Altobello non rispose parola, si voltò per fulminare con lo sguardo il

fratello rimasto sul letto; ma egli era scomparso senza che ei potesse

indovinare il come. Lo frugarono, privaronlo dell'arme e del danaro,

poi lo incatenarono per la mano destra e per la gamba sinistra; egli

si lasciava fare come smemorato; così lo aveva percosso l'inaudito

tradimento che non gli pareva sentirsi più uomo. Finalmente dalla

camera venne tratto nella prima stanza, e quivi con nuova meraviglia,

al lume di uno dei lampioni portati dai granatieri francesi, contemplò

intorno alla tavola posta nel mezzo quattro strane figure; il suo

fratello Mariano che contava monete di oro, un ufficiale francese che

gliele contava, la cognata Lucia che batteva le mani e strillava: —

Quattrini! quattrini! per ultimo il pastore Bastiano che girava il

capo dalla destra alla sinistra spalla a mo' di pendolo da orologio.

Altobello lanciò su Mariano gli occhi acuti quanto coltelli, ma costui

co' suoi fuggiva pauroso che gli fossero feriti; non aveva membro che

gli stesse fermo, e tuttavia ostentando petulanza diceva:

— Bisogna pure rifarci, caro fratello; — questi luigi mi pagheranno

la pigione di casa donde mi avete fatto cacciare via, e le spese dello

sgombero.

— Come! esclamò l'ufficiale francese restandosi dal contare con una

moneta in mano, questo uomo che ci consegnate è vostro fratello?

— Già; da ciò vedete che lo rubate mezzo per venticinque luigi...

quanti ne avevamo contati?

— Ventidue...

— Mi pareva ventuno.

— E non saranno nè manco se voi non ci rimettete quelli che avete

rubato e che ora tenete in mano, e la vostra degna consorte non cava

fuori gli altri che si è rimpiattati in tasca. —

— L'aveva fatto per distrazione sapete! perchè la Dio grazia casa

Alando ha onore da vendere...

— Si vede; e voi signora perchè avevate grancito il luigi?

— Io? distrazione... Dio grazia... casa Alando... onore da vendere...

rispose singhiozzando la donna.

— E tre venticinque, si affrettò a dire l'ufficiale schifato da tanta

sozzurra; ma poi ravvisandosi e prendendo un'aria carezzevole, posta

la mano su la spalla di Mariano, riprese: — voi mi piacete; siete uomo

fabbricato a prova di bomba; la vostra casa sembra fatta a posta per

tendere la tagliola; se vi garba e vi garberà di certo, continuare

ad esercitarvi nel mestiere in cui avete tanto bene incominciato, io

vi prometto di farvi pagare per ogni ufficiale prigioniero dieci o

quindici luigi secondo il merito.

— Toccate qua; è affare fatto, e se — disse pigliando tra il pollice

e l'indice un luigi per l'estremo contorno — e se non sapessi quanto

i Francesi procedono alla grande, e come amino piuttosto dare che

ricevere, sempre splendidi... sempre generosi, io vorrei darvi questo

luigi in senseria del mercato fatto... promettendo e obbligandomi pel

seguito di darvene mezzo (e come l'ufficiale strabuzzava gli occhi,

costui pauroso si riprese dicendo) di darvene uno per ogni affare che

mi procurerete.

L'ufficiale si morse le labbra; Mariano, senza avvertirlo, nella

ingenua sfrontatezza della sua infamia gli aveva ribadito uno schiaffo

su l'una e l'altra guancia e non ci era modo di risentirsene.

Non sovvenendo partito migliore all'ufficiale, cavò dalla sua borsa

due luigi e quelli dando a Mariano soggiunse: — pigliate, io sono uso

a regalare, non ad accettare mancie.

Mariano non se lo lasciò dire due volte, ed acciuffò a volo i due

luigi; nel riporseli assieme agli altri in tasca, riprese: — ve li

menerò buoni sui prossimi mercati tenendoli in conto di caparra.

— Io ve li dono, urlò l'ufficiale pestando i piedi, cioè non ve li

dono, vi saldo l'ingiuria che mi avete fatto pigliandomi per sensale di

tradimento.

— E voi costumate pagare le ingiure a luigi di oro?

— Non ho trovato migliore partito in difetto di potervela pagare con un

colpo di spada.

— Caro mio, non lo dite ad altri che a me, perchè voi mettete troppe

anime in tentazione di dirvi ingiure.

— Eh? caro mio, non ci sarebbe mica il gran male che immaginate,

perchè presto mi troverei in fondo co' quattrini, e allora, per vostro

governo, farei da' miei soldati rompere le ossa all'insolente e lo

salderei a bastonate.

— Allora vi chiedo perdono, ma davvero proponendomi voi di comprare per

conto altrui i prigionieri che mi capitasse mettervi in mano, credeva

in coscienza potervi reputare sensale. Non ci è stata malizia per

parte mia; facciamolo giudicare e vedrete che avete torto: se poi vi

siete avuto a male che vi abbia offerto poco, non andate in bestia; ci

accomoderemo da onesti amici; dove ci hanno uomini ci ha modo.

Mariano aveva torto nel considerare l'ufficiale parte accessoria del

tradimento, mentre tutti quelli che vi partecipano sono principali

in faccia a Dio che tiene l'archipendolo in mano della vera ragione,

gli uomini si governano con altro passetto; tanto vero questo che

l'ufficiale per lo zelo messo nel servizio del re fu eletto cavaliere

di San Luigi, mentre se capitava nelle mani del Paoli lo avrebbe

impiccato, e il generale in coscienza si sarebbe persuaso, come se ne

persuase il re, di avergli regolato il conto giusto.

Uscirono i granatieri traendo Altobello, che levando il capo si vide di

un tratto davanti a sè Bastiano; lo fissò dentro gli occhi con isguardi

taglienti pensando costringerlo ad abbassare la faccia svergognata; ma

Bastiano aggrottò a volta sua le ciglia e rispose colpo per colpo. Non

dissero parola, veruna voce fu udita, e pure Bastiano capì benissimo

che Altobello gli aveva domandato: Anche tu Bastiano? E Bastiano

aveva risposto: — Ed osi tu pensarmi traditore? Allora la sembianza

di Altobello si fece mansueta e Bastiano abbrancandosi con la destra

il petto dalla parte del cuore parve volerselo staccare e metterglielo

sotto gli occhi perchè si sincerasse.

Rimasero Mariano, il quale non si dette pensiero di seguire nè manco

con gli occhi il tradito, e la stupida consorte intorno alla tavola.

Mariano disse:

— Mira, Lucia, i Francesi ci hanno lasciata una lanterna; anche questo

è tanto guadagnato, oltre la candela che facendo a miccino può bastare

per quattro sere od otto.

— Anche dodici, notò Lucia, basta non accenderla mai.

— Va via, grulla; intanto ripassiamo un po' la moneta per vedere se va

bene.

— Per questo sarebbe tempo perduto, che la festa è fatta, ma rallegra

tanto il cuore la vista dei quattrini.

E quattro mani tremanti presero a maneggiare i luigi, ora

sparpagliandoli su la tavola, ora ammucchiandoli in gruppetti di

cinque, ora di nove; in chiunque gli avesse visti a quell'ora in

cotesto atto, avrebbero richiamato in mente i due porci del Boccaccio,

che presi gli stracci impestati prima col grifo e poi coi denti

squassandoseli su le guancie a sè dettero morte e furono cagione che la

morìa si distendesse sopra Firenze. Forse chi sa fino a quando avrieno

protratto il turpe diletto, se Lucia non fosse saltata su a dire:

— Ma di questa maniera, amore mio, la candela non durerà nemmeno

quattro sere.

— Hai ragione, Lucia, e infuriato dall'avarizia soffiò sul lume e

rimasero al buio. Intanto che a tastoni cercavano il letto, Bastiano

il pastore, che non si aspettava trovarsi così di posta licenziato,

cercando l'uscio di casa e trovatolo, di su la soglia gridò:

— Mariano, addio.

— Oh! chi è? ladri! assassini!

— Sono Bastiano.

— Ouf! sei tu?

— Sono io; e vi ho detto: addio Mariano; ho sbagliato, doveva dirvi:

addio Caino.

— Tu sbagli, rispose Mariano piegando il ginocchio su la sponda del

letto, Caino ammazzò il fratello...

— Voi l'avete tradito soltanto, dunque: addio Giuda.

— E anco qui pigli un granchio, soggiunse Mariano infagottandosi nelle

coperte. Giuda tradì il suo maestro e Altobello non mi ha insegnato mai

nulla: altra differenza; Giuda vendè Gesù trenta sicli di argento ed

io ho venduto il mio fratello venticinque luigi d'oro; per ultimo Giuda

s'impiccò ad un albero di fico ed io mi stendo bello e lungo dentro al

mio letto; buona notte, Bastiano.

— E da questo momento intendo di non istare più con voi.

— Meno galline, meno pipite.

— Sta bene, adesso che non siamo più padrone nè servo, ve la dirò io

una diversità tra voi e Giuda, che voi non avete saputo indovinare.

— Ci avrò gusto a sentirla.

— Giuda s'impiccò da sè, e voi, se altri non v'impicca, v'impiccherò

io. Buona notte, Mariano.

* * * * *

La notizia dello arresto di Altobello arrivò presto a Corte come

costuma delle disgrazie; i particolari del caso però, secondo il

solito, vari; e ciò era quello che meno importava al generale il quale

pensando a mille spedienti per riscattarlo, conobbe se non il più certo

almeno il manco pericoloso essere questo; chiamato pertanto a sè Matteo

Massesi gli disse:

— Matteo, tu sei un giovane di giudizio e capisci per aria le cose;

avrei pensato di mandarti a Bastia.

— Di contrabbando? interrogò il giovane balenando di allegrezza negli

occhi.

— No davvero, che ti potrebbe cogliere qualche disgrazia, e se

ciò accadesse non ne avrei mai pace; andrai col salvacondotto di

parlamentario.

— Oh! voi mi amate sempre?

— E perchè non dovrei amarti? disse il generale fissandolo in faccia.

— Non so.... mi pareva, rispose il giovane arrossendo ed evitando

incontrarsi con gli occhi del generale.

— Vien qua ragazzo, e sì dicendo gli vezzeggiava il volto, assèttati

al tavolino e scrivi quanto ti detterò. «Eccellenza. Voi mi avete

richiesto di fare a buona guerra con voi; parmi, per parte mia, avere

operato secondo il vostro desiderio rimandandovi fin qui i prigionieri

senza riscatto; ho atteso invano voi mi restituiste i miei. Questo a

parere mio non si chiama fare a buona guerra dalla parte vostra; pure

mettendo per ora questa discussione da parte, devo partecipare a V. E.

come ieri notte fosse condotto non a modo di prigioniero di guerra a

Bastia, bensì come persona rubata da ladroni, il signor Altobello....

— Ahi! ahi! urlò il giovane lasciando cascare la penna.

— Ch'è? che ti avvenne?

— Ahimè! Da parecchi giorni un dolore reumatico di tratto in tratto mi

piglia il braccio da cavarmi il fiato.

— Ebbene, lèvati di costà e scriverò da me. — Il generale riprese la

lettera con la quale in sostanza ammoniva il marchese di Chauvelin come

la cattura dello Alando fosse fuori di ogni ordine di buona milizia: la

stima che faceva di lui persuaderlo a credere che ancora egli pensasse

così; se mai s'ingannasse avrebbe barattato il comandante Alando con

due colonnelli ritenuti già a Corte per curarli delle ferite, e adesso

prossimi a guarire.»

Scritta la lettera la lesse a Matteo, nè intento come era alla presente

faccenda, si accorse del giovane che con alterna vicenda impallidiva,

arrossiva, sudava e qualche lagrima rara ed ardente versava dagli

occhi; poi chiudendo la lettera aggiungeva: — Matteo, tu te ne andrai

a Bastia dove ti presenterai al marchese di Chauvelin per consegnargli

questa lettera ed aspettarne la risposta. Se mai t'interrogasse, gli

dirai che il signor Altobello è ufficiale degno della estimazione di

ogni uomo dabbene; aggiungi che lo fanno degno di riguardo l'essere

figliuolo unico adatto a soccorrere la madre vedova, parlagli della

sposa novella che lascia in casa e finalmente non gli nasconderai

amarlo io e stimarlo oltre ogni termine... che hai che batti i piedi?

— Il dolore mi cuoce.

— Una buona sudata ti guarirà, e però chiarirai il marchese che

oltre il cambio, il quale mi sembra superiore a quello che si pratica

ordinariamente, io gli professerò sempre obbligo infinito. Eccoti dieci

luigi che ti basteranno e ce ne sarà di avanzo, rammenta che la patria

è povera ed io più di lei.

— Signor generale, rispose il giovane con voce alterata, io non voglio

andare.

— Non vuoi andare? urlò il Paoli con tale un grido da fare arricciare

i peli dallo spavento.

— No, più stizzito che mai, replicava il giovane.

— Bè, Ambrogio!...

La guardia fedele comparve sopra la soglia.

— Ambrogio conducete in prigione il signor Massesi.

— In prigione io? Io che prima voi amavate unicamente?

— Vi amai finchè vi conobbi buono, ora...

— Ora?

— Non vi amo più; voi siete invidioso, e peggio ancora, se peggio può

darsi, voi esultate del male del prossimo.

— Signor generale, non mi mandate in prigione, non mi discacciate da

voi, mia madre ne morirebbe di dolore; se non lo fate per me fatelo per

mio padre.

— Orsù dunque, partite; tra un quarto di ora a cavallo, e procurate

farmi dimenticare ogni trista impressione col ricondurmi il signore

Alando. D'ora in poi, giovane sconsigliato, porrete il vostro studio in

emulare, non già ad invidiare chi vale troppo meglio di voi.

Matteo Massesi, figliuolo del gran cancelliere fu bellissimo giovane:

di persona tanto bene formato che meglio non avria potuto tratteggiare

valoroso pittore; e nella faccia non aveva parte che non sembrasse

ritratta da modello greco, lenemente squadrate le guancie e il mento,

dove a ciocchette qua e là si arricciava la rada calugine; le labbra

rosse ranuncolo, tumide e semiaperte, traverso le quali, per così

dire, splendeva la candidezza dei denti, e gli occhi limpidi e bruni

come notte di state senza luna; i capelli neri e lustri da digradarne

l'asfalto; una forma divina che vista appena ti padroneggiava la mente,

così ti sforzava ad amarla, e nondimanco quanto più si pigliava usanza

con lui, tanto sentivi scemare l'affetto che ti aveva vinto da prima,

non ad un tratto, no, e neppure con diminuzione di momento, ma a poco

a poco, a piccoli frammenti come il tempo nell'orologio a polvere

si consuma in atomi di sabbia; infatti a considerarlo sottilmente,

la sua persona incedeva con un certo ciondolío quasi non sapesse

imprimere salda orma sul terreno; ancora gli occhi pure oscillavano

paurosi di fissarsi in qualche obbietto, e più di essere fissati da

altri occhi; le mani sempre fredde mettevano, toccandole, ribrezzo non

altrimenti che di morto si fossero; la fronte bassa, la vece varia;

ciò in quanto al corpo; per lo spirito facile ad amare con trasporto, e

facile del pari a disamare come povero di alimento a nutrire la divina

fiamma dello amore; ma i primi trasporti tanto più furiosi quanto

meno durevoli; nella invidia pertinace, perchè la virtù di amore sia

operosa, mentre la invidia si distrugga inerte; però come la vipera

la quale stuzzicata allunga i denti e avvelena, la invidia in lui

inasprita diventava odio immortale e inevitabile. Il generale Paoli in

parte aveva conosciuto, in parte indovinato l'animo del giovane; pure

gli aveva diminuito, non però tolto l'affetto, e ciò a cagione delle

qualità buone e non buone, consuete alle forti nature; l'uomo egregio a

male in cuore s'induceva a supporre tristo altrui, e supposto triste,

gli talentava crederlo incapace delle ultime scelleratezze, aggiungi

che gli doleva confessare di essersi ingannato molto di faccia ai suoi

famigliari, molto più di faccia a sè, perchè se lì ne pativa più la sua

superbia, qui gli pareva sentirsi spezzare il cuore.

Non impedito da cosa che gli si parasse per la strada molesta, il

Massesi arrivò a Bastia, dove chiese parlare col marchese di Chauvelin,

se non che questi, di salute infermo e su le mosse di partire per

Francia, lo rimandò al conte di Marbeuf. Era disegno accogliere

acerbamente il messaggiere di Paoli, fargli un rabbuffo di male

parole, e senza leggere lettere, nè udire ambasciate, respingere il

tapino oratore; quando poi gli fu davanti il bellissimo giovane, e in

modesti atti, soffuso il volto di rossore, gli porse il foglio, gli

mancò l'animo di mostrarsi scortese. Tanta virtù esercita la bellezza

anco nei più duri! Onde prese la lettera, la lesse e poi incominciò

a interrogare Matteo con parole oneste. Da prima è da credersi che il

facesse senza cattiva intenzione, ma procedendo nel colloquio presentì

poterne cavare qualche costrutto pei suoi fini; almeno gli parve, che

valeva il pregio tentarlo; allora disse: trattarsi di negozio grave,

non potergli rendere risposta senza avere consultato prima il consiglio

di guerra; fermassesi: qui volto ad un giovane cornetta dalla fisonomia

maligna da vincere una scimmia, gli disse: Signor Tilly, io lo confido

a voi; adoperatevi perchè questo giovine gentiluomo non si annoi

troppo.

E il cornetta senza cerimonie intrecciando il proprio braccio col

braccio di lui: — Vien meco, il mio caro orsacchiotto côrso, gli

diceva, tu stai per bubbolarmi la ganza, ma non importa; a ciascuno

tocca la sua volta; quando verrò a Corte ti ruberò la tua; — e via via

con la vivacità consueta ai Francesi, massime se giovani e allegri,

capaci a far tacere il più assordante passeraio che mai s'udisse

sopra olmo, accanto alla fontana del villaggio. — Ei lo condusse a

pranzo in compagnia di ufficiali più o meno scapestrati di lui, ma

scapestratissimi tutti. Quali fossero i costumi di Francia, allora i

libri francesi dissero, e ogni giorno ricordano tuttavia; a noi sarà

bello tacerlo; solo tanto ne basti che il Voltaire poteva scerre ad

argomento di poema lubrico la sacra magnanimità, e il martirio della

vergine orleanese liberatrice della Francia, nè solo il poteva, ma

erane lodato. Non pure ai tempi di cui favelliamo sapevano i Francesi

decorare il vizio con l'eleganze delle grazie; bensì ora saccheggiavano

le antiche e moderne scuole di filosofia per confermargli il regno,

ed accrescergli dominio. Matteo, sobrio per usanza non per volontà,

casto per costume, non per desiderio, si trovò di punto in bianco

tra le commessazioni di un Mirabeau giovine di ventiquattro anni,

del Dumouriez, figaro della monarchia francese, e di altra gente di

siffatta risma; immaginate che torrenti di lava infocata dovevano

sgorgare dalle labbra del Mirabeau a ventiquattro anni, pensate alla

girandola de' motti arguti che scoppiettava su la bocca del Dumouriez!

Ci era da fare fuggire la virtù rossa come una fravola, con le mani

su gli orecchi, e, corsa a rimpiattarsi tra le pieghe della santissima

Vergine, non si trovare nè manco in mezzo a quelle sicura.

Si frequentavano è vero le chiese, ma non si credeva in Dio, donde

nacque la generazione dei preti, che dette quel Lomenie Brienne il

quale proposto a Luigi XVI per arcivescovo di Parigi fece dire quel

meschino: — ahimè! bisognerebbe almeno che l'arcivescovo di Parigi

credesse in Dio. — Gli antichi, conducendo i Numi sulla terra, certo

avevano concesso alla materia troppa parte a scapito dello spirito,

ma i Francesi mettendo la materia in cielo e in terra vennero a

creare unico Dio il piacere: e parvero allora anacoreti quelli che

emendarono la dottrina di Aristippo così; sia Dio il piacere a patto

che non abbia per sacerdote il delitto. Vennero bocce di vino di

Sciampagna, vennero donne, donne e bocce spedite di Francia; e due di

codeste cortigiane si posero in mezzo Matteo, e piacque ad ambedue:

ma egli che potrà vincere il rimorso, non seppe vincere il pudore,

e si svincolò dalle braccia delle male femmine, con dispetto loro,

ilarità di tutti, che vedendo il giovane menare calci e sergozzoni ne

smascellavano dalle risa, urlando: — Due volte Giuseppe! due volte! —

Per ultimo i giovani sazii di bere e della invereconda petulanza delle

femmine, cacciarono fuori di finestra le bocce, e fuori della porta le

femmine per dar luogo però a vizio peggiore, il giuoco. Questo veleno

che senza rimorso si propinano a vicenda gli amici, tramandato a noi

dalle barbarie rude, ed amaro, la civiltà seppe addolcire e ingentilire

così, che a' tempi di cui parliamo nessuno poteva presumersi cavaliere

compito se non avesse rovinato almeno un paio di amici, e barare

non faceva caso; anzi se ne tenevano; della quale cosa ce ne porgono

testimonianza le memorie del cavaliere di Grammont. Matteo stimolato

a giocare, vergognando di comparire povero, mise fuori i suoi dieci

luigi, e li perse in un soffio; allora si rimise, ma punto sopra la

sua parsimonia, vergognando passare per avaro, accattò danaro che il

cornetta gli profferse, ed anche questo andò dietro all'altro; adesso

pensò mancargli assolutamente il potere di restituirlo, e vergognando

partirsi da Bastia in voce di truffatore, se ne fece imprestare ancora,

il quale finì come il primo, come il secondo e come due altre partite,

che cieco ormai, prese da chiunque gliene volle dare.

— Diavolo! costui accatta danari come se l'avesse a fare coi nostri

padri, i quali si contentavano essere rimborsati dei presti nell'altro

mondo.

Gli occhi di Matteo non videro quale avesse proferito le amare parole,

ma i suoi orecchi le intesero, e allora lo assalse la buona vergogna,

la vergogna che doveva venirgli prima ed in tempo, mentre adesso era

tardi e inopportuna, quella cioè d'ingolfarsi in debiti, che ormai non

sapeva come avrebbe pagato; uscì che il capo gli pigliava fuoco, si

ridusse a casa e si gettò vestito sul letto: aveva perduto sessanta

luigi, dieci suoi o piuttosto del generale, e 50 tolti in prestito;

ed ora come li pagherebbe? Di tratto in tratto sbalzava su da letto

e si bagnava le tempie, che gli battevano come se volessero rompersi,

con l'acqua diaccia; insomma e' fu notte cotesta quale anime dannate

possono patire pari, più affannosa non credo. Quanto prima si fu messo

un po' di albore, improvido di consiglio uscì di casa; i marinari e

gli operai usi a levarsi prima del sole, scorgendo quel giovane pallido

errare così mattutino, si fermarono a rimirarlo per maraviglia; ond'ei

che se ne accorse, per sottrarsi agli sguardi altrui, trovandosi presso

alla chiesa di San Rocco, vi entrò. La vasca dell'acqua benedetta

era posta in prossimità della porta maggiore accanto al battisterio

dove mantenevano i devoti perpetuamente accesa una lampada; quivi

egli intinse le dita chinando il capo, e mentre rialza la persona per

segnarsi, di rimpetto a sè gli apparisce, in atteggiamento eguale al

suo, Lella Campana. Gli occhi grigi di costei mandarono un lampo:

— Voi qui? susurrò a fior di labbra, e quegli: — pur troppo!

— Vi accadde qualche disgrazia? Venitemi dietro, che vi menerò a casa.

Matteo obbedì senza nè anco pensare a quello che facesse; giunti in

casa il giovane lasciò cadersi sopra una seggiola trambasciato, allora

Lella vedendolo così gramo esclamò:

— O signore! vi sentite male?

— Porgetemi per carità un bicchiere di acqua, ohimè! mi si sfianca il

cuore — e bevve l'acqua; poi riprese — ho.... ho.... che mi abbisognano

ora.... subito.... cinquanta, anzi sessanta luigi, altrimenti sono un

uomo morto.

— E dove volete, che trovi sessanta luigi? tra beffarda e rabbiosa

rispose Lella; ma come siete qui? e disperato, e bisognoso di tanto

danaro?

E Matteo a pezzi e a bocconi glielo disse, dando la colpa di ogni

cosa al Generale che lo aveva sforzato a venire in Bastia: aggiunse,

ogni giorno più lui allungare gli ugnoli da tiranno; oggimai non gli

si poteva più reggere accanto; avere reso a tutti manifesto il suo

cuore ingrato e maligno: ai vecchi amici preferire qualunque nuovo

avventuriere; quelli che lo amarono tanto, e tanto patirono per lui,

messi in non cale; prima essersi innamorato di quella statua di cera

del Boswell, adesso impazzire dietro quel fastidioso arrogante dello

Alando; lui, una volta ad ogni altro preferito, adesso posposto a

tutti; non adoperarlo in ufficio più degno che quello di staffiere;

la sua bocca non aprirsi più per lui a confidenze di sorte alcuna, al

contrario se sopraggiunga inaspettato mentre egli con altri ragiona,

tacersi come davanti a sospetto; a queste querimonie ne aggiungeva

altre infinite accendendosi, e per così dire inviperendosi col suono

della propria voce nel modo che il cavallo inferocisce allo squillo

delle trombe di guerra. Lella lo agguardava fisso dentro gli occhi

mentre egli favellava: dapprima le pupille del giovane sfuggirono

cotesto ardente sguardo; per ultimo ne rimase vinto e tacque come

ammaliato; la fanciulla cominciò a guardarlo e a pensare; ad un tratto

rompendo il silenzio disse:

— I danari si potrebbero trovare....

— Ah! e come?

— Sposandomi.

— Ma questo sarebbe a toccare la cima dei miei pensieri. Voi sapete,

Lella, quanto vi abbia amato; s'ebbi a renunziare a voi fu colpa mia,

Lella?

— Certo fu mia; io non volli ascoltarvi, e nè anco adesso vi ascolterò.

— Dunque mi desiderate morto e infamato?

— No, io intendo essere vendicata. Sul corpo di Giovan Bruno giurai

che non avrei tolto a marito se non quello che avrebbe vendicato il suo

sangue.

— Io lo vendicherò.

— Voi?

— Io.

— Ci avete pensato?

— Ci ho pensato.

— E ne sarete capace?

— Vedremo.

— E farete quello che vi ordinerò?

— Tutto.

— Allora venite.

E presolo per un braccio lo spinse dietro la stanza dove dormiva

il padre suo Orso, gridando: — babbo! babbo! — e al punto stesso

spalancava le finestre.

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 32 / 50 段