è attorniato da una splendida vegetazione, quando
incontrai per istrada una famiglia che tornava già dalla festa e che era
composta di una matrona di forse ottant'anni, con le sue figliuole e
nipoti. Non vidi mai vecchia di bellezza più classica, alta com'era
della persona e d'imponenza tragica.
Vestiva un abito di seta color chermisino, con ampio bordo di broccato
d'oro, stretto alla vita alla foggia greca, e sopra questo portava un
farsetto tutto rosso, ricamato in oro. I suoi capelli canuti erano
trattenuti sulla fronte da un nastro alla pompeiana. Procedeva
coll'imponenza e con la dignità di una principessa, o di una regina dei
tempi antichi, ed avrebbe potuto rappresentare benissimo nei _Persiani_
di Eschilo la parte di Atossa, consorte sublime di Dario e madre di
Serse. Mi ero unito a quella piccola brigata e, sebbene una delle nepoti
della vecchia fosse di non comune bellezza, pur non potevo staccare gli
occhi da quella imponente matrona. Le giovani che l'accompagnavano, non
erano vestite riccamente come quella; portavano invece abiti a larghe
maniche, di colori chiari ed avevano in capo, alla moda del paese, il
_muccador_, specie di velo fissato poco sopra la nuca, in maniera da
lasciar visibili i capelli sulle tempie, antica usanza che si può
osservare anche negli affreschi di Pompei. Provavo molta fatica a
comprendere qualche cosa, qualche parola del dialetto che quelle donne
parlavano. Compresi però che mi invitavano ad accompagnarle a casa loro,
la quale, mi dissero, che si trovava a poca distanza. Per curiosità ci
sarei andato molto volentieri, ma il giorno era già inoltrato, mi
premeva vedere S. Angelo, godere del panorama che di là si osserva e
perciò ringraziai, declinando il cortese invito.
La vista che si gode dal convento è veramente bella. Si scoprono, a
sinistra il monte Somma ed il Vesuvio, a destra i monti di Maddaloni, e
sopra il monastero, in cima ad una collina, le rovine pittoresche del
castello di Cicala. In mezzo a quei monti si stende la campagna di
Nola, riccamente popolata di pioppi, di olmi, di alberi da frutta, da
cui pendono, a guisa di festoni, le viti. In mezzo a tutte queste piante
crescono rigogliosi il frumento ed il grano turco, e dovunque brillano
gli aranci e i melagrani, e la città, irradiata da un sole abbagliante,
trovasi come immersa in un mare di verzura, di vigneti e di fiori. È
davvero una contrada adatta per continue feste: la stessa natura,
eminentemente voluttuosa, invita senza posa al piacere.
Partii da Nola verso sera, quando stavano per cominciare le corse dei
cavalli; più tardi doveva ancora aver luogo un'illuminazione generale.
Quando a sera inoltrata mi trovai a Napoli, alla finestra della mia
abitazione a S. Lucia, vidi la folla che tornava dalla festa e si
avviava verso Chiaia; i cavalli erano guarniti di nastri e di fiori, la
gente faceva sventolare le piccole bandiere; tutti, carrozze, cavalli, e
uomini erano coperti di polvere. Gridando e schiamazzando la folla si
recava a Chiaia a prendere parte alla sfilata per il corso.