dire della Banca di S. Giorgio. Questa compagnia è un banco che ha
leggi e governatori a parte, prestava e presta al governo, il quale gli
commise in appalto bestie, cristiani, gabelle, rendite, città, castelli
e provincie quando il governo ne aveva: San Giorgio arrolò eserciti,
allestì armate, sottomise paesi, dettò codici, istituì tribunali,
fece giustizia; insomma fu ed è Stato dentro lo Stato: non manca gente
che lo ammiri; gusti da donne gravide. Quanto a me lo giudico censura
solennissima della repubblica ligure; imperciocchè badate a me, _aut,
aut_: lo sperimentano buona cotesta amministrazione in preferenza
del governo ordinario, e allora quella si tengano, questo mandino
allo scorticatoio; o la faccenda va all'opposto, ed allora io non
capisco come un reggimento bene ordinato patisca quel calcio in gola.
Sopratutto io poi lo considero prova manifesta ed incentivo ad un punto
del disamore che i Genovesi hanno per la patria. Per lui si chiarisce
come una parte di Genovesi, messi in salvo gli averi, si dieno senza
pietà a ruinare la patria: per lui l'altra parte, sicura di non perdere
i danari, lascia nabissare ogni cosa; mentre se, sprofondata la patria,
vedessero andarle dietro le fortune private, se non per benevolenza,
almanco per avarizia i Genovesi si rimarrebbero da mal fare. Il Banco,
solito a volere i negozi spicci, conobbe che il nodo stava nello
abbattere con gli aiuti della Terra del Comune i baroni pomontani; nè
riputò disperato lo assunto, conciossiachè, quantunque costoro fossero
parecchi, pure, nel modo che gli universi fiumi della Corsica mettono
foce nel Golo e nel Tavignano, si riunivano tutti sotto le due case
della Rôcca e da Leca. Pel Banco di san Giorgio ogni partito buono, ma
sopra gli altri gli piacquero il fuoco, il tradimento, il coltello.
Antonio Calvo, governatore, fece una ghiacciata di ventiquattro
baroni ad un tratto; gli altri fuggirono via atterriti riparando a
Napoli. Beati loro se la volontà o gli anni li persuadevano a starsi
in esiglio! E' vollero perfidiare nel cimento delle armi; e su le
prime andò bene, chè Vincenzo da Leca, sorpreso Ambrogio Marabotto
in quella che stava per entrare in Cinarca, lo tagliò a pezzi con
tutti i suoi. Se non che Antonio Spinola, governatore, considerando
come a mantenere viva la nuova guerra contribuivano massimamente gli
aiuti che cotesti signori cavavano dal contado del Niolo divotissimo
a loro, trovò partito più certo essere quello di sterminarlo e così
fece: la desolazione e la morte percossero tutto il tratto di paese
che giace tra Soana e Calvi: il passeggero che attraversa quel
deserto, il quale nel suo silenzio maledice la straniera dominazione
più che non potrebbero fare cento predicatori, sente venirsi addosso
il ribrezzo della febbre. Ciò fatto, per mezzo di congiunti da bene,
fa sapere ai da Leca che, ove si disponessero venire alla obbedienza,
li perdonerebbe; chiesto di confermare la promessa con giuramento,
giura. Fidasi Vincenzo, ma non si fida Giocante, che la scàpola,
conservandosi a tempo men reo. Lo Spinola, avuti nelle mani Vincenzo,
Mannone suo padre di ottant'anni vecchio e due bastardi di Renuccio da
Leca, senza misericordia macellò; ai quali aggiunse contro la religione
dei patti quattro baroni di casa Rôcca, Antonio e il figlio, Arrigo
e il figliuolo del conte Polo. Cotesto Spinola indi a poco moriva di
un trabocco di sangue; ed era ragione, ne aveva bevuto tanto che non
bastava a capirlo. In questa, Genova sciolto un nodo ne lega un altro:
dopo avere sperimentato tanti signori paesani, pare che voglia rifarsi
la bocca tastando la straniera servitù: cacciati pertanto i Fregosi,
si dà in balìa di Francesco Sforza e poi gli porge pecore da tosare di
seconda mano. Ecco in Corsica gente insolita, consueti supplizii: il
Cotta, vice-duca, per conto di non so quale tumulto, manda di punto
in bianco su le forche una brigata di vassalli di baroni; e poichè
cane non morse mai Côrso ch'ei non volesse del suo pelo, i popoli di
Terra di Comune presero le armi e si elessero a capitano un secondo
Sambucuccio di Alando, che fece ritirare le mani a cotesto sollecito
Cotta. Anco i duchi di Milano passarono; Francesco Sforza morì;
_Galeazzo Maria suo figliuolo rimase spento della morte dei tiranni
senza che ne approdasse la libertà._ Ora San Giorgio ripiglia l'isola,
disfà la lega di Tommaso Fregoso e Giampaolo da Leca, cacciando l'uno
in prigione, l'altro in esigilo. Sorge vendicatore Renuccio da Leca.
Potevano i Genovesi vincerlo in guerra, ma parve caro e gli proferirono
uno spediente di molto risparmio. Capitato a sorte un figliuolo
di Renuccio a Genova, lo acciuffano, poi, pensando cavarne partito
migliore, lo rimandano in Corsica in compagnia di Filippino Fiesco
amico vecchio di casa.
Qui giunti il Fiesco fa sapere a Renuccio che, se ha caro il riscatto
del figliuolo, vada per esso. Renuccio, che accivettato uomo era, non
si fida e continua a starsi chiuso nel castello di Zirlina: allora
Fiesco va a trovarlo e negozia con lui la restituzione del figliuolo
e l'accordo con Genova. Renuccio, vergognoso di mostrare diffidenza
o paura, si consiglia visitare l'amico; il diavolo lo tira; preso e
incatenato, dopo breve spazio di tempo muore nelle prigioni di Genova;
gli storici genovesi scrivono di malattia e non hanno torto, perchè
_anco un capestro al collo è una infermità e di che tinta!_ In questo
modo finiva la potentissima casata dei baroni da Leca; rimaneva adesso
l'altra della Rôcca, sbattuta è vero, tuttavia sempre tale, da mettere
in suggezione. I Genovesi, prima di venire in essa a mezza spada,
spedirono governatore nell'isola Ambrogio di Negri, personaggio rotto
alle più sottili arti di governare i popoli. Costui s'ingegnò staccare
i Côrsi dall'affezione dei loro signori eccitando la vanità del
popolo, blandendo la superbia dei caporali e principalmente saziando
la cupidità di tutti: così seminato il terreno da Ambrogio di Negri,
il Banco di san Giorgio mandò la falce tagliente a mietere, e la falce
fu Nicolò Doria. I Doria stettero un giorno e credo tuttavia durino
emoli degli Spinola; e poichè si era poco prima acquistato Nicolò
Spinola bella fama tra i suoi per avere menato sterminio del paese tra
Calvi e Soana, Nicolò Doria, dopo avere vinto Renuccio della Rôcca,
a fine di precidere i nervi ai baroni, delibera condurre all'ultima
rovina il Niolo, sul quale essi per ordinario facevano fondamento.
Essendosi pertanto il nuovo governatore introdotto nella terra, assai
forte su le armi, chiese per pegno di fedeltà sessanta ostaggi delle
principali famiglie promettendo averne buona cura: avutili nelle mani,
bandisce tutto il popolo esca dalla isola non badati sesso nè età. Un
popolo intero ebbe ad esulare disperdendosi per le terre d'Italia; e fu
sentenza dove uomo durava fatica a distinguere se la empietà superasse
la mattìa, perchè i villani stessi ingrassano l'agnello per ammazzarlo
a pasqua, e nol cacciano via dal presepio. Peggio accadde a Talavo, se
pure peggio può dirsi la morte in paragone della vita, sofferta lontano
dalla patria. Il prode uomo manda a sangue tutto il popolo di cotesto
paese alla rinfusa, tranne una donna chiamata Lucrezia delle Vie,
la quale ebbe ad ammazzarsi da sè per fuggire vergogna. Grande cosa
ella è questa, che il nome di Lucrezia comparisca fatale in Italia;
imperciocchè tre Lucrezie ci si ammazzarono per istudio di pudicizia e
di carità patria, Lucrezia Mazzanti a Firenze, Lucrezia delle Vie in
Corsica e la più antica Lucrezia a Roma. Le prime due, forse le più
innocenti, perirono invano; fortunata l'ultima. Di tre, una giovò, e
se, come di quelli delle donne, andasse pei sacrifizi degli uomini,
avventurosi noi! Quando Renuccio udì coteste nuove, dubitò tutto il
mondo gli cascasse addosso: come poteva starsi in Genova tranquillo
mentre menavano siffatto scempio dei popoli devoti alla sua casa? La
sua quiete non sarebbe stata argomento ch'egli avesse venduto il suo
sangue a oncia a oncia? Se lo appellassero Giuda, non gli sarebbe parso
che gli dessero il suo avere. Racimola quello che può di genti e di
armi, e ricomparisce su i campi. Le arti del Di Negri così partorirono
pessimi effetti, chè i Genovesi poterono opporre a Renuccio cavalli
côrsi capitanati da un Cacciaguerra côrso. Incontraronsi in campagna,
e non appena si videro (chè di ogni odio più bestiale è il fraterno),
l'uno si avventò contro l'altro, si annodarono, nè si sciolsero prima
che Cacciaguerra cadesse in terra sbranato. Poichè i Côrsi per mutue
ferite si fecero scemi di sangue, Nicolò cauto con molta brigata si
presenta a disperdere Renuccio della Rôcca stremo di forze; impresa
copiosa di sicurezza, vuota di gloria; ma che importava al Genovese la
gloria! Qui fu che apparve intera la virtù di Renuccio; imperciocchè,
essendogli morto sotto il cavallo, e trovandosi travolto nella fuga,
appena potè districarsi dai suoi, egli tornò addietro solo per tagliare
la cinghia della sella, la quale postasi sul capo in mezzo a un turbine
di archibugiate nemiche riparò incolume fra i suoi gridando: «Di me
Genova non vanti trofeo!»
La guerra tirava in lungo, e ormai questo Côrso diventava un cattivo
affare nelle mani dei mercanti Genovesi: si posero a vedere se ci era
verso di finirla a buon mercato, ed anco per questa volta lo trovarono.
Renuccio della Rôcca fuggendo da Genova ci aveva lasciato a studio
due figliuoletti: Nicolò Doria ordinò glieli mandassero, ed avutili
nelle mani, intimò a Renuccio deponesse le armi, altrimenti guai!
Questi, ora paventando la sconfinata perfidia del nemico, scingeva la
spada; ora, parendogli impossibile che trascorresse a tanto nefanda
immanità, ne stringeva l'elsa più forte, e così tra il sì e il no la
sua mente tenzonava. Nicolò a rompere le ambagi di lui gl'invia per
acconto la testa mozza di un figliuolo con la giunta di quella di un
nipote; e siccome Renuccio preso da terrore non si risolveva sollecito
come la sua impazienza desiderava, gli ribadisce il chiodo nella testa
facendogli assassinare un altro nipote. Allora il barone sbalordito
tremando per ogni vena scappa via dalla isola imprecando e supplicando
che per l'amore di Cristo non gli ammazzino il figliuolo superstite:
però riavutosi dal ribrezzo ritorna cieco di furore a brandire il
ferro, niente altro cercando che sbranare od essere sbranato. Per
questa volta gli si oppose Andrea Doria, cui non repugnando gli
esempii del cugino, mise a ferro e a fuoco terre, case e cristiani:
anch'egli intimò a posta sua Renuccio posasse le armi, diversamente
gli ammazzerebbe l'altro figliuolo: ma Renuccio, ormai anima e corpo
diventato una piaga, non sentiva percosse o non le curava. Dopo varie
vicende tutte infelici, ridotto a sostenere la guerra con solo otto
compagni, gli tesero insidie e lo lasciarono crivellato di ferite sopra
la pubblica strada. Ecco come rimase estinta la schiatta dei baroni
nella Corsica, nobile e valorosa gente, fiera, superba, larga del
suo, per nulla oppressora, amica del popolo: gli spensero i Genovesi
persuasi da diverse cagioni, delle quali principalissime queste: la
prima fu, che i mercanti si sentivano umiliati da quel fare signorile
dei baroni, che ostentavano disprezzare mentre formava la loro astiosa
disperazione: l'altra perchè, tolti di mezzo i baroni, reputarono
condurre i Côrsi al termine che fosse loro meglio piaciuto: il popolo,
giudicavano essi, non ha sapore di libertà, e col sapore gli manca
il valore: viva, lavori e serva: tanto ha da bastare a lui, e per noi
ne avanza. I Genovesi però fecero il conto dello scarpatore,[14] che
stiantata la siepe pensa non dovere attendere ad altro che a insaccare
i cavoli, mentre di un tratto si trova faccia a faccia col cane, il
quale gli brontola alla spartana: «Vieni a pigliarli!»
— Bene, così doveva essere, — interruppe il signor Giacomo; a cui fra
Bernardino di rimando:
— Io dico male; e come regge il cuore a voi, che pure sembrate persona
di garbo, di sostenere che fu bene?
— Ho detto così, non mica per lodare le colpe che mi siete venuto
raccontando, Dio me ne liberi; bensì perchè esse mi inspirano reverenza
pei miei maggiori, i quali, in grazia della bontà e prudenza loro,
apparecchiarono a noi altri posteri termini di vivere libero e modi di
migliorarlo.
— E che cosa fecero, in grazia, di bello i vostri nonni, signor Inglese?
— Oh! i miei nonni innanzi tratto non chiamarono mai lo straniero per
aggiustare i conti loro; qualche volta egli ci entrò pur troppo, ma
per forza, ed invece che gl'Inglesi diventassero o Danesi, o Sassoni,
o Normani, questi ebbero alla lunga a farsi Inglesi: inoltre quando
i diversi ordini ruppero lite fra loro, adoperarono la prudenza di
non condurre ora l'uno, ora l'altro, secondo che vinceva o perdeva,
alla disperazione; bensì, temperando il talento o l'ira delle ingiurie
patite, chi vinse si contentò di costringere il provocatore in parte
dove non potesse trasmodare, contento di essersi procurato un arnese
capace di valersi della libertà presente e di ampiarla nell'avvenire.
Voi altri meridionali costumate come i selvaggi, che per raccattare il
frutto, tagliano l'albero. Mirate un po' i Genovesi: non si chiamano
contenti finchè non hanno schiattato i baroni; dopo i baroni ecco
il popolo, che non sa od abborre le vie di composizione; ed ecco per
ultimo il principe, che, piuttosto che reggere con giusto impero, si dà
in balìa di podestà straniera: a questo menarono le stemperatezze così
dei popoli come dei principi in Italia.
— Signore Inglese, salvo vostro onore, vi dirò che dallo anteporre che
voi fate la vostra gente alla nostra, anzi a quella dell'universo, vi
lodo molto; ma che vi serviate della vostra predilezione per crescere
la soma dei già troppo carichi, questo va contro alla carità ed al
giusto. Alla carità, perchè bisogna compatire i miseri, non avvilirli;
contro il giusto, perchè ho letto che i vostri re quando ci si misero
fecero di tutto; e Guglielmo il Tegolaio e Giacomo Paglia informino
che cosa importi anco tra voi fidarsi a pergamene regie giurate
o non giurate, sigillate ovvero senza sigillo; e quando il popolo
prese la rivincita non mondò nespole, chè non si tenne prima di avere
giustiziato re Carlo: così un capo regio saldò il conto di due capi
plebei, e non fu caro. Egli è vero, che il re condannarono i giudici
a modo e a verso, e i plebei mandati alle coltella; ma ciò non vale;
nelle faccende di Stato, sicarii o giudici, mannaia o pugnali sono
tutti una cosa: rimane inteso sempre che, con le solennità o senza,
il vinto ha da morire, e il coltello in questi casi parmi più spiccio;
sopratutto più sincero. Quanto poi a chiamare lo straniero, voi ce lo
chiamaste mercè le nozze di Maria con lo spagnuolo; ce lo chiamaste
quando, cacciato l'ultimo Stuardo dal trono, vi commetteste alla fede
del suo genero olandese; ce lo chiamaste, quando morta la regina Anna
andaste ad accattare un padrone in Germania, quasi ve ne mancassero
in casa vostra: ce lo chiamò Giacomo II, e potentissimo e cupido dello
altrui, sicchè dalla dominazione straniera vi preservarono la tempesta,
o la morte: qualche briciola di virtù, ma di prudenza nè anche un
chicco. Leggiamo le storie anche noi altri, sapete? E leggendo, e
meditando, siamo venuti nella sentenza di pregare Dio che non ci voglia
male, imperciocchè allora il senno degli uomini diventi cenere, ed il
ragazzo spacchi la testa al gigante.
Il signor Boswell rimase percosso dalle parole del frate, e non ardì
per allora rispondere; seguitò un lungo silenzio, durante il quale la
destra del signor Giacomo era un via va, un via vieni dalla tabacchiera
al naso. Quando non ci trovò più tanto tabacco, che bastasse ad essere
preso tra il pollice e l'indice, ne versò ogni residuo nella fossetta
che contraendo i nervi si fa tra l'aggiuntatura della mano col braccio,
e tirò su su da riporne i granelli in mezzo al cranio; alla fine quasi
a dispetto disse:
— Signor frate, io ve lo confesso schietto; da prima quanto si trova
nelle mie vene di sangue avvocatesco, e tutti ce ne abbiamo anche
troppo, si era risentito, per disputare ogni virgola e ogni punto del
vostro discorso, ma poi pensandoci su ho veduto, che nel sottosopra
voi avete ragione. Ringraziovi per tanto di avermi annacquato il vino
della superbia, e queste reputo tale guadagno, che, quando non me ne
venisse altro, io giudicherei non avere gittato dalla finestra tempo nè
danari nel venire in Corsica. Se vi piace tirate innanzi, ch'io sto ad
ascoltarvi.
— Levati di mezzo i baroni, il Banco di San Giorgio prese a camminare
di un portante sì dolce, da disgradarne Brigliadoro, ma e' fu il
trotto dell'asino. Il sale da quattro soldi, come eravamo convenuti,
al bacino, a mano a mano si portò a dieci; ci tolsero le cancellerie
civili; subito dopo i giudizii dei potestà; scarsi gli ufficii
conferiti ai Côrsi così, che valeva proprio meglio non darne loro
punti: per ultimo i dodici caporali aboliti. Veramente i Côrsi non
avevano molto a lodarsene, ma lo istituto piaceva, e quando lo istituto
accomoda, gli uomini tristi che lo tengono, muoiono, e i buoni possono
succedere: e poi in qual momento toccarono questi cofani! giusto
allora, che Giocante della Casabianca, comandante della piazza di
Genova, emendando con la sua molta fede la poca prudenza della Signoria
e del Doria, salvava la città dalla congiura del Fiesco.
E' fu in questo tempo, che i capitani di Arrigo II di Francia,
raccoltisi a Castiglione della Pescaia, misero partito se dovesse farsi
la impresa di Corsica, e fu vinto di sì, perchè di utilità grande
a mantenere viva la guerra che i Francesi combattevano grossissima
contro le armi imperiali su quel di Siena ed in altre parti d'Italia.
Mandarono innanzi Altobello Gentili sotto colore di visitare i
parenti, ma in sostanza a riconoscere quali le difese e gli umori dei
terrazzani: tornato, egli riferiva le prime inferme, non avversi i
secondi, almeno in parte. Allora i Francesi vennero ed acquistarono
il paese non senza valore com'essi costumano, ma con molte lusinghe
altresì, e con frode non poca: indi successe una guerra promiscua:
zarosa, piena di sterminio, vuota di concetto, imperciocchè i Francesi,
intesi unicamente a divagare gl'imperiali d'Italia, non ne avessero
alcuno che fosse buono pei Côrsi; nè questi, a cui pareva essere
stati messi allo sbaraglio senza pro, nol tacquero al Termes. In fatti
mentr'essi vedevano succedersi a sostenere la guerra per parte di Carlo
V tedeschi, italiani e bisogni spagnuoli, di francesi non ne arrivava,
e i pochi che ci erano, andavano stracchi ai cimenti; il Termes dava
loro erba trastullo, e molto li tratteneva con la speranza del soccorso
dei Turchi. Vennevi Andrea Doria, vecchio di presso a novanta anni,
generale di tutta la impresa, e assediando San Fiorenzo sminuì la
sua gloria, governando le altre faccende crebbe il nome di spietato,
imperciocchè nello assedio dimostrasse senile ostinatezza, non già
perizia, e nella rimanente amministrazione rabbia di non poter vincere.
Intanto i Francesi accorgendosi come male i Côrsi si pascessero di
parole, mandarono a chiarirgli solennemente, che il re per levare loro
del dubbio, e i Genovesi di speranza, aveva incorporato l'isola alla
Corona di Francia; cosa non consentita mai nè prima nè dopo alle altre
provincie da lui conquistate; e ciò essere avvenuto mediante partito
del suo consiglio reale, vinto con tutti i voti favorevoli; fatto
degno di grandissima considerazione, conciossiachè egli d'ora in poi
non potesse abbandonarli, se prima non abbandonasse la propria corona.
Questo nel 1557. Tuttavolta, non vedendo alla magnificenza delle
promesse conseguitare gli effetti, i Côrsi stavano di mala voglia; i
timori crebbero dopo il rovescio toccato dai Francesi a san Quintino,
epperò i caporali si condussero da Giordano Orsini per venirne in
chiaro. Giordano li confortò a non dubitare: quegli avendogli detto
volere mandare gente al re per raccomandarglisi, rispose, non cadercene
il bisogno, pure mandandola non farebbero altro che bene: senonchè la
pace era già stata bella e conchiusa a Castello Cambrese; e l'Orsini
la sapeva, ma la dissimulò per vergogna o per paura. Sul quale
proposito certo storico genovese scappa fuori con due sentenze, una
buona, l'altra cattiva; buona quella con la quale rampogna l'Orsini,
il quale, se veramente cristiano e gentiluomo era, non doveva patire
che gente in procinto di essere abbandonata da lui, aizzasse con
nuove ingiurie l'animo dei signori abbastanza inacerbito, massime
che le offese fresche cociono più delle vecchie: cattiva l'altra con
la quale sgrida il re Enrico di avere preso le parti dei Côrsi, non
dovendo egli scomodare la Francia pei fatti nostri. Nel raccontare
queste avventure mi pigliano i sudori freddi, e l'attaccherei, Dio mi
perdoni, anche co' santi: ma sopratutto io mi arrovello con Sampiero,
il quale, a quei tempi, era, si direbbe, il sopracciò della Corsica.
Costui avendo militato nella ultima guerra della repubblica di Firenze
contro l'Imperatore, doveva rammentarsi come i poveri Fiorentini
restassero conci dai Francesi. Anche allora re Francesco, con mille
promissioni e giuramenti, gli assicurò non gli avrebbe mai abbandonati;
giunse perfino a dire, che avrebbe preferito perdere i figliuoli in
Ispagna che abbandonare i confederati, e questo non tolse; che indi
a pochi giorni li tradisse a Cambraio, e così vituperosamente, che
Giuda stesso non avria fatto peggio. Anzi quando gli oratori fiorentini
andarono a moverne querimonia in corte, udite un po' come li saldassero
i ministri regi: — o che presumevate, dissero loro quei cortigiani
guardandoli a stracciasacco, che pei vostri begli occhi perdessimo
i figliuoli? Mandate la lingua al beccaio se non volete, invece di
un nemico, tirarvene addosso due. La pace di Cambraio, e quella del
Castello Cambrese, aspettando altre che le facciano il vezzo, tornano
agli orecchi della Francia come i pendenti alla sposa. Talvolta però
mi arrapino più col popolo che coll'uomo, imperciochè questo sia
caduco, e invecchi, e instupidisca, e dimentichi, ma quello si rinnovi
sempre, goda di giovinezza perpetua, e, dove voglia, non gli fanno mai
fallo la mente o le braccia. Ma tanto è, quando mi metto a considerare
come l'uomo spicciolo, e le masse degli uomini dimentichino presto,
mi cascano le braccia, e torrei piuttosto a scalpellare un pezzo di
granito dell'Algaiola, che imprimere in cotesti capacci un ricordo
per loro governo. Oh! quante volte, fatto un falò dei miei libri, mi
sarei ridotto in qualche eremo lontano, dove non si sentisse nè anco
il rumore dei ranocchi... ma poi me ne dissuase la speranza, che dài,
picchia, martella, una volta l'abbiano a capire.
— La capiranno, con un grossissimo sbadiglio disse Ferrante Canale,
e ci mise dentro un suono di voce, che male si distinse se attendesse
approvare o piuttosto interrogare.