trovò benissimo in ordine, munito di trincere e fortini; uno dei quali
a metà del ponte: poichè tutta la sua gente lo ebbe passato ed egli
ultimo, chiamò a se il conte Gentili preposto al comando dei prussiani
e degli Svizzeri messi a custodia del ponte, e gli disse che l'esito
della guerra dipendeva nella massima parte dalla difesa di cotesto
ponte; confermasse i soldati nella ottima mente; con ogni partito più
acconcio li persuadesse a tenere il fermo. Cotesta gente rude, ma fida,
udì con lieto animo le parole del generale e rispose farebbe il debito:
allora il Gentili su la fede di soldati e di cristiani la richiese
di giurare che avrebbero senza rispetto, finchè l'anima le bastasse,
sparato adosso a qualunque si fosse ardito passare. Appena passato il
ponte, il Paoli scrisse lodando Saliceti, Cottoni e Serpentini, strenui
mantenitori della foce del Golo, e raccomandò loro che operassero in
modo che durante la notte gli spedissero di rinforzo quanta più gente
potesse, senza però mostrare di sguernire il ponte. Giunto a Rostino,
appena scese da cavallo, prese penna e calamaro e di suo proprio pugno
vergò sopra un foglio d'ordine al comandante delle compagnie côrse
stanziate al ponte alla Leccia: pigliasse sul far del giorno mille
uomini fra i più gagliardi e valicato il Golo a Ponte Rotto per via di
traghetti s'insinuasse nelle macchie di Canavaggia, donde ingaggiata
la battaglia avesse ad irrompere improvviso percotendo il nemico di
fianco o alle spalle. Dopo questi ordini parve più quieto, e proseguì a
mandare comandi da ogni parte e a riavere ragguagli; i corni côrsi non
cessarono mai tutta notte di rispondersi da valle a valle, e più che
di uomini parvero voci delle foreste secolari, di vetusti dirupi che
si dessero la posta per la prossima battaglia; però come se il cielo
volesse chiarire le sue sinistre intenzioni, ad un tratto si ricoperse
di nuvoli e quindi a breve il vento precursore della tempesta, scotendo
gli alberi fronzuti di foglie novelle, empì la campagna di un segreto
rammarichio, di un suono di piante come se le anime dei morti per
la Patria da quarant'anni in poi uscissero dalle antiche sepolture
per lamentare il prossimo infortunio, poi scoppiò il fulmine e il
tuono lungamente ritronante di forra in forra terribile come la voce
dell'Angiolo che sveglierà i morti di tutta la terra e dirà: — sorgete,
o morti, e venite al giudizio! — Durò la tempesta poco più di due ore;
ma la sconcia pioggia empì fossati, ingrossò i torrenti, e alle tante
voci di terrore il Golo aggiunse il suo brontolìo mentre menava torvo
le gonfie acque: passate due ore le stelle tornarono a scintillare
più vivide come se avessero terso i raggi nei lavacri del cielo. Il
Paoli ora si affaccia ad una ed ora ad un'altra finestra, impaziente
di scernere su l'estremo orizzonte quella lista di luce grigia foriera
del giorno; ma non vedendola comparire, scende e montato il cavallo
s'inoltra solo per la via che da Rostino mena a Ponte Nuovo; il poggio
sul quale si era cacciato ingombravano allora macchie di cornioli e
qualche sughero, onde poco si poteva scorgere di giorno, molto meno
di notte. All'improvviso il cavallo si ferma e il Paoli scorge due
uomini armati ognuno da un lato tenergli il morso; veramente non si può
nè manco dire che la costanza in lui fosse virtù; piuttosto qualche
qualità naturale del suo temperamento; tuttavolta si tenne giunto
alla sua ultima ora e non gliene increbbe; chiuso in sè, sdegnoso di
profferire parola stette ad attenderla: però rimase poco in cotesta
ansietà dacchè una voce amica rompendo il silenzio disse:
— Ecco, per un capo di esercito questo è trascuratezza degna di biasimo.
— O padre Bernardino, chi vi può riconoscere sotto le fogge che ogni
giorno mutate, è bravo davvero!
— Mi sembra che non vi abbia a tornare nuovo che i frati trattino le
armi in Corsica, e chi crede altrove che le virtù del chiostro chiudano
la porta in faccia alle virtù della Patria ha torto marcio; ma ciò non
monta adesso: tornate indietro, Pasquale e spedite i vostri ordini da
Rostino, procurando di non mostrarvi fra i soldati, perchè vi ha tra
essi non uno ma più Giuda, che hanno venduto il vostro sangue e già
riscosso il prezzo.
— E come ardite affermare questo?
— Perchè lo so, essendomi stato rivelato in confessione, e veniva
appunto per avvisarvene.
— I traditori quali?
— Si palesa il peccato, non il peccatore; io lo ebbi in confessione, e
basta.
— Dunque il popolo pel quale ho sofferto tante fatiche e tanti dolori
mi rinnega adesso?
— Il popolo non vi rinnega, prese a dire l'altro personaggio, il popolo
non sa tradire; se vi avesse preso in odio vi ammazzerebbe, non vi
tradirebbe; chi vi tradisce sono gl'incipriati; come hanno imparato
a mentire il colore dei capelli, così mentiscono adesso la qualità
dell'anima.
[Illustrazione: — Più su ancora, più su, gridava a tutti
avanti Altobello; le vette dei monti ci allontanano dai
travagli degli uomini e ci avvicinano alle consolazioni del
cielo. (_Cap. IX_)]
— E voi chi siete?
— Io sono Orsone di Tavera, che voi non conoscete; ma egli conosce voi,
e alla vostra chiamata lasciò quattro figliuoli maschi (le femmine non
si contano) a casa, per fare il debito come patriotta e come cristiano.
— E adesso dove andate?
— Sto col popolo dei Casacconi, che di esso sono i parenti miei dal
lato della moglie; e vado qui con fra Bernardo per fare il debito come
patriotta e come cristiano.
— Andate e rammentatevi e rammentate altrui, che per cosa che vediate
o che sappiate, veruno, per quanto amore porta alla Patria, si attenti
a passare il fiume della destra sponda alla sinistra se prima non ne
abbia ricevuto segno, Dio sia con voi.
— E con voi altresì, rispose il frate, avete le vostre pistole?
— Le ho.
E mentre il frate col compagno scendeva verso il Ponte Nuovo, il
Paoli rifacendo i passi s'incamminò sopra la via di Rescamone; giunto
forse tre miglia lontano del Ponte Nuovo non gli bastò il cuore di
proseguire, e non curando il pericolo lì scese, lì si pose a sedere
sopra un greppo col capo appoggiato al tronco di una sughera; l'aurora
lo sorprese colà.
Bella fu oltre ogni credere cotesta mattina, e i poeti l'avrebbero
paragonata meritamente a Venere quando emerge dalle onde: imperciocchè
come la Dea ridesse e come la Dea stillasse acqua, la natura l'aveva
dapprima circumfusa di una tenue nebbia, che poi diventata più
vermiglia abbandonò all'appressarsi del sole, pari alla sposa novella,
che arrossendo si spoglia l'ultima zona all'appressarsi del talamo
nuziale. La natura vagheggiando la sua diletta figliuola aveva di
propria mano appeso copia infinita di gemme ad ogni foglia di albero,
ad ogni pianta, a ogni fiore, poi commise alla brezza e alla luce
di ministrare come ancelle, e quella le penetrò nelle intime fibre
scotendo di un tremito di voluttà le foglie, le piante e i fiori, i
quali parvero piangere per eccesso di piacere, e questa le mise su
la faccia gli splendori di Dio; — stupendo tutto e divino, senonchè
il lamentìo delle acque grosse che il Golo menava a rompersi per
gli scogli del suo letto, a mo' dello scheletro ai festini dei re di
Babilonia, ti ammoniva che la sventura è figliuola della gioia, la
morte starsi accanto alla vita; dopo la libertà succedere la tirannide.
Terribili trapassi e non pertanto fatali!
E sopratutto empiva di affanno la vista di una quercia fulminata; la
sua frasca, che fatto meriggio a venti generazioni, eccola in terra
sparsa, i rami cionchi in parte inceneriti, in parte riarsi; il merlo
cercando il noto nido scoteva alquanto le ale sopra il luogo dove
fu l'arbore, e non rinvenendo le amate frasche vibrava nell'aere un
gemito e fuggiva via: tutti avevano abbandonato il povero percosso;
dal suo casolare lo guardava il boscaiuolo, e intanto che aspettava
occasione di metterlo in pezzi senza disturbo, affilava l'accetta.
Non vi ha dolore al mondo che uguagli a questo, avvegnadio finchè
dura la tempesta o la battaglia imperversa, il tuo spirito si mescola
all'uragano, brontola col tuono o si lascia in balìa del lampo, ovvero
ancora aspira l'odore delle polveri fulminanti, alle fiere armonie
delle zuffe trasale; ma dove si presenti a te pacato dinanzi in
mezzo ai fiori il cadavere di un bambino colto anco lui fiore dalla
mano della morte, e il raggio mattutino del sole di maggio gli vesta
la faccia mentre tutto d'intorno rinnova la vita e ne gode persino
l'importuno moscone che non rifinisce mai di zufolare ronzando intorno
alle labbra e agli occhi del caro defunto, oh! allora se il tuo cuore
non sanguina, va, tu sei più o meno di un uomo, ma cento volte su di
una anche meno di una bestia.
Passate con inestimabile ansietà le prime ore del giorno, ormai
il sole era arrivato a mezzo del suo cammino; dal ponte della foce
di Golo arrivato a gran fretta Giancarlo Saliceti con mille uomini
occupava i posti assegnati: tutta quella gente colà raccolta, circa a
4000, anelava come una persona sola; la mano sul grilletto, l'occhio
alacre, il piede impaziente. Clemente Paoli dalla sua esaltazione
cavava argomento di esaltarsi; voleva parlare e non gli riusciva, le
parole cozzavano urtandosi fra i denti donde prorompevano in fremiti,
pure scorrendo per le fila co' gesti concitati, gli occhi leonini e
le chiome irte ispirava terrore e furore. Di repente dai poggi che
menano alla volta di Bigorno balena un lampo, poi due, poi cento; era
la vanguardia della colonna francese che sboccava nella valle di Golo.
Clemente la vide e immemore dell'ordine di battaglia e della disciplina
di cui egli pure fu osservatore piuttosto rigido che scrupoloso,
immemore di sè, gittato un urlo, col gesto accennò voler assalire il
nemico; chi lo ama il seguisse, e tempestando si slanciò sul ponte.
Difficilissima cosa era tenere con le ammonizioni e con gli esempi
l'empito dei Côrsi; immaginate chi avrebbe potuto attraversarsegli
adesso che gittava legna sul fuoco il meglio reputato dei loro
capitani; i Prussiani e gli Svizzeri messi a guardia del ponte non lo
tentarono nè manco, massime perchè la consegna portava a impedire la
entrata non già l'uscita del ponte. Scoppiarono fuori i Côrsi dal ponte
angusto come spirilli di acqua compressa e senza assembrarsi, senza
ordinarsi si avventarono a mo' di gatti salvatichi contro i Francesi:
questi erano buona e cappata gente in Francia, distinta allora
meritamente col nome di granatieri; imperciocchè oltre fare uso delle
armi ordinarie, come fu avvertito altrove, costumavano gettare granate
nel folto della mischia.
A Clemente teneva dietro frate Bernardino come il tuono al baleno.
Poemi, storie e racconti vanno pieni di fatti di guerra, sempre
ai medesimi colpi seguitano le molteplici forme della morte, tutte
terribili, tutte cause di pianto sconosciuto o non curato; però anco
in quest'arte (alcuni la dicono scienza) lo ingegno umano ogni giorno
supera sè stesso: verranno tempi nei quali due popoli strapperanno il
fulmine dal cielo, non al modo di Franklin, bensì per armarsene le mani
ed avventarselo contro: allora potranno, se vogliono, sterminarsi in un
minuto. Lo faranno essi? La speranza crede di no, ma la esperienza le
tentenna il capo dopo le spalle dicendo: — povera folle!
Noi non esporremo i vari casi di questa battaglia: diremo solo che
i Côrsi a saltelloni e alla scoperta corsero incontro ai reggimenti
francesi; parte per trovarsi più spediti gittarono gli schioppi,
avventaronsi contro le baionette, con le mani agguantarono le sciabole;
giocarono di stiletto. I Francesi a cagione dell'asperità del terreno
non poterono ordinarsi come avrebbero voluto, dacchè possiamo supporre
che se fosse loro riuscito mantenere il fuoco, i Côrsi non avrebbero
retto.
Frattanto arrivati sopra un po' di piano si strinsero e adoperandovi
ogni sforzo rigettarono i Côrsi; i quali tornarono addietro sì, ma come
uomo che per islanciarsi con maggior foga piglia campo; i Francesi
riguadagnando le alture, fosse accorgimento di guerra o necessità,
questa volta si divisero, ed una parte di loro si ritirò a Lento
l'altra a Canavaggia; i Côrsi anch'essi si separarono ed inseguendo
i nemici mettevano l'orma dov'essi la levavano; questo dicasi dei
fuggenti, fra i pertinaci accadevano duelli; dove mancate le armi
guerresche, il furore ne ministrava altre inusitate; si finivano a
morsi, o a colpi di pietra sul capo; gli aliti fumosi dell'assalito e
dello assalitore si confondevano; sentiva l'uno il palpito del petto
dell'altro; spesso esalarono ad un tempo l'anima, bocca accostata
a bocca. — Misericordia non si domandava nè si concedeva; preghiere
non ne furono dette, o se dette, assunsero il suono delle bestemmie;
pianti, urli, minaccie, singhiozzi, tutto pigliava un rumore confuso
pari al bramito della fiera che dopo lungo digiuno azzanna il carcame.
La gente di Francia si giudica perduta imperciocchè ritirandosi su
le alture di contro alle terre di Lento e Cavanaggia, munite di arme
copiosissime e di uomini decisi a menare le mani da disperati, stretta
così fra due fuochi non sembra che abbia più scampo.
Cotesta mossa avventata, comecchè favorita fin qui dalla fortuna,
potrebbe partorire inestimabile danno, forse anco la perdita della
impresa; ma la può essere sostenuta dalle compagnie côrse le quali fino
dall'alba devono avere lasciato il ponte alla Leccia. Si sono elleno
mosse? Non si sono mosse, e ciò per colpa del capitano, che, compro
con premio presente e speranza di onori futuri, oggimai si era venduto
alla Francia. Il nome di costui si conosce e potremmo rammentarlo,
ma a noi giova tacerlo; imperciocchè ai traditori dalla loro stessa
infamia venga pure qualche fama; e le cose buone sieno rammentate,
le triste no. Costui appartenne a stirpe inclita per delitti, per
tradimenti e per isventure da un lato, dall'altro per gesti magnanimi
e per morte gloriosa; onde meritamente potè dirsi la famiglia degli
Atridi di Corsica; però compensando il molto di cattivo col molto di
buono, ragione vuole che le siamo cortesi di oblìo; e ciò tanto più che
oggimai rimane di lei un vecchio solo, foglia secca di ramo morto; di
breve egli cascherà, se a quest'ora non è caduto nelle tenebre eterne,
e il suo nome dopo essersi propagato tuttavia per tre generazioni o
quattro cesserà dalla memoria nella guisa che sopra il sasso cascato
nel mare, poichè si succedono quattro ruote o sei, torna gelida e unita
la faccia delle acque.
Paolo Luigi Nasica ufficiale delle compagnie côrse stanziate al ponte
alla Laccia, consapevole degli ordini mandati, dal generale, vedendo
il sole alto senza che apparisse o desse il segnale della partenza, a
ciò sospinto eziandio pei conforti dei più zelanti fra i suoi compagni
salì risoluto le scale della casa dov'era albergato, e fattosi alla
porta della camera chiese licenza di entrare; la quale venendogli tosto
concessa egli entrato disse:
— Signor comandante, voi senza dubbio vi rammentate che giorno sia
questo?
— Lo so.
— Oggi forse si decide della libertà della Corsica... forse adesso i
Côrsi stretti corpo a corpo co' Francesi combattono l'ultima battaglia.
— Mi sembra molto verosimile.
— Il Generale ci comandò di moversi alla punta del giorno e accorrere
al Pontenuovo.
— È così.
— Posso domandarvi perchè dunque non siamo in cammino?
— Innanzi tratto costumo secondo le regole della buona milizia dare
discarico della mia condotta ai miei superiori, non già ai sottoposti.
— E va bene, ma io a nome di parecchi compagni non pretendo, imploro.
— Che compagni? Tre o quattro cervelli balzani come il vostro.
— Domando perdono, signor comandante, saremo dugento e più.
— Dugento! come può essere questo? ad ogni modo vi voglio dire che
l'ordine del Generale dichiarava: partissi all'alba e dopo che fossero
arrivate le vettovaglie le quali egli spediva: ora non avendo vista
la vettovaglia ho dovuto argomentare che il Generale non giudica più
necessaria la nostra mossa.
— Vi domando perdono, signor comandante, ma il vostro argomento nè meno
conclude a star fermo; perchè o ci moviamo o no, il vivere bisogna pure
procurarcelo.
— Cotesta è la vostra opinione; io la penso diversamente.
— Inoltre osservate che l'ordine del signor Generale va distinto in due
parti; una principale, l'altra accessoria; la prima sta nel trovarci
sul campo di battaglia, la seconda nel procurarci la munizione.
— Io non sono teologo ed obbedisco gli ordini come li leggo: obbedienza
cieca e passiva è la prima virtù del soldato.
— Nè qui si tratta di teologia, bensì di carità patria e di amore della
libertà; partiamo, vi supplico, per via troveremo di che nutrirci, e
poi per ventiquattro ore senza pane non morì mai nessuno.
— Non posso: la obbedienza cieca e passiva è la prima virtù del soldato.
— Facciamo una cosa; lasciamo qua un picchetto il quale arrivando la
vettovaglia la scorti dietro noi.
— Non voglio. Obbedienza cieca e passiva!
— Accomodiamoci in quest'altra maniera: mezzi dei nostri rimangano qui
con voi, e mezzi mandatene meco contro il nemico.
— Peggio che mai. Obbedienza cieca e passiva!
— Ma come fate a starvi così tranquillo a quest'ora? Come calmare il
sangue che bolle?...
— Aspettate; or ora scendo e giocheremo insieme una partita _alle
piastrelle_.
— Alle piastrelle! Per durare così su le brace bisogna essere san
Lorenzo, e nè manco quel santo ci stava volontieri.
— Forse presumeresti disobbedirmi?
— Se potessi io vi fucilerei su' due piedi, signor comandante.
E uscì impetuoso urlando ch'erano traditi; quanto a partirsi subito chi
gli voleva bene o piuttosto chi amava la Patria lo seguisse.
Circa ducento lo seguitarono; gli altri della famiglia del comandante,
o cognati di lui, si rimasero; più tardi i Francesi promossero al grado
di generale colui che non aveva voluto combattere.
I giovani snelli e animosi corsero via, e camminando tutto di un fiato
arrivarono al Ponte-rotto dove sentirono lo strepito delle moschettate
che si ricambiavano i combattenti: si sentivano rifiniti, ma bevuto
alquanto di acqua che col cavo delle mani attinsero dal fiume si
riposero in via cacciandosi per le macchie che vestono il colle a
mezzo-giorno di Canavaggia. Di botto cessa lo scoppio delle armi; che
significa questo? — Abbiamo vinto, abbiamo perso? Prima che sbocchiamo
allo aperto ci vuole un secolo. Vien qua Zembo, tu che ti arrimpichi
come una scimmia salisci su cotesto albero, e mira un po' che cosa si
veda. Il Zembo che non per una, ma per molte qualità si assomigliava
alle scimmie, in meno che non si dice comparve su in vetta all'albero.
— E bene che vedi? — Vedo — Presto! ti pigli un accidente — Vedo
Canavaggia... sì, è lei... è Canavaggia — E poi? Ma non si scorge mica
tutto, alcune case più soprane e i tetti di altre sottane. — E chi ha
vinto? — Aspettate... Ecco vedo una bandiera... — Côrsa? — Non mi pare
— Ha la testa di Moro? — Non ha la testa di Moro — Oh! che angoscia,
o che bandiera ella è? — Bandiera bianca, per la Immacolata, bandiera
francese! — Va via, traditore, morte al traditore!...
E al medesimo punto lo circondò un nuvolo di sassi; da taluno si
schermì, altro lo colse; per buona ventura la palla di moschetto, che
gli sparò contro il suo patrigno, gli portò via il berretto. Il gobbo,
lasciandosi scivolare giù a guisa del ragnatelo per un filo della sua
rete, strillava: All'inferno quanti siete!... su gli alberi non mi fate
salire più; che colpa ho io se la bandiera è francese?
Anelanti, invasi di furore e di spavento ecco sboccano allo scoperto e
innanzi ai loro occhi si palesa un molto infelice spettacolo. I Côrsi a
furia di sangue avevano respinto i Francesi fino a piè delle trincere
costruite per la difesa di Canavaggia, e si tenevano oggimai sicuri
della vittoria, che da un punto all'altro aspettavano vedere irrompere
fuori i Canavaggesi a farne strage, quando... oh! tradimento, oh!
dolore... sul campanile della chiesa fu inalberata bandiera bianca e
dalle aperte trincee sortirono freschi e ordinati parecchi battaglioni
francesi, i quali presero a sparare con tanta maestria, che i tiri di
tutti parvero uno scoppio solo. La moltitudine dei Côrsi dalla lontana
parve un arbore, che per impeto di vento piega a destra e a mancina, e
investito a un tratto dalla gragnuola semina il terreno di foglie; pure
si riebbe e fece vista di resistere; se non che per darle il colpo di
grazia, il medesimo tradimento nella medesima guisa operavasi nel punto
stesso a Lento, donde il nemico prorompeva più grosso, traendo seco
qualche artiglieria da montagna. I Côrsi sotto le trincere di Lento non
poterono tentare nè manco le difese e furono respinti, rotti come il
flutto iemale, che si avventa contro la rupe della spiaggia. I Francesi
rovinando giù procellosi accennano percotere di fianco le milizie
côrse, che tuttavia si ostinavano a contrastare il colle di Canavaggia,
e se venga loro fatto, circuirle e prostrarle di un colpo.
E' bisognò pensare a ritirarsi se non volevano rimanere tagliati
a pezzi. Le ritirate, quando non sono fughe, stroppi sono sempre:
sogliono celebrarsi la ritirata antica di Senofonte e la moderna di
Moreau, e sta bene; ma come a cui cascando da tre piani invece da
fiaccarsi il collo si rompe una gamba si dà il mi rallegro; chè in
altro modo non pare ragionevole. Ora poi la ritirata dei Côrsi doveva
riuscire tanto più disastrosa in quanto che si operava dall'alto al
basso; sicchè agl'inseguenti ogni oggetto offeriva materia da offesa,
e lo impeto della velocità cresceva la forza; nè compariva per tutta
la china ostacolo o schermo, dove i respinti potessero attestarsi a
rintuzzare l'ardente foga dei persecutori: per ultimo il tradimento
dei paesi di Costiera aveva scorato l'universale, e anco i più arditi
sentivano tremarsi l'anima dentro. Pure a Clemente venne fatto
osservare due rialti quasi in fondo della salita, i quali comechè
poco rilevati e di piccola mole, nondimanco potevano per un po' di
tempo difendersi, e fra tanta confusione, fra un turbine di ferro e
di piombo il prode uomo senza punto scomporsi, chiamò ad alta voce
parecchi dei più strenui compagni; taluni risposero, tali altri no; ma
questi, eccetto quella degli angioli, ormai non udiranno più altra voce
nel mondo: ai rispondenti ordinò si addossassero ai poggiuoli; quanto
potessero tenessero fermo; pareva a lui, ed era così, che se i Côrsi
riuscissero a passare il Ponte, e a mettere tra loro e i Francesi il
Golo ingrossato per la sconcia pioggia, forse le fortune della Patria
non erano anco perdute.
Egli poi scelse il rialzo a destra come più pericoloso, e quivi lo
seguitarono venti frati col padre Bernardino in capo. Quello che
cotesti frati operassero certo non troverebbe posto adatto nel _Flos
sanctorum_, bensì potrebbe registrarsi nei libri che insegnano a
venerare il sangue versato per la Patria; combatterono come gente
che sa di compire un dovere ferendo finchè il fiato la regga, ed è
convinta, che la palla nemica le varrà quanto l'eucarestia e l'olio
santo per biglietto d'ingresso in paradiso. Le varie morti io non
posso raccontare e nè anco ridire i nomi degli uccisi: la storia
tutto non registra, ed anch'ella non si mostra troppo parziale pei
vinti: la tradizione, fuoco domestico conservato sotto la cenere,
anch'egli viene meno, se allo straniero padrone del paese rincresca
e al compatriotta servo ammansito non garbi che tu ci soffi su: ma il
supremo dispensatore del premio e della pena li vide, li notò, e adesso
riposano nel suo seno, dov'è Washington, e dove non è Napoleone di
certo, quantunque il primo non credesse nel papa, ed il secondo sì.
Clemente e padre Bernardino, con l'anima legata negli occhi e nelle
mani, non avvertivano la strage che intorno a loro menavano le
scariche nemiche: morti o feriti tutti i compagni, rimanevano soli:
feriti recavansi un lembo della tonaca in bocca e quella mordevano per
frenare i lamenti, affinchè altri preso da compassione di soccorrerli
non si distogliesse da combattere. Quando Clemente e padre Bernardino
volsero intorno gli occhi consapevoli a mirare tanto eccidio, si fecero
bianchi; l'uno vide l'altro, ma non dissero parola e l'anima loro si
oscurò; ma e' fu nuvolo che passa, onde Clemente disse:
— Padre Bernardino, avete carico lo schioppo?
— Sì, l'ho.