per ora, e coll'aiuto di Dio crescerà. I professori tutti frati; io
indegnamente la reggo, ed insegno istituto civile, e canonico, etica,
e diritto di natura e delle genti. Padre Leonardo da Campoloro,
che mi siede accanto, minore osservante come me, espone filosofia e
matematica; i cappuccini Angelo da Venaco e Giambattista da Brando
leggono il primo teologia morale, il secondo rettorica; l'instancabile
nostro padre Bonfigliolo Guelfucci servita, che vi sta rimpetto,
segretario del generale, ammaestra gli scolari nella teologia dommatica
e nella storia ecclesiastica; e come fosse poco, trova tempo di dettare
storie; e mantenere corrispondenze coll'Accademia della Crusca di
cui è socio. Viviamo insieme, e con esso noi venti scolari educati e
nudriti per l'amore di Dio, oltre i figliuoli dei morti per la patria.
La istruzione costa nulla, e fu provveduto affinchè gli altri scolari
trovassero in Corte vitto ed alloggio con piccolissima spesa; di
più sappiate che nè anche allo Stato l'Università costa. Noi, memori
del detto del Vangelo _gratis accepistis, gratis date_ distribuiamo
altrui senza guadagno il sapere che ricevemmo senza spesa; agli altri
bisogni vien supplito così: ogni pievano contribuisce con lire 18
all'anno, ogni curato 9, i canonici 6 a testa: ancora noi abbiamo molte
confraternite nell'isola, le quali, quante volte muore un fratello,
danno lire 20 in denaro o in candele per onorare il mortorio, onde
dicemmo loro: Fratelli, sta bene la luce ai morti, ma sta meglio ai
vivi; figurate avere un morto di più per anno fra voi, e date venti
lire per ognuna alla Università; e come le supplicammo fecero. Nati dal
popolo, stiamo con lui; quanto possediamo gli diamo così di sostanza
come d'insegnamenti e di sangue, però se egli ci chiama padri, e noi
figliuolo, questi non escono suoni vani dalle nostre labbra. Siamo una
stessa famiglia deliberata a vivere o a morire nello amore di Dio e
della libertà.
— Bene, signor minore osservante, bene, superlativamente bene, e
vi so dire che se in Inghilterra i frati avessero rassomigliato voi
e i vostri degni compagni, ella a questa ora si manterrebbe sempre
cattolica.
— Ed ora del governo vi ragguaglierò io, prese a favellare il Paoli;
quando la consulta di santo Antonio della Casabianca nel 1755 mi
elesse a reggere la Corsica, volle conferirmi assoluta potestà, la
quale ostinatamente rifiutai, imperciocchè sebbene io non mi sentissi
legno da tagliarci il tiranno, pure mi parve che meritasse più lode di
prudenza chi si astiene dal pericolo, che di costanza chi ci resiste,
e la occasione, voi lo sapete, fa l'uomo ladro: istituii pertanto
senza indugio un consiglio supremo di nove uomini animosi e savi, i
quali governassero meco standomi al fianco tre per volta ogni quattro
mesi; questi fanno l'ufficio che presso a poco esercitano da voi
i ministri della corona; io presiedo a vita il consiglio, ed ho la
condotta delle armi; questo mio potere come eccessivo, ha da mutare:
in parte è più, in parte è meno di un re inglese; forse si rassomiglia
meglio allo statolderato di Olanda. Poteva come Mosè, Licurgo, Romolo
ed altri parecchi, dettare solo le leggi; non volli, sembrandomi che
il popolo partecipando alla composizione di quelle le avrebbe amate
e rispettate di più: ancora, il dispotismo rinfaccia al popolo la
sua inettezza: ipocrisia! imperciocchè se tieni sempre il fanciullo
stretto in fascie, come imparerà a camminare? Ora veruna scuola di
libertà supera il pubblico dibattimento su le faccende della patria. Il
principe vero della Corsica è la consulta: da tempo antico costumavano
i padri nostri assembrarsi in congressi cui appellavano Vedute, per
lo più nella valle di Morosaglia; andate in disuso con la tirannide,
rinacquero con la libertà. Così si compongono oggi; ogni villa elegge
un procuratore di comune, e gli confida il mandato per mano di notaro;
finchè sta fuori di casa il comune del paese lo paga a ragione di
una lira al giorno; anche qui va emendato, dacchè in taluna villa la
popolazione non arriva a 40 persone, in altre supera le 400. Prima
eleggeva tutto il popolo e da sè senza che se ne mescolasse il governo,
ma riuscendo le elezioni scompigliate sempre, e le più volte inani,
fu provvisto così: il podestà e il padre del comune proporrebbero i
cittadini da eleggersi a procuratori; quali dove non uscissero eletti,
toccherebbe ai padri di famiglia designarli; e se nè anche questi
restassero approvati, cotesta villa o comune per quell'anno perderebbe
il dritto di mandare procuratore: resta eletto chi raccoglie più voti,
che devono superare la metà degli elettori. Nè questi soli compongono
la consulta, chè in prima c'intervengono tutti i consiglieri supremi
usciti in carica, poi i figli dei morti per la patria, per ultimo i
procuratori dei magistrati provinciali di cui vi chiarirò fra poco. La
consulta convocata da me si riunisce ordinariamente una volta l'anno
in Corte; occorrendo più, volte, e in altri paesi; appena adunata essa
nomina due procuratori comunali, ed uno dei magistrati di provincia:
i tre eleggono il presidente, e l'oratore dell'assemblea; il primo
presenta le leggi a nome del governo, il secondo a nome del popolo;
mandate a partito, una volta si vincevano con due terzi di voti, ora
ne bastano la metà; la legge del governo appena vinta si eseguisce,
quella del popolo può restare impedita dal governo, ed allora fino
alla consulta dell'anno seguente non può riproporsi. Vi parrà questo
eccessivo, ed è; ma io desidero il popolo libero affinchè meco concorra
e mi aiuti a fabbricare la sua libertà; ma procurai che, poco esperto
e facile a rimanere carrucolato, non avesse le braccia libere di
scombussolarmi di una mala legge ogni cosa; io e gli amici miei come
il profeta Eliseo stiamo distesi su questo popolo per infondergli la
libertà col nostro alito; questo vogliamo, questo faremo, ma oltre
questo ministero di vita, ecci forza armare la mano di spada per dare
in testa a chiunque con violenza e con frode si argomenta ricondurre la
Corsica in ischiavitù. Oltre discutere o votare le leggi, la consulta
elegge i magistrati provinciali e i sindacatori; però nella nomina dei
primi pigliano parte unicamente i procuratori delle provincie, nella
nomina dei secondi tutti. Sono i magistrati provinciali composti di un
presidente, due consultatori, un auditore, un cancelliere; si rinnovano
ogni anno; lo stipendio scarso, sono nudriti dal pubblico; sta agli
ordini una guardia pagata: questi sono dieci, quante le province nelle
quali si scompartisce l'isola: 6 cismontane e 4 oltramontane; giudicano
le cause civili di qualunque importanza oltre le lire 30, e criminali;
le sentenze di morte e di esilio non si eseguiscono se il supremo
consiglio non le approva. I sindacatori dicono istituisse Carlo Magno;
certo è che la Repubblica Genovese li ebbe: ufficio loro raccogliere
le lagnanze del popolo, inquisire i magistrati, non escluso il capo
supremo dello Stato, conoscere le colpe e ripararle o punirle. Qualche
volta mi elessero sindaco, non sempre, diverso in ciò da Andrea Doria
che si fece nominare dal sindacato a vita, onde fra per questa autorità
esorbitante, e per conservare forze proprie capaci da opprimere
chiunque lo contrariasse, che razza di libertà intendesse egli donare
alla sua patria a me non riuscì mai di comprendere. Dimenticava dirvi,
che mentre dura il dibattimento, e il voto delle leggi, il generale e
supremo consiglio hanno da uscire dalla sala della consulta.
Arrivato a questa parte del suo ragionamento, chiesta prima licenza,
entrò una guardia del generale, che gli presentò lettere sigillate:
egli stava per metterle in tasca e leggerle a bell'agio, quando la
guardia gli disse: — Avvertite! — Allora il generale guardando meglio
vide scritto nella sopraccarta: — preme. Scusatosi con la compagnia,
lesse una volta, e due, poi ripiegati pacatamente i fogli, senza
mutare sembianza soggiunse: — va bene; e licenziò la guardia; dipoi
voltosi al Boswell continuò: Fin qui non vi ho detto il peggio; nella
coda sta il veleno, io posso di mia autorità far arrestare sospetti,
posso anche mandarli a morte... non vi spaventate; questa è tirannide,
ma come vi hanno tiranni che curvano i popoli nella servitù, così la
dura necessità vuole che talora abbisognino tiranni per raddrizzarli
alla libertà. Ai popoli corrotti, o imbestiati dalla oppressione, per
purgarsi fa mestieri a modo del Dante di passare per lo inferno e forse
ha meno pericoli il nostro mare nelle bocche di San Bonifazio, che
il diritto del suffragio universale, e pure in questo fuoco bisogna
ritemprarsi. Se da una mano io pongo un pugnale atto così a difendere
come ad uccidere la libertà, importa che io tenga armata l'altra
mano per riparare in tempo; lasciamo da parte i privati cittadini e
supponete un procuratore comunale, uno del magistrato provinciale, che
più? uno del supremo consiglio, che io sappia per sicuro macchinare
tradimento a danno della patria, ma il tempo manchi al giudizio, anzi
riesca impossibile procacciarsi prove legali, e il pericolo si versi
nello indugio: aggiungete, che nelle cause di Stato se aspettiamo che
il delitto sia compito, allora la patria è venduta, la libertà spenta,
il giudice in catene. Quando il traditore può in un momento sovvertire
la patria, deve potere la pubblica vendetta colpirlo improvviso come
la folgore di Dio; ed io stringo nella mia destra questo fulmine
pronto sempre ad avventarlo quando occorre. Poteva conferirsi questo
diritto al consiglio intero; ma oltrecchè sarebbe sembrato sanzionarlo
con legge, enorme cosa, i consigli procedono sempre lenti, di rado
concordi, almeno sulle prime, e i casi piuttosto si indovinano, che
si dimostrino, nè può definirli nelle moltiplici specie la legge,
mostrandosi ordinariamente la malizia più feconda al nocere, che la
sapienza a riparare. Io rabbrividisco per questo diritto di sangue
che possiedo, e non lo depongo, disposto a renderne conto a Dio ed ai
sindacatori; voi però non crediate che meco stesso non vada ravvolgendo
la contingenza, che quello che a me parve necessità suprema ad altri
tale non paia; ed anco confesserò di più, che temo mio malgrado la
passione più o meno non entri a sprigionare dalla volontà la parola che
apre alla creatura una tomba infame. Ahimè, spesse volte — troppe volte
— questa ragione di Stato rassomiglia alla croce che l'uomo porta sul
calvario dove lo crocifiggeranno la ingratitudine dei popoli, l'odio
dei nemici, e le perfidie della fortuna...; non importa, perocchè io
sia uno di quelli, che fermamente credono essere l'anima nostra un
angiolo smarrito, che ritroverà il suo paradiso per la via del dolore.
— Qui il valent'uomo versò alquanto di vino nel bicchiere, e levatosi
in piedi disse con raccoglimento: — Quando anco questo fosse sangue del
mio cuore, io non lo berrei meno volentieri alla salute della Patria:
viva la Patria!
Tratti da un medesimo spirito, i convitati assorgendo risposero: viva
la Patria!
— Avrei voluto, comecchè voi, signor Boswell, non rassomigliate l'eroe
troiano, ed io assai meno Didone, avrei voluto, soggiunse Paoli, che
qualche Jopa côrso vi avesse dato contezza della musica e della poesia
côrsa: ciò sarà per un'altra volta. Intanto _suadent cadentia sidera
somno_, e assai fatiche ci toccarono in questo giorno perchè non
dobbiamo più oltre rifiutare riposo alle stanche membra.
Qui, fatto e ricevuto ogni maniera di cortese salutazione, presero il
Paoli e i suoi compagni commiato.
* * * * *
Aura di maggio, oh! come divina quando il sole abbandona il nostro
emisfero; per lei le chete superficie delle acque s'increspano in così
dolci pieghe, che rammentano il sorriso della vergine quando l'amante
le diventa sposo, o quello della madre allorchè le presentano la sua
prima creatura dicendo: ecco, un figliuolo ti è nato; — all'aura di
maggio dall'aperto calice commette intero il suo profumo la rosa,
quasi fanciulla, che, combattuta l'ultima battaglia del pudore, lascia
andarsi in balìa dell'affetto che la vince; — al soffio di lei le
foglie del pioppo ora ti mostrano il lato colore di cenere, ora quello
di smeraldo come per ammonirti, che neanche l'inferno possa spegnere
amore, e i cipressi custodi dei sepolcri, mossi da lei tentennano
l'uno verso l'altro le cime bisbigliandosi in loro favella, che ciò
che l'uomo chiama morte è trasformazione; l'amore feconda anche le
fosse, e da una vita cessata sgorgano innumerevoli rivi di vite che
incominciano; — le stelle ai fiati di lei corruscano più somiglianti
a mo' di fiaccole, le quali ventilate divampano; e quando dall'acque
si leva la luna, e a lei piace sospingerle incontro qualche nuvola,
par che Febea corra a precipizio pei bruni campi del cielo alla caccia
delle fiere del firmamento, come ella già le selve correva su le orme
delle belve terrestri. Pei lidi ricurvi, per gli aperti piani, per le
arcane foreste, in terra, in cielo, in mare suona un misto di voci,
che ad alcuni parve sospiro, ad altri riso, ed è l'una cosa e l'altra,
imperciocchè riso e sospiro scintillassero su l'animo dei mortali col
medesimo baleno, e spesso si confondono scambiandosi tra loro forma ed
ufficio; così la gioia sovente sospira, e il dolore, esaurita la fonte
delle lagrime, ride. Gemito e riso, alfa ed omega della vita umana!
E poichè non ci ha festa senza musica, una famiglia di rosignoli,
aspettato che il fragore delle opere divine cessasse sopra gli olmi
della piazza di Corte, conveniva ai canti alternando le armonie alle
melodie con note così infinitamente alte, che incominciate sopra la
terra sembrava che non si rimanessero finchè non erano giunte lassù in
fondo dei cieli, dove si mescolavano ai cori degli angioli; però in
cotesta sera tacevano; anzi gli usignoli avevano disertato l'arbore
diletto; spandendosi per la campagna con istridi acuti ammonivano
gli altri a torcere altrove le ali perchè qualcosa di spaventoso li
minacciava lì presso. In verità i poveri uccelletti avevano ragione;
poco discosto dall'olmo appeso alla traversa della forca dondolava
il cadavere di Giovanbrando impiccato. All'ultimo palpito del sole
corrispose l'ultimo del cuore, quello s'immerse nel mare, questo
nella eternità; e lo lasciarono appeso in obbedienza dell'ordine
del generale; non posero sentinella a guardarlo, reputandolo
abbastanza vigilato dalla giustizia inesorata ma retta che percoteva
indistintamente umili e superbi.
[Illustrazione: .... erasi recata in mano le molle, e
percotendo con quelle, di tratto in tratto, il pavimento, ne
aveva scheggiato un mattone. (_Pag. 276_)]
I Côrsi in quei tempi non consumavano olio per risparmiare sole,
onde si coricavano a buon'ora: ordinariamente prima delle due di
notte andavano a giacere, se qualche occorrenza non li persuadeva a
vegliare; sicchè chi si fosse aggirato per le vie di Corte avrebbe,
meravigliando, veduto dopo assai cotesto tempo due lumi accesi in due
case diverse. Per cui manca di discorso gli obietti estremi passano
a un dipresso come acqua piovana per la doccia; chi poi costuma
notare, da tutto piglia argomento di speculazione, e quindi causa di
conoscenza; per la quale cosa non parrà strano se affermo che dal modo
con che la luce dei lumi viene riflessa fuori dai vetri delle case tu
puoi distinguere in quale stato si trovino le famiglie. Calda e, per
così dire, petulante è la luce che rischiara i conviti e i festini;
però, se da imposta allo improvviso aperta essa prorompe, ti parrà che
insulti la notte, anzi pare che la provochi e la ferisca. Più modesto,
non pertanto meno sicuro splende il lume compagno agli studi della
sapienza, come quello che sa essere luce in traccia di luce; ma il lume
acceso della tribolazione trema, e supplica che al suo dolore non si
aggiunga il dolore della tenebra: abbastanza la travaglia la vita delle
miserie circostanti, perchè non vengano anche i fantasmi della notte a
crescerle il peso.
E non sarebbe stato difficile indovinare che i lumi, i quali in cotesta
notte scaturivano dalle finestre delle due case di Corte, erano stati
accesi dalla tribolazione: per verità uno ardeva nella casa del padre
di Giovanbrando, l'altro in quella di Orso Campana.
Vi rammentate di Lellina la figliuola di Orso, che doveva esser moglie
di Giovanbrando? Ebbene, essa è quella che veglia. Bisogna che voi
impariate meglio a conoscerla, diventando d'ora in poi parte importante
della nostra storia; e perchè vi entri bene nella fantasia io ve
la vado a descrivere con parole succinte. Di statura è breve, e di
membra asciutte, però mirabilmente disposta a sopportare le fatiche;
forte come l'acciaio, destra quanto i muffli dei suoi paesi; la pelle
pallida le imbrunì il sole, chè il padre usava menarla sempre seco
pei monti a caccia, o ai _procoi_ per vigilare le faccende di villa:
giusta il costume côrso le vela il capo un pannilino bianco fino alle
sopraciglia curve in bell'arco, ma quasi invidiose; gli occhi sempre
teneva mezzo chiusi e bassi forse per modestia, o piuttosto perchè
sapesse che mettevano paura: in effetto le sue pupille apparivano
chiazzate di nero, di celeste chiaro e di giallo, ma, quietando
essa, quest'ultimo colore non si distingueva troppo; e gli altri due
componevano un cotal grigio scialbato assai somiglievole al piombo
polito; quando poi qualche passione l'agitava, il giallo si estendeva,
si accendeva; insomma i suoi occhi allora diventavano pari a quelli del
gatto salvatico; il volto ovale con sì perfetto contorno che meglio non
avrieno disegnato le Grazie: la bocca ombreggiata dalla caluggine del
labbro superiore mostrava due margini stretti, e rovesciati in dentro,
indizio sicurissimo di animo deliberato e costante.
Questa fanciulla stava seduta sopra una panca dinanzi al camino per
abitudine, non già perchè la stagione invogliasse a scaldarsi; da
parecchio tempo erasi recata in mano le molle, e percotendo con quelle
di tratto in tratto il pavimento, ne aveva scheggiato un mattone; di
contro a lei giaceva in terra la serva, vecchia côrsa con gli occhi, il
naso e le mani uguali agli occhi, al becco e agli artigli del falco, e
forse la somiglianza di lei col falco non finiva qui; teneva le spalle
appoggiate, o come i Côrsi dicono, _arrembate_ alla parete, le gambe
su ritte, e con le braccia tese e le mani aggruppate si agguantava
i ginocchi; anima propria, o piuttosto volontà ella non aveva; bensì
con l'occhio fisso nel volto della fanciulla spiava quello che avesse
a fare o non fare; il cane in mezzo a loro, aggomitolato a modo di
chiocciola, pareva che dormisse; però di tanto in tanto squittendo dava
ad intendere sè essere pronto ad avventarsi dove la padrona ordinasse.
Lella, riposte le molle su gli alari, si levò, e dalla cantera della
tavola in mezzo alla stanza trasse fuori un trinciante: avendone
tentato il taglio col dito le parve ottuso; prese allora la cote,
e premendovi sopra la lama con le dita incominciò a strisciarvela
obliquamente: poi lo tentò da capo, e trovatolo affilato lo avvolse
dentro una salvietta, e lo ripose in tasca. La serva l'agguardava senza
far motto, e quando Lella le disse: — andiamo! — si levò su tutta di un
pezzo mettendosele dietro, non interrogando dove s'incaminasse, nè per
quale causa, nè nulla: il cane sorse a sua posta, e scotendo il pelo
parve si accingesse a seguitarle, senonchè la fanciulla fattogli cenno
col dito gli ordinava: — tu rimarrai — e il cane mandato un guaito
tornò a cucciarsi.
Le donne uscirono e si avviarono difilate alla casa di Matteo Brando.
La Lella battè un colpo solo — ma forte e risoluto così da significare:
apritemi presto: tuttavolta aspettò e dopo convenevole spazio di tempo
ne percosse un altro; — poi un terzo, un quarto: quei di dentro pareva
non sentissero, o non volessero sentire; finalmente fu visto il lume
mutare luogo, e poco appresso una voce domandò: qual siete voi?
— Aprite. — Schiuso l'uscio Lella entrò, e alla donna che tenendole
dietro con la lucerna ripeteva: qual siete voi? non rispose niente,
bensì andava tuttavia. Arrivata nella camera soprana la perlustrò
con gli occhi, e vide in un canto Matteo Brando genuflesso davanti la
immagine della Madonna dei sette dolori; le mani teneva giunte sopra
una sedia, e su le mani declinato il capo doloroso. Lella lo tocca
lieve lieve su la spalla e il vecchio solleva la faccia domandando: chi
siete? che cercate?
— Matteo, voi avete un figliuolo?
— Lo aveva.
— Sta bene; ma ora resta di levare il suo corpo di forca.
— Chi di coltello ammazza conviene che muoia; se l'è meritato.
— Se l'è meritato?
— Certo; era corsa inimicizia tra i Brando e gli Albertini ma non
ingiuria, non offesa accadde mai tra noi; egli ha sparso sangue umano
senza vendetta, nè odio.
— Ha fatto meglio; lo ha sparso per amore. Orsù, volete venire a dare
al vostro figliuolo sepoltura cristiana?
— Lo lascerebbero forse esposto al vento ed alla pioggia?
— Ne sono capaci: e ai corvi, che gli beccheranno gli occhi, e agli
avoltoi che gli strazieranno le carni.
— Oimè! lo ha meritato.
— E le sue ossa andranno in bocca ai cani, nè saranno riposte nella
tomba dei suoi antenati.
— La tomba dei Brando non raccoglierà mai le ossa di un impiccato.....
— Di certo?
— Di certissimo.
— Ebbene allora le raccoglieranno le tombe dei Campana. Il padre si è
vergognato del suo figliuolo, ma la sua promessa gli rimarrà fedele
anche alla forca. Addio vecchio. Io vi venni a cercare non mica per
bisogno di voi, ma come padre del mio sposo volli adoperarvi questo
atto di rispetto. Addio.
Senza ira, come senza fretta uscì al modo stesso col quale era entrata,
e seguìta dalla serva riprese il cammino per la piazza delle forche.
Non aveva mutato ancora cento passi, che vide venirsi incontro un uomo;
la luna si era levata, e sebbene non fosse anco giunta al sommo del
cielo, pure spandeva tanta luce da lasciare poca speranza a Lella di
potersi nascondere fra le ombre della via angusta: deliberò guardare in
faccia la fortuna, e procedè oltre: quando le venne vicino il notturno
camminatore, lo riconobbe pel giovane Matteo Massesi, il quale con la
cetera in mano pareva si affrettasse a qualche posta: senza per ciò
smarrirsi di animo la fanciulla gli accolse salutandolo:
— Buona notte, Matteo, e dove andate a questa ora, in tanta prescia con
la cetera in mano?
— Voi non me lo avreste a domandare, Lella; adesso posso tornarmene.
— In verità, non m'indovino niente.
— Ah! Io veniva sotto le vostre finestre.
— A farmi la serenata per l'allegrezza avuta?
— Le corde sono come chi le suona; piangono o ridono e la voce canta
così il _Tedeum_ come il _Miserere_.
— Ma voi non me lo potete negare, ci avete avuto gusto alla morte di
Giovà?
— Io? Dio me ne liberi; io vi amo...
— Sì; ma alla morte di Giovà ci avete avuto gusto.
— Vi ripeto di no; solo costui m'impediva la speranza che voi un giorno
pensaste a me.
— Arzigogoli! Una volta che la sua morte ha levato l'impedimento il
vostro cuore ne deve avere esultato.
— Lella mia, deh! non andiamo tanto a squattrinare col cuore io non ho
pensato ad altro, che a voi.
— Dunque voi mi amate molto, Matteo?
— Non ve lo ho io detto?
— Detto sì le mille volte, ma provato mai.
— Provate.
— Avvertite alle parole che vi escono di bocca, Matteo: potrebbe
venirmi voglia di mettervi al cimento.
— Provate.
— Vi provo. Voi non mi avete domandato perchè a questa ora io mi
trovassi sola per le strade; ve lo dirò io; vado a levare di su le
forche Giovanbrando; se mi amate davvero, venite meco, ed aiutatemi...
Matteo si sentì mancare sotto le gambe, e gli fu mestieri appoggiarsi
al muro.
— O Lella mia, qual diavolo vi tenta. E non sapete il bando che
minaccia del capo chiunque si attenti di toccare lo impiccato?
— Lo so: per questo v'invito; se ciò non fosse, bella forza sarebbe
levare un morto; allora basterebbe il becchino.
— Ma il segretario del generale deve essere per lo appunto quegli che
ne trasgredisce i comandi?
— E se preferite i comandi del generale ai desiderii miei, sposatevi il
generale.
— Sentite, Lella, pensate che io sono figliuolo del gran cancelliere,
e quanto ne accadrebbe scandalo se si venisse a scoprire che le
leggi furono rotte dal sangue di colui che la nazione elesse a farle
custodire.