contratti, ma voleva provvedere in un punto ad altra faccenda della
quale tacque, e questa era di consigliare prete Stallone a svignarsela
mettendosi al soldo dei Francesi come spia; gli troncò la pensata il
Paoli, che mettendosegli traverso alla porta disse:
— Dove andate? — Vado per le carte. — Non importa; rimanetevi: padre
Guelfucci!
Il servita segretario subito comparve, e il generale gli disse: —
siatemi cortese di recarvi al convento di San Francesco, e pregate il
padre guardiano, che per amor mio voglia venire fin qui portando seco
la immagine miracolosa del Crocifisso che si adora all'altare dei santi
Pietro e Paolo. Voi signore Mariano, intanto che Cristo viene, potete
impiegare il tempo utilmente leggendo questo volume — e gli pose in
mano la istruzione criminale dove venivano descritti i delitti e le
pene con le quali si vendicavano. Il Paoli sempre passeggiando prese
ad esaminare un fascio di fogli annotandoli con lapis velocissimamente
sui margini. Il guardiano non venne, bensì reputò bene confidata alla
religione del padre Bonfigliolo la immagine miracolosa del Crocifisso;
il Paoli ordinò al frate che la scoprisse, e depositasse sulla tavola,
poi gli fece cenno che andasse via. Chiusa la porta, chiamò:
— Altobello di Alando, comparite davanti il giudice.
Altobello uscì dalla stanza palpitando per la commozione ricevuta, e
per quella che stava per ricevere. Il generale in piedi, con una mano
sopra la immagine, solenne negli atti e nel suono della voce severo,
favellò:
— Mi vergogno, ed ho ribrezzo a rammentare, come faccio, a due côrsi,
figliuoli della più illustre casata dell'isola, giuramento che
sia e che cosa importi: mi scusi presso voi l'ufficio di giudice.
Il giuramento è atto solenne in virtù del quale invochiamo Dio in
testimonianza della verità delle nostre parole: allo spergiuro per
legge divina spetta nell'altro mondo l'inferno, in questo per legge
umana la galera. Altobello, giurate di non aver mai ricevuto da veruna
persona in tutto nè in parte il prezzo dei beni da voi posseduti per
eredità paterna.
— Lo giuro.
— Ora a voi, Mariano, giurate aver pagato il prezzo di questi beni a
persona, o a persone, al fine che lo facessero pervenire nelle mani di
vostro fratello a Venezia.
— Vi chiedo perdono, signor generale, non già che mi metta paura
giurare, che non un giuramento io posso prendere, ma mille, bensì per
non pregiudicare i miei diritti vi osservo, che i contratti parlando
chiaro per me, io non devo essere obbligato a giurare. Io non farò
il torto di credere che il figliuolo di mio padre abbia giurato il
falso, no davvero, ma in fine di conto se prete Stallone si è mangiato
il danaro che ci ho a fare io? Quanto a me basta avere eletto a suo
procuratore un uomo reputato generalmente onesto, e prete Stallone è
tale, e per di più prete.
— Voi dimenticate i termini del compromesso; io sono facoltato a
procedere come meglio mi parrà senza obbligo di osservare forma alcuna
di giudizio.
— Io non lo nego, ma voi siete per insegnarmi che qui non si tratta
di forma, o vogliamo dire di procedura, sibbene d'jure, ovvero di
sostanza.
— Io sono per insegnarvi, che l'uomo onesto non fa scudo della sua
probità un pezzo di carta, ed invitato a porgere testimonianza in
qualsivoglia modo della rettitudine delle opere e parole sue, lo fa con
animo volenteroso e fronte serena.
— Dunque voi volete che giuri?
— Di avere pagato il prezzo dei beni di vostro fratello a persona o
persone col fine che glie lo recassero a Venezia.
— Lo giurerò.... e levata la mano già la calava sul Crocifisso,
e le sue labbra già componeva all'atto di pronunziare le parole
sacramentali, quando Altobello con la manca fermatogli il braccio, e
con la destra aperta turatagli la bocca gridò:
— Sangue di Alando!... e sottovoce aggiunse: — le ossa di nostro padre!
— poi comecchè disfatto in volto, e per le membra tremante, disse con
voce pacata:
— Signor generale, giusto adesso mi venne in mente come persone degne
di fede mi abbiano accertato che questo mio fratello pagò veramente
il prezzo dei miei beni al prete Stallone; certo questi non mi
fece pervenire mai uno scudo del denaro riscosso, forse lo tiene in
serbo; forse gli fu portato via, ad ogni verso questo è negozio che
distrigherò col prete, onde non merita che ne pigliate altra briga,
pregandovi frattanto a perdonarmi il disturbo che vi ho dato fin qui;
dichiaro che la lite quanto a noi è finita.
Il Paoli, come colui che ormai non poteva più frenare l'impeto dello
sdegno, abbrancato Mariano, e scotendolo forte gridò:
— Chi è che nega la trasmigrazione? Ecco qui la prova che nel costui
corpo trasmigrò l'anima di Caino: no, no... questa sarebbe troppa
cosa per lui: Caino fu fratricida, ma non si legge che rubasse la
sussistenza al suo fratello a tradimento, sarà l'anima di Giuda, o
di altro anco più tristo. Queste infamie non si hanno a tollerare; e
qui meno che altrove: ringrazia il tuo Dio che non ti posso giungere
senza ferire lo immacolato onore della tua famiglia. La mia sentenza è
questa, che io procurerò ridurre in forma legale; entri Altobello nel
possesso di tutti i beni Alando, e gli usufrutti interi per tanti anni
quanti li tenne il suo indegno fratello, spirati questi torni Mariano
a possederne la metà; ciò varrà meglio di un rendimento di conti che
sarebbe scandalosamente ladro. Tu, Mariano, sgombrerai da Corte, e ti
ridurrai a vivere nel procoio di Biguglia, che ti costituirono in dote
quando conducesti in moglie la infelicissima donna, che hai imbestiata.
Danari, bugiardo, tu non avesti da lei nè accattasti d'altrui; quivi
rimanti fastidioso a te, abominato da tutti. La peste, allorchè non
possiamo estinguere, vuole essere isolata. Il giorno di domani non ti
ha a vedere in Corte, e bada che il Paoli non usa replicare i comandi
più di una volta: ora levami il tuo odioso aspetto davanti agli occhi.
Mariano rimase sbalordito; uscì facendo angolo coi ginocchi, e
strascinando i piedi così, che l'uno urtava dentro l'altro: tanto era
il suo terrore che non ebbe balìa non di profferire, pensare nè manco
ad una imprecazione: entrato in casa si mise a sedere su la cenere
del camino come una cosa balorda, e alla moglie, che gli strillava
dintorno: — che hai? che hai? non rispondeva, e forse non la sentiva.
Ad un tratto dandosi un pugno nel capo urlò:
— Presto, scappiamo, che non mi abbia a mettere le mani addosso;
presto, bisogna scansarci...
La donna spaventata rispose accorrendo alla finestra col grido: — al
fuoco! al fuoco!
— Taci là, scema, il tuo cognato non ieri sera come fingeva, ma oggi mi
ha portato doni veramente fraterni; si è messo di accordo col Paoli,
già i birboni s'intendono all'odore... come i cani, e adesso mi trovo
condannato ad esiliarmi da Corte prima di domani, e a lasciare i miei
chiusi, le mie terre e le mie case in podestà di Altobello: ma giuro
alla Immacolata, tal bove crede andare all'aratro, e va al macello,
e la somma si tira a fine del conto. Orsù, donna, io vado pei muli;
forse mi acconcerò con quelli che hanno menato qui Altobello; chi mai
lo avrebbe creduto che avessero a condurre lui, e levare me! Dovrebbero
pretendere poco perchè sono muli di ritorno, e il ragazzo pare fidato.
Ora fa tosto, donna, e metti insieme il buono e il meglio da caricarsi
sopra le bestie.
E borbottando uscì. La donna dalla crudele miseria del marito era
rimasta così percossa nello intelletto, che ormai aveva perduto il
giudizio intorno alla diversa importanza delle cose. Appena costui
si fu allontanato, prese un sacco e con quello alla mano incominciò a
rovistare per la casa: ci mise dentro il mazzo dell'esca, la matassa
degli stoppini, non omesso quello che aveva mezzo consumato, un
mozzicone di candela di sego, non so che trucioli, e alcuni pochi
cannelli di carbone; poi stovigli, su gli stovigli la _batteria_
religiosa, la palma e l'olivo benedetti, l'agnus dei, un Gesù bambino
di cera, e una sant'Anna visitante la Madonna accartocciata, per ultimo
un gatto e una gallina. Buon per tutti che il gatto e la gallina erano
conoscenze antiche, e ognuno di loro, nella propria specie, d'indole
angelica: altrimenti Gesù o sant'Anna avrebbero avuto un saggio della
pena ordinata dalla legge pompea su i parricidi. Pieno un sacco, diè di
piglio a un altro dove mise chiodi, spaghi e sciarpe di ogni maniera.
In questa rientra Mariano, e vista la squisita diligenza della massaia,
tanta ira lo assale che avventandosele contra le mena una recchiata
così solenne, che il muro gliene rende un'altra.
— Maledetta da Dio, non so chi mi tenga che con queste mani non ti
ammazzi! Ti pare ora questa da badare a siffatte ciammengole?
La donna piagnucolando rispondeva al marito indracato: — prima mi
picchiavi perchè non teneva conto delle bazzecole, adesso mi batti
perchè le ho raccattate; se continui così so io quello che farò....
— E che farai?
— Che farò? Ti lascerò solo, oppure quando dormi ti ficcherò un chiodo
negli occhi.
— Vien qua, scempia, e aiutami a cavare fuori i quattrini.
— Quattrini! E da quando in qua hai quattrini? E ce ne hai di molti? E
perchè non me l'hai detto?
Mariano non rispose, ma andato nella latrina, sconficcò un asse dal
pavimento, e dal vano che ivi sotto comparve trasse fuori a manciate
molta quantità di moneta. La sua sospettosa avarizia lo aveva persuaso
a tenere celato cotesto nascondiglio perfino alla propria moglie, e
quando gli cascava nelle mani qualche danaro, sotto pretesto di bisogno
corporale chiudevasi nello stanzino, dove mediante una fessuretta
praticata nella tavola gittavalo dentro. La donna alla vista di tante
monete saltava, e batteva le mani e strillava: — quanti quattrini!
quanti quattrini!
— Sta cheta, che tu possa cascar morta, aiutami a portarli sulla tavola.
Allora incominciò un via va, un via vieni del marito e della moglie
a raccattare danari di per la terra, e portarli su la tavola:
siccome in cotesta fatica presto incominciarono a grondare sudore
dalla faccia e con le mani sozze dal maneggiare metallo se l'erano
asciugato, divennero orribili a vedersi. In effetto la moglie fissando
all'improvviso il marito proruppe in altissimo strido, e si fece il
segno della croce.
— Scema! che ti frulla pel capo adesso?
— Santissima vergine, che paura! mi era parso mi fosse apparito il
diavolo.
— A te è parso vederlo, ma io lo vedo di sicuro. — Mettiti accanto a
me, separiamo le monete di rame da quelle di oro e di argento, dacchè
tutte non le possiamo portare.
Ed uno allato dell'altro, rischiarati dal lucignolo di un lume a mano,
presero a fare tre mucchi di queste diverse monete. Chiunque gli avesse
veduti conci com'erano, anima e corpo intenti a cotesto travaglio, non
so se più avrebbe pianto o riso sopra la miseria umana. Mariano che con
un occhio guardava il gatto coll'altro la padella sospettò la moglie
gli avesse involato una moneta, onde brontolando disse:
— Dove hai messo la moneta?
— Qual moneta?
— Quella che tenevi poc'anzi fra le dita.
— Al monte.
— Non è vero nulla; mostrami la mano, — eccola. — Mostrami quell'altra.
— Bada bene di non rubare, perchè altrimenti tu andrai all'inferno, e
poi io ti spaccherò la testa con questo pietrone.
Compita la cerna, Mariano favellò:
— L'oro porteremo addosso noi, l'argento caricheremo su i muli: il
rame appiatteremo in qualche sito, perchè capisci ci tocca a camminare
per luoghi deserti dove non so se sia da temersi più degli amici o dei
nemici.
— Tu sempre mi chiami scema, Mariano, e veramente mi pare esserlo pur
troppo, ma tu sei più scemo di me e non te ne accorgi. Hai distinto
le persone, nelle quali ci accadesse d'imbatterci, in amici o nemici;
ma dove mai noi possiamo avere amici? E poi ci vorranno frugare e
svaligiare, e a che giova la separazione delle monete? Avremo di catti
se ci lasceranno la camicia addosso. O salvi tutto, o perdi tutto,
però rimescola l'oro coll'argento, e non lasciarti dietro il rame.
O piuttosto senti il parere di una folle: guardati dal metterti in
viaggio in tempo di guerra con danari addosso; e se ti venne in uggia
la vita va nell'orto, e impiccati al primo fico che trovi, che così la
farai più spiccia.
— Hai ragione, hai ragione; a lasciarlo mi si stacca il cuore, ma a
portarlo mi può strappare la vita; sarà meglio lasciarlo; ma dove? Chi
lascia la via vecchia per la nuova spesse volte ingannato si ritrova;
lo rimetterò colà donde io l'ho tratto.
— Là non lo metterai perchè è luogo frequentato, e il rumore del vano
può facilmente palesare il nascondiglio.
— Hai ragione, hai ragione; dunque che cosa si stilla?
— Rimpiattiamolo sotto la catasta delle legna.
— Va via, matta, queste saranno le prime che il maledetto fratello
adoprerà.
— Buttiamolo dentro il tino del vino.
— Sta zitta, scema, questo sì che piglieranno all'assalto.
— Sotterriamolo nell'orto.
— Sei una bestia, le zolle smosse di fresco daranno indizio dello
scavo. O Signore, dove celerò io questo mio sangue? Mi viene in mente
di confidarlo a mamma; donna segreta ella è; adesso Altobello non
si trova in casa, nè temo che glielo volesse dare: resta a vedere se
non lo pigliasse per sè.... perchè no? La madre ladra del figliuolo!
Nella sacra Scrittura Rebecca non invola gl'idoli al padre Labano? Se
la figlia ruba al padre, la madre può rubare al figliuolo. Maledetto
l'uomo che confida nell'uomo: ti lascio considerare moglie mia, che
diavolo egli avrebbe detto se discorreva di donne; e lo Spirito Santo,
capisci, se ne ha da intendere, capisci?
— Capisco.
E si rimasero lungamente in silenzio costernati: per ultimo dopo molto
torturarsi il cervello, Mariano non trovò di meglio che sotterrare il
danaro in un angolo del giardino, e quivi sopra ammucchiare pietre;
ancora volgervi pruni lì oltre cresciuti, e vitalbe, cosicchè paresse
che da tempo antico non fossero state rimosse. — Quando rifinita di
forze dopo quattro ore di dura fatica la moglie domandò se adesso si
giudicasse sicuro, egli rispose:
— Come posso reputarmi sicuro se ho confidato il mio segreto ad una
donna.... a te? Bisognerebbe ch'io ti tagliassi la lingua.
— O le mani non indicano? Gli occhi, i piedi non accennano?
— Certo, certo, adesso che ci penso, era più sicuro sotterrarti co'
quattrini.
— Nè anche questo, perchè dopo un'ora ti domanderebbero: che hai tu
fatto della tua moglie? Per sicuro costui l'ha scannata.
— Ouf! non avrei mai creduto che fosse tanto difficile sbarazzarsi
della moglie e conservare i danari.
* * * * *
Quando declinato il sole all'occaso il signor Giacomo Boswell si recò
alla mensa del generale Paoli, non ebbe a maravigliarsi mediocremente
nel considerare intorno alla tavola raccolti di ogni generazione
frati e preti; eranvi parecchi soldati, e tali apparivano piuttosto
che dall'assisa, dalle armi che scinte avevano deposte in un canto.
Il generale spogliate le vesti pompose vi compariva co' suoi abiti
consueti alla côrsa; seduti tutti, un domenicano lungo e ossuto, di
faccia bianca come la cera, l'occhio grigio, recitò con voce cupa
il _Benedicite_, e dopo ognuno attese a cibarsi in silenzio come nei
refettori di frati. I romanzieri e i poeti, non esclusi gli eroici,
ossia in virtù della memoria, ossia in virtù della speranza, molto
si talentano a raccontare come e quanto si cibassero i propri eroi;
io non gl'imiterò in questo: basti dire, che il pranzo fu parco, e
i commensali da venti; nè già si creda che gli spesasse il Paoli;
all'opposto la patria nutriva anco lui; e la Corsica, costumando
passare gli alimenti a parecchi magistrati, risparmiava e provvedeva
alla concordia, e ad altri, che non importa dire, beni, raccogliendoli
intorno alla mensa del generale.
— Anche questa è fatta, disse il Paoli gittando il tovagliuolo su la
tavola: arrivò finalmente l'ora mia, e la dico mia, perchè le altre
spettano alla patria, eccetto alcune, che si piglia la morte, o il
sonno, che è tutto uno, e come sarebbe a dire marito e moglie. Io dico
poi mia quest'ora, perchè ragionando con gli amici conduco il corpo e
l'anima ad esercitarsi sanamente in pro' loro. Il corpo, a cui se dopo
il pasto torna nocivo il moto violento, gli giova il moderato qual è
appunto il leggere a voce alta, o il disputare con modi cortesi, con
amici cortesi: così almeno la pensava il buon Plutarco, che ci lasciò
nove libri di dispute convivali, ed io di leggieri consento con lui:
l'anima, come quella che per ozio non si irruginisce, e tratta alacrità
dal rinnovato vigore del corpo prova con seco, o con altrui, concetti
e partiti prima di metterli in pratica. In effetto le dispute tra gli
amici si possono paragonare alla scherma con la quale il soldato si
addestra alle vere battaglie. Platone, Aristotile, Epicuro e i Greci
tutti, assai si piacevano di cosiffatti colloquii; Plutarco ne formava
sua delizia, nè i Romani rimasero a dietro di loro, e quando Plutarco
racconta che Cornelia, orba di marito e di figliuoli in cotesta
sua villa nel Miseno, dopo il convito consolava la sua vecchiezza
discorrendo di Tiberio e di Caio Gracchi, della indole, dei concetti
e delle imprese loro con labbra severe da disgradarne quelle della
storia, io ho pianto di molte lacrime, e volentieri lo confesso. —
Intanto per incominciare da me (che il primo prossimo è se stesso) io
desidererei che mi diceste, signor Boswell, donde avviene che voi non
mi chiamate mai generale? Fu per caso, ovvero con intenzione che voi mi
avete chiamato sempre signor Paoli?
— Io lo feci apposta; il titolo di generale dichiara una qualità
che possedete comune con infinita schiera di uomini, e di per sè
non significa niente, mentre il nome Paoli mi rappresenta un uomo
meritevole dello amore dei buoni e dell'ammirazione di tutti.
— Cospetto! riprese il Paoli sorridendo, pensava dovervi fare un serio
rabuffo, ed ora mi tocca a ringraziarvi.
— Che dite mai, mio signore? Sono io che devo ringraziare voi,
imperciocchè stanziando a Roma io con infinito sconforto contemplai in
quali miserabili rovine può traboccare un popolo, e più delle stesse
rovine mi umiliò l'aspetto della brutta ellera che le ricopre.
— Io non ho mai visto l'ellera di cui parlate.
Il signore Giacomo esitò alquanto, ma all'ultimo animosamente continuò:
— intendo dire la Corte romana. — Egli dubitava dover sostenere un
rovescio di riprensioni, forse d'ingiurie per parte dei preti e dei
frati quivi adunati, ma con suo stupore essi non fecero cenno pro' nè
contro, non altramente che se fossero stati santi dentro le nicchie. —
Bene! qui all'opposto l'anima mi si riaperse alla speranza purificata
dallo spettacolo di un popolo che risorge per l'aiuto prima di Dio, e
poi di un grande uomo.
— Voi altri Inglesi vi rassomigliate al metallo che quanto più tarda
ad arroventarsi, tanto infocato più ci arde. Troppo tratto corre
tra questo popolo e il romano; altri i tempi e i fini, i quali anche
potendo aborrirei si proponesse pari, dacchè i romani intesero vincere
e dare leggi al mondo, e a noi basterebbe non si frastornasse nessuno,
paghi di fare leggi per noi soli. Quanto a me il cuore mi palpita come
a romano, ma il mio petto è angusto; se io vi paio grande non è merito
che mi appartenga, bensì colpa dei tempi; io sono grande come le ombre
diventano lunghe al tramonto del sole; grande della piccolezza altrui;
in vile secolo eroe. Se grande io fossi e metuendo davvero, i sovrani
come Caterina di Russia e Federico di Prussia non si trastullerebbero
meco come con ninnolo strano.
— Bene; non poteva essere a meno che voi mi favellaste così, dacchè la
modestia formi massima parte della grandezza.
— V'ingannate, io la penso come la dico, e se mi paragono co' vivi
mi sento grande, ma io mi metto in confronto co' morti, e lo sgomento
mi assale. Lascio da parte Cesare ed anco Alessandro, il quale reputo
migliore assai della sua fama; che a parere mio lo denigrarono i suoi
generali per farlo meno desiderabile ai Greci dopo averlo ammazzato, e
messo in brani l'impero: misuratemi con Epaminonda, con Pelopida, con
Trasibulo, mi troverete più corto chi sa quante spanne, anzi neppure
con Aratro io mi posso mettere a petto, che a lui riuscì impadronirsi
dell'Acrocorinto, mentre io non giunsi per forza o per ingegno a
superare giammai una terra murata.
— Mi pareva avere udito che espugnaste San Fiorenzo.
— Non io, bensì i generali Andrea Colonna e Luigi Giafferi; io ne
fui ributtato, e se volete udire come, Clemente mio fratello ve lo
racconterà.
— È breve storia, incominciò a dire un uomo che molto arieggiava
il generale, senonchè la complessione e la statura sua erano tutte
avantaggiate, le sembianze non si poteva conoscere ad un tratto se
più malinconiche o più rigide, ma forse ci entrava un po' dell'uno e
un po' dell'altro, — è breve istoria, e poco gloriosa. Indettati con
Francesco Arena e i Gentili, mio fratello ed io movemmo il 7 febbraio
1760 all'acquisto di San Fiorenzo: sessanta uomini condotti da Giovanni
Rocca buon'anima, fiore di valoroso, si accostarono a mezza notte su
due barche ai bastioni dalla parte del mare; le acque trovarono basse
per via del rovaio che si era messo a soffiare forte di prima sera,
e le scale trovarono corte al bisogno: l'accidente cagionò perdita
di tempo, ma a nessun cadde in mente di abbandonare la impresa. Su i
bastioni stava, e sta tuttavia appoggiato il muro di una casa dentro
la quale giaceva un infermo custodito da certa femmina del luogo:
ora nel punto che i nostri salivano, a costei venne voglia di votare
non so che vaso, per la quale cosa affacciatasi alla finestra gli
scoperse di botto, e prese a rangolare: battaglia! battaglia! — Le
sentinelle trassero, e il povero Giovanni rotolò giù in mare gridando:
su, figliuoli. I nostri si arrampicarono come gatti, e messo il piede
in sodo si stringono a zuffa manesca co' soldati; sopraffatti dal
numero riparano in alcune case prossime alla porta, e quinci attendono
a difendersi da uomini. Io me ne stava co' miei quatto di fuori, ma
sentendo le grida non mi parve tempo di gingillare; dato di piglio
alle accette in breve ora con lo aiuto di Dio mandammo in fascio le
imposte accorrendo in aiuto dei pericolanti. Il comandante genovese
non si rimase ad aspettarci, ma rinchiusosi nel castello incominciò
a fulminarci con la batteria dei cannoni: tanto è, i cannoni non ci
facevano paura, e volevamo ad ogni modo spuntarla. Alla provvidenza
piacque altrimenti; trecento soldati genovesi spediti a dare la
muta al presidio di Bastia, sbattuti dal vento avevano preso terra
in Capogrosso, dove udito il caso di San Fiorenzo mossero a marcia
forzata, ed occuparono il posto di Santa Maria fuori delle mura: di
assedianti diventammo assediati di mezzo a due corpi, ognuno dei quali
superava di numero il nostro, e per più avevamo di fronte una fortezza.
Conobbi che ostinarmi più oltre sarebbe stato tentare Dio, chinai il
capo ai divini voleri, e mi ritrassi.