noi non possiamo... noi non dobbiamo ricevere palle a bordo. Innanzi
ch'essi ci chiamino alla obbedienza, io faccio conto di andare ad
incontrarli. Memè, buttate in mare il caicco; voi, signore Inglese,
vorrete usarmi la cortesia di accompagnarmi; mi pare che siate munito
di passaporto per Bastia, firmato dal console francese di Livorno.
— Così è, rispose il Boswell, ed anco porto meco lettere commendatizie
per parecchi gentiluomini francesi.
— Tanto meglio; voi lascerete parlare a me; solo approverete, quanto
starò per dire.
— Bene, non ci è da fare di meglio: tuttavolta chiedo licenza
ammonirvi, che se le cose le quali voi siete per esporre, fossero
troppo lontane dal vero, io non saprei in coscienza approvarle.
— Confesso che questo intoppo m'imbroglia la matassa: ma andate franco:
io procurerò che le cose intorno alle quali attesterete, le sieno vere:
quanto al rimanente non ci porgete attenzione; figuratevi, che non
sieno fatto vostro.
— E badate, aggiungeva frate Bernardino, che le bugiarderie fra noi
altri cattolici si pagano sette anni di purgatorio l'una; onde voi
vedete il bel guadagno che fareste a confessarvi cattolico; e non
finisce qui, chè per le bugiarderie che vi accadesse profferire adesso,
come dirette a fine di bene, voi potreste contare sopra il ribasso
almanco di un cinquanta per cento.
E il signor Giacomo sorridendo rispose:
— Un bel ribasso in verità, maggiore di quello che costumano le
fabbriche di Birmingham; ma è meglio non mentire.
— Memè, continuava il capitano Angiolo favellando al pilota, il quale
aveva fatto gettare il caicco nell'acqua; intanto che noi andiamo a
bordo al francese, voi senza parere fatto vostro vi scosterete bel
bello uscendo dal tiro del cannone: allora, se vi riesce, mettetevi
alla cappa; se fra due ore, o meno, vedrete tornare il caicco con
bandiera a prua, aspettateci; se non vedete nulla, approfittatevi del
campo preso e salvatevi all'Elba.
Giocante Canale, che senza dir verbo, mentre questi casi avvenivano,
aveva tratto fuori le armi ed osservato se la polvere stava bene nello
scodellino, udite le parole ultime del capitano, le rimise da parte
borbottando:
— Qui i soldati fanno da cappuccini, i cappuccini da soldati: ma
tradimento non ci è.
Altobello, che pure lo intese, non sapendo che cosa pensarne, si
strinse nelle spalle: quanto al signor Giacomo, che aveva assunto per
regola di condotta la impresa dell'Accademia del Cimento _provando e
riprovando_, disse fra sè: — Tiriamo innanzi, chè chi volge il dorso
non fugge sempre; — e poi a voce alta riprese: — Eccomi pronto a
seguitarvi.
Il capitano, come uomo che si sottragga dalla tentazione, corso alla
banda del bastimento e agguantata la corda scivolò giù per essa di
tonfo nel caicco: dove assicuratosi bene in piedi si affrettò a porgere
aiuto al signor Giacomo, mal destro a pericolarsi su quei rompicolli
di scale, massime in mezzo al mareggiare dei marosi: ma il signor
Giacomo, sebbene quattro volte e sei gli sprazzi lo infradiciassero
fino alla camicia, e sebbene altrettante stesse a un pelo di dare il
tuffo nell'acqua, nè con atto nè con detto disonestò la pacata gravità
del suo portamento; per lo contrario, seduto appena sul banco, trasse
fuori la scatola che, prima di lasciare la galera, aveva avuto cura di
riempire, e prese, con la consueta pace, la sua presa di tabacco.
Il capitano Angiolo drizzò il timone del caicco verso lo sciabecco più
vicino, e dopo molto menare di remi pervenne alla banda di quello.
I Francesi avevano calato giù a posta loro scala e funi; e così
persuadendoli la indole loro certamente servizievole, non furono scarsi
di aiuto per tirare su il capitano Angiolo e il signor Giacomo Boswell:
i quali, senza mettere tempo fra mezzo, furono intromessi al capitano
dello sciabecco, che gli accolse vestito in gala, e appena vistili
sciorinò questa diceria:
— Noi vi salutiamo, signori, come amici di S. M. cristianissima,
imperciocchè senza aspettare altramente la cannonata, che vi chiamasse
alla obbedienza, siete venuti a renderci conto dello essere vostro e
della causa che vi conduce per questi mari.
— Eccellenza, rispose il capitano Angiolo, ossequiandolo coll'abbassare
la berretta fino alle ginocchia, atto così turpe di brutta servilità,
che il signor Giacomo sentì venirsi la nausea al cuore. Lo stesso
Francese, cui pure piaceva lo incenso, sentendosi arrivare da una
fumata un po' troppo ardita, rispose:
— Questo titolo in Francia spetta agli ammiragli; basterà che ci diate
dell'illustrissimo.
— Illustrissimo, dunque, perdonate all'ignoranza, — senza scomporsi
continuò il Côrso sempre in accento carezzevole, — il mio nome vi sarà
senza dubbio ignoto, ma per vostra regola io vi chiarisco chiamarmi
Francesco Maria Semidei, comandante da parecchio tempo cotesta
vecchia carcassa, di cui è armatore un tale Salvatore Padovano côrso,
domiciliato a Livorno. Ora importa che sappiate com'egli avendomi fino
a questi ultimi tempi spedito in Sicilia, in Provenza e in Barberia, le
faccende succedessero di bene in meglio. Tutto a un tratto mi carica di
grano, e di non so quali zacchere, e mi dice: — Capitano, piglierete
le spedizioni per Corsica. — Va bene, rispondo io; andrò a mettermi
in regola col console di Francia. — Che Francia, e che non Francia,
prese a urlare il vecchio matto, io vi spedisco al generale Paoli,
e voi avete a procurare, girato il Capo Côrso, di surgere all'isola
Rossa, donde darete avviso al generale, che vi manderà l'ordine circa
a mettere in terra il carico. Allora, udendo con giusta indignazione
che si trattava di venire in aiuto di briganti, risposi: — Armatore,
mi maraviglio di voi, che essendomivi mostrato fin qui uomo religioso
e dabbene, mi spingiate a commettere cose contrarie ai comandamenti di
Dio, i quali c'insegnano ad obbedire ai principi, che governano per
volere divino, senza darci briga di indagare dond'essi vengano; e se
nel caso lo volessimo cercare, avendoci S. M. cristanissima comprato, è
chiaro, che non potrebbe avere conseguito titolo migliore di disporre
di noi anime e corpi: tuttavolta, mi parve dovere di aggiungere,
tuttavolta messo da parte questo, degnandosi un re potentissimo, qual
è quello di Francia, aprirci le braccia e accettarci per sudditi e
servitori, o dove avete messo il cervello a rendergli morsi per baci? E
poi, che prosunzione è questa di stare a tu per tu col Cristianissimo?
Oh! non corrono più i tempi nei quali David ammazzava Goliat con una
sassata; e avvertite ancora, che ciò non accadde senza miracolo di Dio,
essendo Goliat filisteo. Ora se aspettate che Dio operi miracoli in
danno del suo prediletto il re di Francia, starete fresco. Per ultimo,
ma vi par egli giudizio, che mentre tante armate formidabili vanno di
su e di giù pei nostri mari, possa vivere un pezzo questa capretta di
Corsica, lasciata lì appesa ad uno scoglio senza che veruno la difenda?
Sapete che ci è di nuovo, signor armatore? Voi dovreste ringraziare
Gesù a mani giunte, come faccio io, di averci sortito al bene di
servire il re Luigi. Di qual popolo più degno del francese potevamo noi
desiderare riuscire vassalli? Di qual principe più magnanimo di Luigi
XV diventare servitori? Luigi chiamato dai suoi fedelissimi sudditi la
delizia del mondo.
— Veramente, interruppe il capitano francese con rara ingenuità, il suo
giusto titolo è _bene amato_.
— Voi avete ragione: perdonate alla ignoranza; Luigi il bene amato. Ora
per finire, illustrissimo, dirò che l'armatore finse pigliare le mie
considerazioni in buona parte, e rispose: Ci penseremo. Fortuna volle,
che un buon religioso mi avvertisse in segreto, l'armatore meditare il
tiro di levarmi di punto in bianco il comando del bastimento. Allora
dissi fra me: Che faccio? Permetterò io che questo legno, il quale
dovrebbe glorificarsi con la bandiera dei gigli d'oro, si veda scorrere
i mari sotto la brutta insegna della testa di moro? Può egli un buon
cristiano in coscienza sostenere questa infamia, mentre sta in lui
impedirla? Non lo può, e non lo deve: questa mezza galera prima di
disfarsi abbia la grazia di aiutare quanto può la signoria del suo re
in Corsica... ma, illustrissimo, era più onorato pigliare, che agevole
compire il partito preso; da un lato mi bisognava fare presto e bene,
dall'altro salvarmi dalle spie, che mi codiavano. Andare in consolato
di Francia per ottenere la patente era un guastarsi l'uovo in bocca,
indugiarsi era perdersi: insomma, io dissi: Che fai? Che pensi? A
restare, il danno è certo; a partire, ti possono accadere tre casi, o
traversare il mare senza imbattere in cosa molesta, o venire trattenuto
da qualche nave francese e lasciato ire, ovvero essere accompagnato
fino alla Bastia: certo questo ultimo sarebbe un grossissimo smacco;
certo ciò non meriterebbe la tua fede pel re di Francia, nè il tuo
trasporto per l'illustrissima nazione francese: ma che importano
le apparenze a patto che si salvi l'onore, il quale consiste nello
impedire qualunque ostilità contro il benigno sovrano, che vuole
deliziare del suo governo la Corsica? Ed essendo venuto in cognizione
come questo gentiluomo inglese intendesse passare in Corsica, dove si
ripromette essere accolto lietamente, a cagione del merito guadagnatosi
or ora dalla Inghilterra presso la Francia, per avere vietato ai
suoi sudditi, sotto asprissime pene, di aiutare i ribelli côrsi, lo
presi a bordo; molto più che, provvisto di passaporto francese e di
commendatizie pei principali del governo, avrebbe in ogni caso ottenuto
fede nella testimonianza di tutte quelle cose del mio racconto...
E qui gittò di scancio una occhiata sul Boswell, e vide come questi
arrossisse, e imprimesse col dito una furiosa giravolta alla scatola:
però da quel solenne pilota ch'egli era, con una stretta maestra di
timone scansando lo scoglio aggiunse: — che riguardano la sua persona.
Alla coscienza degli Inglesi basta non dire il falso: quanto al vero è
un altro paro di maniche: chiunque non sa, o non può pescarlo dentro
le loro parole, suo danno: onesti fino alle porte dell'inferno, non
già fino a quelle del paradiso: e pei mercanti è anche troppo; onde
il signor Giacomo credè potere affermare senza rimorso: Per quanto mi
spetta, io faccio fede del vero. E subito dopo, non aspettando invito,
si cavò di tasca il portafoglio, e lo porse al capitano francese,
il quale, composti i labbri al sorriso, tuttochè protestasse che non
faceva caso, lo prese, lo aperse ed esaminò diligentemente le carte
dentro al medesimo racchiuse. Il passaporto egli trovò in perfetta
regola, delle lettere una andava al marchese di Graind-maison, un'altra
al conte Narbonne Pelet di Fritzlar, eravene una pel conte Gabrielle
Riquetti di Mirabeau, quel desso di cui la vita assai si rassomigliò
alle processioni, le quali, dopo aver vagato un pezzo per poche strade
buone e per moltissime cattive, rientrano sempre colà donde uscirono:
conte nacque, e conte morì. Ma la lettera che, sopra tutte le altre,
percosse il capitano, fu quella diretta a sua eccellenza Luigi Carlo
Renato conte di Marbeuf, gentiluomo di camera del fu re di Polonia,
duca di Lorena e di Bar, luogotenente del re nei quattro vescovati
dell'alta Bretagna, commendatore, eccetera, tenente generale delle
milizie regie in Corsica, eccetera, eccetera: questa, trovandola
senza suggello, spiegò e lesse. Le lodi che in essa si facevano al
signor Giacomo, comechè peccassero di esagerazione e non poco, bisogna
dire però che nella massima parte egli meritava. Eravi ricordata
la sua qualità di membro del parlamento inglese: nè vi si taceva il
grandissimo conto in cui lo tenevano i medesimi ministri della Corona.
Poichè il capitano l'ebbe scorsa fino alla firma, che trovò nientemeno
essere quella del segretario del duca di Choiseul, si affrettò a
restituirla ripetendo più ossequioso che mai: — Mio signore, vi aveva
pur detto che non faceva caso, e mi sono piegato a leggerla proprio per
farvi piacere. Capitano Semidei, quanto avete operato in servizio di
sua maestà nostro padrone e signore vi manifesta perfetto galantuomo:
in Francia si ammira lo zelo e si premia: signor Boswell, sono
desolato, che con questo mare sottosopra non potrò farvi l'accoglienza
che meritate, ma imperversino mare e vento quanto sanno e vogliono,
non sia mai detto, che essendosi incontrate tante brave persone, non
abbiano bevuto un tratto alla salute del re.
— Bene; con tutto il cuore, rispose il Boswell stringendo la mano al
capitano e scotendogliela alla dirotta. Intanto che aspettavano il
vino, il capitano Angiolo, cui premeva avere carte in tavola, uscì con
queste parole:
— Illustrissimo, dell'ottima mente che vi degnaste mostrare verso di
me, vi rendo grazie quanto posso maggiori: spero e desidero, che come
questa fu la prima volta che c'incontriamo, così non sia l'ultima.
Ora vi pregherei a mettere il colmo alla vostra cortesia veramente di
gentiluomo francese concedendomi due cose: di cui la prima è il presto
di una bandiera di sua maestà cristianissima, affinchè la mia galera
possa con quella fare il suo onorato ingresso nel porto di Bastia;
l'altra un certificato, che renda testimonianza delle mie dichiarazioni
e della obbedienza prestatavi prima di qualunque richiamo.
— Ma ci s'intende, ci s'intende: anzi vi chiedo perdono se non vi ho
offerto prima la bandiera: capisco benissimo quanto vi angustii entrare
senza di lei in un porto francese: però voglio darvi la bandiera,
ma ad un patto, ed è che ve la teniate in dono per amor mio, circa
alla dichiarazione ci aveva già pensato: e mi corre anzi l'obbligo di
munirvene per discarico mio non meno che vostro: solo mi rincresce, che
gli sbalzi del bastimento non mi consentiranno dilungarmi quanto vorrei
io e meritate voi.
— Illustrissimo, o breve o lungo, voi non potete fare altro che bene
— rispose capitano Angiolo abbassando le palpebre per nascondere gli
occhi che gli smagliavano come quelli del gatto salvatico; poichè
volete ch'io tenga la vostra bandiera, sarà mia cura darvene un'altra.
In questa venne il mozzo coi bicchieri e col vino. Allora il capitano
francese con bella cortesia sollevando il bicchiere; invece di
propinare pel suo re, fece brindisi per sua maestà Giorgio III re
d'Inghilterra, cui il signor Giacomo prontamente replicò bevendo alla
salute di sua maestà Luigi XV re di Francia, e il capitano Angiolo,
facendo coro ad entrambi con urli da spiritato, gridava: Viva il Re,
viva il Re, vivano tutti i Re!
La marineria, comecchè non convitata a bere, pure a cotesto grido sentì
commoversi le servili viscere, e dal ponte, dalle coffe, dalla sentina
con tuono formidabile di voce rispose _viva il Re!_ Lo sciabecco
intero parve avere preso senso di umanità francese, per fare atto di
servitù. — A cotesti tempi (bisogna pur dirlo) i Francesi erano ebbri
di dispotismo peggio che di vino; e per le storie occorre, come a certa
ciurma di vascello in procinto di sprofondare nell'oceano, nulla calse
di patria, di famiglia e nè di Dio, bensì coll'urlo di _viva il Re_,
disparve nella morte. Di tal gente nacquero coloro, i quali nel passato
secolo vennero a insegnarci libertà, e in questo a ministrarci servitù,
aspetto diverso di una medesima tirannide. Qualche menno d'ingegno
vorria che queste cose non si avessero a dire: non gli date retta;
l'adulazione è delitto di lesa maestà presso i popoli grandi.
Il capitano francese non capiva dentro la pelle, abbracciava il signor
Giacomo, stringeva il capitano Angiolo fino a levargli il respiro, e
non rifiniva di gridare, come Gargantua quando uscì fuori dall'orecchio
sinistro della madre: — Da bere! da bere! — Però rammentandosi della
promessa, chiesta licenza scese nel suo camerotto, donde, scorso
spazio non lungo di tempo, tornò con la bandiera e col foglio, dove
con elogi sgangherati metteva il Franceschi col nome di Semidei
innanzi ai massimi difensori della patria antichi e moderni, perchè
tradiva la sua. Pervertimento di senso morale, di cui l'anima nostra
va contristata con esempii quanto schifosi, altrettanto spessi.
Consegnati il foglio e la bandiera, il capitano Angiolo, in grazia
del primo, venne a conoscere il nome del capitano francese, per la
quale cosa riempito il bicchiere a modo di addio propinò alla salute
dell'illustrissimo signor capitano Torpè di Rassagnac, cavaliere di san
Luigi, invitando il Boswell ad imitarlo, cosa che questi fece senza
esitazione: ma il capitano Torpè si tenne obbligato per cortesia a
rispondere al Franceschi e al Boswell separatamente. Alcuni ufficiali
del bordo, richiesti di pigliare parte alle libazioni, non ebbero
mestieri di scongiuri, onde in breve incominciarono tutti a parlare,
nessuno ad ascoltare, mareggiando per proprio conto assai più, che pel
barcollamento dello sciabecco. Il capitano Angiolo, colto il destro,
chiese in cortesia al capitano Torpè gli desse licenza, imperciocchè,
quantunque il vento calasse di minuto in minuto, pure restando il mare
gonfio, e dovendo egli bordeggiare per accostarsi alla spiaggia, gli
pareva non aver tempo da perdere se disegnava entrare in porto prima
di notte e così farsi onore con la sua bandiera. Il capitano Torpè,
abbastanza pratico del mare, per conoscere ch'egli aveva ragione,
gli dette commiato, non però prima di essersi reiterate fra loro le
proteste di stima scambievole, e le promesse di rinnovare l'amicizia in
Marsiglia o in Bastia.
Il capitano Angiolo scese nel caicco, considerato il mare e il vento,
che lo spingeva al suo cammino in filo di ruota, lasciò il timone
in mano del marinaro: egli assettavasi di contro al signor Giacomo,
fischiando. Ma il signor Giacomo, uso ad almanaccare sopra gli uomini
e i casi che si passavano tra le mani, battuto coll'indice un colpo
sul coperchio della scatola, interrogava sè stesso: — Questo côrso
è galantuomo? — e dopo lieve intervallo data un'altra percossa alla
tabacchiera, domandò: — Questo côrso non è galantuomo? — È galantuomo:
e allora o perchè non si è industriato di accostarsi ad uno dei due
sciabecchi, e giratogli da poppa col vantaggio dei remi spezzarlo con
una scarica diagonale, che gli avrebbe dato in un attimo la vittoria,
e poi subito serrarsi alla vita dell'altro? Ma posto eziandio ch'egli
dubitasse di potere ridurre felicemente a termine questo partito,
a che pro la spontanea obbedienza? O non poteva egli, sforzando le
vele e i remi senza avvilirsi con tante invenie rifugiarsi all'Elba
o a Livorno? O di che cosa temeva? Con questo rullo di flutti male si
possono assestare i tiri, e se il diavolo, ficcandoci la coda, avesse
voluto che il Francese lo cogliesse di una palla, non sarebbe poi stato
il finimondo, massime adoperandovi i remi. — Non è galantuomo, ma in
questo caso come si spiega l'ordine dato al pilota di levarsi bel bello
dal tiro, e di riparare all'Elba, se non ci avesse veduto di ritorno
fra due ore? Perchè non si è messo addirittura nelle mani del Francese?
Perchè non chiese gente dallo sciabecco per marinare la galera? Perchè
a questa ora non ci troviamo tutti prigioni? — Per altra parte, chi lo
capisce è bravo, se col Francese egli parlò in celia, io ne disgrado il
Garrik a fingere meglio di lui. Ho letto nella relazione di Gerardo,
visconte di Argentina, fatta a Federico imperatore, ch'egli giudicava
i Côrsi tutti curiali: altro che curiali! Se rassomigliano a questo,
ognuno di loro può vantarsi di tenere il bacile a quattro avvocati ad
un tratto. — E in mezzo a cosiffatte ambagi l'animo suo tentennava
sospeso, se non che adesso gli venne fatto di fissare gli occhi in
viso al capitano Angiolo, e lo mirò così sereno di onesta baldanza, e
direi quasi illuminato dalla interna contentezza, che la bilancia dello
esame tracollò giù di piombo a favore del capitano, per la quale cosa,
picchiando egli colla mano aperta sul coperchio della tabacchiera,
disse a voce bassa: — È galantuomo, e poi a voce alta: — E lo vedremo
tra breve.
— E che cosa vedremo noi di corto? gli domandò il capitano Angiolo,
con tali un suono ed un gesto, da far comprendere al signor Giacomo,
ch'egli non visto avesse assistito in terzo all'arcano ventilare tra
lui e la sua coscienza; ond'ei con certa paura rispose:
— Eh! vedremo il Paoli.
— Ah! voi lo vedrete, soggiunse il capitano Angiolo con un sospiro; io
no, chè il dovere mi chiama in altra parte, e chi sa per quanto tempo
e con quali fortune: però voi quando lo vedrete gli direte....
— Che cosa gli dirò?
— Quello, che avrete veduto, aggiunse il capitano come pentito di
essersi lasciato troppo ire: nè al signor Giacomo, per quanto vi
s'industriasse con varii trovati, riuscì cavargli una parola di bocca.
Arrivarono per ultimo su la galera, la quale aveva fatto quanto poteva
per rammezzare loro la strada. Saliti sul ponte, il primo oggetto che
si parasse dinanzi gli occhi del capitano Angiolo, fu Giocante, il
quale reputandolo, se non traditore, almanco codardo, non intendeva
ormai rispettarlo nè obbedirlo: all'opposto a manifestargli disprezzo
gli pareva quasi fare opera meritoria; però, in onta al divieto
rigorosissimo del capitano di accendere fuoco a bordo, egli fumava a
gloria. Il capitano Angiolo gli si accosta mansueto e quasi peritoso,
quando poi gli fu presso, agile come il gatto, gli strappa la pipa di
bocca, e glie la scaraventa lontana nel mare. Se il sangue saltasse
agli occhi di Giocante non importa dire, e concitato mosse a pigliare
le armi; senonchè il capitano afferrandolo pel braccio, gli ci ficcò
le dita con tanta violenza, che, malgrado i panni, ne portò la impronta
livida per giorni parecchi, e con voce tutta soavità gli disse:
— Signor tenente, se movete un passo, io vi mando a tenere compagnia
alla vostra pipa. — E siccome l'altro infellonito stava lì lì
per pronunziare qualche sproposito, egli pronto gli turò la bocca
aggiungendo: — Guardatevi da dire cosa che io come comandante avessi
a punire: per ora basti così; giunti a terra mi troverete disposto a
darvi la soddisfazione che saprete desiderare.
— E la vorrò di certo.
[Illustrazione: .... il padre Bernardino proruppe in un
sacramento coi fiocchi all'aspetto dell'odiata bandiera;
strinta con man rabbiosa la barba, se ne strappò due ciocche
o tre.... (_pag. 101_)]
— Sia come vi piace.
In questa taluni della ciurma o dei passeggeri si erano accostati a
loro dubitando di qualche sconcio ma il capitano, lasciato il braccio
di Giocante, continuò a dirgli piacevolmente tre o quattro parole
quasi sequela di discorso, facendo credere che il tratto della pipa
fosse stato uno scherzo. E al punto stesso volto al pilota: — Memè,
gli disse, tira su la bandiera di Francia all'albero di mezzana, poi
vedremo di salutarla con un colpo di cannone da prua.
Frate Bernardino, contemplando sventolare la bandiera di Francia su la
galera côrsa, strinse il pugno, e sollevato il braccio, glielo vibrò
contro aprendo la mano come se volesse tirargli una sassata, e con
quanto aveva di voce in gola gridò: — La maledizione di Sodoma sopra di
te....
E proseguiva, senonchè il capitano Angiolo lo interruppe dicendo:
Padre Bernardino, i Francesi non possono sentire le vostre parole, ma
possiedono ottimi cannocchiali per vedere i vostri gesti: andate sotto
coperta; io ve lo impongo.
Ma siccome dai moti di stizza del buon frate il signor Giacomo conobbe,
che il suo voto di obbedienza stava sul punto di ricevere un serio
affronto, gli bisbigliò destramente negli orecchi: — Venite che vi
racconterò tutto il successo su lo sciabecco francese. Il frate,
curioso come tutti i compatrioti suoi, non se lo fece dire due volte,
ed i compagni lo seguitarono.
Il signor Giacomo raccolse tutte le sue virtù oratorie per fare
un racconto a modo e a verso, capace di tenere ferma l'attenzione
dell'uditorio; e su questo aveva abilità da rivendere. Più difficile
gli riuscì presentare le cose in maniera, che tornassero in vantaggio
della reputazione del capitano Angiolo: tuttavolta, quantunque ci
mettesse dentro ottimo volere, ebbe a concludere che quanto alla
fedeltà del capitano gli pareva potere dormire, e con esso lui tutti i
gentiluomini a cui aveva l'onore di parlare, su due guanciali: forse
non tanto si sarebbe confidato nella sua audacia: ma permettersi
osservare che nel caso presente l'avventatezza poteva per avventura
perderli, mentre la prudenza e la sagacia gli aveva salvati....