i migliori soldati ed ufficiali che possedesse la Corsica. Ogni giorno
noi ci stremiamo e i Francesi su 38 vele scortate da tre fregate e due
sciabecchi hanno a questi giorni spedito otto battaglioni di rinforzo;
segreti avvisi mi annunziano prepararsi per la primavera una spedizione
con il conte di Vaux a capo, e 40 mila uomini di accompagnatura;
munizioni copiosissime, tesoro infinito; premio dell'impresa il bastone
di maresciallo al capitano. E come tanto non bastasse ad assicurare
la vittoria, dopo impugnate le armi dei forti non trascurano le vili,
comprano il tradimento, forse anco l'omicidio; certo è che spingono a
prezzo d'oro il fratello a insanguinarsi con la strage del fratello.
— Benissimo. Ciò contrasta a quanto mi venne referito, che il
reggimento real côrso al soldo di Francia, avendo dichiarato che non
patirebbe combattere contro la patria, ne ottenne scusa.
— Anzi plauso: vecchie lustre, che presero e prenderanno fino al
terminare dei secoli i credenzoni; intanto i Buttafoco, il Boccheciampe
arrolano compagnie côrse in Bastia, il Capitano Cannocchiale in
Tavagna, i Fabiani nella Balagna.
— E voi che fate?
— Io? Chi posso impiccare, senza misericordia impicco; altri a cagione
delle grandi aderenze e del pericolo d'inimicarsele bandisco: chi non
arrivo, lascio stare — insomma mi trovo al verde; appena faceste rumore
all'uscio mi prese vergogna e nascosi un foglio; ora mutato consiglio
io ve lo vo' mostrare, perchè giudichiate a che termine siamo ridotti,
e perchè mi sembra che ciò faccia più scorno al mondo che a me.
Qui cavò il foglio e lo pose sotto agli occhi del Boswell, che si
schermì un pezzo da leggerlo; vinto poi dalla curiosità propria e
dall'insistenza del Paoli lesse: «la prego farmi il solito gioco
alla benefiziata con la estrazione de' numeri praticata altre volte.
Alla signora monaca suora Maria Domenica Rivarola a Livorno. Corte, 9
gennaio...» — Il signor Giacomo levando il capo, soggiunse: «e questo
cosa vuol dire?»
— Vuol dire, che mi bisogna confidare al giuoco del lotto la salute
della patria.
— O le prese del capitano Lazzaro Costa?
— La prima volta su le spiagge di Provenza s'impadronì di una tartana
con 334 barili di polvere e qualche cento schioppi; la seconda qui
presso Aiaccio di un'altra tartana che portava sei ufficiali, 64 mila
franchi, e non so che altre masserizie d'oro, una fava in bocca al
leone.
Il Boswell rimase pensoso, e dopo avere picchiato due o tre volte la
tabacchiera, disse:
— Io vado in Inghilterra; non vi prometto troppo, perchè dopo il
mantenere poco, il promettere troppo sia ciò che massimamente detesti;
ma se il governo non vi aiuta, non istarà certo nè pei miei amici,
nè per me: solo vorrei che voi figurando entrare nei miei piedi mi
suggeriste un po' che cosa avessi a dire.
— S'io fossi in voi, parlerei così: Inglesi, voi vi date vanto di
emulare i Romani; e certo lo dovete, imperciocchè non si arrivi senza
il consenso di Dio alla suprema altezza, la quale impone obblighi alla
stregua dei doni; dove il popolo fatto grande trascuri il debito di
difendere il debole, di promuovere il bene degli uomini, di schermire
la libertà, commette peccato, diventa inutile, distrugge le cause della
sua vita, prendono a combatterlo di fuori l'odio, dentro lo sfinimento,
e languisce maledetto come le cose maligne abbandonate dalla potenza.
Volete vedere, aggiungerei, come si comportassero i Romani coi deboli
minacciati da ingiusti potenti; leggetelo nel capit. VIII del libro I
dei Maccabei. Il Paoli prese la Bibbia e ad alta voce lesse: «e Giuda
ebbe contezza dei Romani e della loro possanza, e come concedessero
quanto loro si domandava e pigliassero in protezione chiunque a
loro si accostasse; — sentì delle loro guerre e delle imprese fatte
nella Galazia, la quale vinta avevano sottoposta a tributo; — e le
grandi cose operate nella Spagna e come si fossero insignoriti delle
miniere dell'oro e dell'argento governando il paese colla pazienza e
col senno — terre lontanissime soggiogassero, rompessero re mossi a
danno loro dalla estremità della terra, gli stritolassero, con fiera
battitura li percotessero; gli altri poi avessero accolto a patto di
tributo annuale; Filippo e Perseo re dei Macedoni scopertisi nemici
prostrassero in battaglia; — e con pari ventura mandassero Antioco il
grande re dell'Asia sceso in campo con 120 elefanti, cavalli, carri
e potentissimo esercito; e preso che l'ebbero ordinarono pagasse un
grosso tributo in perpetuo e desse ostaggi secondo il convenuto; le
provincie conquistate, copiose di beni, donarono a re Eumene.
«Ora quei della Grecia avendo disegnato di abbatterli, essi lo seppero
e andarono sotto il comando di un capitano a fare battaglia con loro,
molti ne uccisero, le mogli e i figliuoli ridussero in ischiavitù,
disertarono il paese, occuparono le terre, sovvertirono le mura, i
superstiti fecero servi come anco adesso sono. Con quelli poi che loro
amici si protestavano e alla loro fede si commettevano mantenevano
lega, regni prossimi o lontani donavano, perchè dovunque giungeva
il nome di loro li temevano forte. — Quelli che essi consentivano a
lasciare sul trono regnavano, gli altri cacciavano, sicchè in ogni
parte gli esaltavano; e non pertanto veruno tra loro portava diadema,
nè porpora per pompeggiare con quelli; bensì avevano eletto un senato
dove ogni dì 320 persone deliberavano le faccende del popolo per fare
quanto credevano spediente; a capo di anno conferiscono il maestrato ad
un uomo perchè regga lo stato: gli obbediscono tutti senza invidia nè
gelosia fra loro. Allora Giuda deputò Eupolemo figliuolo di Giovanni,
e Giasone figliuolo di Eleazaro per mandarlo a' Romani a stringere
lega d'amicizia con essi; affinchè gli liberassero dal giogo dei Greci,
considerando come questi s'industriassero a ridurre in servitù il regno
d'Israele. E quelli andarono a Roma, che fu lungo cammino; dove entrati
in senato favellarono così: Giuda Maccabeo, i suoi fratelli ed il
popolo dei Giudei ci mandarono a voi per fermare lega e pace con voi,
e perchè ci scriviate tra i confederati ed amici vostri. E la proposta
piacque. Ecco il rescritto il quale inciso sopra lastre di bronzo
spedirono a Gerusalemme perchè vi stesse pei Giudei monumento di questa
pace e confederazione: «Felicità ai Romani ed alla gente giudea in mare
e in terra eternamente: lungi da loro la spada e il nemico; che se i
Romani o taluno dei loro confederati si troveranno primi in guerra, la
gente giudea darà soccorso con pienezza di cuore secondo la ragione dei
tempi; e ai combattenti Giudei non somministreranno armi, nè danaro,
nè navi, così essendo piaciuto ai Romani, e quelli obbediranno senza
pretenderne soldo. Parimente se prima la gente giudea avrà guerra, i
Romani la sovverranno con animo pronto, giusta la qualità dei tempi; e
agli aiuti romani non somministreranno i Giudei armi, danari o navi,
così piacendo ai Romani, e gli aiuti obbediranno senza frode. Questo
è il patto fra Romani e Giudei. — Oltre a ciò rispetto alle ingiurie
arrecate loro dal re Demetrio gli abbiamo scritto di questo tenore:
«per quale cagione hai tu reso più duro il giogo ai Giudei amici e
confederati nostri? Se dunque essi ricorreranno di nuovo a noi, noi
faremo loro giustizia movendoti guerra per terra e per mare.»
Tali i Romani favellavano, tali erano; non basta gridare: _civis
romanus sum_; bisogna sentirsi nel cuore e nelle braccia romano;
queste cose dite ed altre che saprete aggiungere di vostro, e forse vi
ascolteranno.
— Bene; e voi sperate che in questo modo verremo a capo
coll'Inghilterra perchè pigli andatura degna?
— Ho detto forse; certo non mi nascondo punto che i nobili vi sono
superbi, le plebi abbiette ed i borghesi intenti ai guadagni, ma non
tutti così; e poi anco i pessimi colà amano il vivere libero; ora la
libertà non è, come i borghesi pensano, un bel cappone da metterlo in
istia e mangiarselo a Natale in famiglia.
— Sì bene la libertà non è un cappone per metterlo in istia....
— E fate loro toccare con mano che la libertà, fra tutti gli astri
bellissimo, per diffondere di raggi non iscema luce; la sua vita sta
in questo, ricevere lume da Dio e tramandarlo ai mortali. Il giorno nel
quale le impediranno il santo ministero, ella ripiglierà il cammino del
cielo come l'operaio terminato il lavoro torna a casa; e la notte della
tirannide calerà su tutto il mondo.
— Addio dunque, signor Paoli: il tempo stringe così che far subito non
mi parrebbe presto abbastanza; vi prego dei miei saluti al rispettabile
vostro signor fratello Clemente e a tutti gli altri egregi uomini e
dilettissimi amici, massime al signor Altobello, — e già da un pezzo
teneva in mano la destra del Paoli e la squassava con forza bastante
a stiantare una imposta dalle bandelle; finalmente si staccò, e il
Paoli comecchè si sentisse indolenzito fino alla spalla, pure facendo
bocca da ridere si ammaniva ad accompagnarlo in istrada per metterlo
a cavallo, quando di botto il signor Giacomo si voltò a Nasone e gli
disse:
— Mi rincresce proprio, Nasone, di andarmene senza lasciarvi un pegno
che valga a rammentarvi la stima in che vi ho, e lo amore che vi
porto. La natura avendo pensato a farvi le spese in quanto a vestiario,
qualcheduna delle mie spoglie non sarebbero al caso. — Intanto aveva
stesa la mano, e il cane intendendo ottimamente che si cercava la sua
zampa, gliela porse; così stretti insieme faccia appuntata a faccia,
il Boswell proseguì: — Anelli non sono adattati per le vostre dita, e
poi non convengono ad uomo, nè a cane libero; rispetto ad ore voi vi
servite del sole, sicchè avente in tasca gli orologi di Doddy figlio
e compagno di Londra con tutti i fabbricanti di orologi nel mondo. A
tutte queste cose il cane rispondeva; come rispondeva? Sì signore, ei
rispondeva in due maniere, e però con una più che non saprebbe fare
l'uomo, con uno schiattìo e con uno agitare della coda; ora questo
ultimo è fuori della potestà dell'uomo. — Ma, riprese il Boswell,
affatto affatto senza ricordo non vo' che ci separiamo, prendetevi
queste che ordinai apposta per voi — e rovesciatosi le tasche ne
versava una pioggia di ciambelle di farina e mele; il cane non
assuefatto a cotesto lusso, stette da prima in forse s'e' fossero per
lui; poi rassicurato da un cenno, svincolata la zampa, ci si avventò
sopra infuriato menandone strage, mentre che il signor Giacomo con
voce melanconica terminava il suo discorso: — Tutto passa nel mondo,
le nostre sensazioni, i nostri affetti e noi, e nondimeno desidero,
Nasone, desidero e spero che serberete memoria di me anche quando
avrete mangiato e digerito le vostre ciambelle che ho impastate colle
mie mani, e fatte cocere sotto i miei occhi.
Quantunque la parte finale della orazione fosse senza dubbio la più
commovente, bisogna confessarlo a scapito della fama dei cani in
generale, e di Nasone in particolare, fu la meno ascoltata; il Paoli,
che pure non aveva costume di ridere, si sentì costretto a mettersi una
mano su i labbri perchè non si aprissero; però nel tempo stesso ei fu
obbligato a levarla fino sugli occhi, parendogli che qualche cosa, come
sarebbe un bruscolo, stesse sul punto di farglieli lagrimare.
* * * * *
Difatti Altobello d'Alando era stato preposto col comandante Carlo
Raffaelli alla custodia del Borgo; cotesto luogo come un calcio in
gola molestava i Francesi, imperciocchè oltre a tenere difesa tutta
la Corsica, offeriva posta unica per vigilare le mosse del nemico,
sorprenderne le frazioni, apparecchiargli imboscate; insomma con ogni
maniera di fastidii tribolarlo; non pareva spediente al comandante
francese tentare di ricuperarlo, ma d'altra parte studiavasi il modo di
rintuzzare la baldanza del presidio; su tutti preso di mira Altobello,
come colui che le arti della milizia unendo agli audaci accorgimenti
della guerra guerreggiata arrecava danni quotidiani e insopportabili.
La madre Francesca Domenica, affermando che starsene lontana dal
figliuolo le pareva rimanere senza cuore, aveva tenuto dietro al
figliuolo al Borgo, e Serena considerandosi e considerata ormai sposa
di Altobello ci seguitava la socera; le donne si erano accomodate in
certe stanzette dove sembrava loro albergare come in paradiso, dacchè
Altobello quasi ogni dì andasse a passare parecchie ore con esse loro.
Bene o male che facesse, egli costumava tacere le fazioni, che era per
imprendere, le raccontava compite, sicchè quelle donne cominciavano a
sentirlo rabbrividendo, e diventando bianche come panni lavati; quando
poi giungeva in fondo del racconto il cuore palpitava più forte, e
il sangue sobbolliva loro nelle vene, nell'orgoglio di avere un tanto
figlio e un tanto amante.
— Buona sera, Altobello, scotendosi giù dal pilone copia di neve
fioccatagli addosso, disse un uomo dalla soglia del quartiere del
giovane ufficiale verso l'un'ora di notte di una rigidissima giornata
di gennaio; buona sera; dove diavolo siete? O perchè non avete acceso
il lume?
— Chi siete, e perchè m'importunate? A me piace stare al buio.
— Via, accendete la lucerna, mi ravviserete alla faccia, giacchè della
mia voce non vi ricordate più.
Altobello appena ebbe fatto lume esclamò:
— To', Bastiano, come sei qui?
— Con le mie gambe, padrone; prima di tutto ecco qui un broccio che ho
fatto proprio per voi; una volta vi piaceva tanto, e spero che i viaggi
non vi avranno fatto pigliare in uggia la roba di casa.
— No davvero, ma donde vieni?
— Adesso di poco lontano; ma fin qui stetti pei poggi a pascolare le
bestie di casa, or fa due giorni mi mandò a chiamare sciò Mariano,
perchè si sentiva male e credevano che morisse; stamane parve si
sentisse un po' meglio, e chiamatomi mi ha consegnato una lettera
perchè ve la portassi al Borgo; io per rivedervi, dopo tanto tempo, ve
l'avrei portata a casa del diavolo; però ho preso un paio di brocci
tanto per non venire con le mani in mano, mi son messo la via tra le
gambe ed eccomi qui co' brocci e con la lettera.
— Dà qui la lettera, e i brocci porterai a casa, perchè mamma Francesca
Domenica è venuta a tenermi compagnia a Borgo.
— Veramente sciò Mariano mi ha raccomandato di consegnarvi la lettera
senza che persona se ne accorgesse, ed anco di non farmi vedere
da alcuno, ma certamente egli ignorava che si trovasse con voi la
Francesca Domenica.
Altobello aperse la lettera, la lesse di un tratto; tornò quindi a
leggerla a riprese, soffermandosi per pensare sopra ogni periodo; alla
fine disse:
— Bastiano, e ti è parso veramente che mio fratello si trovi a mal
termine?
— Io l'ho sentito lamentarsi notte e giorno.
— Bastiano, ma dal viso, dalla persona, questo suo gran male apparisce?
— In quella sua faccia gialla si legge come in cotesta lettera mentre
era sigillata, quanto a mangiare, per quanto mi sia accorto io, non
ha mangiato, ma sciò Mariano fu sempre di poco pasto, sia che voglia
acquistarsi il paradiso in virtù di digiuni non comandati, o che altro;
bisogna dunque starci a quello che dice; e quello ch'ei dice è che si
sente vicino a comparire davanti a Dio, e che ha commesso di peccati
grossi, massime contro voi, e crede fermamente che andrà dannato dove
non vi abbia chiesto e voi datogli perdono; poi non so altro, e d'altro
non m'intendo.
— E in casa ci hai tu visto gente?
— Nessuno; però date retta, mentre usciva per venirmene a voi, una
maniera di scimmia, una sconciatura di zitella, o donna che fosse,
grama e colore di foglie di castagno quando cascano, mi passò d'accanto
montata su di un cavallo; andava via come una saetta e per poco non
m'investì; intanto che mi volto per dirle; a rotta di collo, la vedo
ferma dinanzi la porta di casa sciò Mariano, scende, getta le briglie
sul collo al cavallo, che rimane lì come impietrito, ed in un attimo
entra; altro non so.
— Bè; fatti insegnare la casa di mamma, tu troverai con lei un'altra
persona; salutale ambedue, e di' loro, che se per istasera non mi
vedono non istieno in pensiero; tu puoi fermarti finchè non ritorno.
Bastiano uscì; egli era il pastore di casa Alando; fino a pochi dì
innanzi erasi trattenuto con le mandre su i poggi lasciando mano a
mano i più alti per ridurle secondo il solito nel core del verno alle
marine; del successo fra i fratelli Alando non sapeva molto; però
estimavasi sempre uomo di tutti e due; poco si sentiva propenso verso
Mariano, e dalle sue parole si è potuto argomentare; pure lo riveriva
come il maggiore di casa, e la poca pratica che teneva con lui non gli
dava balìa di conoscere i suoi vizii ed abborrirli.
Altobello, riponendosi la lettera in tasca, disse: — quello che si
vuol fare facciasi presto; i primi pensieri dell'uomo, se seguitati,
lo menerebbero al Campidoglio; se aspetta, gli ultimi lo spingono alla
forca; — scese e sellò il cavallo sempre ragionando tra sè: — l'anima
in questo rassomiglia il suo astuccio, ch'è il corpo; l'uno va tre
miglia o quattro, al quinto non arriva; l'altra basta a due colpe,
basta a tre; la quarta, come troppo pesa, non può portare; ladro,
e spergiuro già è molto, e tra spergiuro e traditore, tra ladro e
assassino pure gran tratto ci passa: a ogni modo andando subito non
si dà tempo alla insidia. Però, deciso di rendersi alla chiamata del
fratello, non gli parve poi dovercisi fidare tanto da dissuaderlo di
pigliare lo schioppo, e tentare se la polvere nello scodellino delle
pistole andasse a dovere.
Ratto si pose in via, e correndo per sentieri a lui e al cavallo
conosciuti, presto fu giunto: parve non lo attendessero, perchè dopo
aver domandato chi fosse, lo fecero aspettare un pezzo; alfine la
cognata aprì strillando:
— Siete voi! siete voi! siete voi!
E in mano teneva un lume in agonia; Altobello con molta ansietà
domandava:
— E Mariano come si sente?
— Come si sente? Adesso vado a domandargli che cosa vi devo rispondere.
E lo lasciò al buio: dalla stanza accosto si sentiva un rammarichio
incessante e smanioso come da persona presa da colica: ad Altobello
parve ancora sentire aprirsi una finestra, e romore di cosa che si
gitti via e poi richiudersi con prestezza pari; ma questo scarico
dalle finestre della camera di un infermo non era cosa per un Côrso
da badarci, poichè essi sani od ammalati giudichino la finestra come
la via più naturale di buttare fuori di casa tutto quanto non può
convenientemente farci dentro dimora. In questa tornò la cognata, e
disse: — Male, male, ma ora capite non vi può ricevere — e fatto un
cenno, soggiunse: — Avete capito?
— Sfido a non capire: ho inteso perfettamente, aspetterò.
Allora la donna, sempre in chiave di falsetto:
— Avete fame? Volete pane? Volete cacio? Volete _micischia_? Volete
lonzo? — E senza attendere risposta uscì portandosi il lume, tornò
dopo tratto non breve con una mezzina di acqua, e postala sulla tavola
disse:
— Intanto rinfrescatevi; l'acqua della mia cisterna porta il vanto su
tutte le cisterne di Corsica.
E via da capo col lume, che dibattendosi contro l'agonia quasi per
miracolo si manteneva vivo. Altobello non poteva astenersi da sorridere
alla vista di tanta miseria; egli era chiaro, che da quel lume in fuori
in casa non ne accendevano altri, egli già incominciava a spazientirsi,
quando la cognata aperse l'uscio della camera dicendo:
— Venite Altobello, fatevi pure avanti, che Mariano ha finito.
Entrando si fece di posta una stincatura dentro una seggiola, da tanto
che mandava luce la lanterna; un odore insopportabile gli assalse a un
punto il naso e la gola; pure andò innanzi a tastoni guidato dal guaire
del fratello. Vuolsi credere che con molta tenerezza non gli avrebbe
favellato mai, ma ora sbalordito dalla puzza travagliato dal dolore
acuto del ginocchio percosso, egli quasi latrando gli domandò:
— Come vi sentite, Mariano?
— Soffro come un dannato.
— Vedo che venni in mal punto; non mi pare tempo di discorrere adesso;
tornerò un'altra volta, intanto vi manderò un medico dal Borgo con
Bastiano.
— No, no, non ve ne andate, gridò vivamente Mariano levandosi a sedere
sul letto; questi atroci dolori cominciano a passarmi, un po' d'acqua,
Lucia... dov'è andata quella donnaccia? Dove sei, maledetta da Dio?
— Mariano, Mariano, oh! non lo vedi che ti sto accanto: la colpa è del
buio, vuoi che accenda un altro lume?
— Sta ferma; mi vorresti acciecare, neh! la luce mi offende gli
occhi come ferro rovente: e poi nel bello stato in cui ci troviamo,
scialacquare l'olio, eh! sciattona...
Ebbe l'acqua, bevve a centellini, tornò a guaire, tacque, si riposò
tanto che Altobello incapace a tenersi più a lungo:
— Orsù, disse levandosi in piedi, tornerò domani.... o domani l'altro.
— No, potrei morire sta notte, fermatevi.
Altobello rimase; allora Mariano incominciò, come se si confessasse,
ad esporre in qual modo il peccato dell'avarizia prendesse a mettergli
le barbe nel cuore, e come aumentasse, a quali deplorevoli fatti lo
spingesse; aveva un bel ripetergli Altobello confiderebbe queste
cose con più frutto al confessore; Mariano voleva dire, e dicendo
s'infervorava così, che agli accenti mostrava non essere in termine di
moribondo; poi giù giù scese a descrivere minutamente le infamie di
Corte, e al fratello, invano ripetente saperlo anch'egli pur troppo,
non importare nè giovare rinfrescarle adesso, se ne tacesse per sempre,
o meglio ancora si obliassero; volle dirle e ridirle; chiese perdono
in più modi e in tutti gli venne facilmente concesso. Da questa parte
non ci era più nulla; allora si attaccò a ragionare dei lasciti, dei
funerali e delle messe, ma Altobello gli troncò riciso le parole in
bocca osservandogli, che di questo potria ragionare a suo bell'agio
nel testamento. — Qui entrò su le difficoltà di avere il notaro, e
Altobello gl'impose silenzio accertandolo in qualunque modo avesse
rinvenuto scritte le sue volontà le avrebbe osservate punto per punto.
— Di botto gli capitò in mente un trovato, ma prima dando di un gomito
nelle costole di Lucia urlò — Va su, scimunita, a vedere se l'uscio è
ben chiuso.
— Ohi! Ohi! è chiuso sicuro...
[Illustrazione: ... Si vedevano scaturire canne da schioppi e
berretti appuntati da metter il ribrezzo addosso anche ai più
audaci. (_pag. 315_)]
— Va cionostante a vedere, e richiudi prima.
Altobello tra irritato e avvilito disse:
— Parmi che abbiate ripreso lena: il male non sarà grave come temevate;
il mio perdono lo avete avuto, lasciatemi andare a vedere mamma, che
per la mia prolungata assenza adesso sta in pensiero.
— Fratello, non mi basta il vostro perdono; io voglio ricuperare la
benevolenza dell'inclito nostro concittadino il generale; la fortuna me
ne ha porto il destro, ma senza voi non posso far nulla; non importa,
io mi sento davvero letificato di spartire con voi la gloria di questo
fatto; voi ne accrescerete la vostra, io salderò col nuovo onore la
vergogna vecchia.
— Or bene via, spicciatevi, che l'ora si fa tarda, e udite... questo
tuono minaccia pioggia.
— E vi accorgerete, che quando ne va della salute della patria pregio
il danaro meno della pula del grano.
— Dunque?
— Voi avete a sapere come il signor conte di Marbeuf, volendosi
vendicare a ogni patto dell'archibugiata sparatagli contro da padre
Bernardino, ha deliberato di tendergli una trappola quinci oltre,
dacchè il frate dabbene bazzica per questi luoghi più che non dovrebbe;
però mi ha fatto ricercare d'imprestargli la mia casa per rimpiattarci
venti granatieri: egli stesso verrebbe a capitanare la fazione: voi
capite bene, Altobello, che bisogna concedere a colui che può pigliare;
nondimanco ho chiesto tempo a riflettere, e del tempo mi valgo per
consultare la vostra opinione.
— La mia opinione è, che se mi aiutate ad arrestare questo carnefice di
conte io vi regalo di mio cinquanta luigi di oro.
— Cinquanta luigi di oro! Che dite? Ma proprio in verità! Lo giurereste
da cristiano battezzato? Oh farebbe il doppio....
In questo si udì strepito di arme, e lo scatto di molte molle di
acciarino quando s'incarca: al punto stesso sonò lugubre tre e quattro
volte lo _scuccolo_. Altobello traballando di orrore non già di paura
mandò un urlo straziante:
— Gesù mio, ch'è questo mai?
Si spalanca l'uscio, otto o dieci moschetti sono appuntati sopra di
lui; dietro a questi si attengono altri granatieri; ogni resistenza
sarebbe non pure temeraria, ma stolta. Un sergente dei granatieri così
gli parlò:
— Su da bravo, fortuna di guerra; voi siete prigione di Sua Maestà.