— Stava appunto per finirla, e poi intendeva aggiungere, che se la

vostra memoria vi serve bene io, altro non dissi, nè di altro vi

assicurai, ch'era vera del discorso del capitano côrso quella parte

che spettava alla mia persona, e vera la mantengo. Tanto bastò alla

mia coscienza e deve bastare alla discretezza vostra, sul rimanente

avrei dovuto farvi la spia, e se voi siete uomo onorato, e la croce che

vi vedo in petto mi persuade essere voi onoratissimo e valorosissimo,

penso che non immaginerete manco per ombra ch'io potessi rendervi

cotesto servizio.

— Però quando si tratta dell'interesse del Re non si chiama fare la

spia se riveliamo notizie in pro' dello stato.

— Può darsi; materia ardua a districarsi, signor cavaliere, materia

ardua; però pregovi considerare che io sono suddito di S. M.

britannica.

— È giusto, — riprese il cavaliere Rassagnac tutto addolcito, perchè

quel buffo calido di lode aveva avuto possanza di far salire dieci

gradi in su il mercurio nel termometro della sua buona grazia: —

tuttavolta, soggiunse, mi permetterete ch'io possa visitare la vostra

nave.

— Sentite bene: come inglese io scerrei mille volte mandare per occhio

la nave, che permettere di visitarla a voi se presumeste farlo con

violenza: come amico e voglioso di compiacere vostra signoria, io vi

pregherò di venire co' vostri ufficiali al mio bordo; molto più che mi

corre l'obbligo di ricambiarvi le vostre finezze, e in questa occasione

voi rovisterete a beneplacito ogni cosa.

— È affare conchiuso.

E si toccarono le mani.

Andarono e misero sottosopra ogni cassa, ogni ripostiglio sul ponte e

nelle stanze; nello entrare in dispensa si fermarono dinanzi due botti

sopra una delle quali era scritto _rum_, sull'altra _porter_; sotto la

cannella ad entrambe stava posto un boccale per impedire lo stillicidio

imbrattasse il pavimento.

— Adesso, incominciò il Boswell, è ragione che beviate alla salute del

nostro re Giorgio, com'io bevvi a quella del vostro re Luigi: questo è

liquore nazionale, e del meglio che si possa trovare; gustatelo e poi

me ne direte le novità.

E data volta alla chiave della cannella ne proruppe una maniera di

minestra mora che levò nel bocale un flagello di schiuma rossiccia,

ne superò gli orli e si precipitò di fuori allagando il tavolato:

distribuito tosto il liquore nei bicchieri, lo ministrarono al

capitano Rassagnac e ai suoi degni ufficiali. Non ci si poteva trovare

eccezione; birra era e della perfetta, chiamata appunto _porter_ perchè

a cagione della sua forza sogliono berla i facchini; i Francesi non

assueti a cotesta dannata bevanda torcevano la bocca e strabuzzavano

gli occhi come se avessero il diavolo in corpo pure sopportavano

in pace cotesta cortese tortura, finchè il capitano Rassagnac con

una specie di mugolio depose il bicchiere mezzo vuoto su la tavola,

esclamando:

— Ouf! Io non ne posso più; signore, non potremmo bere alla salute

di S. M. britannica con altro liquore meno che con la birra,

eccellentissima come inglese, ma che a noi altri che non abbiamo

l'onore di essere sudditi di S. M. britannica scortica il palato? per

esempio questo _rum_ farebbe il caso, ed osservo che si può considerare

anch'egli inglese, perchè vi viene dalle vostre colonie.

— Benissimo, come vi garba, signor cavaliere.

E come dissero fecero: della birra non si tenne altramente discorso:

del rum poi bevvero in tanta copia, che nè anco la metà di quella

avrebbono trovato nella botte di birra, quantunque in apparenza più

capace, imperciocchè il signor Boswell nella sua previdenza l'avesse

fatta fabbricare col doppio fondo, e presso alla cannella contenesse

circa un barile di birra della più gagliarda che avesse saputo

rinvenire: ogni altra rimanenza era vuota, e aveva un coperchio che per

via di congegni combaciava con le doghe, mentre uno dei cerchi di ferro

ne nascondeva ai riguardanti le commettiture. Qui dentro stette celato

Pasquale Paoli: il caso è sicuro, e tradizioni e ricordi manoscritti

e stampati lo accertano del pari: merita non lo dimentichi la storia,

affinchè per esso si comprenda come novanta anni fa avesse a scampare

dalle mani dei Francesi l'uomo che sarebbe stato il Washington della

Italia, se come lui avesse avuto non solo la libertà a difendere, ma un

popolo altresì più numeroso sparso per terre sterminate, meno povero e

tutto di un cuore.

Nel primo capitolo di questa storia ho promesso far toccare con

mano come circa un secolo addietro i miei concittadini Livornesi si

mostrassero zelatori della libertà: adesso cade il luogo acconcio di

mantenere la promessa. Riporto scritture, se non isciatte del tutto,

almeno rozze; non importa; avvertesi al fatto, non al modo col quale lo

raccontano.

L'abate Giovacchino Cambiagi nel suo libro chiamato (Dio lo perdoni)

storia, IV, pag. 209 scrive: «la nave poi che aveva a bordo il Generale

era approdata a Livorno il 16. Siccome gli uomini di sommo merito

sanno cattivarsi l'amore ancora di chi non li conosce, così il Paoli

appena giunto a Livorno talmente trovò gli animi di quelli abitanti in

favor suo prevenuti, che tanto mi sia permesso il dire non esigerebbe

un nuovo sovrano dai suoi sudditi, correndo il popolo quali frenetici

or qua ora là per dove doveva passare non mai saziandosi di vederlo,

venendo acclamato dai più sensibili e ammirato dai più riflessivi e

finalmente da altri compianto per la sua poca buona fortuna in questi

ultimi incontri, avendo dato bastantemente a conoscere le di lui

operazioni quanto aveva saputo adoperarsi per rendere libera e alta una

nazione stata per lo addietro serva e ignorante.»

Il buono abate aggiunge che lo accolse anco _benignamente_ S. A. R.

Pietro Leopoldo, il quale _generosamente_ concesse agli esuli côrsi

asilo nei suoi _felicissimi_ Stati, a patto però che Pasquale lasciasse

loro un _assegnamento_ per mantenersi _onestamente_. Il che suona che

il Granduca non gli mandò via purchè si facessero le spese co' proprii

danari: la qual cosa se non arriva alla carità di Don Tubero che

biasciava lo zucchero agli ammalati, ci corre poco. Ma a quei tempi i

principi, quando non portavano via, parevano donare.

Il Paoli fece come ordinò l'ottimo principe, lasciando il fratello

Clemente ad amministrare le relique della fortuna pubblica; e questi

per assottigliare le spese si ridusse a vivere nel monastero di

Vallombrosa compiacendo alla sua severa natura: gli altri Côrsi per la

medesima causa si sparsero nei piccoli castelli della Toscana. Come vi

stessero, quali memorie vi lasciassero si ricava dal libro di un altro

abate chiamato Francesco Ottavio Renuccini: egli nel libro V del tomo

I della sua Storia (Dio perdoni anco lui) di Corsica, narrando come

Pasquale Paoli dopo lunghi anni di esilio ritornasse in patria, ci

chiarisce; «come buon numero di Toscani, che trovandosi a Bastia gli

presentarno i loro omaggi appalesandogli in nome della patria la più

_profonda_ venerazione, ringraziando nel tempo stesso gl'illustri esuli

così per lo esempio delle virtù che avevano dato alla Toscana durante

il loro soggiorno in quella. Paoli graziosamente rispose loro, e tra

le altre cose disse: che la Corsica, non mai dimentica dello asilo

accordato dalla Etruria ai suoi figliuoli, avrebbe riguardato sempre i

Toscani come suoi concittadini ed anche con maggior predilezione».

Ai giorni nostri i Toscani non lo avrebbero ringraziato di nulla,

perchè delle virtù ne hanno da vendere, almeno così ci porgono i

discorsi, gli scritti, i manifesti, gli avvisi, le leggi e i moniti

delle pubbliche magistrature; la civiltà poi possiedono in copia

maggiore che non l'Australia l'oro; onde ne fanno uno spreco che è una

passione. Comunque ora ciò avvenga, mettiamo in sodo anco questa, che

i Toscani novanta anni fa sentivano gratitudine a cui porgesse loro

esempio imitabile di valore, e avevano la modestia di manifestarglielo.

Il nostro Pasquale in compagnia del conte Gentili s'incamminò alla

volta di Londra, togliendosi il carico di essere la provvidenza dei

suoi compagni di esilio: passando in Germania lo vide e gli fe' vezzi

Giuseppe II; dietro lo esempio del Sovrano grosso glieli fece tutta

la varia gradazione dei principi alemanni, che salvo il rispetto,

arieggiano assai alle canne di un organo dove la demenza prova le sue

sinfonie pel di delle feste.

[Illustrazione: .... e trasportatolo presso al procoio di

Santa Colomba lo esponessero alla pubblica strada; perchè la

gente lo stimasse il corpo di Altobello. (_Cap. IX._)]

Allora correva l'andazzo fra i principi di dilettarsi della libertà

come dei mostricini di bronzo che ai dì nostri usano tenere sopra le

tavole per calca-lettere; certa volta parve loro si movesse e veramente

si moveva; allora gl'invase una sconcia paura e corsero a pigliare

le molle per agguantarla e buttarla sul fuoco come si costuma agli

scorpioni: senonchè voltando le spalle essi se la trovarono addosso

così ad un tratto gigante che col capo toccava il soffitto minacciando

salire anche più in su: si attentarono mostrarle la porta perchè

uscisse, ed ella mostrò loro la finestra perchè la saltassero; staremo

a vedere come l'andrà finire, perchè per ora nè ella è salita dove

voleva andare, nè i principi saltati dove li voleva scaraventare:

staremo a vedere.

Ora è di mestieri raccontare due fatti degni di commemorazione

successi uno poco prima della partenza del Paoli, l'altro il giorno

dopo. Comincierò dal primo: quando si sparse la fama del prossimo

arrivo dei francesi a Corte i Côrsi che sapevano come quantunque un

popolo butti in faccia ad altro popolo gli omicidi, le rapine e gli

stupri, sull'entrare dentro terre vinte, pure in verità la batte

tra il galeotto e il marinaio, eccetto gli Austriaci che in fatto di

bestialità stanno in cima dalla scala senza dire al calcagno viemmi

dietro, uomini e donne vecchi e fanciulli presero a fuggire alla

rinfusa verso il Monterotondo.

Lettore mio, per poco il cielo ti abbia largito immaginativa, fingi

un monte altissimo perpetuamente incoronato di neve, orrido per selve

e per dirupi di gioghi moltiplici, dove occorrono laghi e cascate di

acqua, e in mezzo a questi orrori ti rappresenta una donna giovane di

severa bellezza col grembo grave di crescente prole salire affannata

di greppo in greppo sotto la sferza dei raggi solari; ella dissimula

così la interna ambascia, che di tratto in tratto muove parole di

conforto al suo compagno sbigottito; e qualche volta presa da pietà

per la stanchezza di lui, ostentando forze che non ha, gli porge il

braccio soccorrevole. Cotesta è Letizia Ramolina che porta in seno il

castigo di Francia, l'uomo è Carlo Bonaparte, quell'avventato giovane

che udimmo sul poggiolo di casa Gafforia favellare al popolo gagliarde

parole.

Ora, Lettore mio, non immaginare più nulla, bensì pensa come l'uomo

per virtù propria condotto in alto, se è primo ad essere rischiarato

dai raggi del sole e della gloria, per compensare si trova esposto

a tutti gli strali di offesa e d'ingiuria che gl'indirizza il volgo

senza nome, non però senz'astio, che vede rappresentata in lui una

ingiustizia tanto più aborrita quanto meno facile a ripararsi; per

la quale cosa tra molti e meritati biasimi contro Napoleone, fatto

tiranno del mondo, i rigattieri delle sconcie parole ve ne mescolarono

altre così turpi come bugiarde. Di vero in parecchi libri Napoleone

trovasi infamato come figliuolo adulterino del conte di Marbeuf, ed è

falso; la Letizia Ramolina era da sette mesi incinta di lui mentre si

arrampicava sui gioghi di Monterotondo fuggendo l'ira francese. Carlo

Bonaparte si mantenne fedele alla causa della libertà, anzi mordeva

gli apostati, e condendo tuttavia il vezzo di aombrare gli eventi con

le allegorie pastorali, ripigliò la Corsica della sua voltabilità con

la canzone satirica: _Pastorella infida sei_; ma durò poco; povero

e vanitoso di breve cesse ai tempi. I Francesi a cui stende la mano

non rifiutano il tozzo, ed ei se l'ebbe: morì lungi della famiglia a

Montepellier sempre male in arnese. Più tardi quando la destra della

fortuna agguantò pei capelli Napoleone, il municipio di Montepellier

propose erigergli uno sbardellato monumento composto delle statue della

città di Montepellier, della religione e di altre parecchie; la città

di Montepellier con una mano aveva da alzare il coperchio della tomba,

e con l'altra additare la base dove si dovevano leggere le parole «esci

dalla tomba; il tuo figliuolo ti leva alla immortalità».

Napoleone allora console rispose: «non turbiamo la quiete ai defunti;

alle ossa loro pace; anche mio nonno è morto e il mio bisnonno altresì;

perchè dovrebbonsi essi trascurare? Ciò andrebbe per le lunghe. Se

avessi perduto ieri mio padre, la cosa potrebbe andare che il mio

dolore si manifestasse con qualche segno di onoranza: ma ora corrono

venti anni dacchè è morto; il pubblico pertanto non ha parte in questo

caso: non ne parliamo più.»

Questo fatto dimostra tre cose almeno: che il pecorume municipale a

un di presso in ogni tempo e dappertutto si rassomiglia; che Napoleone

forse non volle al padre quel bene che portò sempre alla madre sua; per

ultimo che l'adorazione di sè non era per anco in lui diventata tanta,

che la troppa vampa dell'adulazione non gli facesse aggrinzare il naso:

e in vero, non anco tolto il titolo di padrone assoluto, come Console

la trinciava tuttavia di popolesco.

L'altro fatto, che si congiunge dolorosamente al fine della nostra

storia, merita di essere riportato proprio nel vero modo in che

avvenne. — Domenico Leca, o da Leca, curato di Guagno, il giorno dopo

la partenza di Pasquale Paoli, che fu il 14 giugno 1769, la mattina

a mezzogiorno raccolto nella chiesa di Sovrinsù quanti erano rimasti

di là dai monti fedeli fino alla morte alla causa della Libertà,

celebrando la messa, quando fu sul punto di comunicarsi, lasciata

l'ostia su la patena si volse agli assistenti e con piglio truce, così

prese a parlare:

— _Dilecti in Cristo fratres._ — «Quando i peccati degli uomini

sforzano la bontà divina, Dio memore del patto non manda più il

diluvio, bensì manda i tiranni. Ora a questi parrebbe quasi essere

felici se Dio gli segnasse su la fronte della stimata di Caino; Caini

senza segno ogni uomo può ucciderli senza incorrere nell'ira del

Signore; ecco la paura e l'omicidio come due vipere mettono il nido

nel cuore del tiranno; egli educa metà del genere umano negl'istinti

del mastino, le dà denti, le dà collare di spunzoni e l'avventa contro

l'altra metà; egli piglia il ferro, e fattene due parti, quella che

tocca a lui foggia in arme da punta e da taglio per tormentare, e in

ceppi per incatenare; l'altra che tocca al popolo lavora in vomeri e

in badili, e gli dice: con questi arnesi apri la terra per seminarvi

il grano per me ed anco per te, o seppellirvi i tuoi corpi; e non

pertanto il terrore gli dura: allora chiama un sacerdote (non più

sacerdote, che tale non rendono la veste e il rito, bensì l'anima

conservata tempio degno della divinità) e gli sussurra dentro gli

orecchi: mettimi a parte del cielo, ed io spartirò teco i beni della

terra, circondami di spavento, distendi intorno a me l'inferno a modo

di vallo come lo mettesti intorno a Dio; fammi terribile, sbigottisci

le anime, e persuadile che sono parte di Dio, che egli mi impose con

le sue sante mani sopra la terra, chi tocca me tocca lui; il medesimo

fuoco immortale arderà chi ardisce levare non che altro un pensiero

ostile contro la sua divinità e la mia. Il sacerdote non sapeva, o non

volle rammentarsi delle parole del Redentore: Satana, è scritto che

tu non mi tenterai. Strinsero insieme il patto, e quando il tiranno

salì su l'altare, Dio lo disertò. — Ma la paura durava, se il tiranno

vestiva la corazza la paura s'immetteva fra la sua carne e le piastre

di ferro; nella notte sul letto solitario atterrito dai sogni stendeva

la mano sotto il guanciale per tema di un ferro; paventò prima il ferro

in mano al barbiere, e barba e capelli si fece accortare co' tizzi

ardenti; gli mise ombra lo spillo della moglie, e orribile a dirsi!

volle che ella si nudasse prima di entrare nella stanza del talamo:

e nè anche questo bastando a quietare la febbre dell'apprensione,

mandò per un dottore; voi sapete, o diletti fratelli in Cristo, come i

dottori in ogni tempo abbiano sostenuto coi sofismi loro il tiranno;

uno ne visse il quale richiesto dallo imperatore di giustificare in

senato la strage del fratello, rispose: «è più facile commettere

il fratricidio, che difenderlo[39]», e basta; dicono di tratto in

tratto ve ne fosse degli altri buoni, e sarà; però tutti insieme e'

si possono contare su le dita. Il tiranno dunque disse al dottore:

io ti metterò a parte della mia potestà di uccidere e spogliare, a

patto che tu la dimostri intangibile; il dottore scese agli accordi

e scrisse: «il bene del consorzio umano volere, che si ubbidisse ai

principi accettati col consenso espresso o tacito dei popoli (consenso

tacito è la paura del boia); occorrendo certi casi (e li dicevano);

stare nella comunanza dei sudditi il diritto di muovere rimostranze

al Principe ed anco di bandirlo; ammazzarlo mai; il singolo in verun

caso potere levare la voce e molto meno la mano, dacchè la volontà

altrui non s'interpreta, e bisognerebbe ad uno ad uno farsi conferire

il mandato. Chi opera altrimenti, il consorzio umano deve giudicarlo

perturbatore dell'ordinato vivere civile, e degno così del supplizio in

questa vita come d'infamia eterna nell'altra.» — Ipocriti! In qual modo

potrebbero profferire siffatto consenso labbra sigillate dalla paura?

Come andare in giro a raccogliere i voti l'uomo cacciato dai segugi

del tiranno peggio che belva in bosco? In questo modo, come poterono,

hanno creduto provedere alla propria sicurezza i tiranni; alla forza

aperta contrappongo centuplice forza e ordinata; alla violenza segreta

lo spavento religioso, il clamore dell'interesse, il sofisma dello

intelletto pervertito o confuso; e nondimanco il pallore regna su la

faccia dei re; e ciò che ormai non valgono ad ottenere giustizia o

pietà, la paura vale. Nel naufragio del diritto, quando il tiranno

aveva comune con l'uccello di rapina il nido su la rupe, l'istinto

ladro, le voglie crudeli e gli artigli sanguinosi, la giustizia abitò

le catacombe al pari dei discepoli di Cristo, e attese a difendere

l'umanità. Sopra la terra di Vestfalia venne prima istituito il

tribunale della santa Vema, segreto e terribile, che giudicava i

delitti dei potenti e li puniva. Le medesime cause partoriscono

naturalmente i medesimi effetti; la nostra forza fu infranta davanti

a forza maggiore, il diritto è calpestato, i lamenti derisi, le acque

dell'amarezza ci annegano. Che fare? Dileguarci nei sepolcri sarebbe

il meglio; ma a i figli, alle donne, a tutti quelli insomma che per

infermità o per natura si sentono pusillanimi, come provvederemo

noi? Repugna l'animo nostro dal partito estremo adoperato dai Giudei

quando Tito Vespasiano espugnò Gerusalemme; e non lo praticheremo

noi. Costituiamoci a posta nostra Tribunale, invisibile tutela degli

straziati, e vendicatori dei misfatti. Omai servire bisogna, tra noi

e i Francesi Dio ha giudicato, e davanti a cui egli ci atterrava,

forza è pur troppo che ci atterriamo noi, e se lo stato dei nostri non

inaspriscono vivremo, e lasceremo che vivano: noi non pretenderemo, che

nelle nostre piaghe infondano olio e vino come adoperò il Samaritano,

ma nè anco patiremo, che ci stillino veleno. Se poi ci ridurranno

alla disperazione noi cadremo improvvisi come il fulmine e terribile

come lui. Ottenga allora la paura quello che non poterono procurarci

la giustizia nè la misericordia: e veruno straniero commetta colpa

senza tremare continuamente il vendicatore che lo colga. A me è parso

che in questa guisa possiamo sempre benemeritare della Patria e della

umanità; ci ho meditato sopra nella notte quando il silenzio e le

tenebre schiudono la mente ai casti pensieri della tomba, ci meditai

a piè degli altari: mi consigliai col mio angelo custode, implorai Dio

che m'illuminasse, e non sentii niente che mi dissuadesse, anzi tutto

mi confermò nel proponimento. Gli è molto facile, che la mala morte ci

colga, ma io ho considerato che ogni setta, anco la più empia, ebbe

martiri, la Patria, che pure si reputa nobilissima fra le religioni,

non vanterà i suoi? Può darsi che il mondo ci chiami infami, ma a cui

sprezza la morte, che importa il mondo? Dio che sente i nostri cuori ci

darà premio o pena: ed io vi accerto, che ci aspetti il premio eterno

in paradiso.»

Così orava fervorosamente Domenico da Leca curato di Guagno: s'egli

avesse ragione a me riesce arduo giudicare: questo ben so, che i

Francesi ebbero torto, gli acerbi gastighi meritarono, e a questi

più che ad altro furono debitori i Côrsi se la immane ferocia degli

stranieri oppressori pigliò col tempo andatura più umana. Queste cose

si rammentano non in odio dei Francesi, bensì della tirannide, che

gli angioli stessi renderebbe demonii. Per fermo tu provi generosi

gl'Inglesi, ed alacri soccorritori delle miserie altrui, pure coteste

generosità e misericordia loro difettano di un certo tepido alito,

che consolando blandisce; si sente sempre un braccio che dall'alto si

stende al basso, un'anima che sa, senza menomare la copia della sua

felicità, potertene far parte; insomma non è l'inglese il ricco epulone

che lascia languire alla porta del suo palazzo Lazzaro affamato,

bensì gli manda a ribocco i rilievi della mensa, forse anco qualche

vivanda intatta; i Francesi poi ti aprono il penetrale domestico, ti

mettono a parte della famiglia, ti accostano al proprio cuore e ti

ravvivano, eglino, arguti nella beneficenza, arrivano a persuaderti

essere la sventura, come l'ingegno, come il valore, e le altre nobili

facoltà, pregio desiderabile della specie umana. La cavalleria nacque

in Francia, e colà più che altrove fu educato questo fiore della

barbarie, il quale propagandosi diventò la civiltà dei tempi moderni:

ciò non pertanto i Francesi si comportarono in Corsica tali, che le

belve più feroci non possono somministrare sufficiente paragone alla

efferatezza di loro; e ciò per la ragione avvertita, che l'uomo messo

su lo sdrucciolo del tiranno e del cagnotto, per quanta virtù possieda,

forza è che diventi tormentatore.

Quanto affermo suona grave, io lo comprendo ottimamente, e non lo

avrei scritto se non fosse per rifrescare dinanzi agli occhi degli

uomini una esperienza che troppo spesso li proviamo disposti a mettere

in oblio, e per altra parte siccome senza buone autorità non sarebbe

creduto, reputo obbligo chiarirlo con carte in mano. Incominciando

dai generali, innanzi tratto pongo un frammento di lettera scritta

da Napoleone Bonaparte ventiquatrenne, la quale Nicolò Tommaseo

giudica per probità, per calore di eloquenza e per feroce ironia,

degna di Gian Giacomo Rousseau. Questo frammento voltato in italiano,

imperciocchè la lettera comparisca scritta in francese, suona così:

«parte dei patrioti propugnando la libertà della patria periva,

parte abbandonava proscritta la terra fatta ormai nido di tiranni, ma

troppi più non erano morti, nè fuggivano e diventarono segno di ogni

maniera persecuzioni. Coteste forti anime corrompere non si potevano,

e dall'altro canto il dominio francese, se le non si sperdevano, non

poteva attecchire. Ahimè! Questo partito fu troppo bene portato al

compimento; taluni perirono vittime di accuse falsamente apposte:

tali altri, traditi dalla ospitalità e dalla fiducia posta in uomini

venduti, espiarono sopra i patiboli i sospiri e le lacrime sorpresi

alla loro passione: molti ammonticchiati, dal Narbona Fritzlar nella

torre di Tolone, avvelenati col cibo, tormentati dalle catene, oppressi

dai bistrattamenti, vissero, vita affannosa, e furono distrutti da

morte atrocemente lenta.»

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 41 / 50 段