Pochi sono coloro che partono da Napoli senza aver compiuto l'ascensione
del Vesuvio, ma pochi prima di partire hanno fatta quella dell'altro
monte gemello, del bellissimo Somma. Il vulcano, che fuma tuttora,
attrae intera l'attenzione del visitatore, il quale non pensa di onorare
di una sua visita il monte Somma con le sue pendici riccamente vestite
di foreste verso le pianure della Campania.
Mi decisi pertanto di farne l'ascensione, anche perchè il cratere del
Vesuvio, considerato dall'alto ed in vicinanza, doveva presentarsi sotto
nuovo aspetto, tale da compensare la fatica della salita. Eravamo
un'allegra brigata di sette persone, fra le quali due naturalisti, un
zoologo francese, ed un medico russo. Uscimmo di città alle sei del
mattino, e dopo aver oltrepassato S. Giovanni, prendemmo a sinistra per
gli ameni campi di S. Anastasia, ai piedi del Somma. Ivi cercammo guide
pratiche del luogo. Una donna robusta portava la cesta contenente i
nostri viveri; ci precedevano due uomini dalla bella figura, uno dei
quali portava uno schioppo in spalla, ed al fianco un lungo pugnale
nella sua guaina.
La piccola carovana si pose in cammino di buonissimo umore, rallegrata
da uno splendido sole di luglio, e dall'ampia vista delle fertili
pianure della Campania, le quali si estendono ai piedi del monte.
Cominciammo a salire attraverso alle vigne, che forniscono il rinomato
vino di Somma, e quindi entrammo nella regione ombrosa dei castagni,
mentre, a misura che salivamo, le pendici diventavano più erte e la
salita più faticosa. I fianchi del monte, fin verso la sommità,
continuavano ad essere popolati di castagni e di una flora veramente
splendida. I fiori stupendi, particolarmente i gigli purpurei, i
garofani, il licno, il trifoglio purpureo, l'antirrino, la valeriana
medicinale, traevano a sè tutta quanta l'attenzione del botanico, mentre
il zoologo dava la caccia alle farfalle variopinte.
A misura che si saliva, andavano scomparendo le strade e finimmo per non
trovare nemmeno più sentieri di pastori e per camminare su tracce di
passi, attraverso cespugli, entro gole e sull'orlo di precipizi.
Incontrammo rivi che scendevano quasi a picco, letti di torrenti quasi
disseccati, le cui sponde, di carattere interamente vulcanico, erano
formate ora di ceneri, ora di lapilli, ora di lava impietrita.
Tre della nostra comitiva scesero in una di quelle gole vulcaniche,
provvisti di martelli e di scalpelli, per raccogliere cristallazioni.
Ne trovarono una discreta quantità nelle grotte formate dalla lava
basaltica e dalle ceneri indurite. Le varie qualità di cristalli e la
stupenda pietra vulcanica si trovano parte a fior di terra e parte
sepolte nel suolo, e chi non si lasciasse spaventare dalla fatica, ed
anche dal pericolo delle frane di quelle pareti di lava, potrebbe
formarne una bella collezione mineralogica.
I tre compagni, più o meno carichi di pietre, si riunirono a noi che
eravamo rimasti ad attenderli in un bosco, all'ombra. Proseguimmo la
nostra ascensione, resa faticosa dalla mancanza di strade e dall'ardore
del sole, fino ad una fonte che trovammo ad un terzo circa della salita.
Sul monte Somma le sorgenti sono scarse e a quella dove ci fermammo, le
cui acque non erano abbondanti, però fresche e di buona qualità, le
nostre guide diedero il nome di fontana di Mennone. Tutti i sassi di
quella regione sono sonori, perchè stati soggetti all'azione del fuoco
e, percuotendoli con un ferro, o con un bastone, mandano un suono
metallico, come le colonne di Pompei.
A misura che si sale, la vista diviene più bella, ma il monte più arido,
perchè crescono le ceneri, i lapilli, e la salita diviene per
conseguenza più faticosa.
Ancora non scorgevamo affatto il Vesuvio, perchè rimaneva nascosto dalla
vetta del monte Somma, mentre invece l'orizzonte si allargava sempre
più, stendendosi da Baia all'isola d'Ischia; si scorgevano Napoli, il
golfo, la pianura di Caserta e tutta quanta la fertile regione della
Campania centrale, fin verso i monti di Sarno. Tutta la stupenda pianura
si estende dalle colline che circondano il golfo, sulle quali sorge in
parte Napoli, fino agli Appennini e ai monti del Matese. Si direbbe un
immenso parco cosparso di castelli, di ville, di chiese, di monasteri,
di città che spiccano biancheggianti sulla verzura della campagna,
frastagliate dalle vie di comunicazione. Ci fermammo quasi estatici
sull'ultimo contrafforte, al disotto della vetta del Somma, perchè da
quel punto potevamo spaziare la vista e scorgere da una parte Napoli ed
il mare e dall'altra la pianura campana.
Potemmo riconoscere le seguenti città: S. Anastasia e Somma; più in là
Poncigliano d'Arco, Acerra, Afragola, S. Maria e Capua; a destra Caserta
ed il suo palazzo; Maddaloni ai piedi dei monti; in faccia a noi,
Marigliano; più in là ancora Nola, Ottaiano, Palma e Sarno situate
propriamente a destra di Nocera, dove i monti chiudono la pianura. Era
il giorno della Madonna delle Grazie; noi udivamo il rombo dei cannoni
della sottostante città; e quando fummo giunti presso al cratere ora
spento del Somma, ci parve che quei colpi provenissero dalle profondità
del vulcano.
Contemplando da quell'altura, la stupenda regione e lo splendido mare,
si comprende che chi ne fu una volta padrone, preferì la morte alla
perdita della signoria. Così avvenne alla stirpe sveva, a quella di
Aragona e a Gioacchino Murat. Si può allora comprendere l'esclamazione,
per dir vero, non molto ortodossa, di Federico II imperatore, il quale
diceva che «se il Dio d'Israello avesse veduta Napoli, non avrebbe tanto
vantata a Mosè la terra promessa». A noi però era riservato uno
spettacolo più grandioso; non avevamo ancora veduto il Vesuvio. Ci
avvicinammo alla vetta del Somma, la quale è segnata al suo punto
culminante da una croce in legno, e, fatti ancora pochi passi sulla
cresta sottile, ci trovammo tutto ad un tratto di fronte, e vicinissimi
al vulcano, che sembrava balzar fuori all'improvviso. Non può esprimersi
quale fosse il contrasto fra la vista delle pianure ridenti e fertili
della Campania e quella regione arida, morta, sepolta tutta sotto un
denso strato di ceneri di color grigio. Non è possibile esprimere con
parole la profonda impressione di quella mole imponente che fuma; si
sarebbe detto un demone uscito tutto ad un tratto dagli abissi
dell'interno.
Non vi è posizione da cui possa il Vesuvio produrre un tale effetto,
come dal vertice del monte Somma, che quasi lo eguaglia in altezza.
Quando si sale sul Vesuvio per la strada di Resina, si vede il vulcano
dal basso in alto; qui invece si contempla dall'alto in basso e si può
benissimo guardare nel suo cratere e vederlo campeggiare in tutta la sua
imponenza, sul fondo del cielo e del mare; inoltre si ha davanti agli
occhi il cratere del Somma, con le sue pareti scoscese di lava, che
scendono quasi a picco. Coloro che salgono invece dai piedi del Vesuvio
alla sua sommità, non scorgono mai la sua forma e non ne vedono altro
che i campi coperti di lava e di cenere.
Tre soltanto di noi ci avventurammo sulla cresta affilata del Somma,
fino alla punta più esterna dove si vede il monte a tre punte inclinate
verso il Vesuvio. A sinistra e a destra si scorgono gli antichi crateri
spenti delle nere cavità, frastagliate in ogni senso, con intorno un
terreno cosparso di pietre rosse e grige e di massi di lava eruttati dal
vulcano. A metà del margine del Somma, il terreno appare inclinato a
forma piramidale, ed a semicerchio verso il Vesuvio, dal quale lo
disgiunge un vero precipizio. Innanzi agli occhi si erge il cono
imponente del Vesuvio, coperto tutto di ceneri dalla base fino
all'estremità, di un colore fra il grigio e il giallo e con strisce di
tinta nera dove colò la lava. I margini del cratere sono di colore
giallo cupo, circondati da una striscia bianca, e dal suo interno si
sprigionano leggieri vortici di fumo. A poco a poco l'osservatore si va
rimettendo dalla prima impressione prodotta da quella vista imponente ed
allora non può fare a meno di osservare le linee armoniche, le belle
forme di quel cono, e la varietà delle sue tinte. Non ho visto nessuno
spettacolo naturale simile a questo, dove il severo ed il grazioso siano
così armoniosamente uniti. Anche dopo salito sull'Etna, debbo affermare
che questa fusione di aspetti tanto diversi, è tutta particolare del
Vesuvio. Questo è propriamente di una maestà tranquilla, quieta e
melanconica; la tinta bruna od azzurra delle ceneri si armonizza in modo
stupendo con le belle forme del cono, e se si aggiunge a questo
l'aspetto del mare, della pianura e dei monti circostanti, il tutto
irradiato da uno splendido sole, s'immagina facilmente quanta debba
essere la bellezza di quella visuale, dalla quale uno non riesce a
staccarsi. Vedevamo le barche nel golfo, e all'orizzonte le forme
strane dell'isola di Capri. A sinistra scorgevamo la spiaggia di
Castellamare, e la regione vitifera di Boscotrecase, Boscoreale, di
Scafati e di Lettere.
Ci fermammo un bel po' sulla vetta del Somma, godendo di tutte quelle
bellezze di cielo, di terra, di mare.
Il Vesuvio era tranquillo; non usciva dal suo cratere che una leggera
colonna di fumo, quasi ad additare che in mezzo a tante delizie,
albergava il demonio della distruzione. Le sue strisce nere a traverso
le ceneri erano formate dai torrenti di lava delle due ultime eruzioni,
e quella a sinistra datava solo dal 1850. Si erano aperti allora sul
cono cinque piccoli crateri, tuttora visibilissimi. Ci fu additato il
punto preciso dove, durante l'eruzione del 1847, perdettero miseramente
la vita un Tedesco ed un Americano. Costoro, inoltratisi
imprudentemente, furono colpiti dai sassi infuocati eruttati dal monte;
il Tedesco, il quale ebbe le gambe rotte, morì ai piedi dello stesso
Vesuvio; l'Americano, colpito in un braccio, perì poco dopo
nell'ospedale di Napoli.
Un caso assai strano toccò nel 1822 ad un calzolaio di Sorrento, che si
era recato a visitare il Vesuvio senza una guida. Il cratere
dell'eruzione del 1820 era libero, e l'imprudente calzolaio volle
scendervi con l'animo non solo di sorprendere gli spiriti infernali, ma
quasi di prenderli a dileggio. Colto da una vertigine in questa sua
temeraria impresa, precipitò nel cratere e fortuna volle che fosse
trattenuto, nella caduta, da una sporgenza di lava. Riportò la rottura
di un braccio e di una gamba, e stette per ben due giorni in quella
posizione, sospeso sull'abisso, fintanto che i suoi lamenti giunsero
all'orecchio delle guide che avevano accompagnato sul monte altri
forestieri. L'infelice fu tratto fuori per mezzo di corde, e bisogna
dire che discendesse dalla natura immortale di Alasvero, imperocchè,
portato all'ospedale di Napoli, finì per guarire e per tornare a
Sorrento, sano e salvo come nulla fosse stato. Questa avventura
terribile e lieta ad un tempo ci venne narrata da don Michele,
cappellano del romitaggio sul Vesuvio, dove scendemmo dopo esserci
trattenuti più di un'ora sulla vetta del Somma.
Qui, tutto ad un tratto, cambiò la scena. Il Vesuvio si velò di nebbia,
ed un forte vento spingeva di qua e di là le nuvole sollevando vortici
di ceneri e facendoci assistere a una stupenda lotta di elementi, che
dava novella vita e nuovo carattere a questa contrada selvaggia. La
nebbia non tardò però a dissiparsi, e ricomparvero sotto di noi Napoli,
lo splendido golfo, Capri, Ischia, Miseno, e a destra i piani della
Campania.
«_Voilà la Cléopatre!_» Questa strana ed inaspettata esclamazione ci
fece volgere a tutti. Era il nostro naturalista francese, uomo di
sessantasette anni, il quale a furia di correre e di saltare, era
riuscito, benchè vecchio, quasi novello Antonio, a fare la conquista di
Cleopatra. Quel vecchietto allegro, pieno di vivacità e di brio, di una
forza sorprendente per la sua età, non degnava di uno sguardo nè il
Vesuvio, nè lo stupendo panorama; non aveva pensiero che per le sue
farfalle.
La ripida discesa della sommità del monte, non avvenne senza qualche
pericolo; dopo aver camminato a stento sulle ceneri e sulle lave
dell'eruzione del 1850, le quali si sarebbero potute benissimo
paragonare ad una cascata nera pietrificata, arrivammo, stanchi assai,
al romitaggio. Questo sorge in vicinanza dell'Osservatorio, edificio
abbastanza elegante, collocato in amenissima posizione, di dove si
scopre un'estesa vista. Attorno, attorno sorgono colossali tigli, i
quali avranno almeno duecento anni, e la cui vegetazione così
rigogliosa, a tanta prossimità del vulcano, dimostra che la località è
molto sicura. Difatti le pietre e le scorie eruttate dal cratere,
descrivendo una parabola, passano di sopra al romitaggio, e la collina
su cui sorge la chiesa, trovandosi separata da una profonda gola del
Vesuvio, è protetta contro i torrenti di lava. Inoltre, una lastra nera,
con caratteri gialli di ottone, ci fece conoscere che l'edificio era
assicurato contro l'incendio, da una compagnia di Magdenburgo. Noi
certamente non ci aspettavamo di trovare questo semplice ricordo della
patria lontana alle falde del Vesuvio.
Negli ultimi anni abitava un romito presso la chiesetta di S. Salvatore;
ma il parroco di Resina lo allontanò da quel posto che dava un certo
reddito, ed ora sale egli stesso, di quando in quando, a celebrarvi la
santa messa e a trattare gli ospiti, che gli capitano, con eccellente
_lacrima Christi_. Il piccolo villaggio si compone di alcuni coloni, i
quali si sono stabiliti ai piedi del monte, di impiegati
dell'Osservatorio e di una stazione di carabinieri. Nel giorno della
Pentecoste vi si celebra una festa, ed allora vengono dalle città vicine
forse undicimila persone, le quali si recano devotamente in processione
dalla chiesa di S. Salvatore fino alla Croce ai piedi del Vesuvio, per
scongiurare con le loro preghiere il terribile flagello; Ora il vulcano
tace, dal 1850, ed anche in quell'ultima eruzione non produsse gravi
danni; il torrente di lava, di discreta ampiezza, prese la direzione di
Ottaiano, devastò i giardini del principe di quel nome, e rovinò il
convento di S. Teresa ed alcune case.[3]
Dopo una buona refezione presso il parroco don Michele, il quale ci fece
stupenda accoglienza, essendo amico di uno della nostra comitiva,
salimmo a Resina sul fiume di lava, che, con il suo nero aspetto,
produce una malinconica impressione. Anche qui si può ammirare di quanto
sia capace l'industria umana, imperocchè, non appena la lava è
raffreddata, si cerca di trarne partito. Avevo già veduto
nell'Osservatorio certe grotte bizzarre e chiusure di giardino lavorate
artisticamente in lava, e nel romitaggio avevamo preso il caffè sopra un
tavolo di lava stupendamente lavorato. Con questa si formano pure busti;
ed a Catania, rimasi sorpreso nel vedere la varietà e la bellezza di
tinte della lava dell'Etna, ed ebbi campo di osservare e riconoscere
quanto bella diventi dopo la politura.
Scendemmo da Resina; ivi il torrente di lava disseccata era
fiancheggiato da vigne stupende, ed a contatto della stessa lava, quasi
nelle ceneri, vegetavano belle piante di melagrani, con i loro fiori
purpurei che sembravano di fuoco.
Fummo talmente soddisfatti della nostra bella gita, che ci decidemmo
farne presto un'altra. Dopo pochi giorni muovemmo, difatti, in carrozza,
per il monte della Maddalena, verso il Vesuvio.
Era nostra intenzione di contemplarlo, questa volta, dal lato opposto, e
prendemmo perciò la direzione del fiume di lava del 1850, il quale si
stende sopra Boscotrecase e Boscoreale. Osservai allora per la prima
volta questi strani villaggi, collocati nel punto più pericoloso del
Vesuvio. La loro posizione, in mezzo alla ricca vegetazione del suolo,
composto tutto di detriti vulcanici, è amenissima quanto quella dei
villaggi che sorgono alle falde dell'Etna, con la differenza che hanno
un carattere tutto orientale più ancora di quelli. Le case piccole e a
volta come quelle dell'isola di Capri e gli stessi campanili delle
chiese sono costruiti di lava bruna. La popolazione è rozza, timida,
povera; non sono riuscito a vedere una bella fisionomia. Eravamo scesi
in una bettola a Boscoreale, per proseguire di là il nostro cammino sui
campi di lava. Domandammo inutilmente delle frutta, ed il nostro
desiderio di averne fu accresciuto dall'impossibilità di trovarne,
quando, ad un tratto, vedemmo, presso la nostra tavola, un cavallo che
si stava mangiando tranquillamente un secchio pieno di carrubbe.
Accadde allora una scena gustosa, imperocchè ci precipitammo tutti al
secchio per disputare al cavallo quel cibo saporito e fu in
quest'occasione che seppi per la prima volta che a Napoli si nutrivano
di carrubbe i cavalli.
Visitammo il fiume di lava, a cui le vigne sono tanto vicine e a
contatto di queste vedemmo annosi olmi, da cui pendono ghirlande di
tralci, e quell'allegro aspetto di vita, presso tanto spettacolo di
desolazione, mi parve pieno di contrasto. Vidi pure gli avanzi del
palazzo del duca Miranda e le ruine di altre abitazioni distrutte dalla
lava. Anche da questa parte il cono del monte produce uno splendido
effetto.
Mi trovavo abbastanza inoltrato nei misteri del vulcano per visitare il
suo cratere. Avevo udito ripetere, le mille volte, che l'ascensione del
Vesuvio fosse molto più faticosa di quella dell'Etna, ma dopo aver fatto
anche quest'ultima, posso assicurare che arrampicarsi sul Vesuvio non è
che una semplice passeggiata in paragone agli sforzi che costa
l'ascensione dell'Etna, sopratutto per la grande rarefazione dell'aria,
e per le continue emanazioni di gas dal suolo caldo e oscillante. Anzi,
dopo aver camminato a lungo sui neri campi flegrei dell'Etna,
sconfinati, il Vesuvio, che pure ha distrutto popoli e città, non sembra
più che un fuoco d'artifizio, destinato a divertire i Napoletani. Non si
può negare, però, che nella sua piccolezza il cratere dia un'idea più
viva e più animata delle regioni infernali, che non il cratere
dell'Etna.
Era una bellissima notte quando scendemmo dal Vesuvio; il sole era
scomparso in mare, dietro l'isola di Ponza e, a misura che crescevano le
tenebre, Napoli e le città della pianura campana si andavano
illuminando. L'azzurra volta del cielo era rischiarata dalla cometa
annunziatrice di guerra e tutto insieme lo spettacolo, commoveva
profondamente l'animo, già impressionato dall'aspetto del vulcano.