Conoscete voi l'amore, signor Generale? — Conoscete voi Lellina

figliuola di Orso Campana? Voi non conoscete veruno dei due: meglio

per voi, non maledico già Lellina, povera figliuola! Ella mi ama con

tutte le viscere; il male fu che ella amasse troppo anco il padre; o

piuttosto no, che questo non potrebbe essere male, così aveva decretato

la mia sorte. Insomma volete o no darmi la vostra figliuola? veniva io

sovente istando presso il Campana, ed egli dicendo: bisogna pensare più

di due volte a quello che si fa una volta solo, mi rimandava. Tentai

Lellina di maritarci senza attendere più oltre il consenso del padre,

ma parve a lei così enorme proposta, che non ci rispose nè manco.

Inacerbito dalle continue dilazioni, al fine minacciai mandare a monte

il trattato; allora Orso mi raumiliò con dolci parole conchiudendo;

domani venite a desinare da me; dopo pranzo aggiusteremo la soma

all'asino: andai, e bevvi oltre il consueto. Lellina e la serva dopo

mangiato andarono in chiesa al vespero, noi restammo a tavola. — Or bè,

incominciai, perchè differite le nostre contentezze? Non sono da pari

vostro io? Quanto a dote non ve ne cerco. — Questo non fa al caso, egli

rispose, e la dote non manca. Io da Lellina in fuori non ho figli, e

vorrei che il marito di lei mi tenesse luogo di figliuolo. — E questo

non posso fare io? — Potreste, ma vorrete? Il figlio eredita tutti gli

amori, e tutti gli odî del padre, egli fa sue così le amicizie come

le inimicizie paterne; a questo avete pensato voi? — Ho pensato. — Non

basta, riprese Orso, io inoltre ho fatto un voto, ed è di non maritare

Lellina se non prima non sia levato dal mondo il colonnello Albertini.

— Ma in che vi offese il colonnello, signore Orso? — In che mi ha

offeso? Già fra le nostre famiglie dura antica nimicizia e mortale;

adesso poichè costui per gioco della maladetta fortuna militando in

Austria si è arrampicato ai primi onori come la zucca quando salì

sulla quercia, non passa giorno senza che di me faccia strazio. Lascio

la insolente ostentazione della sua ricchezza, lascio il continuo

sbottoneggiare, i soprusi, gli strapazzi, mi fermerò a questa ultima;

dietro a casa sua ha tirato su un muro che togliendo la vista alla

mia, me l'ha ridotta a carcere; e siccome io gliene feci tenere

proposito parendomi che egli murasse, anzichè per comodo suo, per

dispetto mio, rispose essere padrone di levare fabbriche fino al cielo,

e sprofondarle fino all'inferno, e se non mi piaceva gli rincarassi

il fitto. Se costui vive non posso vivere io, e non sarà mio genero

chi non mi aiuta a levarmi cotesto pruno dagli occhi. — Persuasioni

non valsero a fargli mettere giù il suo proponimento; le preghiere

lo irritavano; alla fine tirato pei capelli dal diavolo promisi quel

che volle; allora egli disse: tiriamo a sorte chi di noi farà il

colpo, e scrisse due nomi su due pezzetti di foglio che accartocciati

gettò nella berretta, poi ne trasse fuori uno, e questo fu il mio....

che aggiungerò? Non lo so nemmen io: il cuore mi si scoppia per la

passione. Il giorno appresso tornai a casa di Orso, che mi consegnò i

cartocci per caricare lo schioppo, affermandomi averli fatti colle sue

proprie mani di polvere inglese; a Lellina non mi riuscì parlare, solo

uscendo ella apparve alla finestra e ingannata dal padre suo mi disse:

— Giovà, obbedisci a babbo, e subito dopo ci maritiamo.

— Povera Lellina, tu non sapevi che mi mandavi a sposare la morte....

e qui il singhiozzo lo strinse alla gola, sicchè incominciò ad

arrangolare senza potere profferire parole articolate.

Dal violento ondeggiare dei capi, e dal cupo fremito, che le diverse

passioni cavavan dai petti, la moltitudine quivi raccolta ricordava

il mare che rompe intorno le patrie scogliere. I giudici declinata

la faccia stavano pensosi, più degli altri era commosso il Paoli, che

appoggiata la fronte alla mano sinistra sembrava in balìa di angosciose

meditazioni. — Quando questi, aperti lento lento gli occhi, li volse

alla parte dove stava legato Giovanni Brando, vide accanto a lui un

vecchio di sembianze austere, e da angoscia sconvolto, e pure degno di

riverenza in vista come di rado si vede. Non fu tardo a riconoscerlo

il Paoli, che fattogli cenno con la mano lo chiamò a sè vicino, e gli

disse:

— O signor Matteo! mio onorato cugino, quanto siamo infelici!

— In effetto una voce molesta mi è giunta fino a casa che mi annunziò

il mio figliuolo arrestato; qui giunto, con inestimabile amarezza

vedo che non fu fallace la nuova. E quale è la colpa che appongono al

mio figliuolo? — Siccome il Paoli esitava, il vecchio insistè: — dite

franco, signor Generale, accusato per la Dio grazia non significa reo,

molto meno condannato.

— Lo accusano di omicidio proditorio con premeditazione.

— Ohimè! e chi lo accusa?

Al Paoli non bastò l'animo favellare; ma sollevò la mano col dito teso;

il vecchio fissò gli occhi in cotesto dito, e con ansietà seguitandolo

vide che dopo avere trascorso su molte teste si fermò su quella del

proprio figliuolo.

— Cristo! allora egli esclamò con grido strazievole; e per parecchio

tempo non fu inteso verun suono dintorno, eccetto qualche gemito: alla

fine il vecchio levò la faccia bianca del pallore della morte, e con

voce velata incominciò a parlare:

— Compatriotti, amici, Matteo Brando di Russio crede non avere

demeritato di voi.

— Perdonate se io v'interrompo, cugino, disse il Paoli; conosco a

prova la modestia vostra, che non consentirebbe ricordare nè manco

un terzo di quello che operaste in pro della patria. Côrsi! Matteo

Brando fu quegli, che spinse la pieve di Bozio a ricusare il pagamento

dei seini; donde l'origine della guerra con Genova, e la causa della

nostra libertà; egli sostenne le prime imprese; non si conosce campo nè

pendice nell'isola, dove fu combattuta battaglia o fatto di arme, che

non abbia veduto Matteo Brando nell'ora del pericolo; egli a Furiani,

egli a Calenzano, egli a Pontenuovo, egli da per tutto — E così come di

sangue, prodigo delle sue sostanze....

— Perdonate se interrompo a mia volta voi, signor generale, riprese il

vecchio; non era questo che voleva dire, bensì quest'altro: io credo di

non avere demeritato l'amore de' miei compatriotti per essermi ritirato

dalla milizia e spedito a surrogarmi il mio unico figliuolo, perchè vi

giuro da uomo onorato, che me ne ha trattenuto legittima causa; fin

qui non la palesai per paura che mi credessero capace di rinfacciare

alla patria i servigi, che per mia buona fortuna le potei rendere:

ma se adesso lo manifesto, spero che sarò compatito — e qui apertesi

le vesti mostrò fasciato il petto — vedete, di tutte le altre questa

maligna ferita non si volle rimarginare, sicchè di ora in ora mi arreca

spasimo tale, ch'io ne rimango privo di sentimento; se dunque operai

qualcosa in pro' della patria, se non demeritai l'antica benevolenza

di voi, deh! per le piaghe santissime del nostro Signore non vogliate

permettere che Matteo Brando chiuda la tomba del suo unico figliuolo...

dell'ultimo dei suoi...

La gente oppressa dal dolore taceva. Matteo ripreso fiato a strappi

continuò: — uditemi, amici; noi combattiamo una dura guerra, massime

ora che entra in campo un nemico munito di ogni maniera di arme: poche

all'opposto le nostre, le artiglierie pochissime, e senza di queste

io ve ne assicuro, non verremo a capo di nulla; tale è pure l'avviso

dei periti; ebbene, io vi provvederò di due cannoni di bronzo, con

l'arme di Corsica, carretti, arnesi, ed otto muli da carreggiarli; non

basta, io armerò una compagnia di soldati, e fin che dura la guerra

la manterrò a mie spese; del mio figliuolo non ne vorrete sapere più

altro; capisco; ebbene ve gli ammaestrerò io, li condurrò da me stesso,

dirò alla mia ferita: chiuditi; se non vorrà chiudersi, procurerò mi

dolga meno; e se vorrà continuare a tribolarmi, tal sia di lei; ognuno

si piglierà cura di sè dal canto suo; ma, patriotti miei, amici,

parenti, accettate vi supplico il prezzo del sangue, non consentite che

il figliuolo di Matteo Brando finisca strozzato sopra la forca.

Al fine delle sue parole s'intese un gemere basso fra la gente, un

rammarichio come quando i congiunti accompagnano alla fossa un caro

defunto. Serena si provò a gridare: vendetta! ma la voce le rimase

attaccata alla gola, e proruppe anch'essa in un singhiozzo. Il Paoli

si strinse a parlamento co' Decemviri: parve piuttosto stesse a udire,

che favellasse: per ultimo a quanto sembrò, ed anco l'effetto diede a

divedere, vennero in una sentenza, la quale fu significata dal Paoli in

questi termini:

— Matteo Brando, la gente côrsa in premio dei vostri benefizii vi

compartì da parecchi anni il nome di padre della patria; il popolo non

può dare altro ai suoi benefattori, ma che cos'altro al mondo può stare

a pari di questo? Adesso affinchè tutti conoscano che così chiamandovi,

egli non intese conferirvi un titolo vano, commette nelle vostre mani

la salute del paese, la maestà delle leggi, l'assoluzione e la pena,

la fama sua onde vivrà perpetuo alla reverenza, o al vituperio dei

posteri. Sedete qui; voi siete in questo momento supremo dittatore

della nazione.

Il vecchio tra attonito e spaventato si schermiva da sedere sopra il

seggio del Paoli, ma il popolo con uno scoppio di gridi urlò: — no, no,

sedete e giudicate.

Il vecchio sedè, forte agguantandosi con le mani ai bracciuoli: il

volto per l'agitazione sofferta in quel punto aveva vermiglio; volse

sottecchi uno sguardo al figliuolo, quasi dubitasse ch'ei fosse

desso, e lo aspetto di lui gli somministrasse qualche speranza: invano

però, che Giovanni giaceva disfatto sotto il peso del rimorso e della

vergogna; allora il signor Matteo si fece d'un tratto bianco, strinse

gli occhi, ed abbassò il capo sul petto; da un punto all'altro il suo

viso sformandosi pigliava il colore livido del cadavere; ci fu anzi un

momento nel quale crederono ch'ei fosse morto addirittura, e più di un

grido di terrore s'intese; ma di questo fu niente, chè all'improvviso

sollevò il capo, aperse gli occhi e con voce tremula, e pure forte

perchè tutti sentissero, parlò:

— Come padre doveva pregare, ed ho pregato, come giudice condanno.

E cadde svenuto. Il Paoli sostenendolo fra le braccia gridò:

— Segretario, scrivete: in virtù dei poteri delegatici dalla nazione

ordiniamo che il nome di Matteo Brando di Russio venga inciso nelle

tavole delle parrocchie fra coloro che dettero la vita per la patria,

e tutte le domeniche venga letto dal sacerdote dopo l'Evangelo

all'altare, affinchè questo sia di onore a lui, esempio della virtù

côrsa ai presenti e ai futuri. — Poi commettendolo alle cure degli

astanti soggiunse: — Che se taluno opponesse come egli non abbia dato,

a tenore della legge, la vita per la patria, quanti siete padri quaggiù

ditegli, che dando la vita del figliuolo in ostia consacrata alla

giustizia, egli fece più.... troppo più che dare la sua.

Un grido unanime rispose: — troppo più.

Il Paoli da capo: — voi altri, cittadini pietosi, sollevate questo

magnanimo infelice, e trasportatelo soavemente nel palazzo del governo;

se fossimo in Roma antica vi avrei detto: portatelo al Campidoglio e

deponetelo nel tempio di Giove.

Però, mentre il vecchio svenuto era trasferito altrove, il Paoli

compresso un gemito esclamava: — che non per questo sarebbe meno al

cuore di padre il monte Calvario!

— Giovanni Brando di Russio, raccomandatevi a Dio; il cielo può

perdonarvi, ma sopra la terra non vi rimane che espiare la colpa.

Era più che mezza inoltrata la notte, quando al lume sanguigno delle

torce quasi consunte, fra il silenzio sepolcrale delle genti per cui

si sarebbe potuto sentire il rumore del grano di sabbia nell'ampolla

dell'orologio a polvere, fu letta la sentenza, la quale condannava

Giovanni Brando ad essere impiccato alle forche _biscagline_; era

inoltre fatto per essa comandamento, che veruno si attentasse rimoverne

il cadavere senza ordine superiore, pena la vita.

Mentre Altobello e il Boswell se ne tornavano a casa, per così dire,

intirizziti dalle molte e fiere commozioni, il primo rompendo il

silenzio domandò: — che ve ne pare del nostro generale?

E l'altro dimentico della scatola, del tabacco, di tutto insomma, si

scosse e rispose breve:

— Ah! mi pare un Dio.

Pasquale Paoli non era un Dio, no, bensì una di coteste creature, che

molti doni ebbero in sorte da lui, segnatamente quello di penetrare

con uno sguardo nei cuori, e leggerne i più reconditi pensieri come

in un libro aperto; onde nel porre la sua firma sotto la sentenza, che

condannava a morte Giovanni Brando, osservò che la scrittura di quella

offeriva svolazzi e rifioriture di penna, come avviene se un uomo

scriva cosa che gli faccia piacere. N'era stato scrivano Matteo Massesi

figliuolo di Giuseppe Maria, grande cancelliere del regno; giovane per

eccellenza d'intendimento, e venustà di corpo facilmente primo fra i

giovani che stavano intorno al Paoli, e da questo tenuto in delizia. Il

Paoli, intanto che firmava, notò di più, guardando obliquo, gli occhi

del giovane mandare un lampo di gioia; fu un lampo solo; ma non andò

perduto. Nel recarsi al palazzo il generale si appoggiò al braccio del

giovane senza dire motto: giunto sopra la soglia della sua camera si

fermò e gli volse la parola in tali termini:

— Matteo, mal giorno fu questo; pensava ultima l'angoscia del caso di

Giovanni Brando; e m'ingannai; mi venne cresciuta, e la cresceste voi.

— Io? E perchè signor Generale?.

— Perchè mi avete fatto conoscere che chiudete in seno un cuore

cattivo. Voi avete esultato della morte di Giovanni Brando.

— Io? — rispose Matteo mutando colore: — certo se sentirsi compreso

d'indignazione contro uno scellerato assassino è colpa, io confesso

averla commessa.

— Per voi dovevate serbare la pietà; a noi giudici lasciare la

giustizia. L'uomo giudica dai fatto, nè l'ingegno infermo gli concede

adoperare altra misura; Dio poi, che conosce le ragioni recondite del

fatto, io credo che sovente scusi dove l'uomo condanna; però chiunque

non si trovi in condizione di giudice farà molto bene a starsi col

cuore dalla parte di Dio, che sovente scusa, e sempre ai pentiti

perdona.

Ciò detto lo licenziava senza permettere che gli entrasse nella camera,

dov'era solito leggergli, prima di addormentarsi, qualche tratto della

vita di Plutarco.

Lo so, l'ho detto, e lo ripeto: interrompere il filo della narrazione

per frammetterci dentro avvertimenti e sentenze fa contro le regole

dell'arte; raffredda il libro, guasta la composizione, insomma equivale

a porre in tavola un pranzo diaccio ai convitati: di più questo

affibbiarmi la tonaca censoria sa di predicatore lontano un miglio,

e chi vuole spacciare quaresimali attenda la quaresima: per ultimo

siffatti ammonimenti screditati per dichiarazioni importune nessuno

vuole intendere; anzi alla comune degli uomini riescono incresciosi;

però aveva pensato evitarle con diligentissimo studio, ma tanto e'

caccia via il tuo vizio dalla porta, e ti rientrerà in casa dalla

finestra, sicchè in proposito del fatto di Giovanni Brando _trovo_

(dizione da me imparata su i bandi austriaci quando _trovano_ di

fucilare i cittadini, e di taglieggiare le nostre città) da notare,

che di esso e di altri simili, memoria scritta appena si rintraccia,

e la tradizione ogni giorno più illanguidisce nei ricordi dei Côrsi;

nè senza ragione, che alla moderna civiltà paiono delitti le virtù

antiche; così i casi di Postumio Tuberto, di Manlio Torquato, di Spurio

Cassio, di Decimo Sillano, di Marco Scauro, di Antonio Fulvio o si

nascondono, o si vituperano, o si negano; poi i focosi lo bandiscono

addirittura immanità contro natura, i moderati lo screditano per falsa

virtù. L'età servile ha bisogno discredere le virtù di cui l'esempio e

lo eccitamento riescono perniciosi; all'opposto ricorda con compiacenza

il cavaliere di Assas, eroe del servaggio, e questo perchè ai tempi

che corrono ci trovano il conto loro così padroni come servi; i padroni

nella speranza che torni il secolo di oro della obbedienza, i servi pel

premio che ne diviene agli eredi del morto. Da una parte e dall'altra

si vogliono virtù, che si possano comprare, vendere, mandare al monte,

impegnare in mano all'usuraio: virtù insomma da cavarne costrutto. Le

virtù le quali si propongono a scopo la fama, o la patria, non sono

virtù di consumo: cose di lusso scomunicate meritamente dalla buona

economia. Quanto non può ridursi a moneta ai dì nostri si giudica

infame, per lo meno pessimo. Un banchiere, udendo narrare _mirabilia_

dei trovati di Galileo, domandò quanto fruttavano per cento d'interesse

all'anno. Oh! se l'apostolo delle genti tornasse a pellegrinare nel

mondo non troverebbe più scritto sul frontone del tempio: _Deo ignoto_;

no, davvero, perchè il Dio è bello e trovato, ed il suo nome si legge

sul fastigio delle basiliche, nelle facciate dei palazzi, nei frontoni

dei tribunali, in carcere, in bottega, in sagrestia, alla taverna,

al bordello, in faccia ad ogni uomo segnato tra ciglio e ciglio,

da per tutto insomma, da per tutto, ed è il _Dio quattrino_. Quanto

alla Francia la cosa è diversa, e ognuno lo sa; quivi Dio tutelare

del gran popolo continua ad essere la trinità: _libertà, fraternità,

uguaglianza....!_

Tornando Altobello a casa in compagnia del signor Giacomo, egli si

accorse dal non rispondere di costui a parecchie proposizioni, o

rispondervi a vanvera, che il suo spirito galoppava in rimote contrade;

si rimase pertanto in silenzio, e lo condusse per mano come si costuma

i fanciulli; egli entrò senza accorgersene, o almeno senza darne segno,

come del pari si assise alla mensa. Altobello allora notò cosa, alla

quale a cagione del tumulto dell'animo non aveva avvertito prima,

cioè l'assenza del fratello Mariano, e notò eziandio la miserrima

imbandigione, non già che di questo a lui venisse molestia, che

avvezzo dalla infanzia alla frugalità, e soldato, si sapeva adattare,

bensì se ne crucciava per l'ospite, ed anco per la superbia naturale

ai Côrsi, che li persuade a ostentare maggior stato di quello che

veramente possiedano, mentre adesso vedeva cascare la madre nel vizio

opposto, mostrandosi di gran lunga più disagiati di quello che fossero;

però a cavarlo ben tosto di pena valse l'osservazione, che il signor

Giacomo continuava nel suo stato di estasi non badando, nè curando

quanto gli cascava dinnanzi agli occhi; singolare qualità di queste

nature settentrionali, che come i sassi posti su la cresta dei colli,

quanto più sono pesi a smovere, tanto più difficilmente si fermano

una volta abbiano preso il ruzzolone. Di questo divagamento in quel

punto insanabile furono segni tuffare le dita nella scodella del pan

bollito nel latte e recandosele al naso come per prendere tabacco, e

scambiando la scatola col bicchiere accostarla alla bocca per bevere;

allora Altobello giudicò conveniente accompagnarlo nella sua stanza, e

quivi lasciarlo in balìa dei suoi pensieri: arrivati che furono sopra

la soglia, il Boswell riscotendosi disse:

— Signor Alando, egli è certo che nell'ordinario andamento della

vita, quando i bisogni del corpo abbaiano, l'anima tace paurosa: dove

poi questa sia tocca dal fuoco celeste, ella si strascina dietro il

corpo quasi schiavo al trionfo. Il bisogno che si pasce di pane forza

è che taccia davanti al bisogno che si nutrisce di meditazione e di

preghiera.

Però Francesca Domenica lo aveva precorso nella camera, e con la

sollecitudine solita alle buone massaie gli andava indicando:

— Veda, ecco qui il suo cavastivali....

— Nei tempi moderni non saprei a cui paragonarlo, e negli antichi a

veruno, se togli Licurgo.

— No, signore, egli è modernissimo, me lo riportò l'altra settimana

maestro Nottola; se le farà bisogno qui troverà il suo vaso da notte.

— Degno proprio di essere messo in paradiso.

Francesca Domenica, trasecolata, guardava il vaso da notte, guardava il

signor Giacomo; quando questi, scosso il capo, volse attorno gli occhi

consapevoli, e favellò:

— Gran peccatore, in fede mia ha da essere quello che abita qui dentro;

e' pare che tema l'assalto non di un diavolo, bensì di una legione di

demoni.

— O signore! tutta scandalezzata esclamò Francesca Domenica, come

potete dire questo?

— È chiaro; a che tanto presidio di santi in fortezza se non temeste la

scalata di centomila diavoli? Idolatri! Voi non sapete come si adora,

nè come si prega Dio.

Qui di un salto il signor Giacomo balzò sul letto con terrore di

Francesca Domenica, che vedeva nabissare la sua bella coperta di

cataluffo nero a fiorami amaranti, che dopo l'ultimo parto non aveva

più messa fuori; dove piegate le ginocchia e giunte le mani in atto

d'ineffabile compunzione, esclamò:

— Dio onnipotente, in ogni opera della tua creazione ti benedico e ti

ammiro; quando poi mi mostri un cuore di uomo illuminato da intelletto

divino, io ti ringrazio con tutta la effusione dell'anima mia,

imperciocchè allora io creda che aperto il tuo santo tabernacolo tu mi

renda degno di contemplarti faccia a faccia...

Francesca Domenica si segnò tre volte, e bisbigliando nell'orecchio al

suo figliuolo disse:

— Altobello, io temo forte che il sole abbia offeso il cervello di

questo povero inglese, ed ei ne sia diventato matto.

— Ah! mamma mia, piacesse a Dio che di questi matti possedesse molti il

mondo, come pur troppo ne ha pochi, che adesso non si troverebbe più il

seme dei ricchi insolenti, dei poveri disperati, nè di oppressori nè di

oppressi.

Chiusa la porta, e seduto Altobello al fianco della madre, prese a

dirle con voce sommessa:

— Di Mariano che n'è? È infermo? In campagna? Come accade che io non

l'abbia anco visto?

— Ah! è infermo.

— Perchè tacermelo?

— Figlio mio, ci hanno malattie che incominciano dal corpo e ne

discacciano l'anima; ce ne ha delle altre che incominciano a guastare

l'anima per distruggere anco il corpo, e sono le peggiori; il tuo

fratello vive travagliato dalla pessima fra queste.

— Misero lui! e come si chiama questo flagello?

— Senti, tanto tacertelo non si può, e forse ho mal fatto a differire

fin qui, e tu mi pari giovane savio... ah! tu solo mi ritrai il tuo

povero padre. Accostati, che nessuno ci senta; Mariano è preso dalla

più feroce avarizia che si sia mai vista al mondo; accostati ancora,

chè morirei di vergogna se qualcheduno lo sapesse; egli mi ha cacciato

di casa... Chetati! non dare in furore, altrimenti chiudo la bocca e

non dico più nulla.

— Continuate, mamma mia, io sono tranquillo quanto posso essere udendo

tali enormità.

— Il suo angiolo custode ed io abbiamo tentato il possibile per

salvargli l'anima, ma il demonio l'ha vinta, ed ora che ci ha messo

il nido, temo che non ci abbia partorito la sola avarizia. Quanto

ho sofferto! Ogni giorno mi erano contati i bocconi, ogni momento mi

ributtava in faccia il tozzo di pane che cibava, e nonostante ciò io

fingeva non capire per evitare scandali, finchè una mattina mi disse

che non poteva sopportare la spesa di mantenermi, onde pensassi a

ricoverarmi presso i miei parenti; risposi che la casa apparteneva metà

a te, e che se non mi voleva sul suo, sarei rimasta sul tuo. Io non

ho visto mai bestia arruffata come Mariano a queste parole; urlava,

pestava i piedi, si svelleva i capelli, Dio e i suoi santi peggio di un

turco bestemmiava, e in mezzo alle bestemmie non rifiniva di affermare

che la casa era sua, averla comprata da te, tu non averci a fare più

nulla. Possibile, Altobello, che tu abbia venduto la casa di tuo padre?

— Andate innanzi, mamma... io sono tranquillo.

— Allora, sentendomi strappare il cuore nel pensiero di dovere

uscire vecchia e madre dalla casa dove entrai giovane e zitella, una

ispirazione mi suggerì queste parole: «non v'inquietate, Mariano, io

me ne andrò, ma non prima che mi abbiate reso la mia dote.» E' sembra

non ci avesse avvertito, perchè rimase come tocco da accidente; ed io,

prevalendomi del suo sbigottimento, gli proposi si tenesse la dote,

mi lasciasse abitare il piano terreno della casa; al mio mantenimento

avrei provveduto da me.

— E adesso come fate a camparvi?

— Alla meglio, figliuolo; un po' sul _chioso_ degli olivi che mi lasciò

la zia Bartolommea a mezzo col cugino Bastiano, un poco lavorando;

certo tutto questo non fa spesa grassa, ma mi contento; solo con questo

signore in casa non so a qual santo votarmi, perchè quanto a danari

sono più povera dei cappuccini.

— Oh! per venire al Macinaggio come l'avete stillata?

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 16 / 50 段