davanti a questa i Francesi cagliano, l'umiltà altrui ne cresce la
superbia.
— Eh! sarà come dite, mio signor frate; ma dacchè sembra, che anche per
tutt'oggi noi dobbiamo restarci sul mare, non vi parrebbe opportuno di
finire il racconto delle fortune côrse? Assicuratevi, ch'io ne ricavo
diletto pari alla istruzione.
E fu colpo maestro del signor Giacomo, e quasi un grattare la
pancia alla cicala: imperciocchè il frate, premuroso di provare
come i Côrsi, nelle frequenti loro ribellioni e vendette, avessero
fatto opere da meritarsi il paradiso, rispose: — Sicuramente che io
ve la vo' finire la mia storia; e vera, sapete, non come l'hanno
raccontata tanti bricconi di Genovesi, che il diavolo confonda:
però mi bisognerà toccare i sommi capi, e su i casi minori scorrere
di volo, chè altrimenti la sarebbe faccenda lunga. Voi lo sapete,
gl'invasori rassomigliano un po' noi altri frati: quando chiudiamo
la sepoltura diciamo: chi sta dentro se n'è andato in pace: però noi
caliamo nella tomba i morti, mentre gl'invasori presumono metterci
i vivi. Così i Genovesi a noi. Levateci le penne maestre, invece di
blandire l'angoscia della indipendenza perduta, essi presero a bucare
gli statuti pattuiti peggio dei vagli; con la forza talora tappavano
i pertugi, ma ogni dì si tornava da capo; la fame fu reputata arte di
regno, e così la ignoranza, e così lo sperpero delle famiglie. Voi vi
avete a figurare che a tale intento moltiplicarono fino a sessantasette
i conventi dei frati, mentre di monache ne concessero a pena uno...
— Io non comprendo, disse l'Inglese, a cui il frate si affrettò
rispondere:
— La è chiara come l'acqua, perchè le donne stando a casa si maritano
e stremano le famiglie per via delle doti, e gli uomini, rendendosi
frati, in virtù del voto di castità non danno opera allo incremento
della popolazione.
— Il signor Giacomo guardò il frate sottecchi, per conoscere se e'
burlasse o dicesse da vero, ma visto che il frate non aveva muscolo che
non fosse di buona fede, data una giravolta alla scatola riprese:
— Bene! ora capisco.
— Ogni giorno una ferita: ora esclusero i Côrsi dalle dignità
ecclesiastiche tutte, perfino dai benefizii semplici, ora dagli
officii civili di luogotenenti, cancellieri, capitani di presidio,
sindacatori, castellani, notari, massari, munizioniere, esattore; e via
via rinfrescandosi i divieti negarono loro gli ufficii di giusdicente,
capitano, alfiere, sergente, caporale, ed anco di soldato nei presidii.
Rispetto a ladri io ben vi voglio dire altro che questo: certo
patrizio genovese, parente di un governatore, reduce della Corsica, gli
domandò: le montagne ce le hai lasciate? Ed un altro, quando sentiva
sonare a morto, innanzi di recitare il _de profundis_, domandava:
tenne ufficio in Corsica il defunto? — se gli rispondevano: lo tenne;
egli ripigliava: allora è fiato buttato; dallo inferno nessuno lo
può cavare. Signor Inglese, ponete mente, non siamo noi Côrsi che
giudichiamo, bensì sono questi giudizii di Genovesi su Genovesi.
— Bene, bene, ma gli raccontate voi altri, mormorò il Boswell fra i
denti.
— Però non vi date mica ad intendere che le apparenze offendessero
la onestà, anzi il decoro: la tirannia appena nata si agguantò alle
gonnelle della ipocrisia, come i putti costumano a quelle della
balia per non cascare. Tutti gli oppressori, o vuoi domestici o vuoi
forestieri, hanno imparato da Caco a tirarsi dietro i peccati mortali
per la coda, affinchè la gente vedendo le orme impresse in terra alla
rovescia, li creda usciti, mentre all'opposto sono entrati in casa al
tiranno; ma le sono arti che non salvarono nessuno dalle mazzate di
Ercole. Di vero non si poterono lungo tempo nascondere le discordie da
loro aizzate, gli omicidi promossi come la più grossa delle entrate.
Un degno ecclesiastico, il padre Cancellotti della compagnia di Gesù,
computa che, durante 30 anni di dominio genovese, la Corsica annoverò
28,000 morti di omicidio, e non furono tutti; e questo perchè? Perchè
giudicando il Governatore ad arbitrio o come dicevano _ex informata
conscientia_, vendeva le condanne, poi le grazie o salvocondotti di
venire liberamente in paese, detti di _tutto accesso_, donde le ire
riardevano, e quindi morti, ed incendii, e assassinii, desiderata messe
di guadagno pei magistrati egregi. Genova faceva pagare un occhio
per la patente del porto di arme, e ne vendeva settemila all'anno.
Supplicata, vieta le armi, e per ricatto del provento delle patenti,
impone due lire per fuoco, ma poi continua a dare le licenze per
danaro, ed ella stessa vende ai Côrsi di contrabando le armi, sicchè
quando nel 1739 il Magliaboia le levò, furono trovati ai Côrsi mille
schioppi proprio con la croce della serenissima Repubblica di Genova.
Ma sentitene un'altra: dopo averci immesso alla sordina gli schioppi,
ella _fustibus et gladiis_ mena a frugarli, e se li trova, guai! chè
fra carcere e multe tu sei rovinato. L'assassinio, come per lo innanzi,
tenuto in pregio di arte di regno: Giafferi, Venturini e Natali seppero
a proprie spese, come lo stile della cancelleria genovese stesse
a petto dello stile della romana curia, provato già da quel povero
padre di fra Paolo Sarpi. Ho sentito dire, che procedessero i nostri
oppressori libidinosamente, non meno che avaramente e crudelmente, e
ci credo, perchè tutte queste qualità si tengono compagnia; ma come a
religioso a me non addice allargarmi su questi tasti, ed anche dubito,
che presto passasse loro la voglia di toccare i ferri sul banco del
magnano: imperciocchè essendosi certa volta vantati di fare strazio
delle donne della Isola-rossa, le quali di concerto coi mariti la
difendevano, ributtati che gli ebbero dalle mura, esse sortirono
arrabbiate, e presine 400 li nudarono, e li percossero con mazzi di
ortica tanto, da parerne tanti _ecce homo_. Dopo l'assassinio non parrà
strano nè forte, se l'incendio e la desolazione si reputassero dai
Serenissimi pratiche di governo.
Così la storia nostra registra 120 villaggi arsi di un tratto,
provincie intere disertate, popoli spenti: e' pare che per ultimo si
trovassero contenti di essere salutati re del deserto. — Nè in casa
nè fuori i Genovesi seppero reggere da cristiani mai; ma quando alla
incapacità si aggiunse l'odio pauroso, o l'avara gelosia, allora,
a giudizio dei loro medesimi concittadini, vinsero quanto ricordano
d'immane le storie antiche e le moderne. Essendosi ribellata Savona
ventilarono in senato se la si dovesse smantellare delle fortezze, e
parve di sì; ma la spesa atterriva; allora sorse in piedi un senatore
di casa Doria, il quale così favellò: — Se pur volete ruinare le
mura di Savona, senza spenderci un quattrino d'intorno, io ve ne
propongo il modo: mandateci due governatori simili all'ultimo, ed è
lavoro fatto. Così durò il popolo côrso una lunga agonia, e sarebbe
morto, se fosse possibile a un popolo morire: alla fine proruppe;
molti fuori, e parecchi in casa, come l'andasse per lo appunto o
non sanno o mal sanno: io vi dirò proprio il modo in che fu fatta,
perchè mi ci trovai. Piloti pratichi delle tempeste civili a più di
un segno avrebbero presagito imminente il turbine; con parole ardenti
alla scoperta si andava tastando ora questo, ora quello spediente
che pungolasse il popolo con maggiore efficacia; s'incominciò dal
sale, che prima pattuimmo ci fosse venduto 4 lire il moggio, e poi
lo aumentarono oltre al giusto, ma non partorì l'effetto; aggiunsero
voler soppressa la tassa pel rimborso del presto stanziato alla
Corsica nel 1680 in occasione della fame: buono anche questo, ma
il popolo non si mosse. Meglio operò quest'altro: nel presidio di
Finale un soldato côrso per certe maccatelle fu messo alla panca:
i terrazzani allo strazio aggiunsero lo scherno menandogli dietro
la baiata; della quale cosa egli infellonito mise mano all'arme, e
sovvenuto da parecchi soldati suoi compatrioti, molti uccise, troppi
più ferì; furono tutti impiccati: pensate voi se i parenti dei morti,
saputa la nuova, bollissero; e la gente a soffiare in quel fuoco non
mancava; ed io con i miei religiosi ci spargemmo per le pievi come
seme di libertà componendo in pace vecchie discordie, ed avventando
le ire côrse contro la abborrita tirannide. Ora sul finire del 1729 il
luogotenente del governatore Pinelli si condusse a Corte, dove volendo
starsi a bell'agio senza un pensiero al mondo, si tolse per segretario
un prete cortinese chiamato Matteo Pieraggi, il quale gli faceva
ancora da cappellano: e fin qui non ci era male: il male fu che non gli
volendo dare un becco di quattrino per salario, lo facultò a imporre
un balzello di 8 danari a fuoco per farsi l'assegnamento; donde gli
venne il nome di prete _baiocca_, perchè appunto 8 danari formano una
baiocca, e se non è morto a questi giorni, tuttavia gli rimane. Intanto
essendo sopraggiunto il tempo di pagare la tassa dei seini, certo
paesano, chiamato Cardone, andò a Bozio per pagare a modo e a verso i
suoi due seini: dopo aver pagato i seini gli chiesero la _baiocca_, ed
egli rifiutò darla: allora l'esattore gli rese i seini, rimandandolo
con una carta d'ingiurie. Cardone che zoppo era, ranchettando per la
via, contò la cosa a quanti paesani incontrava, i quali tentennando
il capo avevano esclamato: — La vuol ir male; — e recatisi gli arnesi
in spalla, chè il giorno voltava a sera, lo accompagnarono facendogli
dietro codazzo fino alla piazza della terra. Giusta in quel punto
ci capitava io, però mi posero in mezzo raccontandomi il successo, e
domandarono consiglio.
Io risposi alla ricisa che non dovevano pagare la baiocca nè i seini;
quella perchè imposta nuova, e le imposte per antico convegno non si
potevano alterare; ad ogni modo non poterlo il luogotenente: questi
perchè compenso del provento pel porto di arme, che avevano promesso
proibire, ed all'opposto avevano continuato, cavandone maggior
profitto di prima. E come dissi fecero, nè solo in Bozio, bensì a
Tavagna e altrove. Il governatore Pinelli manda una squadra di sbirri
e un esattore a Tavagna per mettere capo a partito ai malcontenti. I
Tavagnini, non estimando gli sbirri gente da potersi combattere con
onore, gli accolgono senza contrasto, gli albergano e convitano; nella
notte gli legano, alla dimane gli rimandano disarmati con un carpiccio
di busse delle buone! l'esattore non ebbe a deplorare altro danno che
vedersi trasformato durante la notte il suo cavallo in asino. Cotesto
fu stoppino buttato sul pagliaio; indi a breve lo incendio si dilatò
per modo, da non temere più trombe: talune brigate corsero fino a
Capocorso dove nessuno le aspettava e s'impadronirono alla sprovvista
delle armi nelle torri: altre scesero nella Balagna, con la vista
di sorprendere le armi e le provvisioni dell'Algaiola, senonchè il
luogotenente avutone odore, valendosi dello aiuto dei paesani, potè
metterle al sicuro in Calvi. I Côrsi tanto si arrovellarono contro i
loro compatriotti per questo fatto, che di cima in fondo nabissarono
l'Algaiola. Gli Algaiolesi certo avevano pessimamente operato,
meritavano quello e peggio, ma non istava ai Genovesi punirli se la
obbedienza a loro avessero anteposto alla carità della patria; in
effetto non li punirono; all'opposto gli rimunerarono, e udite come
(però devo avvertirvi prima, che io non burlo; e da questo apprenderete
larghezza genovese che sia): con pubblico decreto il senato genovese
compartì agli Algaiolesi il privilegio di andare accattando per la
città di Genova.
— Dunque, osservò Altobello, una _baiocca_ fu l'origine di questa
guerra, che dura a un bel circa quarant'anni?
— Non è così, rispose il frate, non può il primo granello nè l'ultimo
vantarsi di dare il tratto alla bilancia; ci hanno del pari merito
tutti; quello, che la fa traboccare, somministra nome, non cause al
tracollo.
— E se, con voce solenne aggiunse il Boswell, i popoli oppressi
si movono per cagione vile, non s'incolpino essi, bensì coloro che
gl'imbestiarono. — La più parte dei tumulti popolari nascono dalla
fame, e sta bene; il tiranno, rapito al popolo il pensiero dell'uomo,
bisogna pure che gli lasci l'istinto della bestia: moltiplice, non
contentabile mai, divino il pensiero; unico l'istinto: però quanto
procurano i tiranni sopprimere quello, altrettanto mettono studio a
soddisfare questo; e tuttavolta neppure a questo possono provvedere
le arti schiave, imperciocchè le industrie, o vogli agricole o vogli
commerciali, desiderano ingegno educato, e la educazione non esce
fuori se la mano della libertà non la semina, e la libertà non semina
mai un seme solo, nè forse lo può; donde avviene, che da qualunque
parte tu pigli le mosse, uscirai perpetuamente alla conseguenza che se
qualche uomo è fatto per la tirannide, gli uomini non sono fatti per la
servitù.
— O caro, sclamò frate Bernardino levando le mani al cielo, voi parlate
come un quinto evangelista; e voialtri, figliuoli, sappiate che se
metterete questi precetti alla coda di quelli del decalogo, voi non
farete altro che bene.
Ma andiamo innanzi: tanta accendeva a quei giorni la smania di
possedere armi i petti dei Côrsi onde adoperarle in pro' della patria,
che parecchi di loro venderono i bovi per comprare uno schioppo. Circa
300 armati trassero alla Bastia, e presa di un tratto Terravecchia,
fanno le viste di assaltare Terranuova. La storia non rammenta tutti
i nomi di quelli, che su le prime mosse capitanarono il popolo, e dei
pochi che ricorda dice appena il nome e la fine; miserabile fra tutti
quella di Fabio da Loreto o Fillingheri, il quale, caduto in podestà
dei Genovesi, ebbe mozzo il capo, poi fu squartato; Angiolo Taddei,
richiesto di parlamento dal comandante genovese di Monserrato, con
quattro compagni a tradimento rimane ammazzato; di Emmanuele Ciatra
non so darvi ragguaglio, ma già la è cosa vecchia, chi inforna la
rivoluzione non la mangia; e il popolano non si appaga di rumore di
fama; tanto le lodi sono foglie, qual prima qual poi, cascano tutte;
ma quando il verno ha spogliato l'albero, rimangono il fusto e i rami
per riprodurle da capo, il popolo dura erede di ogni gloria dei suoi
padri e dei suoi figliuoli, se la intende con Dio, e da lui spera
misericordia e conforto nel giorno che quieterà nel suo seno come
il Golo, dopo il rotto cammino, riposa nelle acque del Mediterraneo.
Poco chiedevano i Côrsi, e da quello che domandavano voi piglierete
argomento della giustizia della domanda: essi volevano il sale si
pagasse un seino a bacino; si concedesse facoltà a tutti di portare
arme, poichè nonostante la tassa dei 2 seini, a tutti non si negava, e
la parzialità noceva più dell'uso universale, la tassa a soldi 20 per
fuoco, com'era in antico, si restituisse; gli ufficii almanco in parte
ai Côrsi si conferissero; i fuorusciti si richiamassero; il carico
della vitella si sopprimesse.
— E che è di grazia questo carico della vitella? — interrogò il Boswell.
— Abbiate pazienza voi altri, ch'egli è forestiere e non ha obbligo di
sapere le cose nostre come noi; in due parole mi sbrigo. In capo ad
ogni due anni la repubblica scambiava il governatore in Corsica, il
quale ci si trasferiva con la famiglia; ora le zitelle delle nostre
comuni presero il costume d'ingrassare una vitella e donarla alla
nuova governatrice per tenersela bene edificata: certa volta essendo
accaduto che ci venisse un governatore scapolo, le zitelle giudicarono
potersi astenere da presentare la vitella, tanto più che ella era
pretta elargizione: ma il governatore che, se non aveva condotto
la moglie, ci aveva portato l'avarizia, mutò con violenza il dono
della vitella in balzello di pecunia, costringendo tutte le comuni
a pagare ad ogni nuovo governatore 17 lire di buona moneta; e poichè
questo iniquissimo aggravio non vergognarono i Genovesi di mantenere,
i Côrsi, per ricordarne sempre la origine, continuarono a chiamare
il peso della vitella. — In questo sollevamento non fu penuria per
parte del governatore Pinelli delle solite tagliole ricoperte con le
frasche delle scuse, delle promesse e delle ciurmerie, nè difettarono
i benestanti, cui i garbugli danno la febbre, d'interporsi sminuzzando
i bocconi al lupo ammalato; e molto meno la castroneria nel popolo di
rimettersi a patti col padrone impaurito: certo, povero popolo! i suoi
svarioni pagò, secondo il solito, in moneta di sangue; ma non importa;
mentre i tiranni si rallegrano nella fede di avergli tagliato il capo,
si accorgono che non gli hanno scorciato altro che le ugna, le quali
col tempo crescono due cotanti più rasoi di prima.
Però non vi era tempo da perdere, e bisognava dare base a questa
faccenda, chè il tumulto va a catafascio come Dio vuole, ma per
la guerra ordinata è un altro paio di maniche. Nel decembre del
1730 giusto l'antivigilia di pasqua di Ceppo, i Côrsi convenuti
nella pianura di san Pancrazio si accordarono facilmente sopra i
partiti da praticarsi; solo non sapevano dove darsi di capo per la
scelta di un generale, quando di un tratto vedono passare, montato
sur un mulo, il signor Andrea Ciccaldi, uomo nobile e facoltoso di
Vescovato: lo fermano e lo eleggono capitano: egli bada a ringraziare,
e dichiarandosi indegno dell'onore lo rifiuta: gli rispondono,
accetti, altrimenti come a nemico torranno la vita e ne diserteranno
i poteri. Se però il signore Andrea prese a contragenio il comando,
non lo esercitò con minor fede o prodezza; e quando in appresso io
gli rinfacciai cotesto suo schermirsi, egli mi rispose sorridendo: —
Che volete, padre Bernardino? anche Gesù Cristo parve aver caro gli
fosse rimosso il calice della passione dai labbri; in effetto codesto
comando fu, per quel signore, calice di passione, e quanto amaro! Oltre
le fatiche, le cure e i pericoli manifesti, appene potè sfuggire le
insidie, massime quando Camillo Doria (i generali genovesi trattavano
meglio il veleno della spada) tentò farlo avvelenare da Petruccio di
Orezza; e i beni si vide arsi, le case disfatte; parecchi dei suoi
morti, ed egli finalmente ebbe a esulare in Ispagna; dove, a vero
dire, si trovò accolto a braccia aperte e promosso a colonnello di
fanteria, ma ad ogni modo quel dovere vivere fuori di casa è una gran
pena al cuore; adesso che i suoi occhi avrebbero potuto deliziarsi
nello aspetto della patria risorta, glieli ha chiusi la morte. Dio
esalti la sua anima secondo i meriti. — Il signore Andrea, col consenso
dell'assemblea, si aggiunse nel comando Luigi Giafferi di qua dai
monti, e di là Luca d'Ornano e Domenico Raffaelli preti: il pievano
Aitelli, uomo capace di governare un regno, fu eletto a segretario,
anzi si deve a lui la scelta dei compagni che fece il signore Andrea,
la quale non poteva cascare in persone più acconcie al fine di
raccogliere in mazzo tutti gli umori della isola, imperciocchè egli
rappresentasse l'ordine dei nobili, il Giafferi i popolani, Luca la
memoria di Sampiero primo vendicatore della libertà côrsa, il prete
Raffaelli, gli ecclesiastici svisceratissimi dell'indipendenza della
patria. Questo, a mio parere, fu ottimo partito e da seguitarsi da
quanti s'affaticano nelle civili rivolture, imperocchè importi nei
casi di momento impegnare tutti i cittadini a sostenerli coll'arco
del dosso, e la esclusione partorisce superbia da una parte ed odio
dall'altra; dove poi occorrono umori dei quali tu a verun patto ti
possa servire, allora dà un'occhiata alla punta della tua spada,
un'altra al cielo, e dopo decidi quello che tu ne abbia a fare. — I
generali, assembrata la consulta in Corte, questa, non contrastando
alcuno, bandì la libertà côrsa e la decadenza della Repubblica genovese
dalla sovranità della isola: poco dopo diciotto teologhi convenuti nel
monastero di Orezza, disputata sottilmente la materia, dichiararono
giusta la guerra contro Genova, come quella che se mai aveva avuto
diritto a reggere l'isola, la trascinava tiranna: questa sentenza
confermò più tardi con nobilissimo scritto monsignor Natali, vescovo di
Tivoli, nato in Oletta, il quale, da quel valentuomo ch'egli era, prese
a chiarire tirannia che fosse, e potersi, anzi doversi, combattere il
tiranno. I Genovesi commisero a certo azzeccagarbugli di rispondergli,
ed egli lo fece con uno scritto sciatto, intitolato _Anticurzio_; ma
non lo trovando concludente, incombenzarono un sicario a confutarlo
meglio; questi vi adoperò uno stilletto a tre tagli, e ne ferì nel
ventre monsignor Natali, che si condusse a fine di vita, la quale però
gli fu salva per l'intercessione della Immacolata, e mercè le cure del
suo compatriota Saliceti, archiatro di sua santità Pio VI.
E poichè nella ingenerosa mercatanzia si apprende a truffare forse,
ma si disimpara a reggere e a vincere i popoli, i Genovesi, sfidati
di venire a capo della ribellione côrsa, si volsero per aiuto allo
imperatore Carlo VI: qual coltello tal guaina: il tedesco di Austria,
povero e avaro, in bottega o nella reggia, traffica sempre; sennonchè
nella reggia, vende sangue; di fatti Carlo VI si chiamò pronto ad
accomodare la Repubblica di dieci e più mila Tedeschi se le garbasse,
a patto, che vivi gli mantenesse e morti glieli pagasse; la Repubblica
spilorcia rispose per ora gliene basterebbero 3000, e tanti ebbe dal
conte Daun, governatore di Milano, condotti dal barone di Schemettau,
ma poi parvero pochi, e ne chiesero altri duemila. A prima giunta
questo gentame ci fece del male assai, ed io lo so, perchè sortito,
quando ce l'aspettavamo meno, da Bastia, ruppe i nostri, ed io ci
cascai prigioniero: taccio gli strazi che patii; qui fu che esposto
alla berlina non dubitai confermare sotto il patibolo, in profitto
della libertà, la testimonianza che aveva palesata in Orezza; però
dissi con gran voce queste parole: «La guerra che fanno i Côrsi è
giustissima; io fui primo a chiarirla tale nella consulta di Orezza:
e per dimostrarvi come per la patria e per la libertà io voglia patire
tutto, ripeto qui la medesima cosa, intendo dire, ch'è giustissima la
guerra impresa dai Côrsi contro Genova.» Ma come fossi quinci remosso
a vergogna, trasferito a Genova, condannato a morte e salvato, non
importa raccontare; bensì giova che voi sappiate, come i Tedeschi
movessero contro la torre di san Pellegrino, e l'ebbero per tradimento;
ma i nostri ce li chiusero dentro, per modo che non potendo cavare il
vivere tranne dalla parte di mare, e questo indiavolato non permettendo
gli approdi, furono costretti di venire a mercede. Il generale Giafferi
aborrì di mettere a morte i supplichevoli, concedendo loro abilità di
tornare a Bastia, e tregua di due mesi: sperò il generale che i modi
onesti fruttassero qualche via di accordo ragionevole, e s'ingannò,
perchè spirata la tregua i Genovesi bandirono la taglia di cento lire
per testa di Côrso, e gli usseri, ubbriacati dalla cupidità del premio,
ne portarono parecchie in Ajaccio e l'esposero, com'essi dissero, in
_esemplare corona su i merli della città_. Avrebbero potuto in vendetta
i Côrsi vendere i prigioni genovesi ad Aronne giudeo, che ne profferiva
80 mila piastre, ma non lo vollero fare, chè carne battezzata, quando
è nemica, si ammazza, non si vende; e indi a breve una grossa mano
di Tedeschi, condotta dal colonnello Vius e da Camillo Doria, uscita
da Calvi, assalta Calenzano: erano 500, e prima di sera l'imperatore
potè spedirne la fattura alla Repubblica in 50 mila fiorini, perchè
erano tutti morti, e a 100 fiorini per testa sommano a tanto. Noi gli
seppellimmo in luogo a parte, ed ogni anno celebriamo una messa per
l'anima loro, ed aspergiamo le fosse con l'acqua santa: ah! signore
Inglese, voi non siete prete e non potete sentire la dolcezza tutta
divina di pregare pace pei nemici sepolti nella nostra terra.... e con
le nostre mani.