— Avete immaginato male, anzi malissimo; e vi confermo che adoperando

il vostro patrimonio alla difesa della Patria voi provvederete meglio

ai casi vostri, e a quelli del defunto, che con le messe; quantunque,

intendiamoci bene, che voi non mi pigliaste per qualche eretico,

anch'esse siano utilissime e santissime. Ma, badate bene, non ci ha

cosa che guasti tanto gli ordini religiosi quanto di simile maniera

lasciti che furono loro fatti o fanno: adesso noi proviamo preti e

frati, se non perfetti buoni, della Patria e della libertà zelatori

sviscerati, e ciò perchè essendo poveri si trovano costretti a stare

col popolo, a vivere con quello che il povero loro largisce, ad essere

carne della sua carne ed ossa delle sua ossa: affinchè si facciano

amare bisogna che lo amino, con lui piangano, delle sue gioie si

rallegrino, padri insomma si mantengano e fratelli, o se altro ci

ha vincolo più forte e soave di questi lo cerchino e lo adoperino:

allora saranno, come i nostri sono, veri medici dell'anima. Anche

san Giovanni Grisostomo lo ha detto: finchè la chiesa usò calici di

legno, i sacerdoti si conservarono d'oro; all'opposto se diventassero

ricchi voi li fareste superbi, dacchè la superbia sia la ruggine del

benefizio nè qui cadrebbe il peggio: da prima metterebbero ori, marmi

fini e gemme nella casa di quel Dio che nacque nel presepio e morì in

croce; e dopo averla fatta teatro, le cerimonie auguste convertirebbero

in rappresentanze da scena; canterini ormai, e istrioni, non più

sacerdoti. Il lusso in chiesa mena la morbidezza in convento, e i vizii

in cella. Se questo avvenga, guai! Il mondo non conoscerà nemico a gran

pezza più pericoloso del frate; difficile pigliarlo in fallo, perchè

la ipocrisia da mattina a sera gli fabbrica una corazza delle virtù di

quei santi che invoca sempre e non imita mai; con le parole rinfaccia

altrui il peccato che intende esercitare solo, come se lo avesse in

appalto con patente regia, e le opere palesi le adopera per coonestare

le occulte a mo' del pastrano che il ladro si tira su la faccia per non

essere riconosciuto, impossibile percoterlo, dacchè niente niente che

tema si rifugia dietro la croce, e quivi canta salmi; onde tu non puoi

vibrare il colpo per paura di mettere in pezzi la croce, e ai semplici

sembra empio rompere le ossa al cane che abbaia in suono del _Tantum

ergo_; celatamente corrompe; la codardia battezza per carità, saluta

gli uomini fratelli, affinchè senza rimorso quelli siano tiranni, senza

ribrezzo questi durino servi, ed ammannisce impunità e leva infamia al

tradimento; diventato ignorante odia ogni lume di scienza, che spento

un giorno egli riaccese; — e così viziato, ignorante, imbelle e schiavo

diserterà il popolo per arrolarsi al soldo del re il quale metterà il

frate in mazzo allo sbirro, alle manette, al giudice, al boia e agli

altri arnesi di governo. Però voi, Matteo, non renderete questo cattivo

servizio alla Patria; deponete il vostro disegno perchè davvero e'

sarebbe come se alla Corsica voi voleste dare il male per medicina. —

Matteo Brando si attenne al consiglio di Clemente Paoli, istituendo

erede delle sue sostanze la patria, con l'obbligo però di fare in

capo all'anno celebrare non so che messe in suffragio dell'anima del

figliuolo e della sua. Indi a breve scomparve, nè s'intese più oltre

favellare di lui; dicono si riducesse a menar vita romita in Olmetta

di Capo Côrso: la verità è che in codesta pieve su di un poggio vediamo

anco ai dì nostri una torre, mezzo rovinata, che i terrazzani chiamano

la torre dell'Eremita.

Alando e Serena tennero un pezzo dietro ai signori Clemente e Matteo,

ma considerando come, impegnati nel discorso, a loro non ponessero

mente, piegarono ad una svolta per guadagnare le proprie case.

Tacevano, e nondimanco sentivano che un medesimo pensiero occupava lo

spirito di ambedue; un poeta avrebbe detto che le colombe di Venere

sentono a quel modo il giogo stesso che le allaccia al carro della

Dea, e non l'odiano. Sempre in silenzio arrivarono a casa della

Serena, e lì si dissero: buona notte, un cotal poco alla trista; e

si volsero le spalle turbati, ma Serena troppo più di Altobello, e

con maggiore ragione; infatti ella pensava: a lui spettava parlare;

anche quando mi sentissi scoppiare il cuore, la verecondia insegna

così, e sta bene lasciarci vincere, ma nessuno ci ha da pestare peggio

che schiave. Altobello dal canto suo ragionava alla medesima guisa;

pure ella avrebbe dovuto dargli un cenno, alla lontana se vuoi, pure

tale che lo animasse, perchè, signore Dio! se avesse sbagliato ei ne

sarebbe morto di vergogna e di dolore. All'incontro, Serena, presaga

di codesti pensieri opponeva: oh! non ci sono quei pericoli, ed

egli doveva saperlo, non glieli ho dati io questi segni per quanto è

permesso a fanciulla dabbene, e vie più là che il mio stato angoscioso

non consentiva? Quante volte in chiesa piegai il capo, ed una volta

fingendo sedermi lo voltai del tutto per ricercarlo con gli occhi, e

trovatolo, cogli occhi gli sorrisi; certo due o tre volte mi aspettò

davanti la porta sperando che lo guardassi, ed io non lo guardai; ma il

rossore che mi avvampò la faccia doveva pure chiarirlo ch'io lo sentii.

— Quel giorno ch'egli le porse l'acqua benedetta deve essersi accorto

che la sua mano tremava come foglia di castagno al vento di dicembre, e

l'altro quando ella entrò in casa Filippi, e allo improvviso le apparve

dinanzi Altobello, non proruppe in un grido, che s'ingegnò giustificare

dando ad intendere che aveva battuto il piede sopra la soglia? Ancora

non si rammentava egli, che andando ella per la via, egli la salutò

levandosi il cappello, ed ella che in cotesto punto teneva l'anima

tutta compresa in lui sopra pensiero rispose: — Buon giorno, Altobello

— come che ripigliandosi tosto aggiunse: _sciò_ Alando? E tutto questo

non basta? O da quando in qua le fanciulle hanno da palesare i dubbiosi

desiri con lettere da appigionasi? Signore! per mantenersi così

gabbiano valeva proprio il pregio che Altobello lasciata casa se ne

fosse ito fin oltre a Venezia.

Qui taluna leggitrice (me lo sento piovere dietro le spalle) obietterà:

ma voi dimenticate, signor Francesco, che lasciaste il giovane in

istrada, e la giovane sul pianerottolo, mentre per fare tutti questi

discorsi anche col pensiero ci vorrebbe tanto tempo quanto ne occorre

per iscorrere almeno quattro miglia di strada. — No, signora: il

pensiero degli innamorati, vostra signoria ha da sapere, va più veloce

di Maometto quando viaggiò pei sette cieli; egli non conosce tempo

nè spazio; in meno che palpebra non percota palpebra, trasvola non le

diecine, ma le migliaia di idee; alza venti torri più alte di quella di

Babele, scava altrettanti pozzi più profondi di quello di san Patrizio;

fa, disfà e rifà da capo, s'incupisce, si eclissa, sfavilla più

abbagliante di prima, piange, ride; mesce in un bicchiere veleno, poi

lo butta al diavolo, lo risciacqua, lo riempie di vino di Chianti e se

lo beve cantando; o introduce il capo al capestro o accosta il rasoio

alla gola; indi a poco attacca la corda a due rami di albero e ci fa

l'angiroccolo; col rasoio si rade la barba per apparire più bello;

insomma la è una strana, ma strana potenza quella dell'amore, signora

mia: e quando l'avrà provato, sono sicuro che ella mi darà ragione:

capisco, ella mi ha contradetto perchè si mantiene sempre ingenua; non

me ne sono mica arrecato, solo la prego a ricordarsi del proverbio: chi

non prova non crede; — provi e poi ci riparleremo.

Pertanto affermo, che i pensieri da me ricordati con la compagnia

di cento altri si affollarono allo spirito di Serena, prima che la

sua mano (a vero dire lentamente) avesse fatto girare su gli arpioni

la porta di casa un quarto di quadrante; onde Altobello, di subito

voltatosi e chiamata Serena, fu a tempo a impedire che una imposta

della porta s'incastrasse nell'altra come si stringono due labbra dopo

che hanno detto: addio. Allora egli si allentò più oltre, e pose un

piede su lo scalino, mentre lasciava l'altro sopra la strada; Serena

rimase appoggiata con la spalla alla soglia dell'uscio. Così atteggiati

non potevano durare gran pezza in silenzio, ed in vero non ci durarono,

chè Altobello continuò:

— Signora Serena, mi parrebbe... crederei che non istesse bene che vi

rimaneste in casa a questo modo sola... voglio dire senza sufficiente

difesa...

— Oh! chi mi deve offendere? Non non ho nemici che io sappia.

— Avete udito nel camposanto lo scuccolo?

— E qual può dire che sia stato per me?

— Se ho da confessarvela intera, soggiunse Altobello bassando la voce,

io tengo in mano prove più manifeste che qualche occulta vendetta mi

perseguita.

— O Signore, anche voi? — e si strinse vieppiù ad Altobello, chè nulla

vale a destare il mutuo affetto quanto la minaccia del comune pericolo.

— Ieri l'altro passando di sotto casa Campana precipitò dall'alto

un sasso il quale per poco non mi schiacciò la testa; e' fu proprio

fortuna che mi battesse un palmo davanti ai piedi dove sbrizzandosi

mi cacciò nel volto un nuvolo di schegge. Guardai subito in su; le

finestre erano chiuse; presi lingua nel vicinato chi mai ci abitasse di

presente e mi risposero essere vuoto, che l'unica figliuola del Campana

lo aveva abbandonato e si credeva si fosse ridotta a vivere in villa,

o avesse raggiunto il padre alla Bastia.

— Signore Altobello, questo vi viene per me; una furia invisibile si è

attaccata alla mia vita, nè sembra che voglia risparmiarmi, quantunque

femmina.

— Oh! di grazia, che cosa vi avvenne?

— I miei castagni furono _accintolati_; parecchi olivi e molte viti

recise; al mio cavallo dentro la stalla tagliarono gli orecchi: mirate

qui; vedete questo buco sul sommo dell'uscio; stamane ci ho trovato

confitto un coltello; ieri...

— Ieri?

— Oh! ieri se rimasi viva e' fu proprio miracolo; io me ne andava a

dare un'occhiata alla vigna del pignone, quando arrivata al ponte di

legno, a un tiro di schioppo dalla casa, il cavallo mi si ferma in

quattro: io che avevo premura vado a frustarlo, ma egli duro come un

masso; stizzita scendo, e avvoltemi le briglie intorno al braccio metto

il piede sul ponte; e' parve che le tavole ci stessero attaccate con la

pece, dacchè a quel tocco leggero rovinarono, ed io sarei andata giù

a catafascio con esse se le briglie erano meno salde o il cavallo men

forte non avesse puntato le gambe dinanzi tanto da tenermi su ritta.

— Serena, qui non ci è caso, voi abbisognate di qualcheduno che vi

difenda.

— Non pensate che mi troverebbero sprovvista, Altobello, — e remossa

un cotal poco la faldetta gli mostrò la carchera con le pistole e il

pugnale.

— Sì, ma in due ci difendiamo meglio, cara Serena.

— Questo non si può negare.

— E poi... e qui tacque alquanto per ripigliare lena come costuma torre

campo chi intende spiccare un gran salto, — e poi che la stirpe degli

Albertini si ha da spegnere? Respingerete un reverente amore che vi

venisse offerto? Vi condannerete a vivere sterile nel mondo! Voi, che

sapete, anche senza porci mente, ispirare amore, non vorrete sentirlo

mai? E... e...

Oh! che sgomento invase allora l'anima del giovane, però che Serena

presa da forte pensiero forse non lo udiva, od anche udendolo lo

lasciava dire senza porgergli filo: ond'ei si smarriva, e le sue parole

gli cascavano dalla bocca rotte, e rade come le prime e le ultime

gocciole della pioggia. Ad un tratto Serena gli pose la mano sopra la

spalla e favellò pacata.

— Altobello, voi mi vorreste per moglie?

— Ah!

— Ed io vi accetto per marito; e vi accetto perchè una voce qui dentro

mi dice: Serena, fallo: tuttavolta io sono orfana e potrei errare: per

la qual cosa mi bisogna sentire il signor Pasquale; egli ha detto che

si mantiene scapolo per servire di padre a tutti i Côrsi.

— Ed in effetto lo è; dunque pigliate il mio braccio e andiamo.

— Dove?

— Dal generale.

— A questa ora? Così su due piedi?

— Che monta l'ora? Forse il tempo governa il Paoli? Egli in un modo o

in un altro è sempre occupato di noi; — per ultimo chi tempo ha, tempo

non aspetti.

— Ma le nozze non possono farsi se non dopo passato il lutto; ancora,

io ho giurato, e meco fatto giurare le fanciulle di Corte astenersi dal

matrimonio finchè dura la guerra.

— Il papa dispensa dai voti.

— Dispensi il papa, non io; o questo patto o niente. Caduta la Patria

le nostre nozze faremo sotterra; io non intendo lasciarmi dietro

figliuoli superstiti alla servitù; questo giurai alla Immacolata, e

questo confermo.

— E sia così; come fidanzati potremo mutuamente soccorrerci e

difenderci.

Il generale, comecchè la notte fosse avanzata, vegliava. Nasone

cucciato fra le gambe di lui, annunziò lo appressarsi dei giovani con

un lieve schiattire, senza moversi nè schiudere gli occhi. Accolti

nella sua camera da letto essi parlarono sentenze così piene di

generosità, di amore santo di Patria, che il generale per non piangere

ebbe a levarsi e correre piuttosto che camminare su e giù per la

stanza. Gli abbracciò, li benedisse a più riprese, e tanto erano tutti

al dipartirsi profondamente commossi, che il generale in veste da

camera con un candelliere in mano gli accompagnò fin giù in istrada

senza accorgersene, e eglino pure se ne avvidero allorchè non ci era

più tempo impedirlo. Solo Nasone, sempre presente a sè stesso, lo

accompagnò inosservato sia all'andata che al ritorno, per cento prove

oggimai era stato chiarito come nessuna commozione avesse potenza di

distrarre il cane da addentare un osso e da custodire il padrone.

Se mai visse popolo al mondo il quale meritasse che uomo mettesse a

repentaglio anima e corpo per lui, veramente fu il côrso di un secolo

fa. In effetto il maestro di campo Grandmaison, rompendo contra la

religione dei patti la tregua, aveva occupati Patrimonio e Barbaggio,

che sono in certo modo le porte del Capocorso; e con essi tutta questa

provincia; dall'altra parte il marchese di Arcambal ridusse a devozione

pressochè intera la Casinca; il marchese Chauvelin sostenuto dal conte

Marbeuf partendo da S. Fiorenzo si era spinto fin sopra Murato, ed

espugnatolo, pareva che volesse pigliare Corte come dentro una rete.

Sopra i teatri fa maraviglia non piccola lo ingegno dei macchinisti

i quali così presto sanno mutare le scene che l'occhio appena se ne

avvede, e non pertanto anco più veloce operavasi il cambiamento delle

fortune della guerra appena si mossero le compagnie côrse al comando

del Paoli. Dappertutto i Francesi tentarono resistere, ed anche in

parecchi luoghi con molta costanza, ma non valse, che si sentivano

portati via a modo di foglie dal libeccio.

Decio Cottoni, in compagnia del capitano Guiducci, si avventa

nel Nebbio, e sgombrati davanti a sè i Francesi ripiglia Murato,

impadronendosi di armi, di provvisioni e di non pochi prigionieri tra

ufficiali e soldati.

Di breve Giocante Grimaldi, Francesco Gafforio e il dottore Acquaviva

sboccando con le loro genti, e fatta massa con quelle del Cottoni e del

Guiducci, corrono contro il Grandmaison accesi nel desiderio di fargli

scontare la tregua tradita. Il Grandmaison da una parte non si sentendo

capace di resistere a tanta furia, e dall'altra fatto per avventura

meno animoso dal sentimento del grosso debito che presto gli avrebbero

fatto pagare, non istette ad aspettarli, lasciando per la precipitosa

fuga in Oletta tende, bagagli e due cannoni.

In Casinca, dove aveva fatta maggiore impressione il nemico, convennero

Clemente Paoli, Antongiulio Serpentini, Nicodemo Pasqualini, Domenico

Buttafuoco; raccolti a Tavagna deliberarono le difese estreme, e già si

ammannivano a metterle in atto, quando sopraggiunse un Taddei di Pero

spaventato in vista, il quale schiamazzando affermava la resistenza

vana, ogni cosa perduta, doversi rifuggire tutti a Campoloro. Clemente

che conosceva l'uomo capace di fare di ogni lana un peso gli voltò la

faccia verso mezzogiorno, e datogli una spinta nelle spalle gridò:

scappa presto a Campoloro prima che t'agguanti qualche palla di mio

— e costui che era corrotto dalla pecunia francese non se lo lasciò

dire due volte. Allora accadde una guerra arrabbiata, alla rinfusa,

con vicenda di sconfitte e di vittorie; per ultimo la fortuna arrise

ai Côrsi: il Serpentini andò a Orezza e la riprese; il capitano Colle

vinse a Vignale. Clemente Paoli con gli altri di prima colta riscattò

Sant'Antonio; donde scorrendo il paese gli venne fatto penetrare in

Vescovato, e comecchè la terra si fosse mostrata parziale ai Francesi,

in quale maniera incominciassero a conciarla non è da dire; sopratutto

la rabbia dei Côrsi si avventò contro le case di Matteo Buttafuoco

traditore, a sovvertire le quali adoperarono ferro e fuoco; ma i

Francesi si rannodarono, cacciarono i Côrsi, e giunsero a spegnere

le fiamme; i Côrsi per altra parte fermi a sgararla, ripigliata lena,

tornarono: dopo lungo accapigliamento, dove i coltelli giuocarono più

dei moschetti, riaccesero l'incendio, nè si ristarono finchè videro

pietra su pietra.

Matteo Buttafuoco, per comune consenso dei Côrsi, Napoleone Buonaparte

compreso, viene reputato traditore. Ai giorni nostri il suo figliuolo

Antonio Semideo, togliendo occasione dal libro dettato dall'abate

Giammarchi intorno alla vita di Pasquale Paoli, si è sbracciato a

purgare la memoria del padre: meritano reverenza la pietà filiale,

e compassione i tempi durante i quali siffatta difesa può farsi e

accettarsi. Matteo Buttafuoco tradì perchè oratore presso al duca di

Choiseul per la Corsica, vinto dalla ingordigia del premio, si mutò in

promotore della dominazione francese in Corsica; di ciò lo incolpano

le parole, molto più le opere; nè si nega, ma il suo figliuolo

sostiene come questo non si chiami tradire, bensì amare la Patria,

imperciocchè i Côrsi non potessero sostenersi contro le forze della

Francia; matta impresa ed esosa, piacendo ai Côrsi assoggettarsi alle

leggi di quella; ed a ragione, chè per questa via essi arrivarono a

tal grado di prosperità e di gloria, che in altro modo sarebbe stato

follia sperare. — A ciò si risponde, che affermare i Côrsi volonterosi

della dominazione francese dopo novanta anni di conquista non è

onesto; d'altronde la storia lo bugiarda, perchè il Paoli non governava

tiranno, bensì col voto delle Consulte liberissimo, e quando ogni altro

testimonio mancasse durano i campi, le pendici e i fiumi consacrati da

tanto sangue cittadino nelle disperate lotte contro la oppressione. In

quanto a prosperità e gloria quello che non potrebbe un côrso diremo

alla recisa noi: se la fortuna della Corsica avesse prevalso, oggi

ella possederebbe meno accattoni e più lavoratori, meno cavalieri e

più contadini; non avrebbe quello che si costuma chiamare _civiltà_

alla francese, la quale le casca di dosso come veste non sua, bensì

propria; non presenterebbe adesso un mostro non francese nè italiano,

bensì paese sano e gagliardo di sangue naturale; e per dire tutto in

poco, non servirebbe di pollaio alla Francia donde cava marinai per le

sue navi, soldati per i suoi eserciti, sbirri per i suoi bargelli...

per rimandarli poi (quando ce gli rimanda) stroppi di corpo, o,

quello ch'è peggio, nabissati nell'anima, a rosicchiare un tozzo di

pane, spesso, ah! troppo spesso impastato d'infamia e di rimorso.

Questo non affermiamo di tutti, che non sarebbe giusto, ma di molti,

ed è vero. — Ancora si può domandare come mai Matteo Buttafuoco, se

credeva la opinione sua partecipa dai più, s'industriasse a tutt'uomo

di procurarle fautori per via di corruzioni inique, e di peggiori

scandali? Perchè la Francia gli compartiva il titolo di Conte, e gli

donava lo stagno di Chiurlino? E perchè il figliuolo imprendendo la

difesa del padre ostenta questo titolo il quale sarebbe stato senno

nascondere come uno sfregio sulla faccia? Questo, in buon latino,

significa negare il paiuolo in capo. Ma queste parole bastano, anzi

a taluno parranno anco troppe; però importa chiarire come la stirpe

dei Buttafuoco, se ebbe macchia dal tradimento di Matteo, lei resero

veneranda nella memoria dei posteri Giambattista che vendè massima

parte del paterno retaggio per sovvenire ai bisogni della Patria, e

per ultimo le diede anco la vita; Domenico, che con le proprie mani

contribuì a rovinare le case del parente fellone, ed altri parecchi che

sarebbe soverchio rammentare.

Più grave zuffa avvenne a Loreto, dove i Francesi assaliti da quattro

parti sostennero per sette ore furiosissimi assalti; ormai disperati

dal vincere tentennavano tra il rendersi, ovvero aprirsi colla spada la

via, quando con inestimabile maraviglia videro i Côrsi fuggire per la

campagna; non sapevano a che ascrivere il caso; però decisero valersi

della buona fortuna e rafforzarsi per durare con esito migliore;

ma presto appassirono coteste speranze dacchè i Côrsi non fossero

mica fuggiti, bensì andati a provvedersi di nuova polvere, avendo

logorata la prima, in certe macchie dove l'avevano nascosta; allora

dolse ai Francesi non avere colta l'occasione, e non gli sovvenendo

migliore partito tornarono a volersi ritirare combattendo; dicono che

sommassero a 150 quando uscirono da Loreto. I Côrsi dietro ai fianchi

a mo' di canatteria sguinzagliata; certo come il cervo i Francesi,

di tratto in tratto voltata la faccia, qualcheduno sventravano, ma

subito dopo bisognava fuggire, e sempre in peggio arnese di prima.

Stracchi e trafelati arrivarono circa mille al fiume Golo gonfio per

pioggie recenti; nè questo gli annoiava, anzi se ne confortavano,

imperciocchè non si sentendo perseguitati così da vicino giudicavano

passare il ponte, e subito passato rovinarlo; onde le acque grosse

invece d'impedimento a loro avrebbero trattenuto i nemici. Ed anco

qui nel conto non entrò il lupo, perchè il signor Clemente cheto

cheto, presi seco duecento uomini, aveva passato il Golo sul ponte

del Lago Benedetto, e colà messo su in fretta alcune trincere faceva

mostra di finire quanti si attentassero di avventurarci il piede: e

poichè nei Francesi non è per certo l'ardire quello che manca, ci si

provarono, e non una volta, nè due: però toccarono troppi morti per

non invilirsi; al fiume non avevano avvertito molto; che sguazzarlo

mentre lo cavalcava un ponte parve inonorato; adesso lo arieno fatto

più che volentieri, ma lo videro terribilmente gonfio, nè minacciatore

di morte meno sicura, che il ponte; e il tempo a deliberare stringeva;

perchè dai parapetti côrsi fioccavano moschettate fitte come grandine.

Scelsero la via del fiume o perchè la credessero meno perigliosa di

quello che provarono, o perchè sperassero poterne più facilmente venire

a capo. Il Golo li passò veramente, non tutti però; chè si risovvenne

essere côrso, e contro lo straniero doversi industriare tutti, così

uomini come cose; mille entrarono nelle sue acque e ne rese seicento;

e a quelli che toccarono la sponda non parve caro il nolo.

I Francesi cacciati da tutte le parti della Casinca fecero testa al

borgo di Marana dove comandava il signor de Ludre, soldato vecchio

di buona rinomanza: scrivono taluni che la sua gente sommasse a 550,

altri la stimano a 700; ma errano entrambi, perchè se prima fu 550,

sembra certo che dopo la congiunzione dei cacciati della Casinca, anco

contando solo gli sfuggiti dal Golo, a meno di 1150 non montavano.

Il borgo è paese costruito su di un colle di figura conica che si

solleva sopra un piano inclinato, il quale a oriente confina col mare,

a mezzogiorno lo chiude il Golo, a tramontana lo stagno di Chiurlino;

dalla parte di ponente gli sta sopra la Serra di Stretta, che per

la via di Oletta e di Olmetta comunica con la pieve del Nebbio; una

volta colle e pianura ebbero fama di ferocissimi, e forse anche adesso

sarebbero, ma la malaria funesta il piano; e il colle quantunque non

ingiocondo pure dalla passata prosperità differisce assai. Narrano

che Mario vicino al mare vi stabilisse una colonia, e sarà; ai giorni

nostri non ne rimane nè anche orma; avanzano alcuni ruderi nè romani

nè pagani, bensì cristiani e a quanto può giudicarsene pisani. Il

luogo comparisce facile alle difese, e malgrado che trent'anni prima

i Francesi ci rimanessero rotti per modo, che il conte di Boisseux,

nipote del maresciallo di Villars, ne morì di dolore, eglino non

trascurati o immemori statuirono tenerlo ad ogni costo. A tale effetto

circondarono la sommità del Borgo con terrapieni e palizzate; e mandati

a prendere a Bastia nuovi cannoni gli adattarono in varii fortini, i

quali comecchè fossero fabbricati di terra e di pietra senza calcina

non parevano men acconci alle offese come alle difese.

[Illustrazione: Egli venne menato in gran fretta nella

cittadella di Bastia, e quindi chiuso dentro il carcere della

fortezza di S. Carlo... (_Cap. VIII._)]

Pasquale Paoli, secondando il vento, che gli spirava favorevole, decise

ferire un gran colpo, il quale, se non bastasse a dargli vinta la

impresa, gli porgesse almeno l'adito agli accordi, o alla più triste

respiro fino al nuovo anno, ricordevole di quello antico dettato,

che cosa fa cosa e tempo la governa: convocati pertanto i capitani

dell'arme su le alture della Stretta a consiglio, non discrepando

nessuno, di comune accordo venne statuita la impresa del Borgo.

Clemente chiudendo il parlamento aveva detto: qui i padri nostri

cantarono ai Francesi i vespri _côrsi_ (che così ebbe nome la disfatta

del Boisseux), adesso tocca a noi a dire _compieta_.

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 27 / 50 段