ingrossatosi co' rinforzi che di ora in ora gli arrivavano con celeri
passi da Bastia statuì tentare un altro assalto. Pasquale Paoli dalle
alture di Luciana avendo avvertito il nuovo turbine che si andava
formando, comandò a Decio Cottoni e a Giantommaso Arrighi pigliassero
tutta la gente che gli stava dintorno e scendessero a investire di
fianco i Francesi; avendogli Decio avvertito ch'egli rimaneva solo, e
in caso di bisogno su che pensasse appoggiarsi, Pasquale rispose: — non
fa caso; vi dirò come Abramo: Dio provvederà, qui non ci ha tempo da
perdere, partite.
Vi rammentate di frate Bernardino da Casacconi? Voi ve ne ricordate
di sicuro; ora non vi potrete dare pace com'egli che sapeva così bene
movere la lingua, non menasse meno valorosamente le mani. Sentite; non
è colpa sua, bensì mia, che nè tutto nè di tutti io posso dire; però
egli si era chiuso con i più valorosi de' suoi compagni nel convento
dei cappuccini del Borgo e quinci dispensava in copia moschettate
come in tempo di pace benedizioni: il nostro padre Bernardino durante
la tregua era salito in campanile condotto dalla medesima causa,
che teneva il generale ritto sopra le alture di Luciana a specolare
il paese; ed egli pure aveva notato uno dopo l'altro arrivare i
rinforzi da Bastia, ordinarsi e certamente allestirsi a rinfocolare la
battaglia; onde messo da parte il moschetto aveva preso un martello e
con quello picchiava con garbo sopra la campana più grossa procurando
cavarne lo squillo maggiore; avrebbe pure desiderato imprimere a
quel suono un accento di dolore, di agonia, di scongiuro, d'istanza
smaniosa, di rabbia furibonda, in breve di tutte le passioni, che
in quel punto scompigliavano l'anima del frate; e ci si arrovellava
dintorno per ottenere al meno l'equivalente. Indi a poco gli risposero
da una valle un'altra campana e un corno marino: allora il cuore del
frate esultò, perchè era riuscito a far sentire ai Côrsi la voce della
madre che li chiamava; e questi furono i suoni che percossero anche
Clemente Paoli, troppo discosto dal Borgo per sentire il martellare del
padre Bernardo. Questo fu nuovo trovato per trasmettersi le chiamate
nei pericoli; in antico però, secondo che testimonia Pietro Cirneo,
si partecipavano notizie di ogni maniera, in guisa che il moderno
telegrafo elettrico più poco seppe aggiungere di velocità, e senza la
spesa di un quattrino. In effetto taluno per ordine del Comune saliva
sul più alto colle della pieve dove, dopo avere sonato il corno,
gridava con quanto gliene poteva la gola: «gente del tale e tale
luogo, sappiate ch'è accaduto la tale cosa nel tale e tal altro paese;
fatela sapere intorno a voi.» E il popolo accompagnava il banditore
coll'immenso urlo: «viva il popolo! viva la libertà!»
L'agonia del frate Bernardino si calmò alquanto allorchè su le pendici
dei monti di faccia e a mano destra aguzzando gli occhi vide comparire
e subito sparire alcuni punti neri a mo' di muffli, che dopo aver
saltato da una roccia all'altra si rinselvano. Allora lasciato il
martello riprese lo schioppo ed abbassò gli occhi giù nel paese fuori
delle trincere dei Côrsi; colà vide il brulichìo dei granatieri in
procinto di avventarsi da capo; dai gesti argomentò i proponimenti
feroci; tanto pareva ai Francesi delitto che le vittime non cantassero
_alleluia_ a sentirsi sgozzare dalle armi del Cristianissimo, e non
levassero le mani ai suoi gloriosi carnefici? Gli ufficiali parlavano
ai soldati accese parole, massime il conte di Marbeuf, che ritto
su di un rialzo di terra gli arringava tutti e col dito accennava
i deboli ripari dei Côrsi; pareva gli rimproverasse, e certo gli
rimproverava, di non avere saputo espugnare cotesti deboli ripari di
terra, abborracciati da gente ignorante di ogni arte guerresca. — Sul
più bello del suo discorso sentì chiamarsi a nome:
— Ohè! signor conte Marboffe, ohè! — Il conte si guardò, meravigliando,
dintorno, e non vedendo persona ripigliava la orazione, ma la voce
continuò:
— Signor conte, non miri di quà e di là; si volti in su al campanile;
veda, son io che le parlo, frate Bernardino da Casacconi indegno servo
di Dio: le pare carità questa di aizzare carne battezzata contro carne
battezzata come se fossero altrettanti mastini? O che gliel'hanno
rubata la Corsica perch'ella si arrovelli tanto a conquistarla? Eh! si
vergogni; queste non sono opere da cristiani nè da gentiluomini...
— Che gracchia quel corbaccio lassù? proruppe il conte; Luigi fagli per
la sua predica l'elemosina di una palla di oncia nel capo.
Luigi ch'era fante del Marbeuf non intese a sordo, e di un colpo portò
via una ciocca della barba al cappuccino.
— Per Cristo! esclamò il frate, e subito dopo si morse le labbra,
ma ormai era ita e di un salto agguantato lo schioppo con gran voce
aggiunse:
— Signor conte, io le baratto il suo scudo in moneta côrsa; badi s'ella
è di buona lega.
— Ah! frate — disse il Marbeuf cascando — mi ha morto.
I Francesi, per le vecchie e per le nuove ingiurie infelloniti
tornarono ad avventarsi con furore impossibile a descriversi; i Côrsi
non avevano perduto tempo ad allestire altre difese; da capo scalate,
da capo olii ed acque bollenti, ma per questa volta pareva si facesse
di tutto, imperciocchè dietro ai liquidi buttavano i vasi; da capo
gambe infrante, uomini capitombolati e rotti su le selci, ferite di
ferro e di fuoco, membra lacere sotto il continuo rovescio dei sassi e
di muri; sempre più terribile l'aspetto delle moltiplici morti.
Decio Cottoni arrivato su i luoghi si appostò in uno dei rialzi di
terra abbandonati dai Francesi e si diede subito a trarre; Clemente
pure giunse dall'altra parte e omai di ripari non voleva sapere niente,
bensì fare impeto alla scoperta: più cauto Altobello ne lo dissuase
confortandolo ad imitare il Cottoni; dai ripari ammazzarono a man
salva, e comecchè i Côrsi non isbagliassero il colpo a volo vi avete a
figurare se a fermo, onde pareva la morte vendemmiasse; chè gli uomini
cascavano giù stretti insieme da parere propriamente grappoli. Nè i
bersaglieri si contentavano di volgari ferite; al contrario volevano
scegliere; così colpirono i colonnelli del reggimento Rovergue e del
Sassone, e dopo questi la più parte degli ufficiali. Il marchese di
Chauvelin non anco disperato di vincere chiamava a sè il marchese di
Tilles e il visconte di Beauve, ed ordinò, che preso un distaccamento
dai reggimenti Medoc e Brettagna, si recassero a sloggiare i Côrsi
dai fortini: i valorosi colonnelli partirono ad eseguire il comando;
non li trattennero la pioggia delle palle, non i morti che seminavano
per la via; per essere i parapetti bassi saltarono i ripari e quivi
incominciarono a trucidare, con le baionette in canna, i Côrsi si
provarono resistere co' pugnali, ma conosciuto subito impari il gioco
fuggirono e si sbandarono; i Francesi stando raccolti in manipoli,
appena usciti perderono il loro vantaggio: sarebbe stato sano consiglio
anco per loro tornare indietro alla guardia dei fortini; ma non seppero
o non vollero; fatto sta che continuarono il Tilles a perseguitare il
Paoli verso Biguglia; il Beauve, il Cottoni verso Luciana.
— E adesso, che come generale non mi resta a fare più nulla, andiamo a
sostenere le parti di soldato — disse Pasquale Paoli — rispetto a voi,
signor Boswell, restate qui, chè non è giusta, che ne abbiate a toccare
per fatti non vostri; addio; — Nasone andiamo.
— Con vostra buona licenza, signor Paoli dacchè abbiamo passato tanta
parte di giorno assieme, permettete ch'io lo finisca.
— Ma voi non siete armato...
— Di fatti io non mi presento alle palle francesi in qualità di
soldato, bensì d'invaghito.
— Non praticate da savio, signor Giacomo; arrosto che non tocca
lascialo andare che bruci, dice il nostro proverbio — e mentre il Paoli
così favellava correva, e il signor Giacomo dietro sbuffando.
[Illustrazione: — Mariano, Mariano, oh! non lo vedi che ti sto
accanto: la colpa è del buio: vuoi che accenda un altro lume?
(_pag. 384_)]
— Bene, il proverbio non manca di senno, ma ora che sono diventato
mezzo Côrso mi tocca più che non credete.
Intanto che andavano Nasone percorreva fiutando la terra; di repente lo
videro fermarsi, poi raspare, dimenare forte la coda, poi squittì dando
segni di sorpresa e di allegrezza.
— Fermi: qui dietro ci ha qualche cosa di nuovo, notò il Paoli; in
effetto di lì a pochi secondi ecco dai cespugli uscire a diecine, a
ventine, cani meno grossi, ma della razza di Nasone, quale grigio quale
rossigno, i quali si ricambiarono quei convenevoli, che il Galateo dei
cani diverso da quello di monsignor della Casa predica onesti; dietro i
cani naturalmente vennero i padroni, i quali mirando, ed essendo mirati
dal generale, corsero ad abbracciarsi di cuore, erano montanari delle
Costiere e li guidava Vinciguerra da Canavaggia. In breve spiegarono,
che, quantunque non comandati, sapendo come la battaglia andasse per
le lunghe erano venuti a dare una mano ai fratelli, e menavano seco
certi compagnoni, dai denti dei quali si ripromettevano quanto dalle
proprie mani se non di più. — Raccolti insieme sommavano a cento uomini
ed a sessanta cani. Il generale ripigliando subito il cammino disse a
Boswell:
— Lo aveva presagito che Dio provvederebbe.
Già erano venuti in parte dove le palle passando via zuffolavano,
od abbattevano i ramoscelli degli alberi, allorchè un pedone tutto
affannato venne loro incontro agitando da lontano un foglio; si
fermarono, e quegli fattosegli più presso correndo disse:
— Ah! signor generale, siete voi? Manco male che vi ho trovato subito;
non ho potuto esentarmene; eccovi la lettera consegnata in proprie mani
secondo il desiderio del moribondo, e adesso addio.
E ratto com'era venuto andava via; al generale che gli urlava dietro:
dove vai? dove vai? — Rispose: — torno a battermi.
Il generale spiegò e lesse lo scritto, vergato con mano tremante, il
quale diceva così: «Signor generale, raccomando mio padre a voi, la
mia anima a Dio. Fra un'ora sarò con gli altri valorosi morti per la
patria. Vito Savelli.» Ah! quel caro giovane pareva se la sentisse
piovere addosso.
— Bene, prese a dire il Boswell; benissimo; che manca a questa lettera
per essere bandita sublime in tutte le scuole del mondo, se non essere
scritta alle Termopili da uno dei trecento di Leonida?
— Chiedo perdono, rispondeva il generale tuttavia correndo; Leonida e
i suoi si consacravano morendo agli Dei infernali. Vito rende la sua
anima a Dio di cui si sente parte. La differenza mi sembra enorme.
— Bene; voi parlate sempre bene.
Erano sul punto omai di sboccare dall'estremo lembo del bosco, allorchè
videro venire incontro a loro un uomo fuggendo, il quale ne teneva un
altro in collo quasi intendesse rapirlo. Il generale che se lo trovò
addosso, lo abbrancò pel petto gridando:
— Ah! dall'altra parte è il nemico e tu fuggi?
— Non fuggo, no, rispose trangosciato il Côrso; lasciatemi andare;
Cristo! o non vedete che questo che io porto è morto; mi fu ucciso
accanto; no in verità, signor generale, finchè il mio povero fratello
mi sta davanti, non mi riesce levargli gli occhi di dosso; e non mi
posso battere... vado a seppellirlo e torno subito.
Allora il generale mettendo una mano su la spalla dell'uomo:
— Tu sei di Alesani parmi, e dei Tommasi: non piangere....
— Io non piango.
— Va, torna indietro; chi ti comanda?
— Il capitano Decio...
— Bè; aspetta (e scrisse sopra un foglio col lapis: fa quello che ti
dirà il Tommasi. P. P.) porta questo al capitano, ed ordinagli da parte
mia, che ceda a poco a poco il terreno dilungandosi dal Borgo verso il
lago Benedetto, e procuri tirarsi dietro i Francesi: in quanto a questo
valoroso non darti pensiero a seppellirlo; lo riporrò io stesso con
queste mie mani sotto terra; sei contento?
Il Côrso non potendo parlare gli baciò le mani; gli pose fra le sue
braccia il fratello, e preso il foglio in un momento disparve.
In questo modo, sicuro il generale che il distaccamento francese non
lo avrebbe molestato, con urli che andavano a cielo, suoni di cento
corni e latrati di una torma di cani cascò improvviso alle spalle
dei granatieri che operavano sforzi più che umani per rovesciare i
parapetti côrsi e penetrati nel Borgo sovvenire la gente del Ludre;
in parte si vedevano mucchi di cadaveri a piè della trincea senza
che l'avessero potuto manomettere; in parte però compariva aperta,
e lì dentro la rottura si battevano a baionetta, a coltello, nè le
sassate mancavano, nè i pugni, nè i morsi; però il sudore si mescolava
col sangue; per mancanza di forza le ferite sdrucivano piuttostochè
trapassassero le carni; gli sosteneva la rabbia, la paura e la vergogna
del perdere: ormai dall'una parte e dall'altra toccavano il punto in
cui anco un grano poteva dare il tracollo alla bilancia; e veramente
sessanta cani e cento montanari erano qualche cosa di più di un grano e
lo provarono avventandosi con furore non più visto al mondo: terribili
gli uomini, ma due cotanti più i cani; le gambe addentate e le cosce
non le lasciavano più per ferite nè per colpi anzi nè anco morti, e fu
mestieri con taluno aprire co' ferri i denti e liberarlo della testa
mozza del cane.
I Côrsi visto il generale a loro tanto diletto, raccolsero quel po'
di lena che si sentivano nelle braccia per non apparirgli minori
dell'aspettativa ed anco delle promesse che gli avevano fatte: ed
egli in mezzo alla tempesta e senza nè pure cavare la spada sereno e
tranquillo diceva: — su da bravi, anche uno sforzo e abbiamo vinto!
Mentre voltatosi al signor Boswell, il quale colla scatola in mano lo
aveva seguitato, intendeva domandargli: — si può egli fare di meglio?
— vide sparirgli il cappello di capo, onde temendolo ferito proruppe in
dolorosa esclamazione, senonchè il signor Giacomo sorridendo rispose:
— Poca perdita, un cappello frusto, — e continuò a tirare su la
presa di tabacco che aveva incominciato ad annasare — però indi a
breve avendo scorto Nasone il quale corso dietro al cappello glielo
riportava, soggiunse: — anzi guadagno, e grosso perchè il cappello
intero prima costava due scudi o meno, ora forato in questa congiuntura
acquisterà un valore venale di dieci sterline o più — forse anco venti.
Il generale non potè astenersi di tentennare il capo pensando come
in Inghilterra anco i più generosi, in grazia del costume, ogni cosa
ragguaglino a lira, soldo e denaro: ond'ei teneva, per certo, che
quando con microscopii perfezionati si potesse speculare la materia del
sangue della stirpe anglo-normanna, si sarebbe rinvenuto di certo come
nella composizione del medesimo capissero moltitudine di cifre d'abbaco
invisibili ad occhio nudo; e questo teneva per articolo di fede da
mettersi addirittura in fondo al simbolo degli Apostoli, volgarmente
detto il _Credo_.
I Francesi balenarono, e il supremo capitano non aspettando la
disfatta, sonata la raccolta dava opera a provvedere che la ritirata
si eseguisse col minore scompiglio possibile. Senonchè l'uomo propone e
Dio dispone; dopo qualche cento passi i perseguitati perdendo animo e i
persecutori acquistandolo, gli ordini scompigliaronsi, e nonostante le
minacce e le preghiere degli ufficiali, i Francesi ruppero in fuga.
— Sarebbe bene, diceva un ufficiale francese ad un altro ufficiale
mentre levavano a più non posso le gambe verso Bastia, sarebbe bene che
la Francia provasse il capitanato di qualche plebeo, perchè da un pezzo
in qua voi altri signori ci conducete come montoni.
— Non è così, rispose l'altro; gli uomini che combattono per la libertà
valgono tre volte tanto i soldati del re, la più parte dei quali non sa
quello che si fa; taluni come me lo sanno e lo detestano.
Il primo di questi ufficiali si chiamava Dumouriez, il vincitore futuro
di Jemmappes e di Valmy; il secondo Mirabeau di cui la lingua scalzava
il trono di Francia peggio che non avrebbero fatto cento leve di ferro.
Come si confusero gli ordini dei fuggenti, così e più si scompaginarono
quelli dei persecutori pigliando ognuno di essi a spacciare il suo;
anche i cani aizzati dalla fuga crebbero di rabbia sparpagliandosi per
la campagna, e ne successero duelli che sarebbe sazievole riferire.
Non tutti i Côrsi uccisero, nè tutti i cani sbranarono; qualcheduno
all'opposto salvò: basti di questi rammentare Nasone, a cui mentre
scorazzava per le macchie, occorse un Francese giacente, si fermò in
quattro, poi innanzi di accostarsegli fiutò e rifiutò il terreno quasi
per ricordarsi: quando parve essersi rammentato, andò oltre spedito,
venutogli dappresso si dette ad esplorare se fosse morto o svenuto;
bisogna dire lo riscontrasse soltanto svenuto, imperciocchè allora
s'industriò a scoprirgli la piaga, e trovatogliela nella gamba sopra
il ginocchio, dopo avere strappato il panno, si pose a lambirgliela.
Non rimase senza aiuto a lungo nella opera pietosa, che un giovanetto
côrso sopraggiungendo, alle sembianza e alle vesti parve ravvisare il
Francese; egli pure si affrettò a soccorrerlo; piegato il ginocchio a
terra esaminò la ferita; la palla non ci era rimasta dentro ma aveva
lacerato le carni e forte ammaccato l'osso; il dolore e la perdita
del sangue avevano ridotto a tale cotesto infelice; il giovane trasse
fuori della carniera un pugno di fila le quali intinte in certo suo
unguento le appose a modo di faldella su la piaga, indi la fasciò: su
quel subito non ci era da fare altro nè meglio. Tutto intento alla sua
carità il giovane non si accorse che gli era caduto il berretto e molto
meno che un altro arrivato lo stava contemplando in tacita adorazione:
ad un tratto levando la faccia si vide davanti Altobello, onde subito
l'abbassò rossa come la fiamma; Altobello già da parecchio tempo aveva
riconosciuto Serena.
— Da quando in qua voi qui?
E Serena sorridendo: — Da quando ci siete voi; voi avete sparato le
armi che vi caricava io, e porgeva per di dietro. Allora nel vostro
cuore pieno di odio non ci sarebbe entrato di amore nè manco quanto è
grosso un granello di panico; però non avete sentito, che io vi stava
vicino.
Altobello le prese la mano con le sue, e premendogliela forte disse: —
non mi rimproverate, Serena; se vi sapeva di faccia il nemico non avrei
potuto fare altro che coprirvi col mio corpo.
In questa il Francese sciolto un fievole sospiro risensava, ed
acquistata a pena conoscenza di sè, vedendosi accanto quella immane
testa di cane, prese a supplicare così:
— Deh! ammazzatemi di una buona moschettata nel capo, non consentite
che mi sbrani il cane.
— Fatevi animo, signor Rinaldo, voi siete fra amici.
— Ah! signor Bertovello...
— Altobello, corresse sorridendo l'Alando.
— Altobello sì, torna lo stesso; con voi può darsi, ma come mi
trovi fra amici, con questo signore ch'io non conosco, e con questa
bestiaccia che sembra voglia fare di me la sua colazione, non
comprendo.
— Voi siete ingrato, capitano. Nasone ch'è il cane del generale vi
ha riconosciuto amico tra i nemici, e questo giovane, nel quale non
ravvisate la mia sposa Serena, tenendogli dietro vi ha tolto da morte
sicura.
— Domando perdono, madama, e anche voi, signor Nasone; ma sapete,
signor Altobello, che questo farsi accompagnare in guerra dalle donne
e dai cani si rassomiglia assaissimo al costume barbaro altra volta
praticato dai Cimbri e dai Teutoni!
— Mio signore, i Cimbri ed i Teutoni si reputano barbari, e furono,
non mica pei modi di fare la guerra, bensì pel fine della medesima: in
vero disprezzando la terra nella quale gli aveva collocati la natura
uscirono per chiedere ai Romani terra italiana e l'ebbero: voi sapete
come.
— Sta bene; ho capito; il paragone dei Cimbri con voi si attaglia come
la luna co' granchi; ma che volete? Da un uomo che ricupera appena
i sensi dopo quattr'ore di svenimento non si può pretendere una dose
maggiore di buon senso: dicono che quand'anche il mio intelletto tocca
il suo meridiano non si mostri guari più splendido: e mi calunniano:
io vi posso assicurare, che quando mi ci metto, ragiono anche meglio di
così.
— Non istento a crederlo.
— Malizioso! Ma non sarebbe opportuno esaminare un po' se ho qualche
cosa in corpo che non ci dovrebbe stare, come per esempio una palla,
inquilino incomodo e che per giunta non paga pigione...
— State tranquillo; Serena che vi ha visitato e medicato accerta che
la palla lacerò senza fermarsi, cagionando ferita dolorosa, non già
mortale.
— Mille grazie! madama Serena: questo è bello in verità, magnifico:
con vostra licenza procurerò che venga stampato nella _Gazzetta di
Francia_: di barbari che vi proclamavano m'impegno a farvi bandire fra
un mese pei popoli più civili della cristianità per le quattro parti
del mondo. — Rispetto al vostro nome, madama, egli sta per empire le
bocche dei parigini per una eternità, la quale, come sapete, in Francia
si compone di tutta una settimana e talora anche di un po' del lunedì.
— Non vi pigliate questo disturbo, capitano; in quanto a me desidero
che il mio nome non esca dalle pareti domestiche: mi piacerebbe
però che i vostri compatrioti assumessero della mia patria migliore
opinione, e sopratutto consigliassero ad operare più giustamente.
— Come vi accomoda, madama, e adesso, signor Altobello, se non vi
sembra troppa pretensione per un prigioniero, mi vorreste un po'
ragguagliare per mio governo come intendete cucinarmi.
— A me non ispetta dirvelo; voi siete prigioniero di Serena.
— Oh! ma questo sta per diventare magnifico; il valore prigione della
bellezza come nei tempi della cavalleria che in Francia piangono
perduta, ed io ritrovo florida in Corsica: or dunque, madama nemica mia
amica, fatemi trasportare nel vostro castello e tenetemi schiavo della
vostra beltà.
— Se veramente a me tocca decidere su di voi, io considero che in casa
mia manchereste dei comodi ai quali il vivere delicato vi ha forse
assuefatto: inoltre non mi sembra offendere la patria restituendovi
alla libertà, dacchè i suoi destini non penso che dipenderanno da
un uomo di più o da un uomo di meno; in ogni caso la vostra ferita
vi toglie la facoltà per parecchio tempo di trattare le armi. Signor
capitano, voi siete libero; aspettate tanto che la notte infittisca, e
procureremo mandarvi un uomo e un mulo per trasportarvi sino a Bastia.
— Mille milioni di grazie, mia generosa nemica; ma dite un po' quanto
vi piace, voi non m'impedirete di pubblicare con la _Gazzetta di
Francia_ questo atto prodigioso, unico al mondo, e scriverne a mia
madre.
— Voi ci disservireste, signor Rinaldo, disse Altobello, imperciocchè
ci fareste cadere in sospetto dei gelosi patriotti per aver reso la
libertà ad un prigioniero come voi; e co' sospetti ai tempi che corrono
non si canzona.
— Che poi lo scriviate alla vostra signora madre io non dissento, anzi
ve ne prego, soggiunse Serena; e le direte che ho pensato alla sua
angoscia, e ne rimasi impietosita, dacchè tutte le donne che soffrono
sono sorelle; ditele ancora, che presentandosele occasione di sollevare
qualche mio povero compatriota ella lo avrebbe fatto in virtù del
suo buon cuore senz'altro eccitamento, ma se la memoria dello aiuto
prestato al suo figliuolo renderà più consolante la sua voce, più
benevola la sua carità, io penserò che mi abbia rimunerato oltre il
merito.
Il capitano Rinaldo a notte inoltrata, posto come si potè meglio su
di un mulo, era condotto in Bastia: certo sofferse molto, e due volte
svenne; tuttavolta la strada che mena alla libertà non sembra mai tanto
dolorosa da dissuadere veruno dallo scorrerla sino in fondo.
Mentre il generale Paoli stava per mandare intimazione al comandante
Ludre di arrendersi senza indugio, gli fu annunziato un parlamentario
per parte dei Francesi; fattolo subito mettere dentro la stanza lo
accolse secondo il suo costume in piedi e passeggiando. Il cane Nasone
tornato a casa aveva ripigliato il suo ufficio standosene a giacere in
mezzo alla sala. L'ufficiale dopo i consueti saluti espose con parole
succinte, il comandante Ludre avrebbe reso il borgo se in capo a 24 ore
non fosse stato soccorso: intanto gli mandassero i Côrsi provvisioni
di bocca, che verrebbero pagate a prezzo corrente; passate le ore 24,
senza che alcuno uscisse ad aiutarlo, gli fosse lecito abbandonare il
Borgo con gli onori di guerra, le bandiere spiegate, tamburi battenti,
e tornarsene con tutta la sua gente a Bastia, portando seco cannoni,
bagagli e munizioni di guerra.
— Avete da aggiungere altro?
— Non ci è altro.