Il generale entrando in palazzo rinvenne l'anticamera ingombra di gente

più che non soleva, ci vibrò sopra uno sguardo, e gli parve vedere

facce nuove, ma studioso di praticare verso il cavaliere francese ogni

termine di convenienza, si trattenne ad indagare. Licenziato sulla

soglia la compagnia entrò nel gabinetto coll'oratore ed un frate.

Il signor Giacomo, il quale comecchè si fosse riconciliato in parte

co' frati dopo l'incontro del padre Casacconi, pure si sgomentava a

trovarsegli sempre fra i piedi, domandò ad Altobello: — E chi è quel

frate che si chiude in conclave col generale e coll'ambasciatore

francese?

— Costui si chiama Buonfigliuolo Guelfucci; appartiene all'ordine

dei Servi di Maria, o vogliamo dire servita; lo dicono uomo di molta

dottrina, e di prudenza grande; detta con molta eleganza di lingua,

sicchè in Toscana lo chiamarono a parte dell'Accademia della Crusca,

custode, come saprete, della purezza del parlar toscano; il signor

generale se lo tiene da molti anni per segretario, ed ha da lodarsene;

ma ecco che esce dal gabinetto.

Di vero fra Guelfuccio, comparso nella sala, fece intendere con

urbanissime parole rincrescere al generale non potere sul subito

accogliere le persone ivi presenti; confortarle a non aspettare;

tornassero dopo la calata del sole, che avrebbe provveduto in modo

da trovarsi libero. Taluni si partirono dicendo si sarebbero fatti

rivedere il giorno appresso; altri risolverono aspettare: solo una

donna di bello aspetto e giovane ancora non si tenne contenta, ed

incominciò a strillare:

— Ho furia io, mi sono partita innanzi giorno da Castirla, e non posso

ritornare; sì, veramente è la via dell'Orto da Castirla a Corte; e

poi ho furia io; bisogna che parli subito al generale, e gli voglio

parlare.

— Ma capite bene, buona donna, la veniva ammonendo il servita, che il

generale adesso sta in faccende per lo Stato.

— E se il generale fa le sue faccende, io non posso mandare a male le

mie: ho furia, vi dico, ho furia: bisogna che inforni il pane, dia da

mangiare ai maiali, annacqui i fagiuoli: insomma ho furia.

Tanto e tale mandava schiamazzo costei, che il generale importunato,

dopo chiestane licenza al Valcroissant, levatosi da sedere, si affacciò

alla porta con volto torbo interrogando:

— Che bordello è questo? Perchè non cacciate via il temerario?

— Non sarebbe un temerario, bensì una temeraria; ma se merito questo

nome, giudicherete poi; intanto bisogna che vi parli, ed ho furia.

— Dunque sbrigatevi.

— Vien qua, Giacinto; vedete eh! che pezzo di figliuolo? Sentiamo,

quanto gli fate? Ma voi non indovinerete da qui a mezza notte, però ve

lo dirò addirittura io, perchè ho furia; egli è entrato in sedici anni

la festa di san Giacomo e Filippo apostoli...

— Sbrigatevi, vi dico.

— Lasciatene il pensiero a me, che ho da tornare a casa a infornare il

pane. Io, per l'addietro, non rifiniva mai rinfacciare a questo povero

figliuolo di mangiarsi il pane a tradimento; perchè come si trattava

recarsi in mano una zappa, sudava peggio di un cavallo bolso; sempre

lì con lo schioppo in mano, sempre erpicato pei comignoli delle rupi,

o sempre inabissato per le fratte delle valli.

— Donna, pel vostro meglio, vi consiglio andarvene...

— Ma no; ma no; coll'interrompermi mi fate perdere tempo, ed io ho

furia; ieri, dunque, mirando che il mio zitello ammanniva lo schioppo

per uscire di casa, gli ho detto: scioperataccio che sei, almeno,

dacchè da quella rocca in fuori non vuoi toccare altro, tu la sapessi

maneggiare come ogni fedele cristiano; gioco un seino che non ti basta

l'animo di ammazzarmi quel falco, che fa la ruota costassù. Giacinto

si ripose in tasca il misturino dei pallini che stava per arrovesciare

dentro lo schioppo, e cavata dalla carchiera una palla la cacciò nella

canna, e mi rispose: adesso è troppo alto. Intanto il falco calò, e

Giacinto: mamma preparate il seino! — Il falco giù come cencio bagnato.

Allora detti spesa al mio cervello e parlai: — Figliuolo, mi sembra che

ci stia sopra le spalle un tempo in cui si deve sparare l'archibugio

contro qualche cosa di meglio che un falco; dimani verrai meco a Corte:

questo domani è oggi, ed io ve l'ho menato, perchè se vi abbisognasse

albergare a trecento passi una palla di oncia dentro la testa di

qualche prepotente francese, egli è il fatto vostro. Certo il vostro

bando chiama alle armi gli uomini da diciotto anni in su; ma ciò non

tenga, gliene darò due de' miei, o, se non erro, non vi farà disturbo,

generale, dargliene anco due dei vostri.

— Devota, poichè mi pare che siate Devota Pieragia di Castirìa....

— Sì certo, giusto, voleva dire che voi non mi aveste riconosciuta!

— Il vostro zitello non avrà mestieri di questo brutto regalo, se come

corpo gagliardo gli deste cuore disposto adoperare virtuosamente in pro

del suo paese.

— Ma sicuro che gliel'ho dato; fatti qua oltre... o dove sei ito?

Presto che ho furia.

Il giovanetto si era rimpiattato dietro le spalle alla madre; ella lo

spinse dinanzi a sè tutto vergognoso con gli occhi bassi.

Il generale gli pose la destra sul capo e gli disse:

— Guardami in viso.

Ed egli lo guardò: allora il generale si volse alla madre, e soggiunse:

— Non occorre altro, Devota; questo giovane farà dire di sè, o non mi

chiamo più Paoli; lo metto nella mia compagnia col fiore dei giovani

del paese.

— E adesso vado a infornare il pane: mio Colombo addio; un bacio e

addio... un altro, e un altro. Signor generale, non ha da costarvi

nulla... capite... grazie a Dio ho da fargli le spese, e ad un altro

ancora se occorrerà; gli manderò o gli porterò la provvista settimana

per settimana: ve lo raccomando perchè l'ho solo, ma all'occorrenza

non lo risparmiate veh! Giacinto mio obbedisci il signor generale come

obbedivi a tuo padre, che vuol dire un zinzino più che a tua madre, e

ora anche un bacio... e addio, chè ho furia.

E via di corsa; il generale stava per richiamarla, senonchè Minuto

Grosso gli diede su la voce notando:

— Lasciatela andare, eccellenza, che la buona femmina pare che abbia

furia di andare a infornarvi il pane, e un altro figliuolo.

— Minuto! dubito che la stagione dei tuoi motti sia passata: per me

penso che se la nostra causa sostenuta dal sangue più puro delle

viscere del popolo avesse a soccombere, sarebbe segno che Dio ha

ritirate le sue sante mani da questo mondo.

Rientrò il Paoli nella stanza, e chiusane diligentemente la porta si

volse al cavaliere Valcroissant dicendo:

— Signor colonnello, se vi piacerà espormi il fine della vostra

ambasciata, sono disposto ad ascoltarvi.

Il cavaliere attendeva ricevere lo invito di assettarsi; visto però

che il Paoli prese a camminare su e giù per la stanza, non fu tardo ad

imitarlo; intantochè essi si movevano su due linee parallele, il cane

Nasone, messosi in terzo, si era cacciato nel mezzo regolando i suoi

moti con quelli dei nostri personaggi. Il cavaliere, ch'era uomo dotto,

non potè astenersi, a cagione dell'accompagnatura, di paragonare il

Paoli con gli eroi dei tempi a mezzo barbari, come Evandro, Patroclo,

Telemaco e Siface, che Virgilio, Omero e Tito Livio ci rappresentano

inseparabili dai propri cani, e per la irrequietudine sua a Catilina,

il quale, giusta quando avverte Sallustio, nè vegliando nè dormendo

poteva star fermo un momento, tuttavolta con felice disinvoltura

incominciò:

— Innanzi tratto permettetemi, signore, che io mi congratuli con voi,

che col senno e la fermezza, che tutta Europa onorano, avete saputo

ridurre i Côrsi dallo stato in cui vivevano a quello in cui oggi li

vediamo....

— E li conoscevate voi questi Côrsi?

— I Francesi, che con la distanza di parecchi secoli visitarono

l'isola, ci lasciarono ragguagli così copiosi come veridici.

— E adesso li conoscete voi questi Côrsi?

— Spero dimostrarvelo, signore. Il mio padrone e signore....

Il Paoli gli vibrò un'occhiata di traverso.

— Sua maestà il re di Francia voi sapete che va degnamente insignito

di due titoli del pari gloriosi: uno lo possiede comune co' suoi

antenati; l'altro glielo deferivano i popoli riconoscenti: desideroso

sempre più meritarsi i nomi di cristianissimo e di bene amato, prese

in matura considerazione la guerra secolare che lacera due illustri

popoli, il Côrso e il Genovese, e poichè per esperienza propria ed

altrui conobbe ormai disperato che tra loro potesse cadere termine

alcuno di concordia, deliberò affrancare la Corsica dallo odiato

governo della repubblica genovese. Se la Provvidenza non avesse riposte

nelle sue auguste mani le forze della prima nazione del mondo, forse

avrebbe comandato ai Genovesi sgombrassero da una contrada che non

avevano o voluto o saputo nel corso di tanti secoli felicitare; e

trovatili contumaci a obbedire, sarebbe ricorso all'ultima ragione

dei re; la potenza sua unita in bello accordo con la magnanimità gli

persuase partiti più blandi, volle risparmiare sangue cristiano, e la

Provvidenza secondò il pio desiderio. La Francia, ricca abbastanza

per pagare la sua gloria, con molto denaro acquistava il diritto di

beneficare la Corsica; e così operando era mossa dal desiderio di

appagare i voti secolari di questi popoli generosi, dacchè con grato

animo essa rammenta che un giorno vennero ascritti alla famiglia dei

sudditi di S. M., che sotto le bandiere francesi militarono, e per

ultimo che anche nei tempi recentissimi manifestarono per mezzo di

oratori e di istanze, non una volta, ma molte, il fermo proposito di

essere chiamati a parte della naturalità francese. La Francia pertanto

oggi senza ostacolo vi apre le braccia, e voi potete commettervici con

effusione di cuore.

[Illustrazione: Giacinto mio, obbedisci il signor generale

come obbedivi tuo padre... (_Pag. 222_)]

Uniti alla Francia, di deboli diventate ad un tratto potenti; invece

di temere le minacce dei nemici, sta adesso ai nemici a imparare la

paura delle vostre; la Francia conosce le vostre piaghe e vuole e

può ripararle: nuove strade si apriranno, saranno asciugati paduli,

ponti eretti, l'agricoltura ricondotta in fiore, i commerci promossi;

questa fortunata isola sta per diventare in mano alla Francia scala

dei suoi traffici per tutto Levante, arsenale per le sue armate più

acconcio dello stesso Tolone; per la copia dei suoi legnami cantiere

privilegiato, per la moltitudine dei porti fidatissima staziona navale;

i vasti golfi le accertano la scuola di marina quasi esclusiva; qui

ufficiali sì civili che militari, qui prelati, e con essi le belle

case, le splendide masserizie, l'urbanità, le arti del lusso, le feste.

Stupendo a dirsi! Quello che la Francia con la fatica di molti secoli

conseguì, voi altri Côrsi in un giorno, anzi in un'ora, acquistate;

nè questo è tutto: S. M. cristianissima intende ancora sopra i suoi

antichi sudditi felicitarvi; non mica che in lei, ch'è fonte di

tutta giustizia, possa allignare parzialità, bensì perchè qui vede

urgente riparare le ingiurie della dominazione altrui; a questo scopo

divisa affrancare i Côrsi per trent'anni dal pagamento di qualunque

imposizione o gravezza. E voi, illustre signore, che per l'egregie

opere vostre meritaste che un principe barbaro mediante onorevole

ambasciata vi palesasse l'alto concetto nel quale vi teneva, non

maraviglierete certo se il re cristianissimo, ch'è quanta gentilezza

vive nel mondo, per mia bocca vi partecipa la sua ammirazione e

il desiderio di vedere con la presenza vostra onorata la Corte con

ufficio degno, come sarebbe quello di tenente generale degli eserciti

del re, o, se meglio vi aggradisce vita più tranquilla, rimette in

voi la scelta della provincia di terraferma, dove vorreste andare

governatore.»

Finchè il Paoli conobbe che questo discorso era per durare un pezzo

stette quieto, o parve; mano a mano però che volgeva alla fine, il

suo passo si fece più accelerato; gli s'infiammò la faccia, tremava;

tuttavolta si contenne e socchiuse gli occhi per nascondere le faville

dell'ira che quinci prorompevano. Tacque fin tanto gli fu possibile

senza offendere l'urbanità; costretto per ultimo a parlare, con voce

tremula incominciò:

— Signor colonnello, i miei complimenti per la vostra facondia:

perdonerete le mie disadorne parole; rettorica non ci so mettere, e

sapendo non ci metterei; studierò all'opposto di mostrarmi più schietto

che per avventura la mia condizione non comporta. Orsù, il vostro

discorso contiene due parti: la prima concerne la patria, la seconda

me. Quanto alla patria, mi fate sapere che il vostro padrone ci ha

comprato interi, terra e anima, come si acquistano poderi con le stime

vive e morte; ovvero, che mentre l'Europa incomincia a vergognarsi

per la tratta dei negri, S. M. cristianissima non prova ribrezzo alla

compera dei bianchi: un'altra cosa vedo nei vostri discorsi, ed è

che il vostro padrone, ottimo padre di famiglia, vi manda a pigliare

possesso del podere acquistato, con facoltà di levare di mezzo

imbarazzi col migliore mercato possibile...

— Signore, voi fate ingiuria...

— Colonnello, io non vi ho interrotto, adesso non interrompete me,

e ricordatevi che il vostro signore e padrone non è il mio, anzi

ponete addirittura che nessuno, intendete bene, nessuno sarà padrone

del Paoli, eccetto Dio. Or via, supposto che siffatti traffici non

sieno infami, che cosa ha potuto comprarsi da una parte, che vendersi

dall'altra? I Genovesi mentiscono quando vantano aver conquistato la

Corsica, e di questo vi chiarirà il libro di Don Gregorio Salvini,

che fece stampare in Oletta, e l'altro più breve di mole, e forse di

argomento più notabile, di monsignor Natali, vescovo di Tivoli.[23]

Quale, non dirò pudore, ma conformità in voi? Ci aiutaste prima col

sangue, con la pecunia, con armi a rompere il giogo aborrito della

repubblica genovese, anzi ci mandaste per conforto a perseverare le

bandiere col motto _pugno pro patria_; più tardi vi siete uniti con

la repubblica genovese, e non risparmiaste nulla, nè anche delitti,

per ribadirci al collo le catene di Genova; ora vi augurate esercitare

la tirannide, auspice Genova, ma per conto proprio. Dio eterno,

ma che credete voi che i popoli sieno la cavalla morta legata al

piede di Orlando matto? Voi dite che ci volete felici, e cominciate

intanto col rendere i Côrsi schiavi, me traditore. Certo, non vo'

negarlo, costretti dalla necessità e mossi ancora dalla gratitudine,

che nei nostri cuori facili a commuoversi esageriamo del pari che

l'odio, ci proferimmo a voi, e voi ci accettaste e prometteste

tenerci perpetuamente a parte del vostro reame; ma questo accadde,

vi piaccia rammentarvelo, quando le forze di Carlo V, il più potente

degl'imperatori dopo i Romani, mosse di Germania, di Spagna e d'Italia,

minacciavano inondarci; comunque sia, noi ci demmo, voi ci accettaste;

come ci teneste? Voltabili nella fortuna contraria, non fermi nella

buona, appena credeste aggiustare i fatti vostri con vantaggio ci

gettaste via a modo... a modo di donna, che butta là un ventaglio

sgualcito. Un'altra volta ci proferimmo a voi, lo confesso, e fu quando

intromessi pacieri tra Genova e noi, con gravità non so se più stupida

o feroce, ci andavate avvisando: tendete prima il collo al rasoio, e

poi aggiusteremo le cose! nè a noi giovava punto rispondere: Dio ve

ne renda merito, morti una volta non vale medicina, che imperturbati

voi nella medesima proposta insistevate; allora vi si proffersero i

Côrsi nella guisa che il condannato, al cui arbitrio si lasci morire

di laccio o di mannaia, sceglie la scure, sperando patire meno, e

tuttavolta voi non ci accettaste. Adesso voi volete dare ad intendere

a voi stessi ed a noi che di questa razza uffici a voi conferiscano

diritti, a noi obblighi? Senza ridere voi vi vantate benefattori, e

noi sul serio ci confesseremo beneficati? Ah! colonnello, forti siete,

perchè venti e più milioni legati ad un medesimo giogo tirano un monte,

e non importa se trattisi di bestie o di uomini; ma quanto a ingegno,

che nella solitudine può salire fino alla divinità, non presumete

vincere le menti latine. Il vostro re ha sentito (voi lo accertate)

pietoso ribrezzo di spargere sangue cristiano per costringere i

Genovesi a vendere i Côrsi, ma pare non proverà scrupolo a versarlo a

bigonce, caso mai i Côrsi repugnassero a confessarsi comprati. — Voi

volete rendere i Côrsi felici; lo siete voi, signor colonnello, in casa

vostra? Ah! voi pretendete guarirci mettendoci a parte dell'olio santo

che già vi ha amministrato il prete?

— Signore, noi siamo potenti.

— Potenti? Sia; ma oltrechè la felicità di rado nasce dalla potenza, io

talora credo che la potenza sia la fortuna in maschera: ad ogni modo

se fortuna e potenza sono due enti diversi, io gli ho veduti spesso

seduti al medesimo tavoliere passarsi alternativamente nelle mani il

bussolotto co' dadi. Presumereste forse di avere preso a pigione la

fortuna voi altri, frammento minimo della rovina romana? Colonello,

io non ho, in fede mia, intenzione di oltraggiare la Francia; pure

non crediate che noi ignoriamo quali rovesci condussero le paci di

Utrecht e di Rastdat sotto Luigi XIV, che scambiò una candela col

sole, e prima di morire la vide condotta al verde: avendo comandato

troppo in casa altrui, finì col comandare appena in casa propria,

quantunque affermasse l'opposto. Ditemi, la pace di Aquisgrana vi venne

persuasa dalle vostre vittorie? Per la Francia non si bisbiglia che

il vostro ben amato re si nabissi nello stravizio e nelle lascivie,

meno per talento naturale che per sottrarsi al senso dei mali che il

suo stato patisce? Voi non siete potenti, voi non felici, ma se io

errassi, lasciateci stare; contentatevi dei doni della Provvidenza

e non disturbate noi poveri grami. Noi non possiamo essere felici a

modo francese, bisogna lo siamo a modo côrso; la vostra civiltà mi

sa di acqua nanfa sparsa nella stanza mortuaria per coprire il fetore

del cadavere fradicio; come si mariterebbe ella alla barbarie côrsa?

E noi siamo barbari, e prego Dio con tutte le viscere dell'anima

mia ci mantenga lungamente così; la vostra civiltà travasata tra noi

riuscirebbe schifosa a vedersi come il vomito di pasto reale sopra

un masso di granito. Perdonate la turpezza del paragone in grazia

della verità. Il Côrso è superbo: prosuntuoso; ombratico, non patisce

padrone, e non per tanto ha in uggia i vili; con lui ci vogliono

esempi buoni piuttosto che leggi; onesti fatti e forti, non già

parole dolosamente leggiadre; ad emendarli, appena bastano amore di

padre, carità di fratello, e tanto tu hai ad adoperarci industria,

che ammaestrandoli paia che da per loro trovino l'insegnamento; di

pazienza non parlo, perchè qui ci bisogna troppo più di pazienza; in

effetto non solo importa sopportare le ingiurie, ma per mantenersi

in credito fingere che non te ne sia accorto nemmeno; la naturale

superbia persuadendo il Côrso a non chiedere mai scusa, e al tempo

stesso la sua rettitudine sforzandolo a compensarti il male che ti ha

fatto. Ora lascio considerare a voi se i Francesi possono praticare

queste ed altrettali provvidenze additate nel consorzio quotidiano co'

Côrsi; e se, potendo, vorranno essi così impazienti, così superbi. Anco

conceduto che voi poteste e voleste, tanto non verrete a capo di nulla,

perchè non vi recate in mano la fiaccola della libertà, bensì la spada

della forza. Ora che i Côrsi non vorrebbero stare nè anco in paradiso;

e voi la libertà non amate, anzi offendete e perseguitate: miseri! che

la libertà matura nel suo segreto la vendetta, e quando un giorno vi

sentirete appetito di lei, i vostri petti spasimeranno accesi non di

amore, ma di libidine, e la santa libertà da voi invocata con bramiti

di belve non vi consolerà alito respirato dal creatore su la creatura,

ma come furia vi si attaccherà alle ossa. Non istarà per voi che la

libertà non si faccia detestabile quanto il dispotismo e più.

Il proposito nel Paoli di tenersi fermo alle regole del severo

ragionamento era ito, tutto il suo ente pareva un mazzo di ferro che il

fabbro cava arroventato dalla fornace; però di un tratto facendosi più

mite riprese:

— Adesso resta a favellare di me; e da parte mia direte al vostro

ministro che, innanzi di propormi i partiti discorsi da voi, egli

doveva considerare se mi stimava ambizioso, se ambizioso od onesto;

come avrei scambiato il governo di una provincia di Francia col comando

supremo di un popolo? Come la libertà col servaggio, per lo meno con

la soggezione? Se onesto, come spero, che tradissi il popolo che ho

giurato difendere, e che difenderò finchè mi basti l'anima? — Oh!

fossi padrone del fulmine — perchè sghignazzate, signor cavaliere, e mi

sporgete irridendo alle mie parole il volume di Plutarco? Lo so, lo so

quello che volete dirmi. Non fu uomo al mondo, che affaticandosi per

la libertà del popolo, non capitasse male: corre molto tempo, che mi

sono ammannito anche a questo; però avvertite bene, con animo diverso

di quello che supporreste voi, imperciocchè abbia considerato, che i

nemici del popolo non si condussero a fine migliore, e i primi ebbero

il conforto della pace dell'anima, i secondi le angosce del rimorso,

la quale cosa non è pericolo capitale nelle ultime ore; finalmente

i grandi benefattori come i grandi malfattori sopravvivono al

sepolcro, ma questi alla infamia, quelli all'amore dei popoli pentiti

e riconoscenti. Ora, per gli animi gentili non si conosce premio che

superi questo in bontà, quantunque gustato da loro unicamente per via

di presagio.

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 18 / 50 段