per compenso di poco soccorso il regno; chiamato obbedii alla voce
della Patria la quale in dieci, in venti consulte mi commise difendessi
la sua libertà; e questo ho fatto con la fede di cittadino e di
cristiano. Separare adesso la causa mia dalla vostra, fingere privata
querela ciò che i nostri avi sostennero, è viltà. — Dite piuttosto,
che renunziate alla eredità dei vostri maggiori; dite, che rinnegate
quarant'anni di martirii, di sangue, di gesti gloriosi e di sciagure:
dite che vi venne in fastidio la libertà, che vi piacque farne danari,
come di cosa che non si usa più... questo dite, chè la menzogna aumenta
la infamia e non può giovarvi in nulla.
In premio dell'opera voi mi date l'esilio, e certo pensando alla inopia
che mi aspetta in terra straniera, al tedio continuo e alla mancanza di
ogni consolazione, dovrei affliggermi molto per me se il presagio della
miseria a cui siete riservati, e al disprezzo di voi stessi, ultima
sciagura! non mi togliesse al senso dei miei mali per desolarmi con
ogni fibra del mio cuore per voi. Ah! avessi potuto lasciarvi miseri,
non avviliti; la speranza avrebbe potuto ricondurre un'altra aurora per
tutti.
Se la bandiera côrsa strappata da mani repugnanti fosse caduta sul
campo di battaglia, la Immacolata che vi sta dipinta sopra avrebbe
raccolto il sangue sparso per la Patria e portato al trono dello
Eterno implorando vendetta per lui; ma adesso di che volete ella
supplichi Dio per voi? La viltà si detesta così in cielo come in
terra: disertata dalla Beata Vergine, ecco la vostra bandiera diventò
tutta bianca, potete usarne come _mandilo_ per asciugarvi le lacrime,
potete servirvene come lenzuolo per involtarci dentro la patria, perchè
la patria è morta; ella va a raggiungere dentro i sepolcri i suoi
figliuoli, i suoi veri e legittimi figliuoli che hanno combattuto, e
sono morti per lei; _finis_, (e qui prese con ambe le mani la carta
geografica della isola che gli stava davanti, sbarrò le braccia e
fecene due pezzi, aggiungendo con voce tremante) _finis Corsicae_.
Poi con un gesto ineffabile di disprezzo e d'imperio comandò agli
odiosi oratori gli sgombrassero davanti.
Se ne andarono l'avoltoio e i pecori municipali, i quali usciti
all'aperto, il primo disse agli altri:
— Ringraziamo Dio, la è ita a finire meglio ch'io non pensava; ad
ogni momento io temevo, che dato di piglio al bastone non ce ne avesse
amministrato un carpiccio delle buone.
E gli altri due, tuttochè pecori comunali, risposero:
— Magari! che con un po' di tempo e qualche empiastro si poteva
guarire, ma egli ci ha battuto il cuore, e a questo noi non potremo
trovare rimedio mai.
Sul fare della notte secretissimi messi partirono portatori di
lettere ai comandanti delle milizie a Mezzana, al ponte di Peri, al
fiuminale di Celavo, ai boschi del Verde in Fiumorbo, colle quali
s'ingiugneva cessata ogni resistenza tornassero di quieto a casa
nascondendo le armi in luogo sicuro per ripigliarle in migliore
occasione: per ora impossibile tenere fronte al nemico: non clamori,
non minaccie; si conservassero a fortune migliori. Giunse a tutti oltre
ogni estimativa amaro cotesto ordine, come quelli a cui, ignorando
la diserzione dei compagni, pareva poter resistere con vantaggio;
celarono le armi per grotte montane, taluni vollero portarle seco
loro, e male gliene incolse; prima però accesero i fuochi anco sopra
il consueto, perchè il nemico accorto del partirsi che facevano non
si fosse mosso a perseguitarli. Alla mattina le sentinelle avanzate
dei Francesi non udendo i soliti rumori, nè per quanto aguzzassero
la vista vedendo comparire persona, si attentarono trascorrere più
oltre e conobbero i Côrsi avere abbandonato il campo: ciò riferirono
subito ai superiori, che sospettosi d'insidie dettero il comando di
moversi, ma adoperandovi tutte le precauzioni costumate dai cautissimi
capitani quando si inoltrano in paese doloso. — Dopo due o tre miglia,
ebbero a persuadersi che i Côrsi erano affatto scomparsi, e facilmente
attribuirono il caso alla gran paura che avessero preso di loro; essi
che stremi di viveri già avevano incominciato a parlare di resa per non
rimanere morti di fame nel fiuminale di Celavo! — Allora non contenti
di essere così per miracolo liberati e nè manco di vincere a man salva,
parve loro non avere fatto nulla se non riuscivano a mettere le ugne
addosso al generale Paoli: lui bramavano, lui spasimanti agognavano per
rendere più splendido il trionfo a Parigi di cinquantamila Francesi
gente cappata, sopra poche migliaia di Côrsi mal vestiti e peggio
armati.
Senza ostentazione e con modi semplici secondo la sua natura gli
dettava, il Paoli chiamati gli ultimi compagni della sua fortuna, disse
loro:
— Amici miei, i Francesi cercano di me ed io non credo giusto
invilupparvi nelle mie venture; fate una cosa, tornatevene in famiglia
ed anco voi cedete a tempo per conservarvi a sorti migliori.
Ma gli altri torvi risposero:
— Che vi abbiamo fatto per meritarci questo oltraggio? Noi saremo
con voi in vita e in morte: voi padre, voi madre, voi moglie, voi
figliuoli, voi tutto.
Il Paoli si strinse gli occhi con la mano, e ce la tenne un pezzo; poi
a strappi soggiunse:
— Vi domando perdono. Partiamo.
Fatto gomitolo si avviarono pei gioghi di Bavella, e quando scopersero
il mare sostarono per vedere se sopra il lontano orizzonte si scoprisse
qualche naviglio con la prua rivolta a coteste sponde; non nube in
cielo, non vela in mare, l'uno e l'altro deserto nella magnificenza
dello azzurro sterminato. Allora ristrettisi a consiglio determinarono
sbandarsi sì per procacciarsi alla spicciolata il vivere per cotesti
luoghi montani, sì per isfuggire più facilmente alle ricerche del
nemico; e convennero altresì, che quale primo scorgesse qualche
bastimento ne avrebbe porto avviso ai compagni, se di giorno con tre
fumate, se di notte con tre vampe, coll'intervallo di un quarto di
ora di uno dall'altro, affinchè potessero esserne avvisati tutti e
accorrere alla posta.
E bene incolse loro il partito preso, imperciocchè indi a pochi giorni
comparvero stracorridori Francesi i quali si dettero a frugare di
qua e di là come bracchi alla campagna: ventura fu che le compagnie
côrse agli stipendii del nemico venissero adoperate a battere i boschi
di foce di Verde e di foce di Vizzavona che giudicarono più atte a'
nascondigli, però che altramente non sarebbe stato lieve fuggire; pure
parecchie notti il Paoli ebbe a passare dentro tane da volpi, di cui
l'apertura copersero con pruni intralciati a piante selvatiche, da
allontanare qualunque sospetto; ed una volta, narra la fama, che la
passò a cavalcione su di una sughera nascosto dalla spessa fronda di
quella; intantochè una squadra di Francesi sdraiati a piè dell'albero
andavano trattenendosi fra loro del guadagno che ne sarebbe loro
toccato se lo avessero preso e degli onori (giudicavano a quei tempi i
Francesi degno del rimerito di onori agguantare a mo' di facinoroso un
difensore della patria libertà), come pure degli strazii che avrebbero
fatto a quel brigante del Paoli traendolo incatenato traverso la
Francia.
Il Paoli però la più parte della notte passava in compagnia di
Altobello e di Nasone lungo la spiaggia a speculare se qualche legno
giungesse; la notte del 12 giugno prima assai che il sole cascasse
dietro ai monti si era levato uno scilocco fresco, che in breve ora
aveva sommosso la superficie delle acque; per quanto l'occhio si
spingeva lontano si vedevano miriadi di ondate spumanti simili a
cavalli bianchi sfidati a gara di corsa verso la riva; parecchi di
questi ad occhi meno esercitati avrebbero potuto parere vele, ma quelli
del Paoli e dello Alando non si potevano ingannare; e poi non dirò la
sfiducia, ma un senso di avversità si era per modo insignorito della
loro mente, che non si avventuravano a credere le cose prospere se non
si manifestavano certissime. Pure non seppero lasciare il lido finchè
non sorse alta la notte; allora Altobello rompendo primo il silenzio,
favellò:
— Signor generale, parmi, che sarebbe bene andarcene; quest'aria non è
sana, e col vento che tira, non pare verosimile che sia per approdare
veruna nave alla spiaggia.
— Vi ringrazio, Altobello, perchè questo fiotto di onde che si rompono
sul lido mi sonava come il pianto delle migliaia degli eroi defunti
venuti a lamentare la rovina della Patria. L'anima mia ne rimaneva
inebbriata di amarezza, e non sapeva staccarsene. Voi avete rotto
l'incanto: andiamo.
Lenti, silenziosi ripresero la via lungo la costiera che ha davanti a
sè gli scogli di Facina e delle Capricaglie: di un tratto parve loro
squittire Nasone, ma non ci porsero troppa avvertenza perchè appunto in
quel momento Altobello quasi rammaricandosi, esclamasse:
— Gran che! manco una vela: gli amici si sono proprio dimenticati di
noi?
— Figlio mio, nel pellegrinaggio che imprende la sventura talora ho
veduto accompagnarsele la pietà, di rado l'amicizia.
— Voi avete calunniato una virtù come Bruto a Filippi le calunniò
tutte... — Fu sentita una voce, che al Paoli parve, e veramente era
quella del signor Giacomo Boswell, il quale spietatamente soggiunse:
— e salvo vostro onore, con maggior biasimo di lui, perchè egli era
pagano, mentre voi siete cristiano.
— Signor Giacomo!
E il signor Giacomo lo abbracciò con tutta la tenerezza di cui si
sentiva capace; ma siccome l'ossatura, per così dire, della sua anima
andava composta alla rettitudine, continuò:
— E con tanto maggior biasimo, perchè oltre l'astratto voi oltraggiaste
immeritamente il concreto, dacchè qui meco sono il capitano Angiolo
Franceschi e Achille Murati, e il vostro parente Antonleonardo
Belgodere.
Il Paoli tacque, sia perchè, parlando, sentiva avrebbe aggravato i suoi
torti, sia perchè la gioia l'opprimeva, tanto più intesa quanto più
inaspettata.
Calmati i primi affetti il signor Boswell espose in brevi accenti il
governo di S. M. Britannica comecchè la impresa côrsa stimasse la più
giusta del mondo, e il Paoli, che la sosteneva, mettesse in paradiso
con tutte le sue simpatie (fino da quei tempi gl'Inglesi prodigavano
le simpatie, specie d'indulgenze politiche imitate dalle indulgenze
sacerdotali di Roma), pure non ci trovando per quel quarto di ora il
suo conto, non gli mandava nè uno schioppo nè uno scudo: gli amici
della libertà avere noleggiato due navi, ed empitele di munizioni,
avviate nel Mediterraneo: avvertito della rovina delle cose di Corsica
egli sbarcò a Livorno le munizioni, richiamò da Oneglia i Côrsi che
vi stavano rifugiati dopo la occupazione del Capocorso; ad una nave
prepose il capitano Angiolo, al comando dell'altra mantenne il capitano
Smittoy, persona da farcisi sopra capitale: difficile l'approdo
perchè l'isola perlustrata intorno intorno da un nugolo di sciabecchi
corseggianti di certo per agguantare il generale. I capitani dopo
avere veleggiato più giorni senza potere approdare a cagione dello
avvertito ostacolo, essersi prevalsi della _buriana_ di cotesta sera
per accostarsi, e averlo fatto: però il tempo non patire indugio, che
le àncore adesso a mala pena tenevano, e per poco rinforzasse il vento
e' gli avrebbe spinti a rompersi sul lido.
Posero subito mano alle stiappe e alle frasche, e accesero la fiamma:
prima che si accendesse la seconda quasi tutti convennero: non ci
fu mestieri accendere la terza. La storia rammenta il nome di alcuni
generosi i quali con forte petto anteposero gli affanni dello esilio
alla servitù; a me parrebbe, e voglio sperare che sembri anco altrui,
sacrilegio tacerne; dolendomi non avere potuto rinvenire il nome degli
altri. Di qui taluno toglie argomento di proverbiare la gloria, come
quella che procede a ghiribizzi peggio della fortuna, questo senza
perchè levando in alto, quello senza perchè tuffando in Lete; noi
caviamone all'opposto il conforto, che oltre questa via dove sono
eterni i premi, e li dispensa chi tutto vede, ed è fonte di giustizia,
nessuno rimarrà senza il meritato guiderdone. A noi mortali pare una
gran cosa questa del sonare un tempo in venti secoli o trenta; ma
che sono mai i secoli di fronte all'eternità? Sassi gettati dentro
un abisso noi gli sentiamo urtare rimbalzando sopra a quattro roccie
o sei, e poi silenzio. Il mio regno non è di questo mondo ha detto
Gesù Cristo, così ai laici che lo intendono poco come ai preti che lo
vogliono intendere anco meno.
I seguaci di Pasquale Paoli furono il suo fratello Clemente,
Antongiulio Serpentini, Giancarlo Saliceti, Nicodemo Pasqualini,
il conte Gentili, Giovanfrancesco Giafferi, Pietro Colle, Francesco
Pietri, Masseria, Giacomofilippo Gafforio, Carlo Raffaelli, Francesco
Petrignani; gli altri rammentati sopra, e trecento più tra uffiziali,
preti, frati e soldati.
Raccolti insieme presero a deliberare come si avessero a distribuire
sopra le navi condotte dal generoso inglese e assai di leggieri vennero
nella sentenza che per metà si spartissero sopra ognuna delle navi;
ma il signor Boswell impetrato silenzio tirò da prima una presa di
tabacco, poi disse:
— Bene, io aveva previsto ma per mio avviso sarebbe un partito
pessimo, e lo provo. Qui presso costeggiano parecchi sciabecchi di
S. M. cristianissima per darci la caccia: è molto probabile che non
rispetteranno la bandiera di S. M. britannica, perchè conoscono che
non si romperà la guerra per una nave visitata contro le regole;
scriveranno da una parte e dall'altra due risme di carta, sciuperanno
dieci libbre di cera di Spagna e faranno come la nebbia che lascia
il tempo come lo trova. Benissimo: ora divisi sopra sopra due navi,
veruna di questa si troverà equipaggiata in guisa da resistere ad uno
sciabecco francese, caso mai volesse usare prepotenza; e lo faranno,
perchè nella composizione di questi Francesi che Dio danni, ci entra
carne, ossa e prepotenza. Bene; dunque una delle navi bisogna si
salvi per forza, l'altra per astuzia: ora voi tutti imbarcatevi sopra
la nave del nostro bravo capitano Angiolo, e se vi si para davanti
qualche sciabecco francese mandatelo a picco; ai pesci piacciono molto
i Francesi per cena. Benissimo; io piglierò su la mia nave il signor
Paoli e vi prometto sopra la mia anima di condurvelo sano e salvo a
Livorno; in qual modo non domandate; ciò è mio segreto; questo vi basti
che visitata o no la nave non ci starà meno sicuro il nostro amico.
Bene, molto bene, benissimo.
Come il signor Giacomo consigliò, essi fecero; quantunque di malavoglia
i Côrsi dettero spesa al cervello e acconsentirono: più difficile
era persuadere Nasone, per la qual cosa il Paoli pregò Altobello che
lo recasse in disparte, raccomandandoglielo con parole caldissime, e
aggiungendo:
— Addio non vi do, perchè ci rivedremo domani o domani l'altro a
Livorno; affido a voi quel mio povero Nasone.
— Vivrà o morirà con me: quanto allo addio, datemelo signor Pasquale,
e un bacio; sono tanti i casi... voi lo sapete.
E così dicendo gli si gettò nelle braccia baciandolo con immensa
passione. Il Paoli agitato da molti pensieri non pose mente a
cotesta smania, la quale gli sarebbe parsa soverchia per momentanea
separazione, onde un po' così alla leggera gli disse:
— Animo! Altobello, ci rivedremo in breve, e un giorno, spero, ci
sentiremo felici.
— Oh! anch'io lo spero, e per non separarci mai più — e si allontanò
turandosi con ambedue le mani la bocca per non prorompere in
singhiozzi.
Le navi ebbero diversa fortuna. Quella guidata dal capitano Angiolo
o perchè fosse più carica o per altra ragione, non potè durante la
notte staccarsi molto dalla spiaggia. La mattina quando sorse il sole
si videro davanti la Corsica tutta smagliante pei raggi del pianeta
emerso dalle acque tirrene proprio di faccia a lei, sicchè pareva
una Madonna vestita della pienezza della sua gloria. Metteva al cuore
pietà infinita vedere tutta quella gente ammonticchiata a poppa con
le mani tese in varii atteggiamenti verso la terra natale, mentre le
lagrime si versavano dagli occhi sopra coteste faccie riarse, come
acqua traboccante da un vaso troppo pieno. Invano il capitano Angiolo
bociava, che mettendo a quel modo tutto il peso da un lato la nave non
poteva fare cammino; non gli davano retta, e la sua voce di quando in
quando gli restava chiusa nella gola. All'improvviso si udì il suono
della cetera côrsa; e le anime dei circostanti tremarono. Perchè i
popoli massime meridionali confidano le gioie, le glorie ed i dolori
all'armonia? Certamente perchè dentro di noi fu posta l'armonia come
l'anima. Questa uscendo dai petti mortali vola a Dio, quella al cielo
dove ha sede perenne; sicchè gli uomini, commettendo i loro messaggi
alle ale dell'armonia, sperano e non isperano invano, che fedelmente e
celeremente saranno ricapitati al cospetto del Creatore.
Cotesti furono suoni pieni di dolce mestizia, ma quando vi si
accompagnò il canto, il capitano Angiolo non potè reggersi in piedi; si
pose a sedere su la tolda, rannicchiò le ginocchia, se le strinse con
le braccia e dopo averci nascosta la faccia, pianse.
Il canto fu questo: avrei desiderato metterlo in rima e mi ci provai
come feci pel vocero di Lella Campana, ma io ebbi sempre in uggia le
rime e i giandarmi, perchè le prime menavano il pensiero ed i secondi
il corpo dove nè il pensiero nè il corpo volevano andare: i miei
lettori saranno contenti, che io ne riporti loro il concetto in prosa
e credo ci guadagneremo tutti e due. Il canto dunque diceva così;
§ 1.
— Mia madre talora mi ha sgridato e mio padre qualche volta mi ha
percosso: ma tu, o Patria, sia che da te mi partissi, ovvero a te
ritornassi, mi hai sempre riso. Mia madre mi ninnò dentro la culla
cantando, ma io piangendo le recitai il _Miserere_ sopra la fossa.
Mio padre mi addestrò le mani ai primi tiri, ma io quando la morte lo
chiamò gli composi sul petto in croce le sue prima di chiuderlo dentro
la cassa. Tu poi o Patria, appena uscito al mondo mi consolasti con la
luce e col calore: vivo mi nutrisci col tuo seno e nel tuo seno sazio
di giorni mi raccoglierai. Perpetua madre, tu non ti stacchi in verun
tempo i tuoi figliuoli dalle braccia: tu doni sempre e non ricevi mai.
— Benedetta la Patria!
§ 2.
— Bella la patria mia! Tu in grembo al mare rassembri quasi un mazzo
di fiori messo in fresco dentro un vaso di cristallo. Satana stesso
passandoti allato, nel contemplarti tanto divina per forza di amore,
ti ebbe a salutare come l'Arcangelo fece a Maria: Ave Italia piena
di grazia! furono udite dire le labbra del diavolo; ma lo straniero è
venuto, ha visto le magnificenze del tuo valore, la gloria delle tue
antiche libertà, e la vipera dell'astio gli morse il cuore: allora egli
adattò sopra il suo arco due strali: con uno, che gli dette Giuda,
ti ferì l'ala destra; con l'altro, che gli porse Attila, sotto l'ala
sinistra. O nobile falco pellegrino, ecco tu giravi in terra e del
tuo sangue è rossa l'aria, intantochè un grido corse di valle in valle
pei tuoi casolari; la Patria è spenta! — Lo straniero si ammanisce a
strapparti ingegno, libertà, figliuoli e favella e memoria, come il
cacciatore costuma con le penne dello uccello poichè lo ha morto.
— Maledetto lo straniero!
§ 3.
— Oh! nò, la Patria non è spenta ancora. Che cosa vuoi per riaverti,
o Patria? Il nostro sangue? Gli è poca cosa; l'uomo sparnazza questo
liquore delle sue vene peggio del liquore della vite. Vuoi la nostra
vita? La è poca cosa; ella quotidianamente si disperde come spuma di
cavallone rotto, sopra la costiera della morte. Vuoi la nostra fama?
Ella è poca cosa; fumo d'incenso, che il fuoco abbruciando consuma. Noi
ti daremo anco l'anima quando pure dandola a te la togliessimo a Dio,
ma questa la è una stolta parola; Dio e la patria sono una cosa sola.
— Benedetta la Patria!
§ 4.
— Vuoi tu sapere dove sia la reggia dello straniero? Quando cominci a
vedere costole e stinchi rotti, di': io sono sulla via che mena alla
reggia dello straniero. Quando ti occorreranno cumuli di teschi come
davanti l'apertura dell'antro di Polifemo, fermati: cotesta è la reggia
dello straniero. Vuoi ammirare il tempio delle glorie dello straniero?
Eccolo là; riconoscilo ai trofei di donne appese, di vecchi lacerati,
d'infanti percossi alle pareti. Vuoi sapere che cosa semini tra i Côrsi
lo straniero? L'odio e la morte. Quello che egli vendemmia e che miete?
Maledizione e sangue. Vuoi tu leggere la storia dello straniero? Ecco,
ei la stampa dove passa con caratteri di fuoco e di rapina. — Guardate
le mura fumanti dei paesi del Niolo, ha detto lo straniero; noi le
abbiamo guardate ed abbiamo gridato:
— Maledetto lo straniero!
§ 5.
— Ma benedetta la Patria! Benedetta nel cielo che la copre, esultanza
nei giorni di gioia, consolazione in quelli della sventura Benedetta
nel mare che la bagna; benedetta nelle nevi dei suoi monti e nell'erbe
delle sue valli; benedetta nei suoi laghi e nei suoi rivi; benedetta
nella eterna primavera, che la fa parere gemella con ogni alba che
nasce; benedetta nel verde immortale dei suoi aranci, dei suoi mirti e
dei suoi allori che le procaccia il titolo di sempre giovane.
— Benedetta la Patria, benedetta!
Fosse perchè tutti quelli che si trovavano a bordo così marinari come
passeggieri, intenti al mesto addio, trascurassero il governo della
nave, o fosse per altra cagione, essi piegarono a mano manca, onde non
potendo più agguantare il vento si trovarono spinti fino in Sardegna;
dopo parecchi giorni di navigazione travagliosa toccarono Portoferraio,
e il 22 luglio approdarono a Livorno, termine del loro viaggio.
La nave condotta dal capitano Smittoy al contrario bordeggiò a mano
destra e le riuscì schivare il vento e il mare grossi; ma per compenso
si trovò tra Capo Côrso e la Capraia, appunto dove il signor Giacomo
incontrava altravolta gli sciabecchi, o poco discosto. La fortuna
sovente si compiace con bizzarra insistenza rinnovare i medesimi
casi; almeno in questa occasione accadde così; di punto in bianco si
videro venire incontro di sopravento due sciabecchi armatori, di cui
uno, vedesse o no la bandiera inglese, sparò il tiro che chiamava ad
obbedienza: comecchè il capitano Smittoy ci patisse e attaccasse più
_Dio mi danni_ che non occorrono santi nel calendario, pure in sequela
dell'ordine del signor Boswell, calò il caicco in mare ed in compagnia
di lui si recò a bordo dello sciabecco francese.
Appena messo piede sul ponte, il signor Giacomo si trovò proprio
davanti la faccia porporina del capitano Torpè di Rassagnac questi di
porpora diventò pavonazzo come se gli balenasse sul volto un lampo
di vino; l'altro rimase tranquillo, con la sua inalterabile aria di
bontà, anzi schiuse le labbra ad un mezzo sorriso e sporse verso lui la
scatola profferendogli tabacco; ma il capitano Rassagnac la respinse
con un gesto che aveva imparato al teatro di corte, quando Ippolito
rigetta Fedra, la quale gli esibì quello che gli esibì.... e l'altro
non lo volle.
— Ah! siete voi? finalmente balbuziendo proruppe il capitano Torpè.
— Proprio io, ai vostri comandi.
— A cui appartiene la nave?
— A me.
— A voi? E voi chi siete?
— Ma, gentiluomo inglese e membro del Parlamento inglese, come potete
chiarirvi esaminando queste carte. E la stava appunto come la diceva;
sicchè il capitano rendendogliele soggiunse con molta amarezza:
— Però non mi sembra azione da gentiluomo ingannare un ufficiale
onorato ed esporlo a perdere la grazia del suo Re.
— Bene: voi dite unicamente — soggiunse il Boswell pigliando tabacco
con la sua aria più ingenua: onde il capitano Rassagnac stizzito
esclamò:
— Trono di Dio? e pare, che non si dica nè manco a voi.
— Innanzi tratto, capitano, salvo vostro onore, mi permetto osservarvi,
che a gentiluomo, suddito di S. M. cristianissima, a soldato, massime
di mare, esposto ogni minuto a molteplici maniere di morte e tutte
inopinate; non istà bene profferire bestemmie come fate voi.
— Spero che vi rammenterete non correre adesso tempo di quaresima e ci
risparmierete la predica.