Saliceti, Grimaldi, Raffaelli e Agostini dovevano investire il Borgo da
ponente con cinquecento uomini; Gaffori e Gavini da levante con altri
cinquecento; Clemente Paoli con Altobello, Canale e trecento, fiore di
bersaglieri, su la strada del Nebbio: Antongiulio Serpentini doveva
starsi con duecento alla Stretta; Pasqualini con altri duecento sul
pendio di Luciana; se nonchè il Serpentini, che assai avventato uomo
era, e la sua moglie Rosanna la quale non iscompagnandosi mai da lui
metteva senza posa legna sul foco, visto arrivare il generale su le
alture di Luciana accompagnato da Decio Cattoni e Giantommaso Arrighi,
tanto seppe dire, che fu lasciato andare con gli altri a combattere il
Borgo: corse giù di furia con la sua gente, e trovando come nulla anco
fosse incominciato, Rosanna prese a tempestare urlando che si dovesse
assalire subito subito, e che a lei, quantunque donna, bastava l'animo
di mettere sottosopra le trincere francesi in meno che non si recitava
un credo. — Perinotto Agostini, soldato vecchio d'inestimabile prodezza
fece spallucce e replicò:
— Se le donne non furono create per dannarci, io proprio non so vedere
a che altro sieno buone. State in costà, signora Rosanna; che dei denti
francesi quelli che compariscono fuori non sono i più mordaci; o non
sapete che dietro alle trincere hanno messo in batteria tre cannoni?
— Lo so benissimo, soggiunse la donna petulante, ed appunto per questo
giudico che bisogna assalire senza indugio; se ci gingilliamo con le
mani in mano usciranno i soccorsi di Bastia e ci troveremo in mezzo a
due fuochi.
— Per non mettere tutta la posta sur un tratto di dadi fa mestieri
che noi pure attendiamo a munirci di terrapieni, e fossati; se di
assedianti diventeremo assediati, vedrete che scoppierà quella nuvola
rimasta là sull'altura della Stretta, la quale se non m'ingannano gli
occhi, di ora in ora s'ingrossa.
— Qui non si tratta di occhi, ma di cuore; mirate un po' come si fa.
E l'arrabbiata donna, presa una scala in ispalla, moveva ad appoggiarla
ai parapetti francesi.
— Per Dio santo, gridò Perinotto, non sia mai detto che le donne prime
salissero su le trincere del Borgo, e respinta Rosanna le tolse la
scala, correndo poi con quella in braccio ad appoggiarla ai muri; ma
non era anco giunto a mezzo cammino, che il cannone balenò, fumò,
ed indi a breve una grandine di mitraglia flagellando la terra, e
spingendo all'aria polvere e sassi, ricoperse il povero Perinotto.
Rosanna cacciò uno strido, e accorse per sovvenire il Perinotto
immemore del pericolo a cui si esponeva. Perinotto non dava segno
di vita, non gli mancarono cure chè la Rosanna gliele prodigava con
ismanioso affetto, lacerata dal rimorso che ciò fosse accaduto a
cagione della sua protervia; e se questa dolesse anco al marito non è
da dire, perchè gli pareva meritarsi il biasimo che più di una volta
aveva sentito apporsi, di lasciare troppo lenta la briglia sul collo
della moglie; però vista allestita la lettiera per trasportare fuori di
battaglia Perinotto, con mal piglio disse:
— Donna, seguiterete il ferito alla Stretta continuando a curarlo come
ve ne corre il debito. — E siccome Rosanna disusata dall'obbedire
faceva bocca da rispondere, Antongiulio infuriato riprese: — Per la
Vergine! ed anche ricusi rammendare gli strappi che hai fatti; esci di
qua in tua malora, o ti rimando legata a casa con le mani e co' piedi.
E non si può negare che siffatti modi sentissero poco della prelibata
urbanità che sogliamo adoperare noi verso il sesso gentile; ma che
farci? I Côrsi costumavano così, e non per questo amavano meno le donne
loro, o n'erano riamati; anzi solenni professori di proverbii essi
solevano dire: che donne, cavalli e noci vogliono le mani atroci; ma di
ciò lascio giudicare a cui se ne intende.
La vasta tela che ho per mano non mi consente che io possa, come pure
vorrei, esporre minutamente la storia di Perinotto. Giuseppe Mattei lo
ha fatto, e se all'ottimo volere rispondeva l'ingegno, a veruno sarebbe
lecito toccare questo pietoso argomento; altri se ne invoglierà perchè
davvero lo merita; intanto giovi sapere come Perinotto ferito nelle
tempie e per la fronte salvasse la vita, non gli occhi. Visitato dal
generale al convento di Luciana, dov'egli lo aveva fatto trasportare,
lo consolò con amorose parole, lo baciò più volte, e quantunque di
sostanze non copioso, il Paoli gli assegnò sopra il suo patrimonio
la pensione annua di trecento lire, che finchè visse e in ogni sua
fortuna procurò fosse religiosamente pagata. Questo è bello, ma questo
altro più tenero; egli erasi fidanzato con una zitella di Ortiporio,
di nome Elisabetta, la quale, appena si fu messo in piedi, andò a
visitare: arrivato davanti la casa senza mettere il piede sopra la
soglia chiamò con gran voce: Elisabetta! — e quando dal rumore dei
passi la riconobbe, con voce tremante aggiunse: Elisabetta, voi vi
sposaste ad un illuminato ed ora sono fatto cieco, — Elisabetta,
sono venuto a rendervi la vostra promessa. Ma questa santa fanciulla,
rispose ingenuamente: — Perinotto mio, guardateci due volte, che ora
di moglie avete bisogno troppo più di prima; tenetevi la mia promessa
e sposiamoci nel nome di Dio. — E così fecero. Perinotto finchè visse,
e visse molto, fu il cantore e lo storico del paese; dicono che i suoi
canti avessero virtù maravigliosa di accendere gli animi, e ci credo,
perchè le muse noi tutti abbiamo dentro di noi e le sortimmo da madre
natura, solo che la fiamma del cuore arrivi a riverberare sul cervello,
la luce del canto sgorga a rivi dalle labbra umane. I nuovi signori lo
presero in sospetto e gl'imposero tacesse; ma egli si oppose allegando
che dei vivi costumava non dire bene nè male, unicamente celebrare
i morti; ora parergli invidia peggio che barbara impedire la lode ai
defunti, ed eglino, lo ricordassero vantarsi promotori di civiltà in
Corsica: si vergognarono, e lo lasciarono cantare; il giorno nel quale
egli non cantò degli altri, altri cantò per lui, ma questa volta fu il
_Miserere_.
Il signor Ludre, vista la mala parata, mandò messi sopra messi a
Bastia, affinchè si affrettassero a soccorrerlo, avvisando il marchese
di Chauvelin trovarsi minacciato dai mali del blocco e da quelli dello
assedio, i primi però più terribili degli altri essendo stremo di
viveri e mancando di modo per provvederne, quantunque anche i secondi
dessero a pensare, considerando come i Côrsi attendessero a munirsi di
opere quali avrebbono potuto condurre i più esperti ingegneri.
Il marchese de Chauvelin dopo gli ultimi fatti considerava la
guerra e il paese diversi da quelli che a prima giunta gli era parso
vedere; e come nelle nature eccessive lo sgomento corrisponde alla
esaltazione e la supera, così ora scriveva in Francia lettere su
lettere non bastargli i sette reggimenti, le legioni Soubise e reale,
gli artiglieri e i micheletti, che prima lo avevano accompagnato in
Corsica; volerci bene altre forze per resistere al clima pestilenziale
e allo strazio della continua persecuzione per greppi e per bricche
di un nemico che non si incontrava mai, comecchè vi molestasse sempre
da ogni lato. Questo non era, dacchè il nemico egli avesse incontrato
più sovente che non desiderasse, ma gli parve più bello confessarsi
vinto dalle gambe che dalle braccia del nemico. Luigi XV, che teneva
in delizia questo marchese, provvide gli spedissero da Tolone otto
nuovi battaglioni i quali arrivarono a Calvi e a S. Fiorenzo sopra 38
navi scortate da 3 fregate e da due sciabecchi; in questa bisogna si
affaticò con tutti i nervi anche il ministro Choiseul, dacchè avendo
fatto strombettare sopra la _Gazzetta di Francia_ le prime vittorie
francesi, ebbe a patire la umiliazione di leggere nella più parte dei
diarii europei le allegrie che si menavano per le sconfitte in ultimo
rilevate. Però il querulo generale non si rimase per questo e continuò
a ragguagliare la corte, come quello che Seneca aveva scritto intorno
alla Corsica non raggiungesse il quarto del vero: terra sterile, aria
maligna, popoli salvatichi e posseduti dal diavolo della cupidità; non
basterebbero 200 milioni a ridurla in termini comportabili; non avere
commesso peccati tali da meritarsi lo inferno; ad ogni modo non essere
anco morto per andarci. Queste ed altre cose egli mandava scrivendo a
tutti, massimo al suo fratello abate, gobbo irrequieto e procacciante,
il quale metteva a screditare la impresa côrsa e far sì che il
fratello si richiamasse quel medesimo ardore col quale perseguitò in
Francia la compagnia dei gesuiti: nondimanco il marchese di Chauvelin
avrebbe dato, sto per dire, un occhio, per provare che se consigliava
a smettere la conquista della Corsica non era per mancanza di virtù,
bensì proprio perchè la carne non valeva il giunco: però accolse con
inestimabile contento il destro di combattere i côrsi col peso di tutte
le sue forze vicino a Bastia, donde potevano ricavarsi sicuramente a
mano a mano rinforzi, caso mai pigliasse mala piega la faccenda: onde
ristrettosi col conte di Marbeuf in breve rimasero d'accordo sul da
farsi; tra le altre provvidenze spedirono ad avvisare il marchese di
Grandmaison, il quale stanziava grosso ad Oletta, che per tragetti,
senza che persona lo subodorasse, dal Nebbio si trasferisse in Marana,
percotendo improvviso i Côrsi ai fianchi e nelle spalle. Messi in
ordine i soldati e le munizioni partirono da Bastia sicuri di vincere;
e menavano seimila soldati, tra i quali tutti i granatieri; quei di
Ludre, come fu detto non sommavano a meno di 1500; altri 1500 tenevano
per certo gli avrebbe condotti il Narbona, e così in tutto 9000, più
che bastevoli, considerato il numero, la perizia e la qualità delle
armi, a sgarare la puntaglia.
Arrivati su i luoghi a mente tranquilla reputarono prudente, ed era,
levare su alcuni ripari di terra e quindi bersagliare i Côrsi tanto,
che questi difettando di cartocci cessassero i tiri, dando campo ai
granatieri avanzarsi a man salva, ma i Côrsi si accorsero presto dalla
malizia e si rimasero dallo sparare. Allora i granatieri francesi
trascinati dall'èmpito ed anco dalla necessità proruppero fuori alla
scoperta, e s'ingaggiò battaglia; la vera scarmigliata battaglia piena
di urli, di minacce, di gemiti e di morti. Le case côrse avevano preso
tutte sembianze della chimera favolosa, la quale vomitava fuoco da
ogni spiraglio della sua faccia: piovevano le palle come grandine, nè i
Francesi potevano andare capaci per qual ingegno i Côrsi mantenessero
cotesto fuoco non interrotto mai, quasi gli schioppi contenessero
venti o trenta cariche. Ma quello che ai Francesi appariva miracoloso
era naturale pei Côrsi; imperciocchè le donne di casa così giovincelle
come vecchie quasi decrepite, e i ragazzi di sette ed otto anni (quei
di dieci sparavano) dietro ai parenti caricavano gli schioppi e li
porgevano a chi aveva tratto. Tra la moltitudine dei gesti degni di
storia non fia grave udire quello di Orso Lusi vecchio ormai giunto
alla tarda età che chiamiamo decrepitezza; costui fu del pari valente
agricoltore e soldato; fra gli altri pregi ricordarsi essere stato
il primo che nella sua pieve di Biguglia coltivasse la saggina. Da
parecchi mesi egli stava seduto sopra un seggiolone a braccioli,
donde non si moveva che a stento ed aiutato; appena udì lo strepito
della moschetteria quasi per miracolo si levò in piedi, e disse:
lo schioppo! — Il quale avuto egli si fece a canto di una finestra
per trarre; dallo altro si mise il suo minore nipote e per un pezzo
attesero alle loro faccende, però il nipote considerando che il vecchio
per debolezza della vista impiegava troppo tempo a pigliare la mira,
e con molto pericolo rimaneva scoperto oltre il dovere gli disse: —
Caccaro, per la Immacolata Vergine vi supplico ritiratevi di qua; aveva
appena finite le parole, che il vecchio cacciò fuori un singhiozzo e
il nipote lo vide barcollare e subito dopo spumargli la bocca di un
licore sanguigno; represse l'angoscia il forte giovane, e gittategli
pronto le braccia a mezza vita perchè non cascasse gridò ad alta voce:
— no, Caccaro, no: bisogna assolutamente, che vi togliate di qua:
e sollevatolo lo trasportava; a coloro che li dimandarono che cosa
facesse rispose: qui il Caccaro è troppo esposto, vado metterlo nello
abbaino dove meno osservato aggiusterà i tiri a comodo. La confusione
orribile in cui si versavano tutti non permise che badassero troppo
a quello ch'ei facesse o dicesse, e il giovane portato il nonno nella
sua stanza lo depose sul letto, gli chiuse gli occhi, lo baciò e poi
asciugandosi col rovescio delle mani il pianto susurrò: — Caccaro!
dormi in pace, io vado a vendicarti. Gli altri parenti seppero
cotesto loro antico congiunto morto a un tempo e vendicato e questo ne
rattemprò alquanto l'angoscia.
I Francesi chiusi col Ludre adesso conoscono che se si vogliono
liberare, importa mettersi allo sbaraglio per congiungersi a quei
di fuori; la quale cosa se venisse loro fatto di conseguire poteva
senza dubbio dirsi vinta la prova; parte comandati e parte volontari,
un cento irruppe fuori dei ripari per fare impeto da un lato in
quelle case, le quali dall'altro in quel momento stesso assaltavano i
granatieri; i Côrsi che videro cotesto tentativo lo giudicarono, se
fosse riuscito, tale da saldare ogni conto; onde passandosi voce da
una casa all'altra per via delle finestre o dei pertugi praticati nei
muri laterali, stabilirono adoperare gli sforzi supremi per mandarlo
a vuoto: in effetto quando se lo aspettavano meno, dopo una scarica
universale, si apersero violentemente gli usci di parecchie case e
ne rovinò fuori una torma di gente che con le pistole incarcate in
ambedue le mani e lo stiletto ignudo fra i denti, si avventò balenando,
e trasse così di concerto che fu inteso un colpo solo; i nemici
stramazzarono in un mucchio alla rinfusa chi morto, chi ferito, chi
sano, ma strascinato dagli altri; i Côrsi, gittate vie le pistole,
impugnarono il coltello e giù di botto su cotesta massa di carne
menando colpi disperati. I Francesi rimasti dentro i ripari presi da
terrore e paurosi di sfolgorare i compagni in quella zuffa mescolata
stettero inerti e i Côrsi approfittandosi dello sbigottimento saltano
indietro e si rinchiudono in casa; di loro pochi ne rimase feriti:
nessuno morto; dei Francesi (incredibile a dirsi se i ricordi de' tempi
non lo accertassero senza screzio fra loro), soli sedici sopravvissero
ed anco malconci, gli altri ottantaquattro giacquero spenti; miseranda
strage, operata in un attimo, come dal fulmine di Dio.
I granatieri i quali dall'altra parte del caseggiato avevano bensì
inteso il grido di baldoria dei compagni, ma non vista la fine,
instavano più fermi che mai per aprirsi il varco; gittarono da prima
le granate a mano, le quali cagionarono strepito molto non danno; poi
o muniti di scale o armati di scuri si affrettarono a salire per le
muraglie e a spezzare le porte; spingendosi innanzi con la veemenza
che fa quasi sempre invincibile l'assalto francese, erano giunti sotto
le feritorie dei Côrsi, ai quali ormai di poca utilità riusciva lo
schioppo; ma allora posero mano a nuova maniera di difese, che giù dai
pertugi incominciarono a piovere acqua ed olio bollenti. Se riuscissero
atroci coteste scottature, pensatelo voi, e nondimeno quei bizzarri
cervelli ne celiavano: — e largo, dicevano ai compagni, largo che i
Côrsi pigliano i gatti a pelare. — Subito dopo il sole rimase oscurato
da un nugolo di masserizie domestiche; talune, a vero dire, incapaci
a recare grave danno, altre poi lo portavano gravissimo, come conche,
catini, mortai di pietra ed altri siffatti; ed anco qui la giocondità
francese trovò ad incastrarci la sua, che l'uno all'altro diceva: — tè
questa mestola, camerata, e' sanno che tu ti sei fatto sposo e vogliono
aiutarti a drizzare su casa. — Un uffiziale ebbe il capo malamente
rotto da una culla, e nel sovvenirlo il suo compagno tra serio e faceto
gli diceva: — in fè di Dio, non si è mai visto peggio; anche Golia
rimase vinto da un bambino e pazienza! ma da una culla senza nè manco
bambino riesce dura a trangugiarla. — In questa rovinando una madia
fracassa la spalla al motteggiatore e l'altro comecchè con la faccia
piena di sangue ridendo rispondeva: chi avrebbe creduto che la morte
stesse a pigione nel luogo dove si fa il pane? — Ma piangendo e ridendo
si muore del pari, e intanto per le mirabili difese non si poteva
spuntare. Il Marbeuf sputava fuoco, allo Chauvelin pareva di sognare;
però ambedue ordinate nuove colonne di attacco le sguinzagliavano
contro le combattute mura; già si sa, agli assalti la faccenda cammina
diversa che a mensa dove si salutano beati i primi: a quell'ora
dovevano avere votata la casa di arnesi e logori l'acqua e l'olio,
sicchè era a sperarsi avventuroso il nuovo sforzo; pertanto si spinsero
cantando e schernendo; tacevano i moschetti con augurio felice; le
scale appoggiano, salgono, le braccia stendono, già le mani toccano
i davanzali delle finestre, quando giù dai tetti rovinano camini,
lavagne e pietre con le quali le difendono dagl'impeti del vento;
nè questo solo, che seguitarono travi, travicelli e brani di muro.
Sarebbe sazievole del pari che tetro narrare il vario e nondimanco
sempre terribile spettacolo delle morti infinite: fuori delle macerie
qua sbucava una mano sola, là un capo; di ossa e viscere schizzate,
infame il terreno, la strada fatta lago di sangue; indietreggiavano i
Francesi, e tuttavolta non ismentivano l'indole festosa, chè ci fu tale
che disse: — eh! chi l'avrebbe creduto? mentre io vedendo i casamenti
levarsi il cappello m'ingannava volessero salutarci per signori e
padroni.
Il conte di Narbona Fritzlar arrovellava come un mastino vinto, e
non ci volle manco del comando espresso del marchese di Chauvelin
perchè ristasse dallo avventurare un nuovo assalto; sicuramente i
granatieri avrebbero obbedito, ma stanchi ed anco sgomenti egli era
come cimentarli a morte certa; quasi per tacito consenso delle parti
combattenti furono sospese le ostilità verso il mezzogiorno.
Il Grandmaison ricevuto il comando ad Oletta, conobbe come senza molto
accorgimento non lo avrebbe potuto mandare ad esecuzione, imperciocchè
gli Olettesi meno che offenderlo con la forza (che questo per essere
tenuti in rispetto dai suoi soldati non potevano), con ogni altra
maniera cercavano farlo capitare male; nascosti pertanto messaggio e
messaggiero, dette lingua volere andare a mantenere in devozione il
Capocorso; per ultimo quando trasse i soldati dai quartieri bandì ad
alta voce che voleva menarli ad esercitarsi nei dintorni; maggiore
astuzia non gli avrebbe giovato, ma le troppe precauzioni gli nocquero.
Ora dopo avere menato i soldati per buon tratto di via verso Barbaggio,
il Grandmaison comandando si voltassero dalla parte di Rutali li pose
dentro certe macchie che rasentavano il torrente, che sbocca allo
stagno di Chiurlino; da principio le cose camminarono d'incanto; però
via via che s'inoltravano la macchia si faceva più spessa, i sentieri
più rotti: onde a fatica potevano andare innanzi: il Grandmaison
sicuramente non si aspettava incontrare destri cammini; pure trovandoli
adesso così scellerati non si poteva rimanere da borbottare: s'intende
acqua ma non tempesta! Potevano avere trascorso una diecina di
miglia, ed omai procedevano con lena affannata, tutti molli di sudore
e co' piedi indolenziti, allorchè il capitano giudicò necessario si
riposassero alquanto: non è a domandarsi se se lo facessero dire due
volte; ridotte le armi in fasci chi qua chi là giacque sul terreno
quale per riposarsi e quale per ripigliare conforto di cibo e di
bevanda.
Davvero non fu carità sturbare cotesto riposo, e nondimanco i Côrsi lo
disturbarono, e di che tinta! Da prima s'intese uno scoppio lontano
e un sibilo vicino; poi dieci, poi cento; assursero i soldati ed
imbracciate le armi attesero gli ordini dei capi: non era facile
darli nè eseguirli; le angustie dei luoghi; e i colli dirotti non
presentavano campo a verun provvedimento di milizia; penetrare nelle
macchie peggio, tirare contro le frasche inutile; il nemico sentivano
da per tutto e non lo trovavano in verun luogo: in breve l'uragano
imperversò nella sua furia; ogni foglia di sul capo sgocciolava una
palla, disotto ogni sasso avventava una palla, palle vomitavano i
cespugli da ogni lato, insomma non un cerchio bensì una sfera di
fuoco e di piombo li circondava; e questo accadeva perchè i Côrsi si
appollaiavano su gli arbori come scoiattoli, dietro le macchie o dietro
i sassi si rannicchiavano come vipere.
Clemente Paoli capitanava questa imboscata, e davvero in male branche
erano capitati i Francesi: costui appiattato dietro una sughera in
compagnia di Altobello non mandava colpo se prima non si accertava
del fatto suo; ora accennando al compagno con la canna del moschetto
un giovine uffiziale: — peccato! disse, cotesto sembra un prestante
giovane; oh! quanto orgoglio ne deve avere cavato sua madre; oh! quanto
dolore sta per recarle; me chi gli ha detto di cacciarsi qua dentro?
_Requiem æternam dona eis Domine_ — scattò il grilletto, e il giovane
stramazzò giù a capitomboli sul terreno; Clemente col medesimo suono di
voce continua: — _et lux perpetua luceat ei._
Contemplando cascare il giovane, certo ufficiale più provetto proruppe
in orribili bestemmie e gli si gittò addosso a speculare di che sorte
fosse la ferita, ma accortosi che la povera creatura era spacciata
s'inviperì più che mai urlando che cento, mille Côrsi non reputava
bastanti a vindicarlo. Intanto Clemente aveva ricaricato lo schioppo —
e' mi dispiace proprio, disse, che cotesta anima deve comparire davanti
al suo Creatore fuori dello stato di grazia; ma ci ho colpa io, se con
la morte in bocca si comportano così poco cristianamente? _Ora pro eo._
— Al fine delle parole il vecchio andò a far compagnia al giovane;
di loro la storia non ricorda il nome, e non importa investigarlo,
conciossiachè la maggiore carità che possiamo adoprare per coloro che
sono morti a sostenere la causa degli oppressori consiste appunto a
lasciarli nell'oblio nel quale s'immersero interi. Ad un tratto venne
al pensiero di Clemente il salmo 143 del santo re David, il quale, a
quanto sembra, in parecchie cose buone arieggiava con lui e incominciò
a cantare: _Benedictus Dominus meus qui docet manus meas ad prœlia
et digitos meos ad bellum_ — e al fine del versetto il suo schioppo
ficcava una palla di oncia o nel capo o nel petto di un Francese. —
Veramente pochi canti di guerra possiedono virtù di eccitare l'odio
dello straniero fino al delirio come quel salmo meraviglioso; però
appena può immaginarsi non che dirsi la veemenza con la quale Clemente
urlava:
«Signore abbassa i tuoi cieli e scendi: tocca i monti e fa che fumino.
«Vibra il folgore e dissipa quella gente; avventa le tue saette e
mettile in rotta.
«Stendi le tue mani dall'alto e riscotimi, e trammi fuori, dalle grandi
acque, di mano degli stranieri, la cui bocca parla menzogna e la cui
destra è destra di frode.
Acciocchè i nostri figliuoli sieno come piante novelle bene allevate
nella loro giovanezza, e le nostre figliuole sieno come cantoni
intagliati dell'edificio di un palazzo.
E le nostre celle sieno piene e porgano ogni spezie di beni, e le
nostre greggie moltiplichino a migliaia e a diecine di migliaia nelle
nostre campagne.
Ed i nostri buoi sieno grossi e possenti e non vi abbia nelle nostre
piazze nè assalto, nè sortita, nè grido alcuno.»
Ventura fu pei Francesi che Clemente non ricordasse il salmo 120 o
non lo credesse adattato all'uopo, perchè chiudendo ogni versetto
con la morte di un uomo, cotesto salmo contando versetti 176, avrebbe
menato uno scempio di loro, mentre il 143 annoverandone sol 15, la sua
recitazione non costò troppo caro ai Francesi.
Il Grandmaison si accorse presto, che o per previdenza, o per avviso
ricevuto in tempo il nemico gli aveva tese insidie; ignorava il numero
degli assalitori; ma o pochi o molti era chiaro che dei Francesi non
ne sarebbe scampato un solo; e fu mestieri dar volta. Mesti per tante
morti e avviliti per non averle potute vendicare, forse non si riduceva
persona nei quartieri di Oletta, se il vento che soffiava da levante
non avesse portato agli orecchi di Clemente un suono di rombo e voci
che domandavano aiuto.
Lasciamoli andare, disse allora questo Aiace côrso, che hanno avuto
il loro compito; io penso che quelli che arrivano al quartiere
appiccheranno i voti alla Madonna, dacchè da questa parte non ci è
da temere più nulla, su da bravi, figliuoli, un sorso di vino, e via
difilati al borgo.