Chè quivi da parecchi giorni giaceva inferma Serena. Vi ricordate la

giovane baliosa, la quale si mesceva tra i combattenti e si cimentava

alle prove più perigliose? Ohimè, adesso quanto apparisce mutata da

quella! Il suo cuore come arco troppo duramente teso si ruppe. Noi

andiamo soggetti a due maniere di malattie, la prima maniera esterna

nabissa il corpo, onde l'anima è costretta a uscirne come l'inquilino

dalla casa aperta alle intemperie delle stagioni; la seconda muove

dall'anima, la quale a guisa di pugnale troppo affilato, taglia il

fodero; quelle sovente guariscono, queste non mai. Troppo cumolo di

affetti si era precipitato su di lei: la strage paterna, l'atroce

vendetta che ne seguitò, l'amore per Altobello, la sua prigionia, il

caso di Mariano, il quale tanto non si potè celare, che qualche odore

non ne arrivasse anco a lei, le acute trepidazioni per la vita che

si era condotta a menare l'uomo da lei scelto a sposo, le vicende

infortunate della guerra, la fuga del Paoli da lei riverito come

secondo padre, i mali presenti, il presagio dei futuri, tutte queste

passioni a troppo largo palpito avevano dilatato quel povero cuore,

perch'egli avesse potuto durare senza sfiancarsi. Da prima l'assalse

una quiete stanca, una mestizia assidua che la chiamavano al pianto;

ora le pareva mancarle sotto i piedi la terra ed ora un ronzìo molesto

le zufolava dentro le orecchie; di un tratto vide più soli, o il sole

spezzarsi in milioni di faville che le ferivano gli occhi; un po'

più tardi ad ogni subitaneo rumore, o di porta che sbatacchiasse, o

di masserizia che cadesse, ella rabbrividiva battendo a verga tutte

le fibre da capo a' piedi; le lacrime che avevano preso a versarsi

non piante dagli occhi suoi, e anche gli sguardi si succedevano uno

più lungamente lucido dell'altro a mo' di lampada presso a morire;

la vita le fuggiva per tutti i sensi incessante, minuta come l'arena

d'orologio a polvere: la voce sonava a mo' di strumento scordato, e il

riso appariva su le sue labbra simile alla viola tra i fiori. Durante

questo periodo della sua infermità, per attutire alquanto l'arsura

che le avvampava le viscere, ella prese a vagare per la campagna

ma i suoi piedi si voltavano sempre al camposanto dove al fianco;

del padre assassinato dormiva l'omicida; qui stava ore e ore, e per

tempo lunghissimo nel medesimo atteggiamento, sicchè di leggieri chi

passava poteva supporla una statua sepolcrale; sopra tutto le piaceva

considerare le spoglie della natura, che il verno soprastante le rapiva

pari al conquistatore entrato in paese nemico, e sembrava consolarsene;

un giorno la fermò una foglia la quale sola sul tronco si dibatteva al

soffio gelato di novembre; dopo averla fissata un pezzo la staccò, e

pian piano la depose su la terra dicendo:

— Abbi pace anco tu in compagnia delle tue sorelle già secche; che

giova contrastare al destino? Per le foglie e per gli uomini cascati

non si rinnova la primavera.

E sempre e più sempre crescendo in lei il talento delle cose lugubri,

incominciò visitare gl'infermi e ad assisterli, senonchè migliorando

essi cessava ella di andarli a trovare, tuttavia sovvenendoli con robe

o con denari; se si aggravavano non gli lasciava più giorno nè notte;

spiava i moti dell'agonia, le guise di esalare l'anima, e se la morte

fosse scienza da impararsi, certo ella non ebbe scolare più diligente

di Serena alle sue fiere lezioni. Quando il morto si trovava in là con

gli anni, ella nel chiudergli le palpebre diceva:

— Beato te! di cui gli affanni sono finiti.

E se per lo contrario giovane, rendendogli il medesimo ufficio con pari

affetto, esclamava:

— Beato te: di cui i dolori non incominciarono mai.

Quantunque il vento della fortuna avesse portato via parecchi amici

della famiglia Alando, pure la reverenza vetusta e lo amore indomabile

gliene aveva conservato qualcheduno; tra questi un vecchio dabbene,

medico del luogo, il quale aveva veduta nascere Serena, e non sapeva

darsi pace di averle a sopravvivere. Egli la visitava mattina e sera e

le ordinava posasse l'animo, non si tribolasse con pensieri funesti;

dopo il tempo cattivo venire il buono; Dio misericordioso avrebbe

sentito pietà di tutti, massime di lei innocente come Gesù, pura quanto

la Vergine Maria; con altre più cose che le anime afflitte non possono

fare e che durando sono capaci a trapanare il granito nonchè il cuore

umano; e poi la dieta di latte e i sughi di lichene e le altre cose che

le si possono fare e si fanno, ma non giovano a nulla. Nè egli punto

s'illudeva considerando alla inferma gli occhi diventare ogni giorno

più acutamente fulgidi, quasi la Provvidenza li disponesse alla dignità

delle visioni spirituali, e sul sommo delle guance infoscarsi il colore

vermiglio, ultimo addio dell'astro della vita che tramonta; per la

quale cosa ogni volta che Francesca Domenica l'accompagnava all'uscio

interrogando come l'andrebbe a finire, e se ci fosse punto di speranza,

egli sempre rispondeva:

— Mia signora, i rimedii per coteste infermità gli speziali non tengono

nei barattoli, bensì Dio nei tesori della sua misericordia; la gliela

raccomandi a Dio nelle sue orazioni, signora Francesca Domenica, chè

quella povera _tinta_ in coscienza lo merita.

— Oh! davvero; ella è una santa; e par che il cielo la richiami a casa;

ed anco voi, signor dottore, pregate per la mia cara figliuola...

— Si figuri! Ma le orazioni di un vecchio peccatore, come sono io,

credo che poco possano giovare ad un'anima benedetta come la sua: ad

ogni modo non mancherò, signora Francesca Domenica, non mancherò...

Francesca Domenica per non destare sospetti nell'animo di Serena,

tornando a casa ebbe la precauzione di salire le scale, senza scarpe,

ma le tornò inutile, imperciocchè appena questa la vide le disse:

— Mamma, a questa ora dove siete stata?

— Io?... Io?...

— Ho sentito il rumore dei vostri passi fin giù su la strada... Perchè

volete negarlo? Voi fate male, mamma, a non dirmi la verità...

— Io non ho negato, Serena, nè sono usa a mentire; vi dirò, ma non vi

turbate; era andata a vedere se caso mai fosse venuto Altobello, ovvero

persona che me ne portasse le nuove...

— Se lo confidavate a me non avreste sciupato i passi, perchè ho saputo

qui che non è anche giunto, ma non tarderà ad arrivare.

— E chi può averlo detto, figliuola mia?

— Chi me lo ha detto? Veramente tale, che lo può sapere: dopo che siete

uscita voi, una voce mi ha chiamato: Serena! Serena! — Io stava in

forse di rispondere perchè non riconosceva la voce, e mi sembrava non

averla mai udita, ma la voce replicò da capo: Serena! Serena! Allora

mi sono fatta cuore, ed ho risposto: Chi è che mi chiama dalla parte

di Dio? Sono io, mi ha risposto la voce, sono il tuo babbo, che vengo

ad annunziarti, che ti aspetto in luogo di salute, ma prima di morire

rivedrai il tuo sposo Altobello. Dopo ciò non ho sentito più voce,

bensì le ha tenuto dietro lo _scuccolo_ con istridi così assordanti,

che mi pareva proprio la nottola si fosse posata sul davanzale della

finestra.

Francesca Domenica tacque e pensò tremando al presagio di prossima

morte, che i Côrsi reputano infallibile quando la voce dei defunti

chiama gl'infermi, o piuttosto quando sembra a questi esserne chiamati;

nè meno atterrì lo _scuccolo_, sfida di vendette che non avea cessato

mai di perseguitarla, e da un pezzo in qua si faceva sentire più

frequente di prima: certo le sembrava respirare un'aria pregna di

sciagura.

Adesso parliamo di Altobello: talvolta unito, talvolta separato dal

piovano di Guagno aveva scorso in tutte le parti dell'isola rendendo

a misura di carbone il male che i Francesi commettevano; senza dubbio

il disegno loro non era andato del tutto fallito, imperciocchè, come

avvertimmo, sebbene le persecuzioni durassero ardenti, tuttavia nella

mente dei più speculativi era caduto il pensiero correre stagione che

cotesto rigore cessasse o almeno si temperasse e si provvedesse alla

pace con più miti consigli. Ho detto che le persecuzioni duravano

ardenti come prima, ma in verità infierivano maggiori, e ciò perchè

ogni moto in fondo è più veloce, e innanzi di comparire mansueti,

i Francesi studiavano opprimere pienamente i banditi, sia per non

mostrare di farlo per paura, sia per impedire che cotesto tizzo

lasciato acceso non rinfocolasse.

Cacciati di pieve in pieve i banditi si erano ridotti nei monti della

Bavella e di Cagna, e per le boscaglie dell'Aitone e del Coscione

traendo giorni pieni di patimenti e di pericoli: difficile, per

non dire impossibile, diventato lo scendere ai paesi per procurarsi

tanto che gli sostenesse in vita; e dopo essere calati, più di una

volta ebbero a tornarsene con li zaini vuoti, perchè i paesani non

possedessero bene di Dio da spartire con loro o perchè la paura delle

asprissime pene minacciate li trattenesse da soccorrerli. Raccolsero

quanto poterono castagne, cibarono corbezzole; che più? Non abborrirono

dalle stesse ghiande; ma omai questo misero frutto mancava; arrivava il

dicembre e il verno si metteva rigido oltre l'usato. Da qualche giorno

tacevano, timorosi di accrescersi il peso dei mali partecipandoseli;

da parecchio tempo stentavano, ora poi pativano di ogni necessità,

trenta ore non avevano gustato cibo, e già in alcuno cominciava a farsi

sentire la stiracchiatura convulsa allo stomaco preludio degli spasimi

della fame, allorchè all'improvviso un mufflo, assicurato senza dubbio

dal silenzio e dalla immobilità loro si avanzò in mezzo ad essi: parve

lo mandasse Dio; Altobello, Ferrante e gli altri giovani che avevano

stretto fra loro sviscerata amistanza, come più destri degli altri,

inarcato lo schioppo sgrillettarono e a veruno fece fuoco; essi tutti o

la più parte di loro avevano viaggiato in Italia, militato ai soldi di

Principi grandi, avevano ingegno ed anco coltura non ordinaria, e pure

si sentirono scorrere il gelo per le ossa a causa della superstizione

côrsa, che crede i morti impedire lo sparo dei moschetti perchè il

rumore gli sperderebbe, nè indi a dieci anni potrebbero più riunirsi; e

tutti in un moto fecero il segno della croce sul guardamacchie, rimedio

indicato come solo efficace a rompere lo incanto e ripetere il colpo,

ma il mufflo non si rimase ad aspettare i loro agi, che scappò via pari

a saetta volante.

Allora Nasone di tutta foga dietro, e così uno fuggendo l'altro

perseguitando, arrivarono sopra il ciglione di un dirupo che al solo

vederlo metteva i brividi addosso. Il mufflo presentendo forse il

pericolo si fermò di botto puntando le zampe davanti e volgendo in

un attimo il capo a destra e a manca quasi a speculare se avanzasse

altra via di salute; parve che non la trovasse, e il cane intanto si

accostava arrangolato; il mufflo ridotto agli estremi senza più esitare

si precipitò giù col capo in avanti dalla balza; poco dopo sopraggiunse

il cane, il quale o non avvertisse il pericolo, o avvertito lo

disprezzasse, anch'egli si cacciava nel precipizio in un fascio col

mufflo: ma con sorte diversa, però che il mufflo difeso dalle corna, se

le ruppe entrambe e accosto alla radice e giacque alquanto tramortito,

ma poi si rialzò e riprese la fuga come una cosa balorda, ma Nasone

non si rilevò più; le sue ossa rotte in parte gli uscivano fuori della

pelle, dalla testa fessa ciondolava il cervello, i denti schizzati

dalle mandibole gli stavano sparsi d'intorno come le armi al guerriero

caduto in battaglia. Altobello non potè dargli sepoltura; ed egli che

ormai non aveva più lacrima pei patimenti dei proprii simili nè per i

suoi torse gli occhi dal miserando spettacolo e pianse come un bambino.

Il piovano di Guanco sul ciglione della rupe preconizzò la povera

bestia con queste parole:

— Noi siamo fatti simili a quelli che sgombrano la casa vecchia per

tornare nella nuova; essi levano a mano a mano le masserizie dalla

prima e quando l'hanno vuota, lasciano la chiave nell'uscio e si recano

ad abitare nella seconda; non passa giorno che noi non depositiamo

qualche affetto nella tomba: oggi toccava a te, Nasone, esempio di

fedeltà, da far vergogna a molti uomini; poco più a noi rimane di

qua di questa vita, Nasone, tu non ci aspetterai molto in seno della

terra.... e forse... chi sa! anco nella vita eterna.

E dall'alto lo benedisse, memore che tutti siamo creature di Dio e Dio

stesso versa senza distinguere la sua benedizione sul creato.

Ciò fatto il Pievano appoggiò alquanto il mento sopra la bocca dello

schioppo come persona oppressa da pensiero molesto e che fra sè tenzona

se debba o no manifestarlo, vinse il partito del sì, dacchè egli con

piccola voce riprese:

— L'addio è sempre una parola che viene proferita col cuore chiuso anco

tra la gente felice, la quale spera rivedersi presto.

Si abbracciarono e baciarono; poi si partirono facendo strada da

più lati, senza parole, senza lacrime; il cuore stretto non dava

adito nè anco a un sospiro; parecchi affrettarono il passo, altri

lo rallentarono, taluno si coperse con le mani la faccia ed ebbe il

refrigerio del pianto; ve ne furono di quelli, che mossi da un medesimo

spirito voltarono nello stesso punto il viso e si videro e corsero a

braccia aperte a rinnovare gli amplessi con quello intenso abbandono,

con la infinita svisceratezza che due cose sole al mondo danno,

l'altissimo amore e l'altissima sventura.

Altobello fu, senza che gl'invitasse, seguitato da Ferrante Canale,

da Romano Colle, da Ugo della Croce e da Rutilio Serpentini; e

poichè ebbero scorso insieme buon tratto di cammino, si volse loro e

gl'interrogò:

— Non vi parrebbe bene separarci anco noi?

— No, rispose Ferrante dalle rade parole, se in molti riesce difficile

vivere, l'uomo solo dall'altra parte male si può aiutare.

Allora Altobello da capo: — o dove andiamo noi?

E Ferrante di rimando: — Tutta la Corsica è patria, ma in Corte nacqui

e fui battezzato; ci serva di bussola il luogo del nostro nascimento:

quando anco non ci fruttasse altro che deporre le nostre ossa nella

terra dove dormono quelle dei nostri padri, ci condurrà sempre bene.

— Tu di' santamente; le tue parole, Ferrante, sono rare ma preziose

come le perle; e poi io per me credo, che su le montagne prossime

a Corte noi ci batteremo con meno pericolo che altrove, però che i

nostri persecutori non si potranno mai immaginare che abbiano posto

stanza tanto vicini quelli ch'eglino stimano ormai disperati vagare per

l'estremità della isola.

Arrivarono a piè dei colli di Corte attriti dal digiuno e dalla fatica;

i piedi avevano sanguinosi; privi da molto tempo di scarpe si erano

composti certa foggia di sandali con la scorza degli alberi; ma questa

non bastando sola perchè feriva le carni, se gli erano fasciati con

bende, le quali avendo dovuto strappare dalle vesti; ora così mezzo

ignudi intirizzivano dal freddo: nella buona stagione non pensarono al

verno o se ci pensarono ebbero speranza che Dio provvederebbe; ma non

provvide, e gli uomini?

Taluno per le terre dove passavano vedendo comparire codesti strani

aspetti credè che fossero anime dannate, e fuggì via riparando senza

sangue addosso a battersi il petto ai piedi del Crocifisso; altri si

accorse ottimamente di quello che gli era, ma per paura più vile gli

evitò; l'abbietto interesse aveva di già insegnato ai Côrsi la lezione:

che dove non si guadagna, la perdita è sicura; e lì con loro ci era

da perdere moltissimo e in doppia guisa; però sarebbe ingiustizia

tacere come parecchi li confortarono con parole e sovvennero co' fatti,

massime fanciulli e donne, i primi perchè il tempo non gli aveva anco

spruzzati con la tristezza degli anni, le seconde perchè su loro si

posano meno così i forti come i tristi proponimenti; una cosa, dicono

compensa l'altra; per me stimo che l'utile superi due cotanti il danno.

Da prima passarono per le terre lavorate, pei vigneti e pei chiusi

degli ulivi; si lasciarono addietro castagneti e macchie di cornioli e

di corbezzoli; nè anco lì si fermarono; continuando a salire traversano

foreste di larici di faggi e di abeti; ma la lena a taluno di loro vien

meno e avvilito domanda;

— Dove ci mena Altobello? Quando ci fermeremo?

— Avanti, avanti, rispose Alando, chè ci bisogna ire dove non è

chiamato l'uomo a lavorare, a raccogliere o ad uccidere. Noi abbiamo

adesso due soli protettori, il deserto e la morte.

Eccoli giunti dove massi enormi appaiono ammonticchiati alla rinfusa o

sparsi pei fianchi del monte in tutti i sensi, parte su ritti, parte

a giacere, screpolati o interi; pareva il campo di battaglia dove

rimasero fulminati i Titani figliuoli della terra.

— Più su ancora, più su, gridava a tutti avanti Altobello; le vette

dei monti ci allontanano dai travagli degli uomini e ci avvicinano alle

consolazioni del cielo.

Oramai erano in parte, dove chi va senz'ale più in alto non può

arrivare: appena ci ebbero fermo il passo, un nugolo di falchi

schiamazzando fuggì via spaventato: indi a breve si mise a girare con

le sue larghe ruote intorno alla pendice; qualcheduno ancora si provò

calare al vecchio nido, ma fu cacciato via con le grida e co' sassi;

non per questo e' rimase, chè trovarsi così sfrattato dalle antiche

dimore sembrava gli avesse a parere gran cosa. Certo, torto egli non

aveva, perchè l'uomo, se felice, pigli le terre feconde dei tesori

della natura, e se infelice, occupi i deserti e le rupi. Dove mai

adunque avranno di ora in poi a vivere le altre creature di Dio?

Là su quel vertice, benchè il fiato gli uscisse affannoso dal petto e

le tempie e i polsi gli battessero terribilmente, Altobello volse gli

occhi dintorno per contemplare lo spettacolo che gli si parava davanti.

Davvero desolazione maggiore egli non aveva visto mai; coteste vette

ignude erano fatte a strappi, cosicchè meno acuti e taglienti appaiono

i vetri rotti su recinti degli orti per allontanarne lo scarpatore;

si conosceva espresso come la natura spasimante pel fuoco interno che

la bruciava cacciasse le mani nelle proprie viscere e a brandelli

le lacerasse per fare strada al vulcano; qua e là cespi di pruni e

tignamiche e arbusti altri cotali che crescono in luoghi sterili,

arruffati a mo' di chiome della disperazione; e quei fessi tutti erano

vocali, sicchè il vento che perpetuo soffiava costà, rotto in mille

punte zufolava in suoni molteplici e fastidiosi sinistramente, quasi

che tutte le anime degli ammazzati a ghiado nella Corsica si fossero

date la posta su cotesti scogli per querelarsi della mala morte. Da

occulte scaturigini usciva e si sparpagliava in cascatelle moltitudine

di acque, le quali precipitando giù si rammaricavano da prima come

chi piagne basso, ma poi stringendo in meno rivi il volume diverso ed

anche aggiungendone altro da sorgenti nuove, si aumentava lo strepito,

sicchè pareva che il luogo echeggiasse di singhiozzi; per ultimo le

acque ristrette in un fascio si avventavano giù nello abisso a mo' di

chi prorompa in pianto irrefrenato. Su l'orlo della voragine l'acqua

si rompeva, schizzava, rimbalzava e ora ravvolgendosi in sè stessa

o ribolliva o mandava all'aria sonagli, e ora andava sbrizzata in

minutissimi spruzzi, vera polvere di acqua; lì i fianchi della montagna

tremavano; la Ninfa del luogo pareva essere Scilla dalla cintura dei

cani, perchè un continuo latrato intronava le orecchie; gli scogli,

quasi mostri animati, si minacciavano con gli urli pure aspettando

il destro di potersi avventare l'uno contro l'altro e sbranarsi; in

capo al giorno un raggio di sole si arrischiava di penetrare fin là

dentro, e allora per un momento cotesta polvere, cotesti sonagli e

coteste bolle si tingevano in colori dell'iride; ma indi a breve la

paura tornava a impadronirsi del luogo, anzi pel contrasto vi dominava

più terribile. Così l'angiolo del perdono si accosta fino alle porte

dello inferno, pure tentando riscattare qualche anima; e quando privo

di speranza ne torce l'ale, i dannati al pianto eterno sentono i loro

tormenti oltre misura inaspriti dalla visione celeste. — Più lontano,

nella pianura dove o entrano in qualche lago o si affrettano al mare,

le acque si mostrano placide, simili al cuore dell'uomo, che logorato

dalle passioni, quieta a misura che si accosta alla suprema quiete del

sepolcro; egli dura in vita, ma la mano della morte si è stesa sopra di

lui.

— Ecco il nostro regno, esclamò Altobello dopo avere lungamente

specolato dintorno: peccato! che non ci si presenta un po' di tetto per

mettere a riparo la nostra testa.

— Questo è ciò che vedremo; prima di biasimare, assicuriamoci se merita

spregio.

E i banditi si misero alla cerca, nè si dilungarono troppo ch'ebbero

trovato grotte e caverne capaci di uno, di più ed anco di moltissimi

uomini, dove pararonsi loro dinanzi lembi di veste fradici, armi

di tempi andati, alabarde o corsesche arrugginite ed ossa umane;

miserabili testimonianze che cotesta terra era antica alla sventura;

ma in coscienza qual terra può vantarsi nuova ai carnefici ed alle

vittime? ogni secolo sperò, e spera vedere mutato il fiero ordine delle

cose invano; il demonio vie vie si aggroviglia altro pennecchio alla

vita e dura a filare la corda per la tortura della umanità: dicono che

Noè maladicesse il solo Cam: io avrei gusto davvero che qualcheduno mi

mostrasse in che cosa approdava la sua benedizione a Sem e ad Jafet.

Tutte coteste grotte funestate a quel modo non garbarono: e statuirono

le avrebbero adoperate solo allorquando non trovassero meglio, ad uno

di loro cadde in testa che tutto cotesto stormo di falchi doveva pure

avere fatto costà i nidi, i quali non apparivano, e ci era da giocare

che scoperta la caverna, l'avrebbero provata migliore di ogni altra;

allora mettendoci un po' di attenzione, sentirono stridere dietro

uno smisurato cespo di marruche che remosse lasciarono l'adito a

capacissima grotta; e quivi dentro apparvero parecchi nidi di falchi di

ogni maniera dallo implume uscito dall'uovo pure ieri, fino al piumato

in procinto di affidare le penne al volo; questo apportò loro non

mediocre conforto nella inopia in cui si versavano di cibo, e Ferrante

osservò:

— Dio manda le quaglie ad Isdraelle nel deserto.

Sicchè egli e i compagni messo in un attimo mano ai coltelli si dettero

a menare strage di cotesti uccelli i quali, almeno i più adulti, non

si adattarono a lasciarsi sgozzare senza difesa, onde gli uccisori

ne rilevarono parecchi graffi di artigli e di becco. Finchè durò la

guerra, Altobello come gli altri si arrovellò nell'uccidere; compita la

carnificina si battè della mano la fronte ed esclamò:

— Anco questo è presagio peggiore di tutti; abbiamo sparso il sangue

della creatura invano: noi non ciberemo queste carni, perchè il fuoco

col quale le avremmo a cocere ci scoprirebbe col fumo il giorno, e

col chiarore la notte. Ora qualunque causa muova l'uomo a far sangue,

o fame, o pena, o guerra, quando la necessità cessa il peccato

incomincia; gittiamo lontano dai nostri occhi questi accusatori della

nostra insania e della nostra ferocia.

Ed egli primo tolse una manata di cotesti uccelli e gli scaraventò

fuori della grotta; imitaronlo gli altri, e giù per le roccie della

rupe cadde una pioggia di falchetti sgozzati: maraviglia a vedersi, i

padri le madri accorsero a tiro di ale per ripigliarsi le loro geniture

e trasportarle in luogo men reo; ma conosciutele morte ruppero in

istrida desolate, e andavano e venivano, si rimescolavano tra loro come

chi percosso da immenso dolore non sa più quello che si faccia; di un

tratto parecchi fra essi si dirizzarno alla grotta donde erano stati

scacciati, e quivi librati su le piume stettero sul capo dei banditi,

poi presero a scotere con inestimabile celerità le ale e prorompere in

urli assordanti: certamente io penso che prima piovessero a modo loro

la maledizione su gli scannatori, e poi gli sfidassero a battaglia;

imperciocchè subito dopo rovinarono giù di piombo a ferirli. Non fu

leggera fatica liberarsene, nè poterono venirne a capo, se, nonostante

la repugnanza e il pericolo grande che correvano i banditi, non si

adoperavano i moschetti.

Animosi erano tutti, e lo avevano provato e lo proveranno, e nondimeno

i banditi, rosi dal tedio, sovente sorprendevano in se stessi con

raccapriccio il tremito della paura. Questo avviene per ordinario

quando il coraggio non rinfranca l'uomo come virtù dell'anima, bensì

come forza di sangue, allora si vide chi affrontò il ferro e il fuoco

su i campi di battaglia, gelare nelle ombre, abbrividire alla vista

di un animale, e la storia ricorda Carlo V cui un topo bastava a

mettere in convulsioni; io poi rammento eziandio di tale ai miei tempi,

che per paura lontana di una specie di morte da lui abborrita, si

uccise dolorosissimamente straziandosi le vene; per questo i banditi

avvezzi a dare la morte e a patirla a cielo aperto e mercè di una

palla piantata nelle regole nel cuore o nel cervello, si peritavano

calare dalle pendici; e con mentite spoglie aggirarsi pei paesi in

cerca di vettovaglia, ma necessità vince natura, e da prima ebbero la

sorte di abbattersi in certi casolari pei castagneti che i montanari

costumano abitare la estate per condursi coi greggi al piano durante

l'inverno: povere robe, anzi poverissime trovarono là dentro, le

quali a cagione della penuria che gli stringeva, parvero ad essi, e

in vero furono, tesoro; però non durarono molto e alla perfine e' fu

mestieri risolversi o morire di fame, o recarsi a procacciare i viveri

nei paesi. Posto che qualcheduno di loro si avventurasse (postergato

il pericolo quasi sicuro di cascare in mano agli stracorridori del

provinciale côrso che indefessi frugavano in ogni cantuccio), senza

danaro non avrebbero potuto provvedere i cibi; e possedendo danaro, se

la prima volta riusciva passarla liscia, per la seconda non ci era a

pensarci nemmeno, essendo cosa insolita nei paesi di Corsica, massime

in quelli dentro terra comperare le derrate che ognuno raccatta sul

suo, o serba in casa per sè e per la propria famiglia: onde non poteva

fare a meno che dessero nell'occhio se ne contassero le novelle e

mettesse loro sulla traccia i mastini del vincitore. Il Canale dopo

averci su ruminato un pezzo, disse:

— Ci andrò io!

E Altobello allora punto rispose:

— Perchè non io?

— Perchè tu fosti in vista più di me. Io ci sono appena conosciuto, e

poi bisogna che vada io a rompere il ghiaccio, poi andrai tu....

Ferrante a così parlare era mosso dalla paura che fosse accaduta

qualche disgrazia ai parenti di Altobello, e che rovinandogli addosso

improvvisa la nuova non fosse tratto dalla passione a precipitarsi.

— Ma dove vuoi andare? Qual'è il tuo disegno?

— Che ti preme saperlo? Tu non lo puoi aiutare: rispetto a consigli

noi siamo a tale che tutti paiono buoni, tutti cattivi, e forse il più

tristo può riuscire migliore. Lasciami andare; se non ci avessimo a

rivedere, addio, ma non mi voglio intenerire... Solo mi di', Altobello,

e voi compagni miei, parvi ch'io sia molto mutato da quello che fui?

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 43 / 50 段