vostre parole, ammiro le nobili doti dell'animo, anco quando paiono
eccedere. Senza punto cancellare le cose, che già vi dissi, pregovi
avvertire quanto altro brevemente vi dirò; la questione côrsa offre
due aspetti, il primo esterno, il secondo interno. La vostra sagacia
vi avrà a questa ora chiarito che gli stati d'Europa intendono
estendersi, e bilanciarsi così per mare come per terra. La Russia mira
allungare i piedi a Costantinopoli per iscaldarseli al sole: lo ha per
testamento dello czar Pietro il grande; l'Austria suda acqua e sangue
per mettere capo ai mari; lei tiene addietro la repubblica di Venezia,
però è riuscita a ficcarsi nel ducato di Milano, e quivi sta nel mezzo
d'Italia, come un topo chiuso in dispensa; lasciatela rodere, è il
suo mestiero, da qualche parte bucherà: ma mettiamo da banda i casi
remoti; ragioniamo degl'imminenti. Voi vedete Francia e Inghilterra,
emule eterne, ed io credo meno per volontà che per necessità
provvidenziale: adesso riposano non amiche, bensì come gladiatori
stanchi di combattere, che la Inghilterra aspira al dominio dei mari,
massime del Mediterraneo, come quello che fu e tornerà un giorno ad
essere la fiera dove hanno a concorrere la più parte dei popoli del
mondo: di già ella si è presa Gibilterra, occupò porto Maone unico per
sicurezza a giudizio universale dei marinari; le coste africane furono
un dì municipî fiorentissimi dei Romani, anche i Crociati le tennero,
Carlo V tentò farsele soggette, e riuscì in parte; l'Egitto ci offre la
strada più spiccia, comunque disusata, di penetrare in Asia: questi ed
altri concetti mulinano nella mente degli uomini di Stato, e secondo
l'opportunità colgono il destro di allungarci la mano. La Francia non
può dunque patire che la Corsica barcolli in mezzo al mare come caicco
senza padrone in pericolo di venire in potestà del primo occupante: o
bisogna che la pigli, o la lasci pigliare; e tra i due partiti non si
domanda quale le garbi di più. Repubbliche di san Marino non possono
reggere su i mari, e se mi opponete Malta, io vi dirò che vive sì, ma
come la lodola perseguitata dal falco; in meno di venti anni Malta
diventerà una gemma della corona di Francia.... o d'Inghilterra; ma
questa parmi più difficile. Non vi potendo sostenere da voi, qual senno
vi persuade a rigettare la offerta, che vi chiama a parta delle fortune
di un popolo grande, a voi di lunga mano conosciuto, e se non concorde,
nemmeno da voi affatto disforme? — Pensateci. Circa all'interno, vi ho
detto che conosceva i Côrsi; intendo provarvelo adesso. Non in tutti
vive un animo solo: anche i popoli che avete nelle mani procedono con
voglie divise; nei presidii vi si professano avversi, e da ogni parte,
compreso l'interno dell'isola, fioccano suppliche di omaggio in corte
di Francia a fine di non essere ultimi alla pioggia dei regi favori.
Cupidissimi noi proviamo i Côrsi, è di ogni lavoro nemici giurati:
degli agi e delle vanità del lusso insaziabili, ma questi agognano
come regalo di favore, non come premio della fatica; col governo
intendono guadagnare, non già fargli le spese; la libertà, che non
paga, ed invece vuol essere mantenuta, incomincia a riuscire sazievole
all'universale. Sono parecchi anni che vedono la faccia di Luigi, e
per quanto so ci spasimano di amore davanti, perchè la è faccia di oro,
che costa ventotto lire di vostra moneta. Ah! signore, voi vi credete
circondato da eroi, e lo siete da traditori.
— Oh! non è vero.
— A Dio non piaccia che dobbiate farne amaro sperimento. Intanto voi
non avete provvisione di danari, non di vettovaglie, pochissime le
milizie stanziali, le altre, comecchè valorose, certo non disciplinate,
ed incapaci a sostenere gli sforzi dei veterani di Francia: di
artiglierie grosse scarsi, di minute al tutto manchevoli, non ospedali,
non chirurghi. Ora posto che in uno scontro, che in due, possiate avere
il disopra, credete in coscienza sgararla coi Francesi, i quali se
favoriti dalla fortuna vi opprimeranno di un tratto, se contrariati
s'infiammeranno di furore, non consentendo, nè savi nè matti, di
apparire vinti al cospetto del mondo da una mano di montanari. Cogliete
l'occasione, signore; adesso nello accordo potere mettere un po' di
volere; più tardi non vi rimarrebbe che a obbedire.
— Quanto a me state certo che non obbedirò: ma se veramente ci ama
la Francia, laddove arrivasse ad accertarsi i profitti che desidera,
perchè si ostina a levarci la libertà? Ci diventi protettrice;
accordiamoci con un trattato in virtù del quale sia lega perpetua
fra noi; per continuare la vostra similitudine, se non può lasciarci
barcollare come caicco senza padrone, ci attacchi dietro alla sua nave,
ma non ci faccia passare per occhio sfondandoci senza misericordia:
le condizioni dei mutui commerci e dei mutui uffici ella detti, e noi
le accoglieremo con gratitudine, adempiremo con fedeltà. Il duca di
Choiseul mi scrive che non manda milizie in Corsica ai nostri danni, e
intanto incomincia a rompere la tregua prima dello spirare del termine:
non intende recarci ingiuria, e alla sprovvista assalta ed occupa
quanto paese più può; corrompe, e la corruzione mi butta in faccia come
argomento di servitù da parte nostra, di dominio da parte sua; compra
pugnali e poi cerca atterrirmi con le minacce del tradimento.
— Signore, a me non fu conferito mandato di proporre o di accettare
leghe, nè la Corsica si trova in termini di presumere di avere per
confederato il re cristianissimo.
— Ho capito; quanto a me il mio avviso vi fu manifesto: adesso
l'obbligo mio sta nel sottoporre la proposta vostra alla Consulta, che
fra pochi giorni si adunerà qui in Corte: se vi piace, potete fermarvi
a sentirne la conclusione.
— Lo credo inutile, perchè la gente chiamata sarà a voi pienamente
devota, e voi le saprete persuadere di leggieri quanto vi piace.
— V'ingannate; come capo di governo l'obbligo mio consiste nello
esporre la proposta e nulla più. Non mi si concede parlare pro o contro
di quella; anzi la legge mi ordina uscire dalla sala mentre accadono
i dibattimenti e la votazione. Importa a me più che a voi conoscere se
i Côrsi intendano sinceramente respingere od accettare le proposizioni
della Francia.
— In questo caso rimarrò,
— Vi manderò a stanza nel convento dei Francescani, e spero ve
ne chiamerete contento; ci manderò guardie per onore e tutela: se
desiderate guida vi darò il più giovane dei miei segretari, giovane
d'ingegno svegliato e di modi gentili.
Qui reiterati da una parte e dall'altra i complimenti, il Paoli ordinò
ai comandanti Serpentini e Morati conducessero l'oratore di Francia
alle stanze del convento dei Francescani, gli ponessero guardie,
procurassero tenerlo con ogni maniera di cortesia bene edificato; a
Matteo Masessi commise andasse, finchè il cavaliere stesse in Corte, ai
servizi di lui.
Il lettore avrà notato, come la baldanza del Paoli nella seconda parte
del colloquio col colonnello francese scemasse, e questo accadde perchè
gli fu messo il dito dove gli doleva: infatti appena il colonnello
ebbe posto il piede fuori delle stanze, egli con tutte e due le mani si
strinse il capo esclamando:
— Pur troppo! Oh! perchè consentii la tregua quadrienne coi Francesi?
Perchè permisi i mercati settimanali dei paesani con loro? Di questo
fallo io temo mi abbia a chiedere severo conto Dio; ignorava forse che
a mo' delle arpie i Francesi dove toccano contaminano?
Poi quasi per divertire la mente da angosciose considerazioni chiamò il
segretario fra Bonfigliolo, commettendogli introdurre la gente rimasta
ad aspettare la udienza. Qualcheduno fra gli antichi afferma, Socrate
avere sentenziato, che l'uomo virtuoso in lotta con l'avversità offre
spettacolo degno degli Dei, ed è a mio parere troppo fiero giudizio;
piuttosto mi sembra degno questo altro, che lo sgomento delle anime
forti così comparisce pieno di spasimo e di passione da meritare che
Dio lo sollevi con prontissimo aiuto.
E veramente allora parve che le cose passassero come ho avvertito,
imperciocchè il frate Bonfigliolo mise dentro di un tratto frate
Casacconi, Alando, Giocante, il signor Boswell e il Giacomini di
Centuri, i quali tutti venivano per faccende comuni, sebbene poi non
mancassero averne delle speciali a ciascheduno di loro.
Il padre Bernardino, comecchè più innanzi degli altri negli anni,
avvezzo a lasciarsi trasportare dal sangue saltò al collo del generale,
e gl'innondò la faccia di baci e di lacrime, intanto che con frasi
rotte diceva:
— Benedetto! Benedetto! Tu non mi conosci, ma ti avrà parlato di me
quel galantuomo di tuo padre Giacinto: noi altri vecchi abbiamo fatto
quello che abbiamo potuto, ma se voi altri giovani opererete meglio vi
batteremo le mani, non ne dubitate vi batteremo le mani.
— Noi non avremo mai la presunzione di vincere i nostri padri
nell'amore della patria, contenti di poter dire anco noi un giorno:
abbiamo fatto quello che abbiamo potuto; sta alla Provvidenza coronare
di lieto successo gli sforzi degli uomini.
Queste cose furono discorse con voce così solenne, accompagnate con
gesti tanto dignitosi che fra Bernardino, quasi smarrito, si sentì come
costretto ad aggiungere:
— Spero, signor generale, che non avrete preso in mala parte la libertà
che si è tolta con voi un vecchio amico di vostro padre!
— Mala parte! Sì certo, e di ciò parleremo più a lungo sta sera a
mensa, perchè l'amico paterno è giusto che non abbia alloggio fuori
della casa del figliuolo del suo amico. Intanto perchè venite così
tardi?
— Figliuol mio, prima perchè mi hanno tenuto prigione, poi perchè
scappato ho fatto a dire: vecchio e solo qual mai profitto potrai
arrecare al tuo paese? Allora mi sono dato a mettere insieme alquanti
religiosi dei buoni, e gli ho menati meco disposti ad usare la
parola dell'evangelio in pro' della libertà, ed anche un zinzino la
schioppetta.
— E forse un po' più la schioppetta che la predica? domandò il Paoli
sorridendo.
— Eh guà! potrebbe anche darsi — rispose il frate stringendo li occhi
mentre i peli della barba su i labbri gli si movevano a guisa di ale.
— E voi, signori, chi siete?
— Eccellenza, io sono Altobello Alando...
— Ah! io vi aspettava... ma vostro zio sarebbe forse morto, che non lo
vedo con voi?
— In letto...
— Sta bene, non poteva essere altrimenti: morto o infermo... sangue di
Alando non può fallire; spero non sia grave la sua malattia.
— Per ora no, ma incurabile, perchè frutto degli strapazzi e degli
anni. Queste sono lettere, che vi manda, e con esse questa tenue
offerta, che gli serva come prezzo del cambio.
Il generale lesse la lettera, e mutò, per la commozione, di colore più
volte; poi preso il danaro depositato da Altobello sopra la tavola lo
porse al segretario dicendo:
— Padre Guelfucci, consegnerete questo danaro al tesoriere ordinandogli
che noti su i registri il nome di cui lo manda, e la causa per la quale
è mandato: ancora scriverete lettere circolari ai parroci perchè nella
domenica prossima bandiscano dai pulpiti il fatto ai popoli. — Questi
sono i nostri diarii, signor Altobello, e mi paiono sopra gli altri
onorevoli: non costano nulla, e le bugie, e le calunnie, e le frodi
per ordinario peritandosi di entrare nella casa di Dio rimangono sulla
porta.
— Vi chiedo licenza, signor generale, di presentarvi questo mio amico
Giocante Canale; esso non seppe resistere alla vostra chiamata, amico
non volle dividersi dall'amico: egli era tenente alla compagnia di cui
io stava a capo come capitano.
— Datemi un abbraccio, Giocante: la vostra venuta mi fa bene più di
quello che non potete credere; qui non vi è penuria di fatiche, nè di
officii, io vi terrò entrambi presso di me, voi in grado di maggiore,
Altobello, e voi, Giocante, capitano: io ho bisogno di officiali
esperti: dentr'oggi vi faremo spedire la patente. Voi, signore, siete
inglese? Qual grazia vostra o merito di noi vi conduce ospite in questa
povera isola?
— Signor Paoli, nato libero, amo la libertà; di voi e dei vostri
udii parlare con diversa sentenza, volli venire a sincerarmi da
me stesso se voi eravate un bandito o un eroe: quanto ho visto mi
basta, e me ne avanza per andarmene pienamente convinto che voi siete
un rispettabile... un molto rispettabile... un rispettabilissimo
gentiluomo in verità. Però concedetemi ch'io vi stringa la mano, e
dimani me ne torno a casa.
— Anzi rimanete, perchè di molte cose ho da parlarvi, le altre molte
mostrarvene.
— Questo è una copia di testamento, disse fra Bonfigliolo.
— Leggete su, ordinava il Paoli, e quegli:
— In nome di Dio. Amen....
— Correte via alle disposizioni.
— _Jure legati_, o come meglio, lascio a S. E. il generale Paoli quale
rappresentante della nazione côrsa tutto quanto la mia casa apparirà
creditrice per provviste da guerra e da bocca da me spedite al governo
della Corsica fino dal principio della guerra contro i Genovesi. —
Item, lascio al prefato generale Paoli, sempre nella sua qualità, tutte
le provviste sia da guerra che da bocca, che si troveranno in essere
al tempo della mia morte nei magazzini messi a bordo senza spesa.
Item lascio al medesimo generale Paoli il mio orologio; se fosse una
corona non gliela lascerei, perchè sarebbe un presente indegno di uomo
libero, ed egli la butterebbe via. Nella universalità degli altri
miei beni, veruno escluso nè eccettuato, instituisco erede Tiburzio
Giacomini di Centuri mio nepote, al quale faccio invito, e in quanto
occorre comando, di recarsi a Livorno, e continuare il traffico della
mia ragione, industriandosi favorire come ho fatto io con l'opera,
col consiglio e co' beni la libertà della patria. A guerra finita, se,
come spero e desidero, col vantaggio della Corsica, liquidi ogni suo
interesse, e convertiti gli assegnamenti in danaro cessi la mercanzia,
e si faccia agricoltore: in cotesta occasione porterà seco le mie
ossa, e le seppellirà a piè dell'olmo davanti casa dove la gente va a
meriggiare, e la sera a prendere fresco; se (e questo Dio non voglia)
la Corsica avesse a cascare sotto la dominazione straniera, allora
venda le terre e le case di Corsica e pigli stanza fuori; mi lasci
stare dove mi troverò, perchè mi sembra che a me morto non darebbe meno
uggia dormire nella patria schiava che a lui vivo strascinarvi la vita.
— Padre Bonfigliolo, anco lui, anco lui mettete nella Circolare ai
parroci; senza mancare di reverenza ai santi antichi mi sembra, che su
gli altari ci possano stare anco questi. Che ne dite, padre Bernardino?
— Veramente bisognerebbe aspettare la canonizzazione da Roma; ma non
fa caso, perchè quando Roma o non vorrà o non potrà salutare come santi
quelli che amarono la patria, io credo che anch'ella potrà fare il suo
testamento.
— Bene, bene, benissimo! esclama ad alta voce il Boswell, e tosto gli
occhi di tutti gli astanti gli si voltarono contro corrucciati; egli
a ciò non badando riprese: se mi cedete cotesta lettera io vi darò in
compenso cento... anche centoventi.... forse.... quando non possa farsi
a meno, centocinquanta lire sterline....
— Signore... interruppe il Giacomini battendo di un piede la terra; ma
il Boswell imperturbato continuò:
— Io metterò in quadro cotesta lettera e l'attaccherò al muro nella
Borsa di Londra perchè i mercanti inglesi, anzi tutti i mercanti
del mondo la leggano, e si vergognino, o meglio ancora la leggano e
imparino ad imitare il cittadino Santo Giacomini.
Allora lo sdegno cessò come vela al cessare del vento, e gli sorrisero
benevoli.
Il Giacomini in quel punto colse il destro per favellare: modestissimo
uomo era costui, e appena ardiva sollevare gli occhi, sicchè arrossendo
disse: — Signor generale, mi sono mosso da Centuri per confermarvi
colla mia bocca sentirmi disposto a soddisfare con tutto il cuore i
desiderî del mio signore zio, che Dio abbia nella sua misericordia;
siccome mi sembra che la faccenda stringa vi prego parteciparmi i
vostri comandi anche subito, che senza indugio col vostro beneplacito
mi avvierò a Livorno.
— Non prima di domani; per questa sera albergherete qui meco, s'intende
che anche voi, signor Boswell, farete lo stesso; di ciò vi prego — e
sorridendo aggiunse — e vi consiglio di non ricusarlo al barbaro capo
di tribù selvaggie. Altobello spero non mi appiccherà lite perchè
io gli rubi l'ospite — e qui strettogli tra il pollice e l'indice
un bottone della veste lo tirò dolcemente in disparte bisbigliando:
capirete quanto necessiti tenerci questi signori bene edificati.
— Anzi, rispose Altobello, voi mi levate dal più grande impiccio che mi
sia venuto addosso dacchè sono al mondo, — e visto il generale che si
turbava un cotal po' a siffatto strano discorso, fu sollecito a dire:
sul quale proposito importa ch'io vi parli subito subito, e in segreto.
Il generale, accommiatata la gente che gli stava dintorno coi modi
più urbani che si addicono a perfetto gentiluomo, rimase solo con
Altobello: allora questi gli espose per filo e per segno quanto dopo
il suo arrivo gli era accaduto col fratello Mariano; la vergogna
sofferta, e l'ira che repressa per decoro della famiglia sentiva in
procinto di prorompere: dall'altra parte lo combatteva la paura di
affliggere quell'angiolo di sua madre più che non era già afflitta, e
il pensiero si avesse a propalare la infamia del fratello con iscapito
di reputazione della onorata sua stirpe. — Questo racconto mise i
brividi addosso al generale, che troppo bene sapeva la miseria di
Mariano, ma ignorava, atteso la prudenza della madre, che egli fosse
arrivato a tale estremo di ribalderia: si strinse, come costumava nei
casi gravi, con la manca mano la fronte, e poi con la solita veemenza
parlò guardando l'orologio:
— Avanza tempo, per aggiustare anco questa, nè la giudico tale da
patire dimora. Altobello, volete rimetterla in me?
— Io l'ho fatto a posta; e voi mi userete non solo piacere, ma carità
se comporrete questa lite, che minaccia fine ben triste.
— Va bene; scrivete — e gli dettò, tuttavia passeggiando, un
compromesso nelle regole, col quale gli conferiva facoltà di decidere
le differenze insorte tra lui e il suo fratello Mariano, senza strepito
come senza forma di giudizio, con la renunzia allo appello, e a
qualunque altro rimedio, o piuttosto veleno, inventato dai legali per
fare scontorcere il litigante, finchè gli basti un filo di vita nel
corpo. Compito che fu gli porse un libro aggiungendo: — ritiratevi
là nella mia camera da letto, e lì rimanete finchè io non vi chiami:
intanto voi potete leggere; sono tragedie di un conte piemontese, che
parlano e molto altamente di patria e di libertà; certo le quercie
partoriscono limoni, ma tanti miracoli ha offerto ai nostri occhi il
secolo, che non ci può fare maraviglia nè anche un conte piemontese che
predichi libertà.
Altobello ridottosi nella camera prese a scartabellare il libro; su le
prime rimescolato, dirò anzi più, inferocito dalle parole rotte, dai
contorcimenti delle frasi convulse e dallo strepito del verso piacevole
quanto la grandine schioppettante su i vetri, stette per gittarlo
fuori dalla finestra, ma non lo fece, tornò quasi a marcio dispetto
a rileggerlo, e a mano a mano, dimenticata la scorza inamabile, il
concetto insinuatosi nella sua mente la vinse, e l'agitò in guisa, che
incapace di starsi più oltre seduto, egli prese a correre di su e di
giù per la stanza, a fare gesti da spiritato e mettere urla da chiamare
gente sotto le finestre.
— Che diavolo fate? gli domandò ad un tratto il generale sporgendo il
capo dentro la stanza dalla porta semiaperta — voi mi mandate all'aria
tutta Corte.
— Chiedo perdono. Questo benedetto conte mi caccia l'argento vivo nel
sangue.
— Lo fa anche a me, ma non alzate la voce, tra poco sarà qui vostro
fratello Mariano, che ho già mandato a cercare, nè vorrei che vi
sapesse in casa.
— Procurerò leggere piano, e se non mi riesce chiudere il libro.[24]
[Illustrazione: .... ma giunto alla presenza del Paoli, che
lo guardava fisso, colle maniche della giubba si asciugò il
sudore, col rovescio della mano il naso, che poi si strofinò
dietro ai calzoni. (_Pag. 240_)]
Mariano non istette guari a comparire; brutto fu sempre, adesso poi
piuttosto laido che brutto, imperciocchè gli crescessero deformità la
paura di un pericolo che gli pareva respirare nell'aria; ei venne con
le vesti lerce e rattoppate, le calze bracaloni, e in ciabatte; con la
coda dell'occhio ora si guardava a destra ora a sinistra; le mani aveva
in tasca, ma giunto alla presenza del Paoli, che lo guardava fiso, ne
cavò la destra e con la manica della giubba si asciugò il sudore, col
rovescio della mano il naso, che poi si strofinò dietro ai calzoni:
per ultimo costretto a parlare, osservando il Paoli ostinatamente il
silenzio, incominciò:
— Signor generale... e avaro di parole come di ogni altra cosa si
tacque.
— Buona sera, signore Mariano; vi ho mandato a chiamare per affari che
vi spettano — Me? — Per lo appunto; il vostro signor fratello mi ha
messo a parte di quanto gli è accaduto dopo il suo ritorno nella casa
paterna.
— Perchè gli avete dato retta?
— Io gliel'ho data — rispose il Paoli lampeggiando col guardo, pensando
allo scandalo che avrebbe mosso nel paese il sentire che al soldato
accorso a spargere il suo sangue per la patria era stata chiusa la
porta in faccia della sua casa; — gliel'ho data perchè la lite fra due
fratelli a cagione del retaggio paterno è pessimo esempio a popolo
che mi affatico temperare a sensi di virtù; — gliel'ho data perchè
i dissidii per averi, ordinariamente gl'incomincia l'avarizia, e li
termina l'assassinio, massime tra fratelli; — gliel'ho data perchè
straziandovi con ispese di giudizii, se il vinto piangerebbe, il
vincitore non avrebbe motivo di ridere.
Di tutto questo discorso la parte che trovò la via del cuore a Mariano
fu quella delle spese; onde quasi atterrito rispose, — ma o le spese,
che ci erano ai tempi dei Genovesi, non furono tolte via? A che cosa è
buona questa libertà se ci tocca a spendere come prima? Inoltre, o come
ci entrano spese se possiedo i miei contratti in regola?
— I contratti non salvano sempre, anzi quasi mai, dalle liti; i legali
sanno sforacchiarli con mille malizie, a mo' di esempio appuntandoli
di lesione, di simulazione, di errore, di violenza, di frode; sentiamo
un po' in virtù di qual contratto voi possedete il retaggio del vostro
fratello?
— Di compra e vendita; a titolo oneroso, anzi onerosissimo, perchè io
gli pagai la sua parte due cotanti più che non meritava.
— E questo prezzo pagaste a lui proprio?
— A lui no, al suo procuratore, ma voi signor generale, mi insegnate
che torna lo stesso.
— Ed era il suo procuratore? — Prete Stallone, quel santo uomo, quel
degno ecclesiastico. — E il fratel vostro aveva nominato egli questo
suo procuratore? — Veramente non lo elesse costui; la procura era a
nome mio, ma contenendo facoltà di surrogare, io lo sostituii a me
nella procura, e voi m'insegnate, che non poteva fare a meno dacchè il
compratore dei beni del fratello era io stesso.
— E a prete Stallone pagaste il prezzo?
— Giusto! un po' con la dote della moglie, un po' coi danari accattati
in presto, che mi costano un occhio.
— Immagino ci sarà ricevuta. — Sicuro; nel contratto medesimo, perchè
io sborsai la moneta alla presenza del notaro e dei testimoni. —
Dico ricevuta di vostro fratello. — Eh! questa avrà... questa deve
avere prete Stallone; voi mi insegnate che questa ricevuta non mi
riguarda. — Ma se prete Stallone non avesse la ricevuta? se prete
Stallone gli avesse truffato il denaro? — Ohibò quel santo uomo? Quel
degno ecclesiastico? — Certo la supposizione sente del temerario;
pure sapete, anco i santi peccarono; ad ogni modo si procede per via
di supposizione: immaginiamo dunque che il prete avesse truffato il
danaro, sapete voi a qual cimento si sarebbe esposto costui? — Che
volete che io sappia? — Sappiatelo dunque; egli se ne andrebbe in
galera dopo quattro o sei ore di gogna! — Un religioso! Un prete! — La
legge, proseguì il Paoli con voce terribile, non guarda in faccia nè
a preti, nè a frati; e la santità dell'abito deve essere stimolo alla
virtù, freno al delitto, non causa di esenzione alla pena meritata;
il prete tutto che prete andrà in galera, non prima però di provare
qualche strappatella di corda, affinchè confessi i complici della
truffa, — caso mai ci fossero complici.
Mariano tornò ad asciugarsi il sudore con la manica del vestito.
— Però, riprese egli, voi sapete, eccellenza, che non è concesso
mandare un uomo alla fune se non concorrono gl'indizii; _ad torturam_,
e qui non ce ne possono essere. — Mariano, volete che io v'insegni
una cosa della quale vorrei voi faceste senno? compromettete in me la
vostra lite col fratello, ed io la deciderò in famiglia senza scandalo,
e sopratutto senza spesa; avrò a sportula gratissima e desideratissima
la conservazione della fama di una famiglia come la vostra.
— Signore! io possiedo i miei contratti in regola; ora come ci cade
arbitramento?
— Su tutto si disputa: volete o no compromettere in me?
— Io non dico.... io non ricuso assolutamente di compromettere;
ma che vi pare, non ho ragione io? — Se devo essere giudice, voi
capite, Mariano, che non posso aprirvi l'animo mio; perchè se il lodo
confermasse il parere dato, equivarrebbe contro tutte le regole di
giustizia a sentenza già conosciuta; o lo contraddicesse, e allora non
andrei immune dal rimprovero di cervello leggero, o forse di coscienza
prevaricatrice. — Sicuro... Sicuro! Tuttavolta voi m'insegnate, che
senza tradire la coscienza il giudice in via privata può benissimo dare
ad intendere... in certo modo da qual parte propenda l'animo suo...
non già che questo sia obbligo... molto meno contratto... vorrei che
mi capiste. — Io vi ho capito benissimo, e penso che questa vostra
distinzione tra giudice e privato non abbia luogo, tuttavolta voglio
contentarvi, e alla ricisa vi dichiaro che se le cose stanno come le
contate voi, avete ragione da vendere.
— Io l'ho sempre detto, che voi per la Corsica siete _homo missus a
Deo_; peccato non vi chiamiate Giovanni. Adesso bisognerà vedere se ci
vuole stare Altobello. — A questo io l'ho già disposto. — E sopratutto
importa comporre il compromesso in modo che non si lasci adito a
scappatoie, e di un sol colpo tagli la testa al toro, perchè voi
m'insegnate... — Io non potrei insegnarvi cosa, che voi non sappiate
più e meglio di me; ecco qua il compromesso; io ho procurato insinuarci
tutte le clausole più estese; nondimanco voi esaminate se vi paia
a dovere; avvertite ancora che, a scanso di arzigogoli, feci che il
signore Altobello lo scrivesse tutto di suo carattere.
Mariano lesse e rilesse la carta: — e' sta a pennello, — finalmente
disse, e presa la penna, la quale tenendo sospesa aggiunse: — dunque vi
pare che io abbia proprio ragione?
— Vi ho detto, e vi ripeto, che se le cose stanno come me le avete
esposte voi, la ragione è vostra.
— Eccovi il compromesso firmato; adesso vado a pigliare i contratti.