Che se si opporrà, che la età della bollente giovinezza, e la

temperie della stagione (correndo in quel torno l'anno 1793) potevano

partecipare colore esagerato alle scritture, e noi confermeremo la

verità dello esposto con la sentenza di Giovan Carlo Gregorio, uomo

maturo e grave magistrato, scritta sessanta anni dopo della lettera

di Napoleone Buonaparte. Sul finire del libro per me ricordato, nella

prefazione egli dichiara: «poi cominciò il governo dai servi tremanti,

adulatori e ribaldi chiamato felice, ma la Consulta di Orezza del 1791

lo qualificò il più infame, il più esecrando di tutti i reggimenti!

governo che durò lunga pezza, sopra del quale non hanno gli storici,

come ne correva loro l'obbligo sacrosanto, disacerbato la ignominia

amarissima che meritava, contenti di prorompere in vilipendii codardi

contro la dominazione genovese, che dalla tomba ove giace, erano sicuri

che non sarebbe più uscita a infierire contro i numerosi e sazievoli

detrattori di lei» E questo si chiama scrivere bene col cervello e col

cuore!

Delle promesse di gravezze diminuite anzi renunziate non si parlò

neppure; come suole aumentaronsi. Bene si parlò subito, che sarebbe

messo a morte irremissibilmente qualunque fosse rinvenuto con le

armi addosso, e poichè questo partito non approdava, poco dopo

mandarono fuori ordini rigidissimi contro chi, possedendo armi, non le

consegnasse al governo. Chi non piegava la cervice giurando fedeltà

al re cacciavano per boschi e per pendici non altramente che belva

si fosse: in vero ci adoperarono cani e cacciatori e questi la più

parte côrsi: aizzando così fratello contro fratello, onde il misfatto

di Caino, mercè le virtù dei Francesi cessando di comparire delitto,

fu reputato quasi opera meritoria; più di 500 tra preti e frati di

mala morte finirono: fu gloria non avere pietà, e vanto la frode

sanguinosa. Racconta la storia, come parecchi, tra gli altri un Pace

Vincenzini e varii uomini della famiglia Franchi essendosi arresi, per

le persuasioni di Monsignore Guernès vescovo di Alearia, al Marbeuf che

gli assicurò della vita, questi appena gli ebbe in mano, gl'incatenò

e mandò in galera; e al vescovo a cui parendo incomportabile tanta

enormezza se ne rammaricava, rispose: «di che guaite voi? La vita

promisi e la vita hanno.» Al sacerdote Salvatore Stappanova fu promessa

libera l'andata insieme col suo nepote, però che egli disperando,

vecchio com'era, di mai più rivedere la Patria, fatto danaro di ogni

sua sostanza s'imbarcò per a Livorno, ma appena allargatosi dalla costa

un miglio, ecco abbrivarglisi addosso a voga arrancata due barche regie

di cui la ciurma urlava: «ferma! ferma!» Lo imperterrito sacerdote,

senza esitare nè manco un attimo, tolse a sè l'occasione della morte

ignominiosa ed ai persecutori la causa scellerata del tradimento,

imperciocchè legatosi il sacco dei danari al collo si precipitò nel

mare gridando al nepote: «vienmi dietro!» e questi lo faceva, ma pietà

insensata fosse, o piuttosto prodizione, lo tennero, ond'ei di lì a

poco col laccio fu tolto di vita.

Lo dico lo taccio? Lo dirò pure in conferma, che gli Urban e gli Haynau

non sono mica bestie esclusivamente austriache, bensì comuni ad ogni

popolo che imbestia nella oppressione di altro popolo.

I Francesi messe le mani addosso ad un famoso bandito, il quale per

lungo tempo aveva menato strage di loro, tanto furono acciecati dal

furore, che non si tennero contenti prima che l'ebbero segato vivo.

I Côrsi per non restare in debito di ferocia, preso un francese,

mandarono a invitare i compagni di lui andassero a vederlo bruciare

vivo: la crederono celia e non si resero alla posta: i Côrsi, che non

celiavano, ci furono e vivo arsero il meschino. Certo mio maestro

mi sgrida e forte per avere io in qualche parte affermato, che se

le bestie avessero senso dei torti che vengono loro fatti quando

si sentono paragonate con gli uomini, potrebbero sporgere querela

d'ingiurie con buona speranza di ottenere ragione. Il mio maestro non

sa quello che si dica, cosa che gli è come naturale; di fatti veruno

nega all'uomo il volere, ed anco il potere d'inalzarsi sopra la sua

creta accostandosi alle sostanze divine, ma ad un punto con questo

volere e potere egli possiede facoltà di avvilirsi sotto le bestie;

in lui ci è il verme, in lui ci è Dio, e troppo più spesso le nobili

facoltà sue egli adopera pel secondo che pel primo intento. Così vero

ciò, che non si lesse mai di un branco o vogli lupi, o vogli jene,

i quali abbiano profferto le zanne e gli ugnoli loro a un lupo, o ad

una jena incoronati, per istraziare altre bestie, massime della loro

specie, mentre questo negli uomini tutto giorno accade; il lupo e la

jena per istinto lacerano e per fame divorano, leccano non irridono il

sangue, le membra strappate portansi nelle tane o quivi se ne pascono

chete, di nascosto, brontolando al contrario se altri li disturbi,

non ne menano vanto, non chiedono medaglie, non ne ottengono, croci

nemmeno, benedizioni nè anco per ombra, non passa a loro pel capo di

millantarsi sostegni del trono e dell'altare, per ultimo non hanno mai

cantato il _Tedeum_.

Tali e peggiori enormezze commisero gli Svizzeri a Napoli ministri

della più atroce tirannide che da parecchi anni contristasse il

mondo, se ne eccettui quella dell'Austria; tali e più inumani ne hanno

commesso pur dianzi in servizio del prete cortese, padre dei fedeli,

immagine vera di Cristo redentore venuto al mondo per sigillare col

sangue il patto di fratellanza fra gli uomini.

La Corsica ebbe a sostenere in quei giorni il tipo, per così dire, di

perfezione ideale di uomo siffatto: costui, come altrove esposi, venne

prima con Teodoro, e combattè crudelissimamente per la libertà, poi

s'ingaggiò co' Francesi, ed anco più trucemente mise le mani nel sangue

per la tirannide, gli fu patria la Lorena; due amori egli ebbe nel

mondo: sangue e vino, nè metteva differenza o poca a versare dell'uno

come dell'altro; la sua spada profferiva come il carnefice la mannaia;

percoteva senza saperne la causa, nè si curava saperla; niente gli

premeva conoscere chi avesse torto o ragione e nemmeno lo domandava;

mascagno e maliziato partecipava della jena e della scimmia; come

Margutte professore solenne di cose inique, le quali a lui sembravano,

come diceva, una minestra senza sale, un'insalata senz'olio, se non le

condiva con le sue facezie più strazianti delle sue medesime atrocità.

Costui, avuta carta bianca dal governo di Francia, per ridurre la

isola a devozione, la correva di su e di giù portando da per tutto la

miseria, ma non gli bastava, che avrebbe voluto eziandio spargervi

il terrore, e questo non gli riusciva; sovente qualcheduno dei suoi

mancava alla chiamata, e se ne chiedeva ai paesani, nessuno lo aveva

visto: finchè frugando qua e là lo trovavano sforacchiato da una palla,

raramente da due, più spesso non trovavano nulla, chè la terra lo aveva

coperto col suo mantello di zolla: talora qualche palla a costui portò

via il cappello di capo, e una volta lo spallino: non passava sera che

non sentisse fischiarsi intorno agli orecchi tre o quattro palle, che

piacevolmente appellava zanzare côrse: da tutto questo comprese, che se

non si levavano le armi di mano ai Côrsi non si veniva a capo di nulla,

fermo in simile disegno, il quale per avventura era il più razionale

di ogni altro, vi lascio figurare s'ei mettesse a tortura il cervello

per pescare trovati capaci di farglielo conseguire: sopraggiungeva in

un paese alla sprovvista e notturno, e inondate le case di sgherri,

rovistava ogni luogo per rinvenirci armi: niente era salvo dalle sue

ricerche; rompeva muri, scassinava mobili, rivoltava il terreno e

maritali letti sfondati e laceri lasciava in mezzo della stanza, e

per mettere fine dirò che nè le gole dei camini, nè altre più immonde

andavano esenti dalle sue investigazioni: costumò ancora occupare uno

o più paesi e quivi prendere stanza campando con la sua gente a spese

dei paesani, finchè non gli avessero portato le armi; e bene egli potè

vedere l'ultimo pane di cotesto popolo, non già uno schioppo solo:

mise in pratica anche questo altro spediente; entrato sopra una pieve

minacciò disertarla col fuoco se non rendevano le armi, incominciando

ad ardere gli olivi, le viti e ogni albero fruttifero sopra la decima

parte del contado, e promettendo che ogni giorno avrebbe operato

altrettanto su l'altro decimo se non gli consegnassero le armi, e i

Côrsi videro con dolore inestimabile ridotti in cenere quegli olivi,

testimonianza della benevola sollecitudine dei padri verso i figli, in

cenere la vite sola capace ormai di portare un raggio di gajezza sopra

il loro cuore contristato, e i frutti idonei ad addolcire alquanto

le loro labbra amare: li videro ma non consegnarono uno schioppo.

Di un tratto egli mutò registro a modo dei sonatori degli organi: a

cui facesse la spia bandì avrebbe dato di grosse mance e poi perfino

rimessione di ogni pena a quale spontaneo consegnasse l'arme, e tanto

di danaro che valesse quattro volte il prezzo dell'arme consegnata,

ed anco questo non gli valse. Merita particolare menzione quello che

fece a Castirla ch'è paese di tratto non lungo discosto da Corte:

il Sionville prese tempo per entrarci dentro, allorchè il popolo era

in chiesa alla messa: circuita la parrocchia dai suoi sgherri, egli

inosservato quatto quatto salì la scala che metteva al pulpito e quivi

rannicchiandosi rimase senza farsi vedere, finchè il Pievano finita

la messa si volta al popolo che benedicendo accommiata con le parole:

_ite missa est_. Allora egli sbalza su ritto come un di quei diavoli di

saltaleone scappano fuori dalle scatole di finto tabacco, e voltosi al

popolo favellò:

— Neh! dilettissimi, neh fratelli, avete a sapere, che io sono venuto

a farvi la predica.

E siccome i Côrsi scandalizzati da tanta profanazione mostravano volere

uscire con segni manifesti di orrore, egli continuò.

— Sicuro! bella come il Pievano io non ve la posso dire, ma siccome

mi preme che la sentiate in fondo, così vi avverto, che quale si

attenti uscire sarà ricacciato in chiesa a calci di fucile, sicchè

disponetevi ad ascoltarmi con benevolo orecchio.» E questo a fè di

Dio mi sembra un bellissimo esordio a cui i maestri di rettorica non

hanno pensato dalle mille miglia. Sputò e ripigliò a ragionare. — Ora

dunque voi avete a sapere, che ieri notte dormendo sul manco lato io

mi sono fatto un sogno: mi pareva vedere la testa di Moro, che è la

vostra impresa, con una bellissima corona reale in capo e la benda

cavata dagli occhi, la quale prima mi rise mostrandomi da coteste sue

labbra grosse due fila di denti, che sembravano fagioli bianchi e poi

disse: «maresciallo, buona sera; tu vedi che io porto corona reale e

fui sempre arme di regno, figurati se mi adattava di cuore a servire

d'impresa ad un villano nato e sputato com'era quel coso di Pasquale

Paoli! però della mia reverente fedeltà pel Cristianissimo tu non hai

a dubitare, questa benda che i Côrsi mi avevano messo su gli occhi io

me la sono levata per vedere i fatti così come vanno in servizio di S.

M.; avendo pertanto esaminato con diligenza le faccende ho conosciuto,

che nella pieve di Talcini, e precisamente nel paese di Castirla, ci

vivano mucchi di briganti, che bisognerebbe ardere di un bel fuoco di

pruni secchi, fa presto a visitarla che ci troverai armi, munizioni

ed altri testimoni dell'odio implacabile che cotesti ribaldi portano

al prediletto loro padrone e signore: Io; che credo ai sogni, ho dato

retta alla testa di Moro, ed eccomi tra voi.»

A queste parole quella povera gente sbigottita, consapevole come fosse

stato dichiarato il possessore dell'armi reo di morte, con voci rotte

si mise a gridare:

— Signore maresciallo, credete per la Immacolata Santissima, che vi

hanno ingannato, la è pretta calunnia messa fuori dai nostri nemici

che ci vogliono condurre al macello: vi pigli carità di noi; noi non

abbiamo fatto male a nessuno e fin qui fummo fedeli e vi promettiamo

conservarci per lo avvenire obbedientissimi sudditi del nostro reale

signore e padrone, come dite voi.

— Zitti! riprese il Sionville, zitti! non urlate tutti assieme, che non

siete mica colpevoli... taluni non accuso, ma altri stanno lì lì per

ribellarsi, e ne sono sicuro; i primi facciano una cosa, si separino

dagli altri raccogliendosi qui sotto il pulpito, e così sceverata la

zizzania dal buon grano, vi lascio in pace...

— Nessuno signor maresciallo, qui nessuno è reo, tornò a gridare con

una sola voce il popolo presagio di guai.

— Olà, zitti! voi mi avete fradicio. A questa toppa io proverò un'altra

chiave. A voi, signor podestà, sbugiardate questi saracini, e ditemi

su, quali sono le persone, che qui in Castirla congiurano contro la

legittima autorità del re nostro sovrano, e la quiete della isola.

— Io conosco il popolo di questo paese, rispose il podestà

alquanto turbato, fedele e devoto; se avessi avuto odore, che ci si

nascondessero armi, io mi sarei già dato premura di scoprirle e vi

avrei tolto il disturbo di salire fin qua. Vivete tranquillo, signor

maresciallo, io vi assicuro, che potete proprio contare sopra i

sentimenti di fedeltà di questo popolo.

— O sentiamo via, signor dottore, e come hanno ad essere secondo voi i

sentimenti di fedeltà al sovrano?

— Parmi agevole dirlo: il dovere del suddito sta nell'obbedire con

anima volonterosa alle leggi, e amare e venerare il principe...

— Così asciutto asciutto senz'altra giunta?

— Che abbia a fare di più io non saprei, se vostra eccellenza non me lo

insegna.

— Sicuro, che ve lo insegnerò io, pezzo di somaro. Si ama il proprio

sovrano davvero quando ci mostriamo disposti a fare per lui quanto

gli può riuscire di servizio, invigilando i suoi nemici, spiandoli,

rivelando ai magistrati le trame, le insidie e le intenzioni loro, non

portando rispetto ad amici, a conterranei, a parenti, anzi nè anco a

mariti, a genitori, a figliuoli, ributtarli di casa, non visitarli, non

nudrirli, unirsi al reggimento provinciale côrso per isterminarli; ed

anche non basta: bisogna ingegnarci a scoprire e denunciare al Governo

le persone con le quali i sospetti mantengono usanza, quello che in

generale si pensa, in quali luoghi, in quali case sogliono adunarsi e

quando, e in quanti, se hanno armi, e dove le appiattino; se riesce,

le portino via essi, se no vengano a farne il rapporto. Ricordinsi i

buoni sudditi, che qualunque impegno di onore viene meno all'onore di

servire il proprio sovrano, i beneficî non tengono, nè promesse, nè

speranze, perchè veruno può beneficare più di lui, vincolo alcuno di

tanto può reggere ch'egli non valga a sciogliere; desiderio che persona

possieda più facoltà di lui di soddisfare. Questi obblighi crescono pei

magistrati, ed anco per loro aumentano via via, che occupano ufficio

più sublime.

«Ai parrochi in particolare, e ai confessori in generale corre dovere

di provocare le confessioni piene e circostanziate, e rivelarle, che

non ci ha segreto che tenga, quando si tratta d'impedire che i malvagi

arrechino danno a colui che dopo Dio, e come Dio, merita il profondo

omaggio della reverenza vostra. Di fatti, credete voi, parrochi e

confessori, di essere istituiti nell'interesse di Dio? Ma' mai lo

credeste, vi fareste canzonare, imperciocchè egli non abbia punto

bisogno di voi, l'occhio di Dio ti è sopra anche nella tenebra e vede

di notte più dei gatti; il suo orecchio ti sta sul cuore e sente venir

su i pensieri appena nati, anzi anco prima che nascano, _ergo_ Dio non

ha bisogno di voi; i vostri occhi e i vostri orecchi o non sono buoni

a nulla, o sono buoni in quanto gli mettete al servizio del re, ed ecco

per qual modo un buon suddito senza taccia di temerarietà può sostenere

di nutrire sentimenti di fedeltà verso il proprio sovrano.

Il parroco, offeso nella sua religione e nella sua onestà da cotesti

scempi discorsi, esclamò dall'altare:

— Signor maresciallo, voi operereste assai meglio dando voi stesso lo

esempio del timore di Dio, levandovi da un luogo che non vi spetta, e

cessando discorsi pieni di scandalo.

— Come pieni di scandalo? Oh! non lo ha detto San Paolo, che le podestà

furono messe da Dio, e che va dannato chi le disobbedisce? Dunque,

che vi ribolle? Lo so io da che nasce questo, egli è perchè voi siete

Paolista, nemico del buon governo, dell'ordine, anche voi perturbatore

della dignitosa tranquillità dei popoli, un commettimale, uno

avversario della concordia; insomma un repubblicano, un parricida, e vi

mettete in quattro per ricoprire le colpe di questi vostri briganti.

— Io sono sacerdote e voi soldato, però non potendo, nè dovendo

vendicarmi, badate, i vostri oltraggi fanno come le processioni; io

vi attesto pel sangue di Gesù Cristo redentore, che tutti questi miei

parrocchiani sono innocenti della colpa di cui gli accusate.

— Ohibò! Non istà bene a un prete dire bugiarderie: e ve lo provo...

— Siamo innocenti! urlava il popolo, siamo innocenti!

Intanto il Sionville aveva staccato il Cristo dalle staffe dentro

le quali lo collocano a manca del pulpito, e recatoselo accanto

all'orecchio diceva:

— Vien qua, dolce Gesù Cristo, signor mio, e bisbigliami dentro

l'orecchio il nome dei traditori del re di questa terra, mostrando così

che fra me e te siamo pane e cacio assai più che questi rinnegati non

credono.

Ormai quello che non aveva avuto la virtù di operare la propria salute

operava l'amore della religione: la rabbia vinceva la paura, e già

usciva dai petti anelanti la voce cupa e minacciosa furiera delle

procelle umane: ogni uomo aveva adocchiato o candegliere, o scranna,

o arnese altro qualunque, che il furore converte in arme, quando il

Pievano, persona prudente, considerando che il nefandissimo atto non

avrebbe menato a danno di persona, come colui ch'era consapevole non

trovarsi armi nel paese, supplicò a mani giunte il popolo a quietarsi

tanto, ch'egli avesse potuto parlare, la quale cosa avendo a stento

ottenuta, egli disse:

— Or via, finitela, e diteci quali voi accusate colpevoli.

— Eccomi subito, e raccostato il Cristo all'orecchio disse: i rei

che mi sono stati rivelati, quei che tengono armi nascoste nelle loro

case sono: Filandro Vinciguerra ed Imperio Castineta ambedue di questo

paese.

— E qui presenti, soggiunse il Pievano additandoli e disposti, io

penso, a somministrarvi tutte le giustificazioni che stimerete più

convenevoli.

— Sì, signore, risposero ad un tempo cotesti due onesti cittadini, la

nostra coscienza non ci rimprovera delitti di veruna specie e sopra il

santo evangelo possiamo giurare...

[Illustrazione: ... accatastarono cadaveri umani, e in breve

ebbero costruiti parapetti e trincee di carne umana. (_pag.

464_)]

— È fiato perso, perchè per non farmi credere una cosa basta

giurarmela; se sarete innocenti lo vedremo tra pochi minuti, e così

dicendo scese dal pulpito. Venuto in chiesa egli barattò non so quali

parole col podestà, spinse il Pievano in sagrestia e ce lo chiuse

dentro: guai a lui se si attentasse uscire, lo avrebbe fatto portare

a Corte legato come un Cristo, ci pensasse, poi aperte le porte della

chiesa andò difilato alle case Imperio e Filandro; le scombussò, mise

sossopra, fece il diavolo e peggio, e non trovava nulla; si mordeva

allora lo sciagurato le labbra per la rabbia, davasi dei pugni nella

fronte, un po' pregava Dio, un po' lo bestemmiava: mentre la sua

smania cresceva al punto da rompere in convulsioni, ecco accostarsegli

un uomo, che a guisa di bracco gli strisciò da lato e fuggì via: di

un tratto si placò il furore del Sionville; che trapassando a gioia

smoderata, si mise a sghignazzare, spiccò salti, battè forte le mani

gridando:

— Le ho trovate! le ho trovate!

E seguito da tutti corse a certa stalla, che appartata dalla casa del

Castineta e del Vinciguerra, possedevano in comune fra loro; quivi dopo

poco rivoltare di paglia rinvennero tre o quattro schioppi rugginosi

e in malo arnese, che non avrieno preso fuoco nè manco a metterli in

forno. Il Sionville con fronte di bronzo, fingendo una grossissima

collera, riprese a tempestare peggio di prima.

— Briganti! Traditori! Mi aveva detto il giusto Gesù Cristo neh? Quando

s'incomoda egli dal paradiso a fare la spia, credete che ci si metta

per canzonare un pari mio? Incatenateli, a Corte, alla forca, _marche!_

Gli urli, i pianti, le disperazioni, ed anco le minacce potevano sul

Sionville quanto il suono del mandolino sopra un lupo affamato: quei

miseri furono carichi di catene e circuiti dagli sgherri, che a furia

di armi contenevano appena il popolo, erano tratti a Corte.

Partirono, e forse un miglio era il paese rimasto loro dietro le

spalle, quando un ufficiale di età assai provetta mise il suo cavallo

accanto a quello del Sionville, che cavalcava cantando in quilio certa

sua canzone da taverna, e così gli disse:

— Maresciallo, già siamo d'accordo, che non eseguirete mica sul serio

la pena di morte sopra cotesti due poveri grami.

— Non siamo d'accordo per niente, io gl'impiccherò bene e meglio appena

arrivati a Corte.

La fama, come suole, precorritrice delle tristi novelle (quella delle

buone arriva sempre zoppicando) empì Corte del fatto del Sionville,

onde gli animi se ne sgomentavano, e un pezzo stettero in dubbio di

andare a vedere se fra i tratti a vituperio al supplizio vi fosse

alcuno dei loro cari; alfine vinse la pietà, e s'incamminarono a

incontrarli; prima di tutti fu vista Francesca Domenica, la quale allo

accostarsi del carro sentì sfinirsi dentro e le convenne con ambedue

le mani coprirsi gli occhi, ripreso cuore, separò un pocolino un dito

dall'altro e per quel filo di luce agguardando le parve non distinguere

il contorno della sembianza del suo povero figliuolo; allora risoluta

buttò giù le mani, e vide che tra gli incatenati sul carro non era il

suo figliuolo: pensando alla disperazione che l'avrebbe invasa se le

compariva davanti la cara faccia, se ne tornava quasi lieta, quantunque

altri affanni non meno strazianti l'aspettassero a casa.

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 42 / 50 段