vita dalla tagliuola; le acque compresse si avventavano contro la rupe
con rabbia impotente, pari alla vipera dardeggiante la lingua contro
il villano, che gli spezzò i reni; quantunque di mole più angusta non
era questo spettacolo meno tetro di quello notato da Altobello; così
l'Averno antico traversavano parecchi fiumi nella difformità loro tutti
ugualmente terribili.
E pure l'uomo perseguitato dall'uomo aveva conteso quei luoghi agli
uccelli rapaci, imperciocchè oltre il sentiero scalpellato su la
parete della rupe apparisse un nuovo segno della presenza di lui in
due tronchi di albero gittati sopra le mensole che abbiamo descritto,
e stretti insieme con corde di spartea. Da quanti anni durava costà
codesto ponte? Erano fradici i legni e tuttavia capaci di sostenere
il peso di un corpo umano? Cotesta spartea che pure pendeva giù
sfilacciata avrebbe bastato a tenerli uniti? Chi lo sapeva? Chi poteva
saperlo? Una cosa era certa, che verun ponte del mondo somigliò tanto
quello che Maometto immaginò attraversare l'inferno. Ben è vero, che
Maometto sotto l'Al-sirat mette fuoco, e qui rovina l'acqua, ma di
qualunque caschi di sotto a quello od a questo, la perdizione sarà del
pari sicura.
Occorrono casi nella vita, intorno ai quali se tu, sebbene animoso,
pensi più di una volta, rifuggi sbigottito: il passo di questo ponte
poni addirittura tra quelli, e Ferrante non avrebbe mai pensato a
traversarlo se non ci si fosse trovato sopra senza sapere come: appena
giunto in cima dall'altra parte, provò rimorso della sua audacia,
immaginò l'affanno della povera madre rimasta su l'altra sponda senza
potere a posta sua varcare, sentì quale cuore in codesto punto doveva
essere il suo nel sospettarsi abbandonata; e allora si volse d'impeto
per gridare alla madre stesse sicura, ch'egli lo ripassava subito per
andare fino a lei; ma con meraviglia pari allo spavento egli la vide
pallida e sicura venuta fin'oltre a mezzo del ponte. Egli non ardì
dirgli una voce di conforto, non mormorare una preghiera per lei; le
facoltà della sua vita rimasero sospese; si peritò perfino a porgerle
la mano per aiutarla. Ella pose il piede dall'altra parte senza dare
a conoscere paura del passato pericolo, o allegrezza di averlo vinto;
solo a Ferrante, che s'inchinò dinanzi a lei per baciarle l'orlo della
veste, ella sollevandolo disse:
— Voglio vedere mio figlio.
La via dall'altra parte, tenuto di conto delle asperità incontrate fin
ora, poteva dirsi agevole, non perchè piana, ma perchè gli scalini i
quali tornavano a salire erano scavati con abbastanza larghezza; mentre
ascendevano notarono parecchie grotte, che avevano aspetto di più
comode delle altre fin lì abitate dai proscritti, e talune apparivano
difese da un po' di muro e da un assito a mo' d'imposta per ripararle
dal vento, adesso logore per vetustà. Di sopra le grotte tornarono i
mali passi, ma nel presagio che fossero gli ultimi, si fecero cuore; di
vero questa volta la speranza non li deluse, e dopo averci adoperato un
po' le mani ed i piedi, si trovarono su la spianata in cima al monte.
I proscritti voltavano tutti le spalle dalla parte dove sboccava la via
consueta, e là intenti miravano, sia che fosse giunto fin lassù qualche
insolito rumore, sia che si struggessero nella impazienza di vedere
arrivare Ferrante: erano tutti a un dipresso della stessa statura, le
vesti o piuttosto gli stracci in tutti pari, e pure Francesca Domenica
non isbagliò a riconoscere il figliuolo suo. Non lo chiamò perchè il
tremendo anelito non concedeva l'adito alla parola, ma egli la sentì,
però che ei volgesse come presago, e per ben due volte con suono di
voce, che non può ridirsi, esclamò:
— Mamma! mamma!
Mamma, e non madre, chiamano i Côrsi, dacchè come per proverbio
ripetono spesso gentilmente, che _per dì mamma s'impiccicanu e labre
duie volte_, cioè _si baciano due volte le labbra_. Coteste due
povere creature si abbracciarono, si strinsero, la bocca incollarono
sulla bocca, un medesimo alito fatto di due fiati respirarono;
pareva volessero confondersi co' corpi come con la respirazione; non
parlarono, o piuttosto si parlarono coi palpiti, cuore sovrapponendo
a cuore; e certo troppe più cose, e troppo meglio si dissero con un
palpito solo che con la favella. Il corpo è carcere così dell'anima
come della intelligenza; e il pensiero schiavo della materia non può
riscattarsi dall'avaro carceriere se non gli lascia in mano massima
parte del tesoro dei suoi concetti.
Che cosa è mai il tempo per coloro, che lo vorrebbero spento? E questi
sono di due maniere enti; o i troppo felici o i troppo miseri; ai
primi qualunque durata pare meno di un baleno, ai secondi rincrescono
i minuti come la eternità; Altobello e Francesca Domenica per doppia
cagione potevano avere smarrito la misura, ma in quel momento si
sentivano felici. Ferrante fu quegli che, osservando declinare
il giorno, si attentò mettersi fra mezzo a quei santi affetti, e
ricondurre le anime immemori ai tristissimi uffici della vita, e:
— Signora, diceva, la luce presto vien meno sul fianco orientale della
montagna, e voi correte risico di restare quassù.
Francesca Domenica di tanto non potè tenersi, che non facesse
spalluccie. Altobello, il quale conobbe tosto quella non essere la via
per venire a conclusione con sua madre, soggiunse:
— Mamma, osservate, che voi siete l'unico legame, che ci unisca al
mondo; se voi aveste a restare chiusa qui con noi, voi perdereste
la vita, e questo non vi importerebbe gran fatto, ma con la vostra
perdereste anco quella di questi valorosi giovani... ed anco la mia.
— Tu parli da quel savio figliuolo che fosti sempre, Altobello;
affrettiamoci, via; accompagnami fin qua oltre che la via non è troppo
dirotta, e ragioneremo scendendo.
Fu allora, che Altobello pose mente al nuovo sentiero donde erano
venuti la madre e Ferrante, e maravigliando interrogò perchè avessero
tenuto cotesta inusitata via per salire, e perchè trascurassero la
vecchia per discendere: saputane la cagione, osservò non parergli cosa
da farne caso, anzi ci spese sopra un motteggio, o due; e tuttociò per
non apportare giunta di angoscia alla madre, mentre in fondo dell'animo
vedeva con terrore stringersi il cerchio come quello in cui viene
preso lo scorpione, al quale non avanza altro scampo che uccidersi
per non restare ucciso. La madre interrogata da lui intorno a Serena,
e che facesse, e come si portasse, e se la infermità le dava tregua,
a sua posta con pietosa menzogna lo accertava non andare di peggio,
correre per le malattie di petto la stagione, oltre l'usato rigida,
veramente dannosa, pure aversi a sperare che presto rimetterebbe della
sua asprezza; certo la povera Serena al primo alito di primavera si
sentirebbe ricreata; intanto ella pensare sempre a lui; da mattina
a sera non rifinire mai raccommandarlo alla beata Vergine, a Dio e
a tutti i suoi Santi; ed anco a raccomandarsi a lui affinchè non si
cimentasse senza necessità; per ora stesse quieto; quando finirebbero
mai cotanti affanni? E ancora io, ti supplico come sorella in Gesù
Cristo, e come madre ti comando a non esporti. A questo pensa, che
tu ti metterai a pericolo di vita forse una volta in capo al mese
e noi ti ci tremiamo dieci volte all'ora; pensa che nell'ardore del
combattimento tu non puoi e tu non devi ricordarti di noi, ma noi non
cessiamo un minuto di averti dinanzi gli occhi.
Così di parole in parole scesero su la parte avanzata, che faceva
risega alla montagna dove stavano appoggiate le teste degli arbori.
Altobello non s'immaginando nè pure per ombra che sua madre avesse
quinci a passare, esplorava attorno come procedesse la via: quando
seppe non presentarsene altra eccetto quella del fiero ponte si volse
alla madre per impedirle con preghiera il passo, ed esperto della
ferrea volontà della madre sua, disposto ad usarci anco la forza; ma
non fu a tempo perchè Francesca Domenica già ci avea messo sopra il
piede; allora egli si chiuse gli occhi per non vedere; quando gli
riaperse avvisò la madre in salvo dall'altro lato che gli mandava
saluti col cenno della mano; subito dopo disparve nelle ombre del
crepuscolo che moriva.
I proscritti tornavano taciturni alla grotta; tanto gustarono di cibo
e bevvero vino, quanto bastava a mantenerli in vita; quasi per tacito
accordo cotesta sera non alterarono ragionamenti; mesti, scorati
giacquero su la massa di foglie, che serviva loro di letto, e come
poterono meglio si schermirono dal freddo con le pelli di capra;
fingevano dormire, ma la vigilia dell'uno si palesava all'altro col
frequente crosciare delle foglie peste dallo spesso dare di volte
sull'uno e l'altro fianco ch'essi facevano, con gli sbadigli convulsi,
ed anco con qualche gemito comecchè soffocato.
Alla dimani poi seduti sopra i loro giacigli tennero parlamento;
molti e varii i pareri e concludenti poco come accade nelle estreme
angustie; piacque su le altre la opinione di Ugo della Croce, la quale
fu, non aversi punto a credere che la guardia della costiera dovesse
durare; cotesta essere una scorriera passeggera del provinciale, se
già a quell'ora non era cessata; parergli impossibile che i soldati
lungamente si trattenessero costà, massime nella perversa stagione,
molto meno volessero stanziarvisi, privi di asilo per ripararsi
dalle intemperie; e questa opinione piacque non mica perchè fosse
più giudiziosa delle altre che furono emesse, ma perchè meglio delle
altre garbava, chè l'uomo comunque sagace è fatto così, e di colta
crede sempre a tutto ciò, che più lo lusinga, o che l'offende meno.
Così anco in mezzo alla procella un raggio di sole trova la via tra
nuvolo e nuvolo per dare agli uomini speranza, che cotesto scompiglio
della natura cesserà presto; ma come quel raggio in breve si dilegua
così disparve da cotesti cuori la fiducia ricadendo nel buio della
disperazione. Tuttavolta statuirono che Ugo sarebbe andato a specolare
se il suo presagio rispondeva al vero, e Ferrante per la nuova
strada a vedere se da cotesta parte fosse rimasto sgombro il passo.
Ugo tornò fedele come la colomba dell'arca, ma non portava come lei
fronda di olivo; contro la sua previsione i soldati del provinciale
avevano preso stanza a piè della salita, e fabbricataci una capanna
per dimorarci la notte. Ferrante venne più tardi, ma non recò migliori
novelle; egli si era arrisicato fino alle case dei montanari, e mentre
si avvisava penetrare dentro la più appariscente, averla con somma
meraviglia rinvenuta aperta cioè senza traverso alla porta, perchè su
i monti le case non abbisognavano a quei tempi serrame più solido di
un segno qualunque, che attestasse la volontà del padrone, che nessuno
s'introducesse in casa sua; non dimanco entrato egli scorse un uomo in
atto di rovistare: temendo di essere scoperto, senza punto pensarci si
trovò ad avere inarcato il moschetto pigliando di mira il malcapitato
montanaro: quegli però non mostrando cenno alcuno di viltà avergli
detto: — giovane, non fa caso, alzate su lo schioppo che io non fui mai
traditore, nè incomincierò adesso. Alla voce sicura, alla sembianza
onesta essersi arreso, e quegli, cavato di seno l'_abitino_ della
Madonna, averlo scucito e trattone fuori una cartuccia gliela porse
dicendo «Sapete leggere?» ed egli lesse così: «Noi Pasquale Paoli,
generale del regno di Corsica, facciamo fede come Asone di Tavera
meriti la riconoscenza della Patria e la riverenza di tutti i buoni
patriotti; nelle condizioni in cui ci versiamo non ci è dato, oltre
questa, largirgli altra ricompensa: ella basterà al suo cuore generoso,
non basta all'obbligo mio e alla gratitudine dei suoi concittadini.
Vivario, 10 giugno 1769. Pasquale Paoli.» Dopo ciò, deposto ogni
ritegno Ferrante avergli aperto lo stato suo e dei compagni, e quegli
così averlo ammonito: — figliuolo mio, la è una matassa arruffata;
credete, il meglio sarebbe seguitare il consiglio della signora Alando,
recarvi a San Bonifazio cogliendo il tempo opportuno, e ripararvi in
Sardegna; ma, poichè mi dite questo esservi tolto dalla religione del
giuramento, io vo' che sappiate aspettarvi sicurissima prigionia e
morte, se mai vi attentaste avventurarvi verso Corte: piena dei soldati
del provinciale la campagna; veruna capanna, verun casolare senza
micheletti o spie: ogni viandante sottoposto a sottili indagini; a lui
pastore, tornato a casa a pigliare certo danaro sepolto per comperare
bestiame, che, stante la rea stagione, molti del piano gli offerivano
a grato prezzo, non essere stato concesso arrivare fin là senza
passaporto e mallevaria di due notabili bastiesi, senza andare soggetto
a quattro visite lungo il cammino. Ferrante allora, interrogato Asone
se, tornando in Casinca, piglierebbe per Corte, e quegli rispostogli di
sì, averlo pregato di porgere avviso di tutto l'accaduto alla signora
Alando, e quegli avergli promesso; di più sarebbe andato in cerca per
quei luoghi di castagne, e, se gli venisse fatto raccoglierne, le avria
portate in casa, dove Ferrante a bello agio poteva andarle a trovare.
Asone mantenne la promessa, portò circa un sacco di castagne in casa
sua, e passando da Corte, tentò fare l'ambasciata alla signora Alando;
visitarla non gli pareva ben fatto, e poi non gli sarebbe ad ogni modo
riuscito; allora prese lingua del confessore della Francesca Domenica,
e, conducendosi da quello, sotto pretesto di confessione lo supplicò
ragguagliasse la signora Alando di quanto concerneva il suo figliuolo:
poi l'uomo dabbene andò pei fatti suoi, ed il Pievano adempì anch'egli
il carico preso.
La ragione, per la quale il pastore da Tavera non si era attentato
visitare la madre di Altobello, fu questa, che il governo ormai deciso
di sterminare il seme dei banditi, ordinò si sostenessero i parenti
più prossimi di quelli, e ai più lontani, come pure gli amici, si
minacciassero asprissime pene, caso mai ardissero provvederli di
vettovaglia; sperando in questa maniera gli avrebbe spenti la fame.
Francesca Domenica, compassionando altrui, sè confidava immune da
cotesto bando, ma non accadde così, imperciocchè, o cominciasse a
sospettarsi la verità della morte del suo figliuolo, o quale altra ne
fosse la causa, comecchè ritenerla prigioniera non si attentassero,
pure le misero sentinella alla porta, con ordine di vigilarla dovunque
avesse indirizzato il passo, e pigliare nota di quanti la visitassero;
onde, se togli il pievano e il dottore, gli altri tutti, per paura di
perdere, o di non acquistare, si rimasero da frequentarla.
Dopo la partenza di Francesca Domenica, una maniera di smania febbrile
invase i nostri proscritti, e li condusse a rifrugare tutte le latebre
della costiera per vedere se, oltre le due conosciute, offerisse
qualche altra via di scampo; ci si affaticarono attorno per più di un
dì, aggrappandosi ai rocchi con le mani, ovvero calandosi agguantati a
qualche fune, e sempre invano, perchè di botto si parava loro davanti
uno scoscio formidabile tagliato a perpendicolo, dove le corde non
bastavano, ovvero una seguenza di scogli appuntati e taglienti, dove
avrebbero lasciato a frusto a frusto la carne e le ossa senza venirne
in fondo. Allora, cadendo la febbre, prese a impossessarsi di quei
meschini una tristezza grave, infinita, che in breve doveva condurli ad
amare la morte come l'amica più fedele della loro vita.
Primo a cascare sotto il peso del tedio fu Rutilio Serpentini, che
ricercato il giorno appresso a levarsi dal suo giaciglio di foglie di
castagno, rispose:
— Non mi annoiate, mi sento le membra e l'anima stanche.
Coteste parole erano profferite con voce pacata, e pure contenevano in
sè tanta preghiera e sconforto e minaccia, che i compagni ne rimasero
scossi; e lasciaronlo stare; ciò poi accadeva perchè con echi simili
tutto il loro ente ripeteva cotesto grido. Uscirono i quattro più
perseveranti e spesero il giorno come gli altri; la notte passarono
vigili e non pertanto silenziosi: quando un poco di raggio si fu messo,
non senza sforzo, sorto in piedi Altobello, disse agli altri:
— Andiamo.
Ferrante, appuntellandosi sul gomito ed aiutandosi con le mani, giunse
a mettersi diritto, non così gli altri tre, e Ugo della Croce ponendosi
ambedue le mani sotto il capo, e le gambe tenendo rannicchiate una
soprammessa all'altra, sbarrata la bocca a lungo sbadiglio, disse:
— Io vo' dormire.
Romano da Colle, scosso più volte, non rispose nè meno.
Come il vento trasporta i semi da una pianta all'altra, così la inerzia
del Serpentini durante la notte si era appiccata ad Ugo della Croce
ed a Romano, nei quali avendo rinvenuto il terreno disposto vi aveva
prodotto germogli e frutti. I due rimasti si strinsero le spalle e
uscirono soli; perchè? Ritentare le cose disperate è supplizio che
si legge imposto nello inferno ai perduti; si consigliarono pertanto
scendere il monte per la via ultima scoperta e spiare se ci fosse modo
alcuno allo scampo. Il ponte, che prima mise spavento ad Altobello,
ormai per frequenza ei non curava; quando non fosse stato così, ei si
sentiva tale da non reputare sventura precipitarsi di sotto. Pervenuti
al lembo del bosco si divisero, pigliando questi da un lato e quegli
dall'altro, dopo molto errare si riunivano, e ricalcando la sera
avviliti la strada, quasi sempre si ripetevano le medesime novelle:
avere scorto la campagna gremita di picchetti, parte fermi in case o
capanne, e parte in giro; ora si erano potuti sottrarre alle costoro
esplorazioni celati dietro il fusto di un larice girando via via che
i micheletti procedevano, ed ora rannicchiandosi dietro un sasso: tale
altra dovevano lo scampo all'essersi ficcati sotto la neve: impossibile
pertanto pareva loro scivolare da cotesta catena; si sentivano presi
non come uccelli in gabbia, bensì come belve nei parchi, e destinati a
cadere inevitabilmente sotto i colpi del carnefice: di fatti, con quale
speranza, sfuggiti dal primo picchetto, avrebbero evitato il terzo ed
il quarto? Come traversare inavvertiti tanto spazio di via? Come senza
sospetto entrare e stare nelle terre? Almeno possedessero qualche panno
da travestirsi, ci era da correre il rischio! ma non avevano altra
veste eccetto i cenci che portavano addosso, e la cappa nera, uguale a
quella che usò per lo addietro Francesca Domenica, ormai nota e presa
appunto di mira: non ci pensiamo più: abbiamo lottato quanto a forza
umana era concesso: contro il destino non vale dare il cozzo; e nè noi
sortimmo dalla natura nervi di ferro, nè Dio ci dotò della sua potenza
per poterlo vincere.
Ultimi giacquero disfatti dalla empia virtù del tedio, epperò il
tracollo di loro fu più duro di quello degli altri. Sentirono farsi
pese le membra, a fatica sollevarono le mani non altramente che se
fossero di piombo, appena le stendevano a pigliare cibo o bevanda
molestati dalla fame; e bisognava che gli stringesse suprema qualche
altra necessità perchè si movessero da giacere; l'aria stessa provavano
greve e sul petto una sbarra di ferro come anticamente ponevano in
Inghilterra su quello dei traditori. Da prima gli stimolò continuo il
bisogno di stirare le braccia, sbadigliare, allungarsi con la persona,
poi parve loro più giovevole lo starsi rannicchiati senza muoversi;
spesso gli pigliava un languore di stomaco, cui tenevano dietro due o
tre boccate di acqua; di breve i languori si mutarono in granchio, e
il vomito dell'acqua in sete; ad ora uno zufolìo increscioso fischiava
dentro le loro orecchie, e davanti agli occhi turbinavano nuvoli di
faville. Tale il corpo; la facoltà intellettiva non sonnecchiava,
bensì si struggeva in opera inane, imperciocchè la tenesse assorta
la contemplazione di un punto fosco dal quale, invece di spicciare
luce, o idea o immagine, usciva, spandendosi ed infoscandosi vie più
sempre, il buio; gli era un tormento di sepolto vivo, o di anima
condannata alla custodia del suo corpo morto: per ultimo cotesto
punto diventava doloroso quanto una capoccia di chiodo ardente ma non
infocato, e allora un gemere vario empiva cotesto luogo già miserabile
per tanta sciagura. Se il cuore in loro vivesse non si accorgevano, nè
ci badavano; forse se quelli che li cercavano a morte fossero saliti
a scovarli fin lassù, mossi dall'istinto che domina ogni animale
per la propria conservazione, si sarebbero difesi, ma per andare
ad assaltarli eglino stessi anche con la certezza di vincerli, per
certo non avrebbono fatto un passo; il più mortale nemico loro poteva
passargli da canto senza paura, perchè lo avrebbero bene agguardato
alle spalle finchè non fosse scomparso, ma veruno avrebbe posto il dito
sul grilletto per isparargli dietro lo schioppo. Foglie secche, rimaste
a mezzo dicembre su l'albero della vita.
Pure Altobello un giorno con supremo sforzo si levò su le ginocchia,
e camminando carponi fino alla bocca della caverna, si rinfrescò la
fronte inaridita con un pugno di neve; scosse potentemente le fibre
del corpo gli dettero forza a rizzarsi, appoggiandosi ai sassi, ed
a muovere due o tre passi fuori, l'aria vivida gli cagionò le solite
vertigini, sicchè per poco non ricadde a terra, pure si resse; di breve
acquistò vigore da sgranchiarsi le membra, si agitò, rifluì vivido il
sangue nelle vene, la memoria e il pensiero tornarono nella consueta
loro sede.
Qual sede e dove? Racconto storie, non detto trattati di metafisica:
però basti al lettore sapere che la memoria e il pensiero tornarono
nella sede dove, senza dubbio, stanno il pensiero e la memoria.
E con la memoria tornarono gli affetti eziandio, però che appena
Altobello ebbe, per così dire, riscattato la sua anima, si fece
indietro ed affacciandosi alla caverna esclamò:
— Chi vuol vedere il cielo? Chi lo vuol vedere?
Nessuna risposta, ed egli da capo:
— Chi vuol vedere il cielo?
— Io lo vorrei, ma non posso; rispose una voce, la quale quantunque
roca, Altobello ravvisò per quella di Ferrante; allora quegli, come
pauroso dell'influsso dell'aere maligno, entrò di corsa e preso
Ferrante sotto le ascelle lo trascinò fuori della grotta: quivi gli
stropicciò la neve in faccia, gli stirò gambe e braccia; lo sovvenne a
rizzarsi in piedi, lo sostenne ritto; però parve che Ferrante non ne
restasse gran cosa soddisfatto, dacchè guardava Altobello a squarcia
sacco, e continuava a mostrare la sembianza stravolta come uomo a forza
desto.
— Orsù, disse allora Altobello, andiamo a vedere, se gli antecessori
nostri abitassero stanze più agiate delle nostre, perchè da questa
caverna dobbiamo uscire per sempre; dal soffitto come dalle pareti
sembra che stilli malinconia.
Ferrante gli tenne dietro senza rispondere; entrarono nelle grotte, e
le rinvennero meno spaziose della loro, ma più asciutte e provviste
di qualche comodità; ne avevano visitate tre e ne avanzava due
altre: una di queste era chiusa da un assito; lo remosse Ferrante, ed
allungando il piede per penetrarci inciampò in qualche cosa che gli
dette molestia; abbassando lo sguardo vide essere un teschio umano,
con altro ossame sparso la dentro; preso da subita stizza, sferrato
un calcio lo colse in pieno scaraventandolo a capitombolare per le
roccie; il teschio rimbalzando percosse su tre o quattro punte, e con
un suono fesso parve brontolare; poi caso volle che al quarto sguizzo
la scheggia di uno scoglio gli entrasse nel pertugio sotto la mascella,
onde vi rimase ritto, e dondolando a destra e a sinistra per ultimo
si rigirò, tenendo i fori degli occhi in su quasi per mirare chi gli
avesse usato villania.
Altobello non si potea tanto reprimere, che non gli uscisse questo
rimprovero di bocca:
— Voi non avete fatto opera buona, Ferrante?
— Che pretendereste voi? Forse che ad ogni teschio di bandito io mi
cavassi la berretta e gli dicessi: eccellenza?
— I morti sono sacri.
— Non i banditi.
— E noi non siamo banditi?
— Tra bandito e bandito ci corre; costui quando visse, mise le mani
nella roba altrui per cupidità, e nel sangue per vendetta privata,
mentre noi se c'insanguinammo le nostre, e' fu per vendicare i torti
della Patria.