luce improvvisa che gli feriva gli occhi, balzò a sedere sul letto,
strepitando a sua volta.
— Demonio di figliuola, non si può chiudere un occhio con costei.
— Li terremo tanto chiusi quando saremo morti, babbo! E poi ho furia;
vi ho condotto un uomo, che mi vuol essere marito, e al quale io voglio
essere moglie.
Orso strofinandosi gli occhi esclama:
— E l'altro? E l'altro?
— Perchè vendica l'altro, e voi e me...
— Ah! come si chiama costui? E donde viene?
— Viene da Corte e si chiama Matteo Massesi.
— Il figliuolo del gran cancelliere? Questo è un tradimento.
— Babbo; fin qui avete condotto voi la trama della vendetta e avete
rovinato voi e me; adesso lasciate un po' che mi ci provi io: ciò
che non valse a fare granfia di leone lo potè dente di topo. Dunque
acconsentite voi che io lo sposi?
— Piglia il diavolo che ti porti, ma a quel patto.
— Siamo d'accordo.
— Ma come ti assicuri ch'ei te lo mantenga?
— Questo è mio pensiero.
— Ma egli ti sposerà?
— È pensiero mio: scrivete il vostro consenso e sbrigatevi.
Il vecchio sopra di una tavoletta, che Lella gli posò su le ginocchia,
scrisse e firmò il suo consenso; il quale Lella dopo avere letto ripose
in seno; allora si fece a richiudere le finestre e le imposte dicendo:
buttati giù, babbo, e piglia sonno contento nel pensiero che, mentre
dormi la tua vendetta cammina: quindi agguantato Matteo pel braccio
riprese: — su via andiamo.
Dove andassero, che cosa statuissero sarà chiarito altrove; intanto
importa sapere che Matteo tornato al ridotto del gioco pagò come un
banco i suoi creditori; invitato alla rivincita si scusò allegando
la sua partenza avere a succedere da un momento all'altro ed usci:
però in tutto quel giorno abbandonava Bastia, e fu visto aggirarsi
per le strade a mo' di trasognato in compagnia sempre di uno zitello
lesto e vispo come una scimmia; non lo riconoscendo persona, pensarono
fosse venuto con esso lui; il dì appresso essendosi recato dal conte
di Marbeuf per domandargli la conclusione del negozio pel quale
era venuto, lo rinvenne focoso, lo guardò truce, gli porse un plico
sigillato, ed oltre questa non gli fece altra parola: — qui dentro è
tutto. —
Lo zitello, che non si scompagnava mai da Matteo, allora si accostò al
conte, il quale fissatolo lo riconobbe e sorrise: — O damigella, voi
siete proprio una Maga!
— Or bene, riprese Lella, spero che non mi dissuaderete da accompagnare
il mio novello sposo...
— Quantunque mi pesi vedere il nostro cielo vedovato di uno dei
suoi astri più belli, tuttavia mi professo troppo buon cristiano per
contrariare al precetto: quello che Dio unì l'uomo non separi.
— Fin qui non ci ha unito Dio; voi lo sapete, ciò sarà più tardi, e con
migliori auspici, spero; intanto provvedeteci di due passaporti.
Avutili, tolsero commiato dal conte, che rasserenatosi gli accompagnò
sino alla porta, colmandoli di carezze e di promesse tra le quali
mesceva per via di giocondità la preghiera di essere scelto testimone
alle nozze, e compare del primo figliuolo.
[Illustrazione: Poichè ebbe percorso di galoppo un buon tratto
di via, il colonnello Valcroissant disse a Rinaldo... (_pag.
317_)]
Bene tornò ai viaggiatori la provvidenza di Lella, imperocchè ad
ogni piè sospinto s'imbattessero in pattuglie che gl'interrogavano
dell'essere loro, e del dove andassero, e perchè si movessero; alle
quali tutte domande non avendo Lella punto voglia di rispondere, si
toglieva d'impaccio cavando da tasca il passaporto. Anche Matteo ebbe a
patire simile minuta inquisizione e a liberarsene gli valse l'esempio
di Lella. Usciti alla fine fuori delle porte di San Giuseppe presero
a trottare difilato verso il Golo per la Cansica. Arrivati che furono
sotto Furiani, Lella pregò Matteo che andasse oltre pian piano intanto
ch'essa si recava a salutare certa sua conoscenza, e gli teneva dietro.
Tornando a Corte ella aveva fatto disegno di avvisarne Mariano, caso
mai volesse commetterle qualche incumbenza; al volgere di una siepe
ella pensava scorgere il tetto di casa sua: per questa volta non vide
niente, onde ella incolpò la propria memoria che, distratta da tante
faccende, le serviva così infedelmente da farle sbagliare la strada;
affretta il passo, arriva in altra parte dove per sicuro si scopriva
la casa, ma anche adesso non mira nulla: curiosa a un punto e commossa
precipita il corso, e all'improvviso le percuote la vista un mucchio
di sassi affumicati. Ristette come impietrita, poco dopo quasi volesse
sgombrare la mente di pensieri molesti si fregò la faccia a più
riprese: proponendosi di chiederne notizie al primo che le capitasse
davanti, già voltava briglia quando di dietro le macerie vide sbucare
un uomo che portava una croce tinta di nero dove appariva scritta
in bianco qualche leggenda. Lella trattenne il fiato per non dare a
sospettare la sua presenza e di dietro la siepe vide cotesto uomo,
che scavò un buco fra i rottami, e piantatavi la croce la fissò dritta
mercè di sassi collocati in torno a contrasto; allora potè leggere lo
scritto che in caratteri più grossi diceva: — _Casa di traditore_: —
e in più minuti aggiungeva: — sotto questa rovina giacciono i corpi di
Mariano, indegna stirpe di Alando, e della sua moglie Lucia: le anime
andarono dannate nell'Inferno.
Cotesto uomo era il pastore Bastiano, che aveva mantenuto la promessa,
senonchè gli era parso bene d'introdurci qualche variante, invece
d'impiccare aveva appiccato fuoco alla casa, e invece di mandare
Mariano solo all'inferno ce lo aveva spinto in compagnia. Lella
scappò a precipizio e allorquando ebbe raggiunto Matteo, quantunque
usa dissimulare ogni più fiero turbamento, tanto non potè sopra sè
medesima, che non comparisse stravolta: quegli lo notò e glielo disse,
ma Lella pronta rispose: — era andata a salutare un cugino da parte
di madre ed ho trovato, poverino! che gli amministravano l'estrema
unzione. — Poi tacque e Matteo rispettando il nuovo dolore non si
attentò moverle altre domande.
A molta distanza da Corte Lella si divise da Matteo, e scesa la notte,
andando, per giravolte a lei conosciute si ridusse alla casa paterna,
senza che persona avesse avvertito la sua partenza, o ne notasse
il ritorno, costumando lasciarsi vedere di rado per Corte e facendo
correre voce, che giacesse inferma nel letto.
Matteo smontò al palazzo del governo e intromesso subito nella camera
del Generale, contro la sua aspettativa lo rinvenne ilare; anzi egli
prima incominciò:
— Già me lo immagino, tu mi ritorni con le pive nel sacco: non sei
riuscito neh? Già i Francesi sogliono dire, che ciò ch'è buono a
pigliare, è anche meglio a tenere, e co' fatti lo dimostrano; sentiamo
un po' che cosa dichiara cotesto foglio che ti ninnoli tra le mani:
rompi il sigillo e leggi:
Matteo aperse il plico e lesse: — Signore. Voi siete astuto ma badate:
anche delle volpi se ne piglia, e ride bene chi ride all'ultimo. Vostro
servitore, Conte di Marbeuf.
— Ah! Ah! se l'è presa a male; ma in verità io non ci ho merito. Matteo
va a riposarti, che devi sentirti stanco, domani parleremo del resto.
Matteo baciò la mano al Generale ed uscì, ma quale non fu la sua
maraviglia quando nella prima persona, che gli si fece incontro,
riconobbe Altobello di Alando, che lo salutò molto cordialmente, e
motteggiando gli disse: — caro signor Massesi, sebbene io avessi buona
opinione nella vostra abilità diplomatica, voi non mi porterete il
broncio se ho preferito di fare un po' da me stesso i fatti miei.
Matteo rispose a strappi, e si allontanò strofinandosi gli occhi
incerto se vegliasse o se dormisse.
E adesso racconterò per qual guisa Altobello si liberasse dalla
prigione francese. Egli venne menato in gran fretta nella cittadella
di Bastia, e quivi chiuso dentro il carcere della fortezza di San
Carlo, il quale fabbricarono i Francesi sopra uno scoglio altissimo,
che domina l'imboccatura del porto. Il prigioniero nuovamente spinto in
carcere, per primo, anzi per unico pensiero bada subito come riuscirà
ad affrancarsi: tanto l'ansia del vivere libero governa i petti
mortali, che questo studio si fa sentire più forte allora appunto che
sembrano costretti a doverne deporre perfino la speranza.
La cosa che prima agguarda il carcerato (ed io lo so per molta
sperienza fattane) è la porta, parendo a lui che la via ordinaria
per uscire abbia ad essere quella per la quale egli entrò, ma in
breve con caratteri di chiavistelli e di bandelle viene chiarito, che
all'opposto, senza la volontà di cui ti ci ha messo, la porta quasi
sempre presenta la via meno facile per uscire di là; allora si volta
ad esaminare le inferriate, poi le pareti, il pavimento, per ultimo
il soffitto: e se l'uomo possiede forza, volere, coraggio e prudenza,
sopra dieci volte nove scamperà: vero è però che queste tre ultime doti
raccolte in un'anima, e la prima in un corpo, fanno l'uomo grande, e la
più parte delle anime uscite di mano a Dio appaiono piccole e i corpi
fiacchi, quindi quelli che rimangono a morire in carcere si contano a
migliaia, gli altri che se ne affrancano, su le dita.
Bisogna confessare però che Altobello men che ad altro, quando entrò in
prigione, pensava a liberarsene; sentiva forte la necessità di trovarsi
solo, e posare in qualche parte il capo che gli pesava indolenzito per
la immanità fraterna: bocconi sul materasso, stretta con le mani la
faccia, girava e rigirava questo pensiero dentro il cervello, lacerante
peggio di un chiodo; non ira, non orrore lo agitavano, non ribrezzo, nè
vergogna, nè paura, nè nulla insomma; queste o talune di queste cose
verranno dopo; per ora soffre; e così lo travaglia il patimento che
non ascolta lo stridere dei chiavistelli intorno agli anelli, nè il
cigolare delle bandelle intorno agli arpioni: e fu proprio mestieri che
più volte una mano lo scotesse per le spalle perchè tornasse ai sensi
della vita: allora lo percosse una voce nota che in suono piacevole gli
diceva:
— Caro signor Altobello, non vi lasciate disfare dalla malinconia:
ricordatevi che la morte ci ha da trovare vivi.
L'Alando di un tratto voltandosi si mise a sedere e rispose:
— Capitano Rinaldo, ben venuto.
— Mi rincresce non potere dire lo stesso anche a voi.
— Non importa; la sventura è la pietra di paragone dell'amicizia: senza
questo accidente non avrei indovinato la eccellenza del vostro cuore di
accorrere spontaneo a consolare...
— Certo... non ci ha dubbio... però non affatto spontaneo, perchè...
avete a sapere come io sia il comandante della fortezza.
— Voi?
— Io in persona; la maledetta palla, ve ne ricordate? che mi colpì
sotto al ginocchio nella battaglia di Borgo mi ha rattrato un nervo,
per la qual cosa zoppico, e i medici giudicano che arrancherò
per qualche mese ancora: il signor conte di Marbeuf, a cui venni
raccomandato dalla sorella del cocchiere del parrucchiere della
marchesa du Barry, amica del re, mi ha preposto alla custodia
della cittadella per non troncarmi i progressi della professione, e
mantenermi nell'attualità del servizio.
— Tutte le quali cose insomma significano, che voi siete il mio
carceriere?
— Fortuna di guerra, signor mio; certo voi potreste dirmi, che non
foste preso con le armi alla mano; ma armato o no, quando capita, giova
sempre pigliare il nemico; potreste anco osservarmi, che vi tesero un
tranello e voi c'incappaste dentro, ma vincasi per virtù o per ingegno
fu sempre lodato il vincitore: voi potreste dire...
— Signore, io non dico nulla.
— Manco male: ognuno a sua volta dunque, e allegramente. Non vi
accomoda la stanza? ve ne darò un'altra; or ora vi manderò biancherie,
legna e quanto occorre; già ebbi ordine di provvedere a tutto; pure
sapete che io ho obbligo di esservi amico, mancasse l'obbligo, mi
sentirei inclinato verso voi per simpatia... comandate dunque... non vi
prendete della soggezione... figuratevi essere in casa vostra...
— Signore, io non vi domando nulla....
— Ho capito via... e vi compatisco... per ora vi dura la rabbia
in corpo, vi rivedrò più tardi; se le faccende non lo impediscono
desineremo insieme.
Tornato nelle sue stanze ormai tra la lettura dei giornali venuti di
Francia e il motteggiare tra gli amici, aveva dimenticato Altobello,
quando verso sera l'usciere gli annunziò una donna instare di essere
presentata al signor comandante.
— M'immagino che non sarà vecchia nè brutta, in caso diverso le avresti
detto e alla occasione giurato che non era in casa.
— Difatti è giovane ed anco bella.
— Presto dunque falla passare, che la noia m'ammazza.
Ma il giocondo capitano fece viso da funerale allorchè si vide
comparire davanti la severa, malinconica sembianza di Serena: nondimeno
le andò incontro con quella maggior grazia che seppe, e disse:
— Già ci era da aspettarcelo: preso il tortore non può mancare la
tortora: ah! perchè non si vede in voi disposizione alcuna di praticare
coll'esempio il detto italiano: morto un papa se ne fa un altro.
— Signor Rinaldo, dunque Altobello è veramente qui? rispose Serena
senza badarlo, o fingendo di non badargli — non ha ferite addosso?
— Figurate! gli è sano come una triglia pescata adesso.
— Dio ve ne renda merito: permettete che io m'assetti un po'....
— Scusate, ma non mi avete nè manco dato tempo di offrirvelo: —
Onorato! Onorato! presto, portate vino, aranci, zucchero.
— Non ho bisogno di nulla, mi batteva il cuore dall'ansia e dalla
fatica....
— E venite?
— Dal Borgo, donde mi sono mossa ora fanno due ore....
— E volete vedere il vostro sposo?
— No, signore....
— Come, non lo volete vedere?
— No, lo voglio liberare; sono venuta per chiedervelo, persuasa che
non vi parrà vero di saldare la partita dell'obbligo che avete con una
vostra nemica.
— Oh! signora Serena, che cosa mai dite? voi non sapete che la vostra
proposta mi mena diritto in piazza San Nicolaio a ricevervi otto palle
nel petto, le quali naturalmente mi troncherebbero ogni aspettativa di
promozione, mentre la mia famiglia ed io nudriamo speranza di vedermi
elevato al grado di maggiore, colonnello, ed a suo tempo di generale,
maresciallo di campo, e poi anche, chi sa, al grado di maresciallo
di Francia. Questo è impossibile, madama, ve lo dico col cuore in
pezzi; chiedetemi tutto, pigliatemi la vita, le mie sostanze, non
ve lo contrasto; ma che io mi esponga ad essere tratto in piazza San
Nicolaio.... voleva dire mi esponga a vedere troncare il corso della
mia fortuna, questo è impossibile, assolutamente impossibile.
La vanità è feroce quanto il delitto e più, Serena lo guardò in viso, e
conobbe che tornava lo stesso che picchiare alla porta d'una tomba: non
si smarrì per questo che a molto animo accoppiava ingegno pronto; onde
dissimulare il cruccio e il disprezzo, con aria ingenua riprese:
— Mira un po'! ed io la faceva facile. Potrò almeno vederlo?
— Circa a questo, cara madama, soggiunse il capitano, sollevato di un
gran peso, chè aveva temuto rimbrotti, ingiurie e peggio per la sua
ingratitudine, ed ora esultava nel vedere come ei si fosse con tanto
bel garbo accomodato, — circa questo, certo ci trovo intoppi non meno
gravi; ordini espressi lo vietano (e non era vero, ma lo affermava per
dare ad intendere che un grave pericolo gli pendea sul capo, e che per
amor di Serena sfidava); ma che non ardirei per voi? Ogni Francese
per compiacere alle dame si sente addosso un po' del duca della
Rochefocauld, il quale cantava in rima alla principessa di Longueville:
per meritare il vostro cuore, per piacere ai vostri occhi ho fatto la
guerra ai re, e l'avrei fatta anche ai numi. Voi lo vedrete, madama;
quando anco dovessi attirarmi sul capo la indignazione di sua maestà
cristianissima, lo giuro. — E qui stese la mano in atto poco diverso
da quello di Annibale quando il padre Amilcare gli fe' giurare su le
viscere palpitanti della vittima odio eterno ai Romani.
— Conducetemi dunque.
— Non io, madama; voi capite quanto sarebbe scortese indiscretezza
cotesta; un cavaliere francese si rispetta abbastanza per astenersi da
mettersi in terzo nelle conferenze — senza dubbio — tenere, fra sposo
e sposa.
— Fate come volete, ordinate che mi conducano al suo quartiere. Spero
che uscendo vi potrò salutare.
— Anzi vi dichiaro espresso che se partiste privandomi dell'onore di
baciarvi la mano, ne porterei lagnanza alla cancelleria della urbanità;
quella dello amore non mi ascolterebbe.
Serena non porse orecchio a coteste sguaiataggini; era proprio roba
buttata via; l'accompagnò Onorato, il quale confidatala al carceriere
disparve; questi giusta gli ordini le aperse la prigione.
Serena come le consiglia l'affetto stava per abbandonarsi nelle braccia
del suo sposo, imperciocchè sia natura degli animi gagliardi frenarsi
nel manifestamento delle mediocri passioni, traboccare nelle supreme;
quando ad un cenno di Altobello si trattenne e girando intorno paurosa
gli occhi vide il carceriere ritto sopra il limitare della porta: presa
da vergogna e da dispetto gli disse acerbamente:
— Che fate costà? Andate via.
Il carceriere, che francese era, comprendendo più dai gesti che dalle
parole le domande, rispose: che ci stava perchè ci doveva stare,
essendo suo ufficio avvertire quello che dicessero i visitatori ai
prigionieri, e sopratutto quello che gli portassero. Ognuno può
immaginare che la presenza dell'importuno custode abbreviasse di
molto il colloquio dei giovani; anzi a propriamente dire Altobello
non fiatò; quella che fece le carte fu Serena, la quale presto presto
nel dialetto più puro di oltremonti gli frullò non so che parole, cui
egli acconsentì accennando col capo. Il carceriere, trovando contro le
regole di non capire, uscì fuori ad osservare, che era cosa inaudita
servirsi, per discorrere, di lingua diversa dalla francese: ciò
dare indizio della ignoranza e sopratutto della barbarie dei Côrsi:
parlassero in francese, ovvero tacessero, correndo loro il dovere
di farsi intendere. Serena che aveva terminato di dire quanto le
importava, strinse la mano allo sposo e quindi voltasi al soldato gli
disse:
— Voi siete un insolente; andiamo....
E fingendo una grossa collera si fece a trovare il capitano Rinaldo
querelandosi della grosseria del carceriere.
— Capisco, riprese il capitano ghignando, capisco la zotichezza di
questo gaglioffo, e capisco quanto abbiate dovuto stridere a non
potervi trovare sola col vostro marito; davvero ne soffro più di
voi.... io non posso mica dare ordini contrarii ai regolamenti; certe
cose bisogna che il carceriere comprenda da sè o piuttosto bisogna
glielo facciano comprendere i prigionieri o quelli che vanno a
visitarli....
— Insomma poichè non mi è riuscito parlargli, spero che non sarà caso
di stato potere mandare al mio sposo la provvisione da casa....
— Circa a questo poi, madama, io mi sono detto: è possibile, capitano
Cassagnac, che la legge ti stringa così duro da non lasciare in qualche
modo che la tua profonda riconoscenza non si dimostri? No, deliberai
meco stesso, il signor Alando pranzerà alla mia tavola.... cioè farò
portare il mio pranzo in camera sua.
Serena impazientita percoteva col piede la terra, sicchè non si potendo
più reggere proruppe:
— Per carità non vi dite più nulla... e rispondete a me: posso o no
mandare provvisioni da casa al mio sposo? Voi comprenderete che noi
gente semplice non siamo abituati alla cucina vostra; e poi, sia
superbia, sia dignità, un Côrso non consentirà mai di mangiare alle
vostre spalle.
— Vi chiedo umilmente perdono, madama, ma questo, mentre per me sarebbe
grandissimo onore, non penso che apporterebbe scapito alla dignità del
gentiluomo: ma poi fate quello che volete e mandate pure ciò che vi
piace.
Fu portato un paniere per parte di Serena pieno di robe buone a
mangiare e a bere; e parve che di stupendo appetito fosse provveduto
Altobello, ovvero la rabbia glielo avesse cresciuto, perchè il giorno
appresso lo rese vuoto. Serena sul mezzogiorno tornò a visitare
Altobello; memore dello insegnamento del capitano lo mise in pratica,
ed ebbe a lodarsene, imperciocchè il carceriere sebbene non arrivasse
fino a lasciargli nella prigione inosservati, pure si mise colle
spalle fermo alla soglia fischiando senza punto badare alle parole che
si dicevano, e mostrando in certo modo che codesta prima concessione
poteva considerarsi come uno scalino della lunga scala, che a un
bisogno gli dava l'animo di scendere: però anco in quel giorno il
colloquio fu breve; e Serena uscendo si recò dal capitano per questa
volta assai pacata in volto; chi l'avesse avuta in pratica l'avrebbe
giudicata gioconda.
— Capitano Rinaldo, ella disse, voi avreste a farmi un grosso piacere.
— Madama, voi sapete che il piacere lo fate a me quando mi mettete a
prova di rendervi servizio... potendo.
— Ma sì che lo potete; anzi me lo avete profferto ed io sconsigliata lo
ricusai; mi accorgo con amarezza che Altobello si lascia pigliare dalla
malinconia; procurate di tenerlo un po' lieto con la vostra amabile
conversazione...
— Diavolo? Oh! non mi era esibito a pranzare con lui....
— Giusto! fate così; mettete in comunella i vostri pranzi, e state
allegri più che potete.
— Magari! Solo mi rincresce non potere incominciare oggi; domani senza
fallo daremo principio.
— Bò; e siccome domani ricorre l'anniversario della mia nascita, io
intendo regalarvi di una pietanza côrsa... di un bel fiadone.
— Fia?..
— Fiadone; eccellente roba in verità; dopo averlo gustato vo' che me ne
diciate le novelle. Però ordinate a quel brutto zotico del carceriere
che non me lo guasti, come fece ieri il broccio che lo spampanò tutto
per frugarlo dentro. Misericordia! O che temeva il villano, che avessi
rimpiattato un cannone in corpo ad una ricotta? Che bestia! pare
impossibile che di siffatti tangheri nascano in Francia.
Il capitano, che aveva proprio con la sua bocca imposto cotesto ordine,
diventò rosso fino alla radice dei capelli, ed impicciato più di un
pulcino nella stoppa, rispose:
— Certo... sicuramente... da qui innanzi voi non frugherete la sporta
di madama Serena...
— Se mi era fatto lecito di frugare la sporta di madama Serena ciò fu
perchè...
— Zitto! mezzo giro a sinistra... marciate...
Il carceriere uscì bestemmiando sotto voce. La panierata all'ora solita
venne, e l'onesto capitano fece in guisa di trovarsi sul pianerottolo
della scala, dove preso il paniere e scopertolo come per vaghezza di
vedere che cosa vi fosse di bello, ad alta voce disse: — E' non sembra
che la sobrietà entri nel numero delle virtù dei Côrsi; e sommesso:
anco stamani l'ho visitata: in seguito non importa, io pranzerò con
lui. — Come vedete, il capitano non mangiava il pane a tradimento a S.
M. il re di Francia.
Il giorno appresso il paniere era più grosso; conteneva parecchie bocce
di vino smagliante, triglie, che parevano ci fossero sguizzate dentro
dal mare allora, una mezza dozzina di pernici e il famoso fiadone; a
chi nol sapesse si fa noto come il fiadone sia una maniera di broccio
manipolato con zucchero, uova ed altri ingredienti che messo a cuocere
in forno rigonfia formando sopra una crosta spessa: però raffreddandosi
la crosta casca: ma in questo non era andata così, che o per via di
carta o di cerchio di staccio l'avevano tenuta su ritta in guisa che
presentava per l'appunto la forma di un coperchio di forno di campagna.
Serena sopraggiunse dopo; intromessa subito nella prigione di
Altobello, per prima cosa gli domandò dove avesse posto il paniere,
e rispondendole quegli che non lo aveva per anche visto, caddero
ambedue in grande perplessità; ricambiatesi appena alcune parole Serena
scese nelle stanze del comandante dove trovò il paniere coperto,
e il capitano Rinaldo giocondo al solito. Questi le disse che si
dava premura di assestare tutti i negozî per non venire disturbato
ingratamente quando pranzava col caro amico Altobello; avrebbe quanto
prima portato egli stesso il paniere; volere con le sue proprie mani
imbandire la mensa. Di questo suo proponimento forte lodò la donna,
aggiungendo che la presenza dei servitori mette sempre in soggezione,
nè allora possono gl'interni pensieri prorompere fuori liberi, ed anco
un po' scapestrati a giocondare la brigata.
— Certo voi parlate di oro, soggiunse il comandante, però non ci
terremo appresso altri che Onorato.