Il signor Giacomo, cui parvero coteste parole feroci, si voltò verso il

frate con la intenzione di fargliene rimprovero, senonchè lo vide così

compunto di compiacenza, e sto per dire quasi trasfigurato dall'estasi,

che dando un grossissimo colpo alla tabacchiera pensò: — Si danno certi

sentimenti, che su due piedi non si può giudicare se meritino salire

in alto per fermarsi su la forca o per continuare fino al paradiso: ci

mediteremo a comodo.

— Nè questi furono i soli; nell'ottobre verso san Pellegrino accadde

il memorabile fatto di arme, nel quale più di mille Tedeschi rimasero

morti sul campo; ormai gli animi inviperiti ruggivano, i quartieri

da una parte e dall'altra non si davano e nè si chiedevano. Parve

bene mutare registro; allora vennero il principe Luigi di Wurtemberg,

il barone di Schemettau e il principe di Culbah accompagnato da

quattromila uomini; i sopraggiunti ne toccarono e ne fecero toccare;

Schemettau assaltò il Nebbio, e prese Lento e Tenda, ma alla Chiesa

Nera ne rilevò una battosta delle buone; il principe di Wurtemberg non

potè penetrare, come divisava, in Balagna; allora pubblicò l'editto

col quale si bandiva perdono universale, promessa di udire le istanze

ed appagarle se ragionevoli; l'imperatore garantirebbe ogni cosa.

Dei Côrsi alcuno accettò volentieri, parendogli duro avere a cozzare

coll'Impero, tal altro mal volentieri, chè avendo gustato di già le

promesse genovesi se ne sentiva ancora alleghiti i denti; ai generali,

considerando che se rimasti uniti era malagevole resistere, impossibile

riusciva allora che gli animi andavano divisi, parve bene accordare;

ebbero dai Tedeschi carezze infinite; il principe di Wurtemberg li

convitò a pranzo, bevve alla salute; partito egli, Wactendock, che

aveva ruggine co' generali per le sconfitte sofferte, d'accordo col

commissario genovese Rivarola, gli arresta, e li manda a Bastia: quinci

imbarcati spedisconsi a Genova, che senza un rispetto al mondo li

caccia, contro la fede dei trattati, in prigione a Savona. Da prima

si bociava volessero strozzarli, poi si disse la Repubblica starebbe

contenta a tenerli prigioni: di cotanta infamia si commossero i Côrsi,

e, a lode del vero, non pure uomini principalissimi, bensì popoli

interi di Europa; il canonico Orticoni, personaggio di bello aspetto e

ben parlante, corse fino a Vienna a far valere la ragione dei traditi

presso la corte: vi s'interpose lo stesso principe di Wurtemberg, che,

nonostante tedesco, pare che fosse galantuomo; vi adoperò di ogni

maniera ufficii il barone di Neuhoff, allora oratore di Carlo VI a

Firenze, ma sopra tutti valse il principe Eugenio di Savoia, nell'anima

del quale l'onore della giustizia superò quello della gloria. I

Genovesi, volendo sgararla, mandarono alla volta loro a Vienna un

marchese Girolamo Pallavicino con buone genovine e con cattive ragioni.

L'imperatore s'intascò prima le genovine, poi disse, che lo esposto

dall'oratore genovese era bugiardo, e tillato dal cervello di dieci

curiali; sicchè mettessero i prigionieri in libertà e presto: allora i

Genovesi non potendo calmare la paura, vollero compiacere alla vanità,

ed introdotti i generali Ciaccaldi e Giafferi, il pievano Simone

Aitelli e il prete Simone Raffaelli nella sala del gran consiglio alla

presenza di una moltitudine di gente, ebbero a protestarsi pentiti

dell'operato e ringraziare la Repubblica della restituita libertà.

Questi furono i benefizii degli Austriaci alla Corsica: Genova ci spese

meglio di 8 milioni di scudi; dei regali ai Wurtemberg si fece un gran

dire a quei tempi; appena la nave che lo condusse a Genova sorse nel

porto, lo salutarono con le artiglierie; posto piede a terra, cannonate

da capo; fu ricevuto da due deputati del consiglio grande, che lo

menarono con le carrozze del governo nel convento dei Carmelitani, dove

gli avevano fatto apparecchiare l'alloggio; lo invitò il Doge alla

grande; e di ritorno a casa fu presentato con casse di cioccolate e

di varia ragione liquori; ancora di una canna d'India diamantata e di

una spada altresì, intorno alla impugnatura della quale si leggevano

incise le parole: — _Mi acquistasti con gloria, conservami con onore._

— Per ultimo venivano quadri rappresentanti le sue imprese di guerra

e di pace operate in Corsica, e si crede di certo che il pittore, cui

furono commessi, ebbe a sudare meno di quello che dipinse le geste di

Alessandro Magno. La fama raccontò che il valsente dei regali sommasse

a meglio di 80 mila genovine; ma forse fu iattanza dei Genovesi, i

quali, quanto sottili nel dare, altrettanto sono larghi a magnificare;

ad ogni modo spesero molto, e non levarono un ragnatelo da un buco,

anzi opinarono parecchi che avessero peggiorato le loro faccende, e

fu appunto in proposito di questa guerra, che il marchese di Argens

inventò l'apologo dell'ortolano e del cacciatore, il quale, come

giocondo molto, vi voglio raccontare. Certo ortolano non poteva venire

a capo di salvare i suoi cavoli, chè una maladetta lepre quanti ne

nascevano, tanti gliene mangiava, ond'ebbe ricorso a certo cacciatore

suo vicino, raccomandandosi che andasse a cacciargliela: questi glielo

promette, ed un bel giorno arriva co' cani, che sguinzagliati sopra la

lepre, la perseguitano di su e di giù facendo maggior danno in un'ora,

che la lepre in un anno; al fine la lepre scappa; il cacciatore chiede

la mancia, e consiglia l'ortolano a turare le buca della siepe donde

la lepre potrebbe rientrare nel verziere. — I Genovesi, costretti

ad osservare, almeno in apparenza, i termini dello editto imperiale,

mettono su con poche lire una mano di furfantoni a chiedere grullerie,

le quali subito concedendo, intendevano potere affermare di avere

largito quanto i Côrsi avevano saputo chiedere, anzi qualche cosa di

più; ma sventarono il tranello Giacinto Paoli, Simone Fabiani, G.

Giacomo Ambrosi e Angiolo Luciana e Antonio Marengo, i quali prima

chiarirono come quei ribaldi non avessero ricevuto veruna commissione

dal popolo, e poi che coteste l'erano cianciafruscole, e ci voleva di

altra maniera riforme per riparare i vecchi abusi; così bisognò alla

fine promulgare un regolamento, dentro il quale non si sguazzava, ma si

lasciava vivere; l'imperatore l'approvò e ne guarentì l'adempimento; i

Genovesi lo sottoscrissero e deliberarono non osservarlo. Dio sta in

alto e il re abita lontano, dicevano i vicerè di Napoli; i Genovesi

non lo dicevano, ma lo pensavano, ed operavano giusto secondo tale

opinione. — Siccome lo espediente più corto e ad un punto più sicuro

di ottenere il silenzio sta nello ammazzare chi parla, così Simone

da Campoloro, Giovanfrancesco Lusinchi assassinano, l'Alessandrini

imprigionano, citano a comparire in Bastia Giangiacomo Ambrosi,

Giacinto Paoli ed altri parecchi; domandando essi salvocondotto, si

mandano 450 soldati in Rostino sotto il comando del capitano Galliardi

ad arrestarli; i Côrsi gli assaltano e rompono. Felice Pinelli,

surrogato a Girolamo Pallavicino, bandisce perdonerebbe la ribellione

a patto gli consegnino i capi.

[Illustrazione: Lo zoppo Cardone contava la cosa a quanti

paesani s'imbatteva, i quali, recatisi gli arnesi in spalla

esclamavano: — La vuol ir male... (_pag. 119_)]

In questa arriva il vecchio Giafferi, che i Genovesi dandogli pensione

e carico di comandante, avevano tentato confinare a Savona, e raccolti

gli armati, espugna Corte e il castello; quivi si convoca la consulta,

la quale risponde al bando del Pinelli abolendo il governo della

Repubblica e ardendone gli statuti. La guerra risorge più feroce che

mai; fu varia la fortuna delle armi, ma più spesso arrise alla virtù

côrsa, che al numero dei Genovesi, come a Moriani, dove rimase disfatto

il figliuolo del Pinelli e il vescovo di Aleria, ma la corruzione da

una parte, il diligente corseggiare delle galere genovesi intorno alla

isola dall'altra, impedendo l'arrivo delle armi, e per ultimo dividendo

gli animi, ridussero le cose all'estremo: ormai costretti a chiedere

pace avevano loro risposto, consegnate le armi si rimettessero alla

misericordia di Genova; disperati di ogni umano soccorso si volsero

a Dio con le parole del Salmista: — _Et tu, Domine, usquequo?_ — E il

Signore, che non patisce sia detto avere egli abbandonato i difensori

della patria, mandò, quando meno se lo aspettavano, in aiuto della

Corsica il barone Teodoro di Neuhoff. Egli si mostrò su le coste di

Aleria, dove lo condusse la nave inglese, comandata dal capitano Dick,

in arnese stupendo; portava cappello a tre punte piumato e gallonato;

la parrucca con cipria; sottana e zimarra all'armena, questa verde,

l'altra vermiglia; le pantofole rosse alla barbaresca, un bastone

ritorto in mano e la scimitarra turca pendente alla cintura: pareva

venuto a posta per essere piantato in mezzo ad un campo di saggina per

ispaurire gli uccelli, e invece volle essere re. Gli dissero che re

non usavano in Corsica, si contentasse che lo salutassero salvatore

del popolo; e' non ne volle sapere; i Côrsi poveri non poterono

dargli altro scettro, che di quercie, ma ahimè! o di quercie o di

oro lo scettro non è meno atto a fracassare le ossa del popolo. In

ciò ammirate la mano di Dio, il quale a salvarci adoperò l'arnese che

apparve più sconcio. Accompagnavano Teodoro, Saverio Buongiorno, tre

barbareschi, fra i quali Maometto, stato schiavo a Livorno su le galere

toscane, due giovani livornesi scappati da casa, Attiman e Bondelli,

un prete di Portoferraio, Francesco dell'Agata fiorentino, una Costa,

un Fozzani, un Loczi; insomma una vera brigata di saltatori. Quali e

quanti soccorsi portasse seco, io non vi so dire, chè stava sempre

prigioniero a Genova; però ne corse diverso il grido: chi pretese

avvilirlo disse: 200 fucili, altrettante pistole, alcuni piccoli

pezzi di artiglieria, certe quantità di sciabole; ed anco genovine e

zecchini, ma pochi: all'opposto quel barone Friderik, che si faceva

credere suo figliuolo ed era un frate sfratato, volendo magnificarlo

sostiene, che Teodoro venne in Corsica con una fregata e due navi

cariche di 14 mila sacca di grano, 6 cannoni di bronzo, 12 di ferro,

20 mila fucili, 14 mila vesti, altrettanti cappelli e para di scarpe

e 100 mila zecchini. Forse, secondo il solito, la verità è tra due. Ma

poco importa sapere quale dei due racconti sia il vero; questo intanto

è certissimo, che senza l'apparizione di Teodoro, tra la gola côrsa e

il rasoio genovese non si vedeva che si potesse mettere di mezzo.

— Bene: io mi sento lieto nel vedere, che non vi unite agli altri per

dare la baiata ad un uomo forse generoso, certo infelice.

— Ohibò! So che i Francesi lo hanno preso a godere come quella forca

del Voltaire: cotest'altra buona lana del marchese di Argens gli

dedicò il secondo volume delle lettere ebree, come i tre successivi

a Don Quicotto, a Sancio Panza ed a Amadigi delle Gallie: il Casti,

vergogna del clero toscano, lo mise in canzone in un dramma; breve;

all'albero che casca, accetta accetta, secondo il solito; non io così;

ma confessando, che senza la sua comparsa per la Corsica era finita,

non posso tacere che alla gratitudine nostra si chiuse ogni via quando,

approfittandosi delle angustie nelle quali versavamo, ci mise il gancio

al collo, e volle dominarci re; e degno di corona apparve nella breve

potestà, se consideri la lascivia, la ferocia e l'abbiettezza di lui.

La lascivia lo condusse a toccare un carpiccio di bastonate a Cervione,

ma delle solenni, e ciò per opera di un giovanotto di Alesani, che

stando di sentinella alla casa di Teodoro, fu visitato dalla sua

sorella; vedutala il re volle tirarsela a letto; e a letto veramente

ei ci si condusse, ma solo e con le ossa rotte. Di talento immane

fe' prova quando nella presa del forte dell'isola Rossa, trovato

un tenente côrso complice di certa congiura contro di lui, ordinò

che gli mozzassero la lingua, poi legato ad un albero lo ardessero

vivo. I Genovesi, avendo preso uno del suo seguito, lo impiccarono,

ed egli senza porre tempo tra mezzo, fece impiccare di un tratto 40

prigionieri genovesi sotto le mura di Bastia; certo qui si può scusare,

perchè intese ammaestrare quei cosacci dei nostri nemici nelle buone

creanze; pure ecco questa la trovai anch'io un tantino abbrivata;

peggio fu mandare a morte, _brevi manu_, due Côrsi venuti a zuffa

tra loro; e questo nacque da considerarsi, come re, sopra le leggi

e i maestrati; ciò poi, che più di tutto gli nocque, fu la morte di

Angiolo Luccioni, capitano di valore, che avendo favellato con manco di

riverenza di Teodoro, egli se lo fece ammazzare sotto gli occhi in onta

alle supplicazioni dei circostanti: dell'abbiettezza rammenterò una

cosa sola, ed è la vendita della Corsica ai suoi creditori; e questo

stette meglio ai Côrsi che il vezzo alla sposa; dacchè si dettero

come schiavi, fu giusto, che si trovassero venduti come bestie. Chi

fosse questo uomo, chi lo mandasse, da cui ritraesse i quattrini, o

non è noto, o poco manifesto. Affermano avere vagato pel mondo a mo'

di zingano sotto nomi diversi, ora pigliando quello di Napaer, ora di

Limber, ora di Nisun, ora di Seimbough; quanto a titoli potete credere

ch'ei non si lasciasse patire; in Londra passò per tedesco, in Livorno,

per inglese; di commendatizie non conosceva penuria, perchè, dicono,

se le fabbricava da sè; assicurano eziandio, ch'ei dimorasse schiavo

qualche tempo a Tunisi. La fonte dei quattrini taluno la trova nel Gran

Turco, altri nel Bey di Tunisi, cui promise arrolare un reggimento di

Côrsi; altri per ultimo l'attribuisce ad una sequela di truffe, dentro

le quali accalappiò un Burazzo di Sartene, l'ebreo Sebagh di Livorno, e

certe religiose di casa Fonseca stanziate a Roma nel convento dei santi

Sisto e Domenico: voi per avventura ne saprete qualche cosa di più

sicuro, perchè credo che morisse a Londra, e forse l'avrete conosciuto.

— Difatti io l'ho visto, ma non so di qual colore sia la sua voce,

imperciocchè ad ogni mia interrogazione rispose col silenzio: ciò può

non parere gentile, ma egli aveva perfettamente diritto di fare così.

Io posso darvi contezza precisa della sua vita e della sua morte...

— Oh! sì fatelo, che siate benedetto.

— Suo padre si chiamò Antonio barone di Newhoffen della contea della

Mark in Vesfaglia, e condusse a moglie la figliuola di un mercante di

Visen nel paese di Liegi: tribolato dai rinfacci della famiglia per le

turpi nozze, va in Francia con la principessa palatina moglie del duca

di Orléans; favorito da lei ottenne un impieguccio nel Messin, dove

morì giovine e povero; lasciò Teodoro, nato sul finire del seicento e

il cominciare del settecento; la duchessa di Orléans se lo prese per

paggio, più tardi lo mandò luogotenente nel reggimento della Mark.

Indole irrequieta, concetti avventurosi, anzichè magnanimi, pure non

ingenerosi del tutto; uomini di ferro fusi nelle medesime forme dove

gli uomini di Plutarco uscirono di oro: preso in uggia quel lento

arrampicarsi dei soldati poveri su pei gradi della milizia, pianta la

Francia, e ripara nella Svezia: milita con Carlo XII, entra a parte

nella congiura del barone Goertz per deprimere la Inghilterra; a

questo fine è spedito in Ispagna al ministro Alberoni. Nel frattempo

Carlo III muore ammazzato a Fredereishal, Goertz paga la congiura,

riuscita a male, col capo. Allora l'Alberoni lo piglia a proteggere,

e lo fa colonnello di un reggimento; giovane di anni, di aspetto

giocondo e d'ingegno bizzarro piacque a lady Sarsfield, figliuola di

lord Kilmarnock; la sposò e la lasciò; se per colpa sua o della moglie

non so, forse di ambedue. Recatosi a Parigi si amica Law, ed entrambi

porta via il turbine amministrativo di cotesto Vesuvio delle sostanze

pubbliche e private, allora viaggiò in Inghilterra, nell'Olanda e

nell'Oriente, in cerca di buona fortuna: in Amsterdam, strinse lega

con parecchi ebrei per certi traffici, che si fanno più volontieri

di quello che si confessino. Che venisse a Firenze rappresentante di

Carlo VI non trovo, nè credo che fosse: credo all'opposto che dimorando

egli a Livorno, alcuni Côrsi, massime quel vostro canonico Orticoni,

gli proponessero farsi re dell'isola, e questo a fin di bene; in prima

per cavare da lui qualche soccorso, trovando chiusa ogni porta; poi

per mettere fine alle gare dei Capi côrsi, le quali impedivano si

potesse venire mai a capo di qualche cosa di buono: certo pochi saranno

stati a parte del segreto ma ch'ei spuntasse fuori come un fungo,

caro signor frate, non è da credersi. — Il barone tastò l'imperatore,

i re di Francia e di Spagna, non meno che quello di Sardegna, ma si

ebbe cartacce; nell'Oriente in quel tempo s'intorbidavano le acque, e

Teodoro ci si recò a pescare: la guerra stava sul rompersi tra Russi e

i Turchi; e sembrava sicuro che l'imperatore avrebbe fatto causa comune

con la Russia. Teodoro, accontatosi col principe Rakocus e il conte di

Bonneval diventato Osman pascià, nemici mortali dell'Austria, mulina

la scesa in Italia con un esercito di Mori di Algeri, Tunisi e Tripoli;

quinci per la parte del Friuli assaltare l'Austria, intantochè un altro

esercito turco metterebbe a soqquadro la Ungheria. Teodoro terrebbe

la Corsica in feudo della Porta, nè si fermerebbero qui le larghezze

di lei. Ecco pertanto donde trasse i primi sussidii e i danari col

marchio turco: più tardi, avendo la Porta mutato concetto, egli ebbe a

ricavare denari dagli ebrei di Amsterdam, sue conoscenze vecchie, che

poi messi dall'oratore genovese a Londra lo perseguitarono infelice,

e lo fecero mettere in carcere dove languì sette anni. Orazio Walpole

un bel giorno si rammentò di lui, e un po' per bizzarria, un po' per

buon cuore prese a perorare la sua causa davanti al popolo inglese; il

Garrick recitò una sera a profitto di lui e questi lo fece tutto per

cuore: breve; tanto da cavarlo di prigione, fu messo insieme; quanto

bastasse a spesarlo con agio negli ultimi anni della vita, no; visse

poveramente, e morto si può dire giovane ancora, perchè annoverava 56

anni, gli fu dato sepoltura nel cimitero di sant'Anna a Westminster.

Sopra la sua tomba si legge un molto strano epitaffio, il quale giudico

fattura del medesimo lord Walpole; in italiano sarebbe così; «qui

vicino sta sepolto Teodoro re di Corsica, morto in questa parrocchia

l'11 decembre 1756, subito uscito dalla prigione del Banco reale,

godendo il benefizio dei falliti, in sequela del quale assegnò il regno

di Corsica ai suoi creditori.

Gran maestra è la fossa: al segno stesso

Paltonieri riduce e semidei,

E condannati al remo, e re sul trono;

Ma Teodoro vivea mentr'ebbe in sorte

L'acerbo insegnamento; chè fortuna

Donogli un regno, e gli contese un pane.»

— Se la sta come dite, riprese fra Bernardino, noi dobbiamo portare

il voto alla Madonna, perchè i disegni di costui non abbiano sortito

effetto: ad ogni modo rimarrà sempre vero che, sua mercè, i Côrsi

rinfrancarono l'animo, ed ebbero armi per durare. Tornò due altre

volte; la prima fu respinto dalla tempesta a Napoli, e i capitani

olandesi congiuravano a darlo vivo o morto in mano ai Genovesi e

forse ci riuscivano; ma egli che stava su le intese, riparò in casa

di un principe napoletano, il quale lo fece scortare a Gaeta, e quivi

custodire in prigione; donde andò a Terracina, e quinci di nuovo in

Corsica. L'ultima volta venne sopra una nave svedese; mentre stava

sorto su le àncore travagliato in cuore per non avere visto accorrere

i Côrsi a fargli festa, si addormenta, e sogna essere arso vivo;

destosi va in compagnia di tre suoi famigli nella stanza del capitano

Wichmanhausen, e lo trova inteso ad apparecchiare una mina, che

sottoposta alla sua camera doveva buttarlo all'aria. Teodoro, ch'era

uomo di modi spicci, ordinò lo impiccassero all'antenna della nave;

poi si allontanava senza che più si facesse vedere, sia che la fredda

accoglienza dei Côrsi gli levasse il coraggio, sia che conoscesse

non poterla durare contro i nuovi ausiliarii della repubblica, o

si chiarisse a prova come stesse a cuore ad ogni maniera di gente

guadagnare la taglia delle 2000 genovine che la repubblica aveva messo

sopra il suo capo: egli è vero che egli aveva fatto il medesimo su

quello del Doge, ma nessuno gli dava retta, perchè sapevano che le

genovine della repubblica ci erano, e belle e contate, le sue nessuna

zecca le aveva battute fin lì.

Ai Genovesi disperditori un giorno della potenza pisana, ai Genovesi,

che mirano a un pelo la rovina della veneta, temuti padroni dei mari

fino a Caffa e a Trebisonda, ora rimangono le mani per limosinare

una spada straniera che li difenda, o per trattare lo stiletto; in

prima trovarono Grigioni e Svizzeri; dei primi ne vennero dodici

compagnie, dei secondi tre reggimenti, e fu per morire; tornarono

anco più tardi, e fatti prigioni, la repubblica negò barattarli con

altrettanti Côrsi; noi allora li liberammo senza compenso, a patto che

le tre leghe non mandassero gente ai danni nostri; questo promisero, e

questo mantengono; e noi ci loderemo degli stranieri quante volte non

si mescolino nelle nostre faccende in bene nè in male. — Partiti gli

Svizzeri, i Genovesi ricorrono alla Francia, e le chiedono gente per

due milioni: poco cacio fresco, poco san Francesco; gli fecero capaci

che più di tremila soldati non c'incastravano ed anco per breve tempo.

Genova rispose, per ora basterebbero.

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 10 / 50 段