piuttosto uno dei padri, forse un compagno di Sampiero, condotto quassù
per la medesima causa per la quale ci riparammo noi altri? L'ossa di
rado chiariscono se appartennero al carnefice o alla vittima, ma il
luogo giustifica, e la storia, che c'insegna che la tirannide, vecchia
inquilina del mondo, in Corsica poi ci avesse le sue proprietà. E posto
anco che la cosa stesse come supponete, Ferrante, dove fossimo presi
pensate voi che proponendo cotesta distinzione ai nostri giudici, ce la
menassero buona, o piuttosto varrebbe a mandarci alla mazza più presto?
— Non so se mi varrebbe, perchè non la proporrei.
— Nè io meglio di voi, ma si figura per amore di ragionamento. Il
giudice apre il libro e legge: non ammazzare! — ma tu, ripiglia, hai
ammazzato: dunque, conchiude, hai da morire. Le scuse non contano, o
poco, perchè non mancano mai a cui non ne ha, e chi ne ha, sbigottito
le tace.
— Può darsi, che così sia coll'uomo, ma con Dio non ci ha mestiere
allegare scuse; egli conosce da sè le intenzioni.
— Voi dite saviamente, ma poichè non può conoscerle altri eccetto
Dio, lasciamone a lui la conoscenza e il giudizio. Se costui fu
ladro, chi sa quale stretta lo condusse alla colpa? La rabbia della
fame, l'avarizia altrui, la pietà forse o di padre, o di figliuolo,
tutte queste cause o distinte o congiunte insieme possono disarmare
la giustizia divina; e così pure l'omicida che, o per veemenza di
passione, o per irresistibile istigazione di parenti, o per necessità
di vendicare il sangue paterno, troverà se non perdono intero, almeno
benigno riguardo. La giustizia umana procede spietata perchè cieca.
— Voi avete più parole di un leggìo; a sentirvi dovrei vestirmi di
sacco e percotermi il petto con una pietra per aver dato un calcio al
teschio di un bandito.
— Non dico questo, bensì affermo, che nei casi dubbi è prudente
astenerci dal giudizio, e nei crudeli la carità vuole che veruno
offenda senza bisogno.
— Ed io, che da ventun'anno in poi licenziati i tutori, una volta
faccio come mi piace, ed un'altra come mi pare, e a cui non garba mi
rincari il fitto.
Altobello, nato e nudrito in Corsica, sapeva che l'anima del côrso
agitata dalla passione devia dalla rettitudine nel modo stesso che
urtata la bussola, l'ago si scosta dal polo, ma come questo a mano
a mano che la vibrazione va cessando ritorna dove la natura lo tira,
così l'anima côrsa nella quiete ritrova la via della giustizia. Per
la quale cosa tu vincerai co' Côrsi, se avendo ragione, ti lascerai
pel momento vincere; la contraddizione gli aizza, e quando il sangue
bolle, la superbia partorisce sofismi sopra sofismi, e villanie, e
non sopportabili ingiurie. Anche gli antichi loro legislatori ebbero
a considerare la triste conseguenza dei mali generati, da questo
perfidiare, epperò lo puniscono con gravi pene. Gli uomini educati per
ordinario appaiono guariti da tale difetto; i meccanici un po' meno, le
donne punto, e credo ormai che si giudichi infermità disperata.
[Illustrazione: ... e le direte che ho pensato alla sua
angoscia, e ne rimasi impietosita... (_pag. 361_)]
Pertanto l'Alando, messe da parte ogni altro rimbecco, lasciò solo
Ferrante con la sua coscienza, la quale non andò guari a bisbigliargli
dentro: tu hai torto. Ed egli, a lode del vero, non lasciò dirselo due
volte, ma subito dopo si levò in piedi, scese, si erpicò, e tanto mise
in opera le mani e i piedi che, ricuperato il teschio, se lo recò sul
braccio coll'atto amoroso di madre che porta il suo figliolo: depostolo
poi sur un masso gli si genuflesse davanti, e favellò agitato:
— E tu prima di me, come me e forse più di me, conoscesti le ore nere
del bandito, però perdona com'io ti avrei perdonato. — Quindi giunte le
mani, declinato il capo e chiusi gli occhi, recitò molto devotamente un
_de profundis_ per l'anima del bandito.
Altobello, scosso l'amico suo per una spalla, gli disse:
— Ferrante, io non istarò a cercare adesso quale delle due misericordie
meriti il primato, se quella dei morti ovvero quella dei vivi; certo è
però che l'una senza l'altra non regge: andiamo pertanto a riscattare
dallo abbattimento i nostri amici, affinchè se abbiamo a morire,
moriamo come uomini non come lumache.
E come dissero fecero, traendo per forza all'aria aperta Ugo, Romano
e Rutilio; sopra i quali come già su loro, operò il refrigerio del
moto, del vivido aere e del freddo lavacro. Essendosi intanto fatto
sentire il bisogno del cibo, Altobello si offerse andarlo a cercare
nella grotta abbandonata, però che avessero di comune accordo statuito
abbandonarla come stanza maluriosa: colà si accorse di cosa a cui non
aveva posto mente egli nè i compagni suoi, avanzare tanto di cibo
quanto appena bastava a un solo. Lo prese, e messolo davanti agli
amici, non tacque che era l'ultimo, se Dio non provvedeva.
— E Dio provvederà, risposero, o col mandarcene, o col togliercene il
bisogno.
Un'agitazione insolita adesso s'impadroniva di cotesti mal capitati,
la quale doveva attribuirsi meno alla inquietudine della mancata
vettovaglia, che al mutamento del tempo. Infatti la stagione acerba,
e tirata dalla rigida tramontana, cedeva davanti allo scirocco, che
si avanzava baldanzoso come insegna di esercito sicuro di vincere, e
nuvole dietro nuvole affrettavansi appunto pari a legioni accorrenti
sul campo di battaglia; ancora il rombo incessante del tuono in
lontananza pareva lo strepito delle artiglierie: sul declinare del
giorno il cielo si oscurò affatto; allora ogni oggetto prese secondo
la sua natura a manifestare lo sgomento per la vicina tempesta; tutte
le cose mandavano suono, e tutto suono era rammarichìo. Altobello
uscì con Ferrante dalla nuova grotta benedicendo Dio nelle glorie
della procella, però che anch'essa, anzi ella principalmente, valesse
a sollevare la sua anima e a indurla alla dimenticanza delle miserie
presenti; rannicchiati nel breve resedio, di faccia al luogo dove cascò
il teschio, stavano ammirando lo scompiglio degli elementi: l'emisfero
era buio come il folto della mischia, e al pari di quello terribile
d'infiniti strepiti: però di tratto in tratto quasi lo spirito del
male battesse le palpebre, scoppiava il baleno a illuminare il cielo e
la terra; nè di colore sempre uguale; all'opposto era vermiglio quasi
volesse mettere fuoco al creato o lo avesse spruzzato, di tal altro
livido quanto la faccia della viltà abbattuta ed ora per ultimo glauco
di quell'azzurro grigio che ritiene la congiuntiva dei trapassati
prima che una mano pietosa ne abbia chiuso le palpebre al sonno che
non ha risveglio. Bastava questo spettacolo per atterrire ogni più
saldo cuore, e pure si sentiva che qualche cosa di più tremendo stava
per sopraggiungere; e sopraggiunse, in tutta la sua maestà si mostrò
il Signore del bene e del male, sotto il soffio del quale le quercie
piegano quasi giunchi palustri, i monti traballano come menadi ebbre,
gli oceani spariscono via al pari delle lacrime dagli occhi dell'erede,
e i cieli si ripiegano a guisa di tenda del pellegrino del deserto,
che passata l'ora del meriggio ripiglia il cammino; il firmamento non
sostenne la sua presenza senza lacerarsi da un capo all'altro, e dal
fesso si rovesciarono giù acqua, neve e grandine mescolate insieme; la
faccia di Dio si rivelò paurosa nei fulmini, il suo potente braccio
picchiò sopra la terra come il guerriero il suo scudo di battaglia.
Orrendo a udirsi e a vedersi; ululavano i monti pari a larve dei primi
abitatori del mondo fuggite fuori delle antiche sepolture; e i grappi
della neve strappati dalla violenza del vento sembravano chiome canute,
che le dolorose svellessersi nell'impeto della disperazione, intantochè
i mille rivi ingrossati di acque erano immagine delle lacrime prorotte
da occhi che da secoli e secoli non avevano pianto.
— Lì!... lì!... gridò spaventato Altobello, abbracciando strettamente
pel collo Ferrante... l'avete visto? l'avete visto?
— Chi mai, Altobello? La fantasia vi atterisce...
— No... vi dico di no... io l'ho visto...
— Ma chi?
Che mai aveva veduto Altobello? La cara immagine materna circondata
dalle vampe del fulmine, tra le schegge della rupe percossa, che si
spandevano all'aria come falde di neve infiammata; e l'aveva vista
prima cadere in ginocchio poi rovesciarsi col capo in dietro e le
braccia aperte ad implorare dal cielo un soccorso, che non poteva
ormai più sperare dagli uomini. Il suo pensiero più veloce del baleno
avvertì, che forse l'apparizione non era di persona viva, sibbene
l'anima della madre, che, passata all'altra vita per subito infortunio,
veniva a visitarlo; poteva anche supporre che fosse errore della sua
fantasia, come poco prima aveva notato a Ferrante; ma quanto l'uomo è
corrivo ad accogliere difetto in altrui, tanto è restio a confessarlo
per sè: quindi o quella che gli compariva davanti fosse sua madre viva,
o l'anima di lei defunta, si sentì rimescolato dalle ugna dei piedi
fino alla punta dei capelli.
— Mamma! Mamma!... siete qui!
— Sono qui...
— Viva...?
— Sì, per la grazia di Dio; ma dammi aiuto... che non so se intera...
— Dove?
— Qua... per di qua... vieni diritto alla voce...
— Oh! vi ho vista... allungate la mano...
— Non ci arrivo...
— Guardate di alzarvi un po' voi... io non posso di più staccarmi dalla
roccia... l'agguanto con due dita...
— Mi proverò... ecco...
— Un altro po'... stringetemi forte con una mano... l'altra...
agguantatemi coll'altra... vi sentite bene assicurata?
— Sì...
— Dunque su?
— Su pure...
E così, come per miracolo, la fortissima madre, in mezzo alla tempesta
e ai fulmini, quasi precipitata tra i laceri di una rupe, fu messa in
salvo dal figliuolo, il quale appena fermo sul ripiano della grotta,
bagnato più di sudore, che di pioggia, cadde sfinito, non così la
madre, che a tastoni gli cercò la bocca, e accostata alle sue labbra
una fiaschetta di liquore:
— To', disse, figliuolo, ristorati, che devi averne bisogno.
Rientrati nella grotta per comune avviso deliberarono accendere il
fuoco, nella fiducia che, mentre durava la bufera, nessuno ci avrebbe
atteso; e se ci avessero atteso, se si sentivano cuore, salissero a
spegnerlo. Costà di foglie e di rami secchi non si pativa penuria.
Francesca Domenica sana e salva, eccetto qualche contusione, fe'
voto recarsi in pellegrinaggio alla Madonna della Vasina per la
grazia ricevuta, andò ad asciugarsi in una grotta, i proscritti
rimasero nell'altra, dove tanto piacere presero a vedere il fuoco
e a confortarsi le membra al benefico calore di quello, che quasi
dimenticarono lo stato in cui si trovavano ridotti.
Intanto che quei meschini si ricreano, ragguagliamo il lettore del
come la Francesca Domenica si trovasse lassù. Abbiamo detto il Governo
avere ordinato, che le sentinelle vigilassero giorno e notte intorno
alla casa Alando, non per impedire la gente a entrarci, od uscirne,
bensì per tenere di occhio alla Francesca Domenica, e spiarla sempre
in qualunque luogo ella s'incamminasse: non era per tanto difficile
accorgersi com'ella fosse segno di continua attenzione, nè per dire il
vero il Governo si curava troppo che ella ed altri se ne avvedessero,
reputandosi assodato abbastanza per dispensarsi dal dissimulare; nè
ella, come prudente, pretermise abbigliarsi con la consueta veste, e
recarsi a visitare quotidianamente la tomba: nè anco trascurava ogni dì
portarci le consuete provviste di biscotto, vino, acquavite, ed altre
cose al vivere necessarie, ma ogni dì con terrore crescente si chiariva
come tutto rimanesse intatto; segno certo, che o a Ferrante erano
chiuse le vie per passare, o qualche malanno era capitato lassù. Simile
dubbio diventò ansia, subito dopo, angoscia, indi a un'ora agonia, ed
ella capì che sotto cotesta doglia smaniosa non avrebbe potuto nè manco
durare due volte in ventiquattro ore.
Il giorno successivo, quando vespero declinava a sera, Francesca
Domenica insieme col Pievano di santa Devota stavano accanto al letto
di Serena. Misera lei! La sua vita, la quale aveva combattuto mirabili
lotte contro la distruzione, adesso davasi per vinta, in guisa che
il suo lento avviarsi si mutò ad un tratto in un correre verso il
sepolcro. Conforme è indole di cotesta infermità, di grado in grado
che le persone assistenti deponevano la fiducia di vederla sanata,
la speranza recingeva lei coll'iride dei suoi lieti colori; però le
parole di Serena non si versarono mai come ora gioconde circa la dolce
stagione di primavera: nè mai come ora la punse vaghezza dei lieti
raggi del sole, e dello incanto delle notti stellate: ora le tornava a
mente la famiglia dei fiori, ed ella salutavali peculiarmente a nome
quasi amici lontani; e ricordava il colle erboso, e il bosco degli
ulivi, dietro al tronco dei quali, dopo aver tirato al padre un melo
granato, si nascondeva; nè qui si restava, che crescendo la esultanza
dei presagi le fioccavano nella mente i pensieri di Altobello, della
messa nuziale, e il suono dell'organo, e la parola sacra davanti a Dio,
che unisce i due enti come un ente solo, e giorni placidi, e figliuoli
diletti, e l'addormentarsi pieni di anni nelle braccia del Signore. Le
ultime forze della vita svaporano per così dire in cotesti delirii;
infatti dopo aver vagellato un pezzo cadde rifinita in un torpore
foriero della morte. — Sogliono taluni maledire siffatto fenomeno
quasi perfida lusinga della natura, mentre altri più dirittamente
crede, che ciò non avvenga senza consiglio pietoso della Provvidenza;
ed invero nelle altre infermità, la creatura prima di morire cade
per ordinario in uno stato di stupidezza, onde senza accorgersene
penetra nel regno della morte; non così l'etico, se non fosse la tenace
speranza che gli benda l'intelletto, egli sentirebbe entrare i suoi
piedi uno dopo l'altro nella fossa, il diaccio di quella corrergli su
pei reni mentr'ei vi si adagia supino; vedrebbe cascare fino l'ultimo
atomo di arena della sua esistenza: a goccia beverebbe il calice della
distruzione. Ora questo pare troppo crudele supplizio perchè possa
patirlo Dio.
— Ella dorme, andiamo di là nell'altra stanza, Pievano, che io vi ho da
parlare, — disse Francesca Domenica, rizzatasi in piedi, dopo che curva
con la persona ebbe mirato in faccia Serena.
Quando vi furono, ella proseguiva sommesso: — Di queste due cose una
accadde di certo: o me gli hanno tutti ammazzati, o, se vivi, poco più
devono penare per morire di fame, dacchè vedete da parecchi giorni i
viveri non sono tocchi.
— Signore! Quanto mi angoscia.... Io darei una libbra di sangue per
chiarirmene, non fosse altro per metterli a modo e a verso dentro
sepoltura cristiana.
— Qui bisogna uscire d'incertezza, e voi mi dovete aiutare.
— Gesù! E come vi entro io povero prete?
— Oh! non avete detto poco anzi che avreste dato una libbra di sangue?
— L'ho detto, e lo mantengo.
— Ebbene io non vi chiedo tanto; per un giorno o due imprestatemi le
vostre vesti.
— E a qual fine, signora Francesca Domenica?
— Per travestirmi, e tentare se possa giungere in questo arnese fin
lassù; guardando tra i vetri mi sono accorta che a voi non tengono
dietro; però, quante volte io riesca senza sospetto a uscire allo
aperto, collo aiuto di Dio spero arrivare a salvamento.
— Ma che vi pare? Gli abiti di un sacerdote addosso ad una donna!
— Per avventura, signor Pievano, temereste voi, che vi venissero
contaminati da me?
— Ohibò! Una donna pia e timorata di Dio come siete voi non può che
edificare così gli uomini come le cose... e nondimanco vorrei mi
capiste, gli abiti sacerdotali se non si hanno a considerare sacri,
religiosi per lo meno sono.
— E fossero sacri, che monta? Era pur sacra la veste di Cristo, nè egli
si scandalizzò quando i soldati se la divisero, e la giocarono a dadi;
immaginate se volesse corrucciarsi con voi per averla prestata ad una
povera madre, affinchè ella possa sovvenire il suo figliuolo prossimo
a perire di fame; e, posto ancora che un po' di peccatuzzo ci cadesse,
reputate voi, che non sia capace a farvelo rimettere Maria Santissima,
madre anch'essa piena di dolori?
Il Pievano mosse due volte o tre le labbra come per replicare, ma
poi non trovò argomento migliore di quello di levarsi la callotta, e
grattarsi la testa, sicchè la Francesca Domenica ripigliò:
— Capisco, che pericolo voi lo correte...
— Francesca Domenica, avvertite che io non vi ho parlato di pericolo...
— Ma forse ci avete pensato.
— No, sul carattere di sacerdote.
— Allora io ci ho pensato per voi; io mi taglierò i capelli come voi a
zazzera, canuti gli abbiamo ambedue, per istatura siamo pari o la batte
lì, nè credo vorranno badare tanto al minuto, e poi fo conto uscirmene
a buio fitto, me ne andrò alla Canonica per avvisare il Cappellano,
affinchè, se qualcuno andasse, o mandasse per voi, gli dica, che vi
trovate impedito: io m'industrierò scivolare tra le ascolte; caso
mai m'imbattessi in qualcheduno, e m'interrogasse, dirò, che vado per
soccorrere infermi ridotti _in extremis_; voi vi rimarrete qui, finchè
io non torni, a custodire la inferma.
Per tacito consenso Francesco Domenica non toccò, e il buon Pievano
non la interrogò sul tasto ugualmente probabile di rimanere arrestata:
però il Pievano vide un altro ostacolo sul quale non potè dispensarsi
di parlare:
— E... signora Francesca Domenica, se vi pigliate le mie vesti, almeno
le più necessarie... da quella donna previdente che siete, avete
pensato come resto... questo discorso, capite, ve l'ho dovuto fare
_honestatis causa_...
— Dite santamente; non ci aveva pensato, ma ci si rimedia presto... vi
metterete gli abiti di Altobello.
— Ma signora... che vi pare alla mia età, e col mio carattere,
vestirmi da soldato! Se (e Dio non lo voglia) se accadesse di dovere
amministrare i sacramenti alla signora Serena... come potrei comparirle
dinanzi vestito da capitano di fanteria con Gesù Cristo in mano?
— Dite santamente: venite meco, che vi darò la veste da camera del mio
defunto marito, che di colore oscuro vi si adatta benissimo.
A questo modo usciva, non già inosservata, ma non curata la valorosa
donna; ella compì per appuntino quanto aveva detto: lungo la strada
sovente ebbe a rifare i passi o per iscansare scorrerie, o perchè non
vollero lasciarla ire innanzi; cento volte stette ad un pelo di essere
scoperta, e cento fu per iscoprirsi ella stessa. — Per ultimo, ella
disse, arrivai sul fare della notte su l'orlo estremo del bosco, dove
mi introdussi in casa di Orsone dopo essermi bene chiarita che l'era
vuota; qui deposi le vesti del Pievano, e il carico; grama cosa in
verità, pure tanta, che a voi parchissimi basterà finchè non verranno
a levarvi di quassù: poi con quel poco di biscotto e con la fiasca
dell'acquavite ho ripreso subito la via fra le roccie.
— Ma che? sul far della notte la tempesta non era anche scoppiata
chinamonte?[56] domandò Altobello.
— E come!
— E perchè siete partita prima che smettesse; o almanco rallentasse?
— E perchè sarei rimasta? Ogni passo che mi accosto è un dolore
abbreviato al mio figliuolo e ai suoi compagni, diceva io, ed anco
mi parve, che non avrei mai potuto desiderare migliore occasione per
giungere fin qua senza intoppo come la procella.
— E il ponte come passaste voi?
— Al chiarore dei lampi.
— Dio santo! a pensarci mi piglia il ribrezzo...
— Io non mi sono mai sentita tanto sicura, perchè mi affidavano la
fiducia in Dio, e l'amore di madre...
— O mamma! esclamò Altobello gittandoselo nelle braccia, intantochè gli
altri presi da uguale meraviglia dicevano:
— Qual donna!
Francesca Domenica, a cui non garbava lasciarsi troppo in balìa delle
commozioni, di un tratto con certa sua festività soggiunse:
— E come vedete mi condussero a salvamento, tranne quel po' di fulmine,
che veramente mi ha intronata tutta; ma salvo qualche ammaccatura non
ci ha nulla di guasto.
— Ora, figliuoli miei, ascoltatemi bene, che mi sento stanca e intendo
andarmi a riposare per essere in piedi prima del dì, onde potrebbe
darsi, ch'io partissi senza rivedervi. Ferrante, voi andrete, quando
vi parrà il destro, a prendere le vettovaglie al solito ripostiglio;
voi altri aspettate un mio avviso; qui non vi ci potete più fermare,
perchè tra giorni si squaglierà la neve, e si spingeranno a cercarvi
fin quassù; io ho mandato per Orsone e con lui concerteremo la maniera
della fuga o ad uno per volta, o tutti assieme. Il modo non mi è chiaro
ancora; pensateci anco voi altri; se non potessi venire io, manderò
persona fidata. Su, figliuoli, state di buon animo; rammentatevi, che
il diavolo non è brutto come si dipinge, e sperate nello aiuto di Dio,
ed anco un po' in quello degli uomini, perchè qualche cuore veramente
côrso non ha cessato di palpitare, e già qualcheduno mi si è profferto,
non curando il pericolo, di ospitarvi.
Altobello, accompagnando la madre nella grotta dov'ella aveva da
passare la notte, la venìa interrogando sopra la salute di Serena,
e la madre, per non isconfortarlo troppo come per non dargli troppa
speranza, gli diceva: non esserci di peggio, di questo stesse sicuro,
non avrebbe omesso cura, affinchè la povera figliuola si rimettesse in
sesto; poi per tagliar corto ripetè sentirsi stracca morta, ed in vero
era così, per la qual cosa Altobello la lasciò quieta.
Alla dimane, prima che spuntasse l'alba, Francesca Domenica sorse dal
suo letto di foglie di castagno, e messo appena il piede fuori della
grotta, incontrò Altobello e Ferrante: con esso loro senz'altre parole
prese a calarsi giù di greppo in greppo. Mentre andavano, spuntò
l'aurora vermiglia e lieta, comecchè stillante umidità; così forse,
avrebbe immaginato un poeta. Diana sorpresa da Atteone, sorse dipinta
in volto coi colori della vergogna dai lavacri di Gargazia. Al ponte
periglioso si separarono così ordinando Francesca Domenica, la quale,
ripreso il suo travestimento, dopo miracoli di sagacia, potè ridursi
alle sue case del procoio di Santa Colomba.
Tre giorni erano passati dopo l'ultima partenza di Francesca Domenica,
e già la ruggine del tedio ripigliava a esercitare la sua virtù su le
anime dei nostri proscritti, i quali di rado si cambiavano parole,
e comecchè l'uno potesse appartarsi dall'altro, pure si sfuggivano:
al quarto verso mezzogiorno, Ferrante e Altobello, tenendo entrambi
gli occhi rivolti al medesimo punto, videro moversi qualche cosa pel
dirotto calle, che menava alle caverne, ed agguardando meglio conobbero
essere un fanciullo, che con lena affannata si affaticava di pervenire
in cima alla rupe, Ferrante si levò ritto inarcando il moschetto
contro il mal capitato, e da lontano gridò: si fermasse, dicesse chi
fosse, ed a che venisse. Il garzone come impedito dall'ansia mostrava,
agitandola, una carta, e a posta sua urlava: Altobello! Altobello!
Fu convenuto lasciarlo accostare, e il giovanetto venendo oltre domandò:
— Qual è di voi Altobello Alando?
— Io, rispose subito Ferrante, che volete da me?
— Ecco ho da consegnarvi questa lettera per parte della vostra signora
madre: intantochè la leggete io mi riposerò.
Aperta la lettera, Altobello e Ferrante lessero:
«Caro figliuolo.
«Se dubitassi del tuo coraggio ti farei torto, ma non t'ingiurio se
ti raccomando raccogliere tutto il tuo coraggio intorno al cuore.
Ora bisogna, che tu sappia come Serena la tua sposa della quale a
fine di bene io ti dissimulava il vero stato, si trovi in procinto
di morte. I medici appena le danno due giorni di vita. Quale sia la
nostra desolazione non istò a dirti, massime, che la meschina non
trova pace, e smania, e dice, che morirà disperata se prima non ti
vede per darti l'ultimo addio, molto più che le si è fitto in mente una
fisima da inferma per cui pensa, che i suoi sponsali teco senza prete
nè benedizione della Chiesa, non sieno senza peccato; epperò vorrebbe
sposarti co' riti della nostra santa religione, magari in _articulo
mortis_ Io le ho promesso scriverti, e mantengo la parola, però nel
medesimo punto non ti conforto a venire, nè te lo dissuado; come madre
io avrei caro tu ti restassi, pure mi rimetto in te. Lo zitello, che ti
porta questa lettera è nipote del Pievano di Santa Divota, mi sembra
svelto, ed anco lo zio me lo afferma maliziato più di una squadra
di sbirri; però servizievole: se ti parrà giovartene, fallo senza
rispetti, che ciò a lui piacerà, ed altresì allo zio. Addio; ti lascio
con la mia benedizione.»
Finita la lettura, Ferrante aggrondato interrogò il garzone.
— Chi ti ha dato la lettera?
— La signora Francesca Domenica.
— Chi l'ha scritta?
— Lo zio.
— Quale zio?
— Tè! Lo zio Venanzio Pievano di santa Divota a requisizione della
signora Francesca Domenica.