vostra memoria vi serve bene io, altro non dissi, nè di altro vi
assicurai, ch'era vera del discorso del capitano côrso quella parte
che spettava alla mia persona, e vera la mantengo. Tanto bastò alla
mia coscienza e deve bastare alla discretezza vostra, sul rimanente
avrei dovuto farvi la spia, e se voi siete uomo onorato, e la croce che
vi vedo in petto mi persuade essere voi onoratissimo e valorosissimo,
penso che non immaginerete manco per ombra ch'io potessi rendervi
cotesto servizio.
— Però quando si tratta dell'interesse del Re non si chiama fare la
spia se riveliamo notizie in pro' dello stato.
— Può darsi; materia ardua a districarsi, signor cavaliere, materia
ardua; però pregovi considerare che io sono suddito di S. M.
britannica.
— È giusto, — riprese il cavaliere Rassagnac tutto addolcito, perchè
quel buffo calido di lode aveva avuto possanza di far salire dieci
gradi in su il mercurio nel termometro della sua buona grazia: —
tuttavolta, soggiunse, mi permetterete ch'io possa visitare la vostra
nave.
— Sentite bene: come inglese io scerrei mille volte mandare per occhio
la nave, che permettere di visitarla a voi se presumeste farlo con
violenza: come amico e voglioso di compiacere vostra signoria, io vi
pregherò di venire co' vostri ufficiali al mio bordo; molto più che mi
corre l'obbligo di ricambiarvi le vostre finezze, e in questa occasione
voi rovisterete a beneplacito ogni cosa.
— È affare conchiuso.
E si toccarono le mani.
Andarono e misero sottosopra ogni cassa, ogni ripostiglio sul ponte e
nelle stanze; nello entrare in dispensa si fermarono dinanzi due botti
sopra una delle quali era scritto _rum_, sull'altra _porter_; sotto la
cannella ad entrambe stava posto un boccale per impedire lo stillicidio
imbrattasse il pavimento.
— Adesso, incominciò il Boswell, è ragione che beviate alla salute del
nostro re Giorgio, com'io bevvi a quella del vostro re Luigi: questo è
liquore nazionale, e del meglio che si possa trovare; gustatelo e poi
me ne direte le novità.
E data volta alla chiave della cannella ne proruppe una maniera di
minestra mora che levò nel bocale un flagello di schiuma rossiccia,
ne superò gli orli e si precipitò di fuori allagando il tavolato:
distribuito tosto il liquore nei bicchieri, lo ministrarono al
capitano Rassagnac e ai suoi degni ufficiali. Non ci si poteva trovare
eccezione; birra era e della perfetta, chiamata appunto _porter_ perchè
a cagione della sua forza sogliono berla i facchini; i Francesi non
assueti a cotesta dannata bevanda torcevano la bocca e strabuzzavano
gli occhi come se avessero il diavolo in corpo pure sopportavano
in pace cotesta cortese tortura, finchè il capitano Rassagnac con
una specie di mugolio depose il bicchiere mezzo vuoto su la tavola,
esclamando:
— Ouf! Io non ne posso più; signore, non potremmo bere alla salute
di S. M. britannica con altro liquore meno che con la birra,
eccellentissima come inglese, ma che a noi altri che non abbiamo
l'onore di essere sudditi di S. M. britannica scortica il palato? per
esempio questo _rum_ farebbe il caso, ed osservo che si può considerare
anch'egli inglese, perchè vi viene dalle vostre colonie.
— Benissimo, come vi garba, signor cavaliere.
E come dissero fecero: della birra non si tenne altramente discorso:
del rum poi bevvero in tanta copia, che nè anco la metà di quella
avrebbono trovato nella botte di birra, quantunque in apparenza più
capace, imperciocchè il signor Boswell nella sua previdenza l'avesse
fatta fabbricare col doppio fondo, e presso alla cannella contenesse
circa un barile di birra della più gagliarda che avesse saputo
rinvenire: ogni altra rimanenza era vuota, e aveva un coperchio che per
via di congegni combaciava con le doghe, mentre uno dei cerchi di ferro
ne nascondeva ai riguardanti le commettiture. Qui dentro stette celato
Pasquale Paoli: il caso è sicuro, e tradizioni e ricordi manoscritti
e stampati lo accertano del pari: merita non lo dimentichi la storia,
affinchè per esso si comprenda come novanta anni fa avesse a scampare
dalle mani dei Francesi l'uomo che sarebbe stato il Washington della
Italia, se come lui avesse avuto non solo la libertà a difendere, ma un
popolo altresì più numeroso sparso per terre sterminate, meno povero e
tutto di un cuore.
Nel primo capitolo di questa storia ho promesso far toccare con
mano come circa un secolo addietro i miei concittadini Livornesi si
mostrassero zelatori della libertà: adesso cade il luogo acconcio di
mantenere la promessa. Riporto scritture, se non isciatte del tutto,
almeno rozze; non importa; avvertesi al fatto, non al modo col quale lo
raccontano.
L'abate Giovacchino Cambiagi nel suo libro chiamato (Dio lo perdoni)
storia, IV, pag. 209 scrive: «la nave poi che aveva a bordo il Generale
era approdata a Livorno il 16. Siccome gli uomini di sommo merito
sanno cattivarsi l'amore ancora di chi non li conosce, così il Paoli
appena giunto a Livorno talmente trovò gli animi di quelli abitanti in
favor suo prevenuti, che tanto mi sia permesso il dire non esigerebbe
un nuovo sovrano dai suoi sudditi, correndo il popolo quali frenetici
or qua ora là per dove doveva passare non mai saziandosi di vederlo,
venendo acclamato dai più sensibili e ammirato dai più riflessivi e
finalmente da altri compianto per la sua poca buona fortuna in questi
ultimi incontri, avendo dato bastantemente a conoscere le di lui
operazioni quanto aveva saputo adoperarsi per rendere libera e alta una
nazione stata per lo addietro serva e ignorante.»
Il buono abate aggiunge che lo accolse anco _benignamente_ S. A. R.
Pietro Leopoldo, il quale _generosamente_ concesse agli esuli côrsi
asilo nei suoi _felicissimi_ Stati, a patto però che Pasquale lasciasse
loro un _assegnamento_ per mantenersi _onestamente_. Il che suona che
il Granduca non gli mandò via purchè si facessero le spese co' proprii
danari: la qual cosa se non arriva alla carità di Don Tubero che
biasciava lo zucchero agli ammalati, ci corre poco. Ma a quei tempi i
principi, quando non portavano via, parevano donare.
Il Paoli fece come ordinò l'ottimo principe, lasciando il fratello
Clemente ad amministrare le relique della fortuna pubblica; e questi
per assottigliare le spese si ridusse a vivere nel monastero di
Vallombrosa compiacendo alla sua severa natura: gli altri Côrsi per la
medesima causa si sparsero nei piccoli castelli della Toscana. Come vi
stessero, quali memorie vi lasciassero si ricava dal libro di un altro
abate chiamato Francesco Ottavio Renuccini: egli nel libro V del tomo
I della sua Storia (Dio perdoni anco lui) di Corsica, narrando come
Pasquale Paoli dopo lunghi anni di esilio ritornasse in patria, ci
chiarisce; «come buon numero di Toscani, che trovandosi a Bastia gli
presentarno i loro omaggi appalesandogli in nome della patria la più
_profonda_ venerazione, ringraziando nel tempo stesso gl'illustri esuli
così per lo esempio delle virtù che avevano dato alla Toscana durante
il loro soggiorno in quella. Paoli graziosamente rispose loro, e tra
le altre cose disse: che la Corsica, non mai dimentica dello asilo
accordato dalla Etruria ai suoi figliuoli, avrebbe riguardato sempre i
Toscani come suoi concittadini ed anche con maggior predilezione».
Ai giorni nostri i Toscani non lo avrebbero ringraziato di nulla,
perchè delle virtù ne hanno da vendere, almeno così ci porgono i
discorsi, gli scritti, i manifesti, gli avvisi, le leggi e i moniti
delle pubbliche magistrature; la civiltà poi possiedono in copia
maggiore che non l'Australia l'oro; onde ne fanno uno spreco che è una
passione. Comunque ora ciò avvenga, mettiamo in sodo anco questa, che
i Toscani novanta anni fa sentivano gratitudine a cui porgesse loro
esempio imitabile di valore, e avevano la modestia di manifestarglielo.
Il nostro Pasquale in compagnia del conte Gentili s'incamminò alla
volta di Londra, togliendosi il carico di essere la provvidenza dei
suoi compagni di esilio: passando in Germania lo vide e gli fe' vezzi
Giuseppe II; dietro lo esempio del Sovrano grosso glieli fece tutta
la varia gradazione dei principi alemanni, che salvo il rispetto,
arieggiano assai alle canne di un organo dove la demenza prova le sue
sinfonie pel di delle feste.
[Illustrazione: .... e trasportatolo presso al procoio di
Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la
gente lo stimasse il corpo di Altobello. (_Cap. IX._)]
Allora correva l'andazzo fra i principi di dilettarsi della libertà
come dei mostricini di bronzo che ai dì nostri usano tenere sopra le
tavole per calca-lettere; certa volta parve loro si movesse e veramente
si moveva; allora gl'invase una sconcia paura e corsero a pigliare
le molle per agguantarla e buttarla sul fuoco come si costuma agli
scorpioni: senonchè voltando le spalle essi se la trovarono addosso
così ad un tratto gigante che col capo toccava il soffitto minacciando
salire anche più in su: si attentarono mostrarle la porta perchè
uscisse, ed ella mostrò loro la finestra perchè la saltassero; staremo
a vedere come l'andrà finire, perchè per ora nè ella è salita dove
voleva andare, nè i principi saltati dove li voleva scaraventare:
staremo a vedere.
Ora è di mestieri raccontare due fatti degni di commemorazione
successi uno poco prima della partenza del Paoli, l'altro il giorno
dopo. Comincierò dal primo: quando si sparse la fama del prossimo
arrivo dei francesi a Corte i Côrsi che sapevano come quantunque un
popolo butti in faccia ad altro popolo gli omicidi, le rapine e gli
stupri, sull'entrare dentro terre vinte, pure in verità la batte
tra il galeotto e il marinaio, eccetto gli Austriaci che in fatto di
bestialità stanno in cima dalla scala senza dire al calcagno viemmi
dietro, uomini e donne vecchi e fanciulli presero a fuggire alla
rinfusa verso il Monterotondo.
Lettore mio, per poco il cielo ti abbia largito immaginativa, fingi
un monte altissimo perpetuamente incoronato di neve, orrido per selve
e per dirupi di gioghi moltiplici, dove occorrono laghi e cascate di
acqua, e in mezzo a questi orrori ti rappresenta una donna giovane di
severa bellezza col grembo grave di crescente prole salire affannata
di greppo in greppo sotto la sferza dei raggi solari; ella dissimula
così la interna ambascia, che di tratto in tratto muove parole di
conforto al suo compagno sbigottito; e qualche volta presa da pietà
per la stanchezza di lui, ostentando forze che non ha, gli porge il
braccio soccorrevole. Cotesta è Letizia Ramolina che porta in seno il
castigo di Francia, l'uomo è Carlo Bonaparte, quell'avventato giovane
che udimmo sul poggiolo di casa Gafforia favellare al popolo gagliarde
parole.
Ora, Lettore mio, non immaginare più nulla, bensì pensa come l'uomo
per virtù propria condotto in alto, se è primo ad essere rischiarato
dai raggi del sole e della gloria, per compensare si trova esposto
a tutti gli strali di offesa e d'ingiuria che gl'indirizza il volgo
senza nome, non però senz'astio, che vede rappresentata in lui una
ingiustizia tanto più aborrita quanto meno facile a ripararsi; per
la quale cosa tra molti e meritati biasimi contro Napoleone, fatto
tiranno del mondo, i rigattieri delle sconcie parole ve ne mescolarono
altre così turpi come bugiarde. Di vero in parecchi libri Napoleone
trovasi infamato come figliuolo adulterino del conte di Marbeuf, ed è
falso; la Letizia Ramolina era da sette mesi incinta di lui mentre si
arrampicava sui gioghi di Monterotondo fuggendo l'ira francese. Carlo
Bonaparte si mantenne fedele alla causa della libertà, anzi mordeva
gli apostati, e condendo tuttavia il vezzo di aombrare gli eventi con
le allegorie pastorali, ripigliò la Corsica della sua voltabilità con
la canzone satirica: _Pastorella infida sei_; ma durò poco; povero
e vanitoso di breve cesse ai tempi. I Francesi a cui stende la mano
non rifiutano il tozzo, ed ei se l'ebbe: morì lungi della famiglia a
Montepellier sempre male in arnese. Più tardi quando la destra della
fortuna agguantò pei capelli Napoleone, il municipio di Montepellier
propose erigergli uno sbardellato monumento composto delle statue della
città di Montepellier, della religione e di altre parecchie; la città
di Montepellier con una mano aveva da alzare il coperchio della tomba,
e con l'altra additare la base dove si dovevano leggere le parole «esci
dalla tomba; il tuo figliuolo ti leva alla immortalità».
Napoleone allora console rispose: «non turbiamo la quiete ai defunti;
alle ossa loro pace; anche mio nonno è morto e il mio bisnonno altresì;
perchè dovrebbonsi essi trascurare? Ciò andrebbe per le lunghe. Se
avessi perduto ieri mio padre, la cosa potrebbe andare che il mio
dolore si manifestasse con qualche segno di onoranza: ma ora corrono
venti anni dacchè è morto; il pubblico pertanto non ha parte in questo
caso: non ne parliamo più.»
Questo fatto dimostra tre cose almeno: che il pecorume municipale a
un di presso in ogni tempo e dappertutto si rassomiglia; che Napoleone
forse non volle al padre quel bene che portò sempre alla madre sua; per
ultimo che l'adorazione di sè non era per anco in lui diventata tanta,
che la troppa vampa dell'adulazione non gli facesse aggrinzare il naso:
e in vero, non anco tolto il titolo di padrone assoluto, come Console
la trinciava tuttavia di popolesco.
L'altro fatto, che si congiunge dolorosamente al fine della nostra
storia, merita di essere riportato proprio nel vero modo in che
avvenne. — Domenico Leca, o da Leca, curato di Guagno, il giorno dopo
la partenza di Pasquale Paoli, che fu il 14 giugno 1769, la mattina
a mezzogiorno raccolto nella chiesa di Sovrinsù quanti erano rimasti
di là dai monti fedeli fino alla morte alla causa della Libertà,
celebrando la messa, quando fu sul punto di comunicarsi, lasciata
l'ostia su la patena si volse agli assistenti e con piglio truce, così
prese a parlare:
— _Dilecti in Cristo fratres._ — «Quando i peccati degli uomini
sforzano la bontà divina, Dio memore del patto non manda più il
diluvio, bensì manda i tiranni. Ora a questi parrebbe quasi essere
felici se Dio gli segnasse su la fronte della stimata di Caino; Caini
senza segno ogni uomo può ucciderli senza incorrere nell'ira del
Signore; ecco la paura e l'omicidio come due vipere mettono il nido
nel cuore del tiranno; egli educa metà del genere umano negl'istinti
del mastino, le dà denti, le dà collare di spunzoni e l'avventa contro
l'altra metà; egli piglia il ferro, e fattene due parti, quella che
tocca a lui foggia in arme da punta e da taglio per tormentare, e in
ceppi per incatenare; l'altra che tocca al popolo lavora in vomeri e
in badili, e gli dice: con questi arnesi apri la terra per seminarvi
il grano per me ed anco per te, o seppellirvi i tuoi corpi; e non
pertanto il terrore gli dura: allora chiama un sacerdote (non più
sacerdote, che tale non rendono la veste e il rito, bensì l'anima
conservata tempio degno della divinità) e gli sussurra dentro gli
orecchi: mettimi a parte del cielo, ed io spartirò teco i beni della
terra, circondami di spavento, distendi intorno a me l'inferno a modo
di vallo come lo mettesti intorno a Dio; fammi terribile, sbigottisci
le anime, e persuadile che sono parte di Dio, che egli mi impose con
le sue sante mani sopra la terra, chi tocca me tocca lui; il medesimo
fuoco immortale arderà chi ardisce levare non che altro un pensiero
ostile contro la sua divinità e la mia. Il sacerdote non sapeva, o non
volle rammentarsi delle parole del Redentore: Satana, è scritto che
tu non mi tenterai. Strinsero insieme il patto, e quando il tiranno
salì su l'altare, Dio lo disertò. — Ma la paura durava, se il tiranno
vestiva la corazza la paura s'immetteva fra la sua carne e le piastre
di ferro; nella notte sul letto solitario atterrito dai sogni stendeva
la mano sotto il guanciale per tema di un ferro; paventò prima il ferro
in mano al barbiere, e barba e capelli si fece accortare co' tizzi
ardenti; gli mise ombra lo spillo della moglie, e orribile a dirsi!
volle che ella si nudasse prima di entrare nella stanza del talamo:
e nè anche questo bastando a quietare la febbre dell'apprensione,
mandò per un dottore; voi sapete, o diletti fratelli in Cristo, come i
dottori in ogni tempo abbiano sostenuto coi sofismi loro il tiranno;
uno ne visse il quale richiesto dallo imperatore di giustificare in
senato la strage del fratello, rispose: «è più facile commettere
il fratricidio, che difenderlo[39]», e basta; dicono di tratto in
tratto ve ne fosse degli altri buoni, e sarà; però tutti insieme e'
si possono contare su le dita. Il tiranno dunque disse al dottore:
io ti metterò a parte della mia potestà di uccidere e spogliare, a
patto che tu la dimostri intangibile; il dottore scese agli accordi
e scrisse: «il bene del consorzio umano volere, che si ubbidisse ai
principi accettati col consenso espresso o tacito dei popoli (consenso
tacito è la paura del boia); occorrendo certi casi (e li dicevano);
stare nella comunanza dei sudditi il diritto di muovere rimostranze
al Principe ed anco di bandirlo; ammazzarlo mai; il singolo in verun
caso potere levare la voce e molto meno la mano, dacchè la volontà
altrui non s'interpreta, e bisognerebbe ad uno ad uno farsi conferire
il mandato. Chi opera altrimenti, il consorzio umano deve giudicarlo
perturbatore dell'ordinato vivere civile, e degno così del supplizio in
questa vita come d'infamia eterna nell'altra.» — Ipocriti! In qual modo
potrebbero profferire siffatto consenso labbra sigillate dalla paura?
Come andare in giro a raccogliere i voti l'uomo cacciato dai segugi
del tiranno peggio che belva in bosco? In questo modo, come poterono,
hanno creduto provedere alla propria sicurezza i tiranni; alla forza
aperta contrappongo centuplice forza e ordinata; alla violenza segreta
lo spavento religioso, il clamore dell'interesse, il sofisma dello
intelletto pervertito o confuso; e nondimanco il pallore regna su la
faccia dei re; e ciò che ormai non valgono ad ottenere giustizia o
pietà, la paura vale. Nel naufragio del diritto, quando il tiranno
aveva comune con l'uccello di rapina il nido su la rupe, l'istinto
ladro, le voglie crudeli e gli artigli sanguinosi, la giustizia abitò
le catacombe al pari dei discepoli di Cristo, e attese a difendere
l'umanità. Sopra la terra di Vestfalia venne prima istituito il
tribunale della santa Vema, segreto e terribile, che giudicava i
delitti dei potenti e li puniva. Le medesime cause partoriscono
naturalmente i medesimi effetti; la nostra forza fu infranta davanti
a forza maggiore, il diritto è calpestato, i lamenti derisi, le acque
dell'amarezza ci annegano. Che fare? Dileguarci nei sepolcri sarebbe
il meglio; ma a i figli, alle donne, a tutti quelli insomma che per
infermità o per natura si sentono pusillanimi, come provvederemo
noi? Repugna l'animo nostro dal partito estremo adoperato dai Giudei
quando Tito Vespasiano espugnò Gerusalemme; e non lo praticheremo
noi. Costituiamoci a posta nostra Tribunale, invisibile tutela degli
straziati, e vendicatori dei misfatti. Omai servire bisogna, tra noi
e i Francesi Dio ha giudicato, e davanti a cui egli ci atterrava,
forza è pur troppo che ci atterriamo noi, e se lo stato dei nostri non
inaspriscono vivremo, e lasceremo che vivano: noi non pretenderemo, che
nelle nostre piaghe infondano olio e vino come adoperò il Samaritano,
ma nè anco patiremo, che ci stillino veleno. Se poi ci ridurranno
alla disperazione noi cadremo improvvisi come il fulmine e terribile
come lui. Ottenga allora la paura quello che non poterono procurarci
la giustizia nè la misericordia: e veruno straniero commetta colpa
senza tremare continuamente il vendicatore che lo colga. A me è parso
che in questa guisa possiamo sempre benemeritare della Patria e della
umanità; ci ho meditato sopra nella notte quando il silenzio e le
tenebre schiudono la mente ai casti pensieri della tomba, ci meditai
a piè degli altari: mi consigliai col mio angelo custode, implorai Dio
che m'illuminasse, e non sentii niente che mi dissuadesse, anzi tutto
mi confermò nel proponimento. Gli è molto facile, che la mala morte ci
colga, ma io ho considerato che ogni setta, anco la più empia, ebbe
martiri, la Patria, che pure si reputa nobilissima fra le religioni,
non vanterà i suoi? Può darsi che il mondo ci chiami infami, ma a cui
sprezza la morte, che importa il mondo? Dio che sente i nostri cuori ci
darà premio o pena: ed io vi accerto, che ci aspetti il premio eterno
in paradiso.»
Così orava fervorosamente Domenico da Leca curato di Guagno: s'egli
avesse ragione a me riesce arduo giudicare: questo ben so, che i
Francesi ebbero torto, gli acerbi gastighi meritarono, e a questi
più che ad altro furono debitori i Côrsi se la immane ferocia degli
stranieri oppressori pigliò col tempo andatura più umana. Queste cose
si rammentano non in odio dei Francesi, bensì della tirannide, che
gli angioli stessi renderebbe demonii. Per fermo tu provi generosi
gl'Inglesi, ed alacri soccorritori delle miserie altrui, pure coteste
generosità e misericordia loro difettano di un certo tepido alito,
che consolando blandisce; si sente sempre un braccio che dall'alto si
stende al basso, un'anima che sa, senza menomare la copia della sua
felicità, potertene far parte; insomma non è l'inglese il ricco epulone
che lascia languire alla porta del suo palazzo Lazzaro affamato,
bensì gli manda a ribocco i rilievi della mensa, forse anco qualche
vivanda intatta; i Francesi poi ti aprono il penetrale domestico, ti
mettono a parte della famiglia, ti accostano al proprio cuore e ti
ravvivano, eglino, arguti nella beneficenza, arrivano a persuaderti
essere la sventura, come l'ingegno, come il valore, e le altre nobili
facoltà, pregio desiderabile della specie umana. La cavalleria nacque
in Francia, e colà più che altrove fu educato questo fiore della
barbarie, il quale propagandosi diventò la civiltà dei tempi moderni:
ciò non pertanto i Francesi si comportarono in Corsica tali, che le
belve più feroci non possono somministrare sufficiente paragone alla
efferatezza di loro; e ciò per la ragione avvertita, che l'uomo messo
su lo sdrucciolo del tiranno e del cagnotto, per quanta virtù possieda,
forza è che diventi tormentatore.
Quanto affermo suona grave, io lo comprendo ottimamente, e non lo
avrei scritto se non fosse per rifrescare dinanzi agli occhi degli
uomini una esperienza che troppo spesso li proviamo disposti a mettere
in oblio, e per altra parte siccome senza buone autorità non sarebbe
creduto, reputo obbligo chiarirlo con carte in mano. Incominciando
dai generali, innanzi tratto pongo un frammento di lettera scritta
da Napoleone Bonaparte ventiquatrenne, la quale Nicolò Tommaseo
giudica per probità, per calore di eloquenza e per feroce ironia,
degna di Gian Giacomo Rousseau. Questo frammento voltato in italiano,
imperciocchè la lettera comparisca scritta in francese, suona così:
«parte dei patrioti propugnando la libertà della patria periva,
parte abbandonava proscritta la terra fatta ormai nido di tiranni, ma
troppi più non erano morti, nè fuggivano e diventarono segno di ogni
maniera persecuzioni. Coteste forti anime corrompere non si potevano,
e dall'altro canto il dominio francese, se le non si sperdevano, non
poteva attecchire. Ahimè! Questo partito fu troppo bene portato al
compimento; taluni perirono vittime di accuse falsamente apposte:
tali altri, traditi dalla ospitalità e dalla fiducia posta in uomini
venduti, espiarono sopra i patiboli i sospiri e le lacrime sorpresi
alla loro passione: molti ammonticchiati, dal Narbona Fritzlar nella
torre di Tolone, avvelenati col cibo, tormentati dalle catene, oppressi
dai bistrattamenti, vissero, vita affannosa, e furono distrutti da
morte atrocemente lenta.»