Come a quei tempi le cose camminassero io non vi so dire per appuntino,

nondimanco, essendoci guerra tra popolo e baroni, e non potendo

questi vincere quello, nè quello questi, è facile indovinare che le

procedessero per la peggio. Intanto, poichè non ci ha meraviglia che in

Roma non si deva vedere, scappò fuori Gregorio VII, il quale, vicario

di Cristo, che disse a cui non lo volle sapere, il suo regno non essere

di questa terra, pretese nulla meno che dominare sopra tutta la terra.

Costui, informato come la matassa andasse arruffata in Corsica, ci

mandò legato Landolfo, vescovo di Pisa, a scoprire marina, limitando

però il suo ufficio a _distruggere_, _sradicare_ e _costruire_ in

punto di religione, non altro. Il vescovo ch'era malizioso più di una

squadra di sbirri, trovato il terreno morbido, non contento di ficcarci

la pala, ci ficcò anche il manico, disse mirabìlia della potenza del

papa, promise Roma e toma; sicchè i popoli ignoranti e abbindolati

si commisero al papa a patto che con validi aiuti li sovvenisse per

superare i baroni di oltremonte. Il papa rispondendo mette in sodo

avanti tutto questa volontaria dedizione, poi gli ammonisce ch'egli è

per di più: perchè eglino avrieno a sapere, come l'universo intero lo

sa, il dominio dell'isola appartenere alla santa Chiesa per diritto

di proprietà; ladri, sacrileghi e dannati i tre imperatori e i tre re

che la tennero senza prestare l'obbedienza a san Pietro. Il legato si

trasforma in governatore, si mettono da parte le cose dell'anima per

non parlare altro che di faccende terrestri. Però il carico assunto di

difendere l'isola il papa teneva per novella: in lui non era potere

nè volere a sostenere la guerra: ond'egli, inteso a mietere senza

seminare, concesse l'isola in feudo al medesimo Landolfo, a condizione

che gli retribuisse le metà delle rendite: non vi par egli generoso

costui? Al tributo di sangue ei rinunzia, ma cresce quello dei frutti

da un quinto, come sotto Gregorio IV, alla metà. Dopo quattordici

anni Dalberto, vescovo di Pisa, uomo rotto, visto che la carne non

valeva il giunco, scrisse al papa che egli a pescare per il proconsolo

non la capiva: ripigliasse l'isola. Urbano, considerato tra sè e sè

ch'egli era come se il vescovo gli avesse risegnato la luna, rispose:

«Mira larghezza! io te la dono.» E l'altro soggiunse: «Manco male,

ricatterò le spese.» Però quando fummo su l'atto del donare, ostico a

tutti, ma per la Chiesa più doloroso dello spasimo del parto, il papa

mascagno insinuò nel contratto due cose: che donava l'isola alla chiesa

pisana, quantevolte però il vescovo fosse stato eletto canonicamente

dal _clero e dal popolo_ e confermato dal papa; e retribuissero al

palazzo lateranense l'annuo censo di lire 50 in moneta lucchese. Così

quello che non può tenere, Roma dona; ma come i marinari quando gettano

l'àncora in mare ci lasciano sopra il gavitello galleggiante per

ripescarla a tempo e a luogo, il prete studia ch'esca fuori del dono un

addentellato per poterselo ripigliare.

Giustizia vuole che io dica come i Pisani dimorassero nella isola

con garbo assai migliore di quello col quale ci entrarono: noi non

reputarono essi vassalli, nè noi reputammo essi signori: ci accolsero

come fratelli tornanti in famiglia; accomunarono con noi carichi ed

onori: anzi ci alleviarono i primi, trovandoci alle lunghe sventure

ridotti al verde.

E di questa benevolenza scambievole durano tuttavia i testimoni sia nei

monumenti pubblici, sia negli animi dei Côrsi, propensi a stanziarsi

in Toscana a preferenza di ogni altro paese, quando necessità o

vaghezza li tira fuori di casa; e più che tutto nella lingua loro, da

noi conservata con tanta diligenza, che qualche voce costà disusata,

o non più intesa quaggiù, s'incontra sopra le labbra dei montanari

viva della sua primitiva significazione. I cagnotti di corte non

cessano mai d'infamare il popolo come ingrato: voi per ismentirli fate

tesoro del caso che vi raccontava, al quale aggiungerete quest'altro:

degli oppressori antichi, dei Romani e dei Saraceni qui non troverete

memoria, ed in breve nè anche dei Genovesi, eccetto qualche tomba.

Fama, delitti e ossa dei vecchi e dei nuovi tiranni seppellimmo interi

dentro un medesimo sepolcro.

Ora i Genovesi, sopportando molestamente la parzialità di Roma per

Pisa, studiano ogni ora per levargliela convertendola in proprio

profitto, o almeno per pareggiarla; e la fortuna, come suole a cui sta

su la intesa, ne porse loro il destro. Urbano II, per tenersi bene

edificato Dalberto, lo creò arcivescovo assegnandogli suffraganei i

vescovi di Corsica; questi, subillati dai Genovesi, ricusavano a viso

aperto la consacrazione dello arcivescovo di Pisa, il quale pesta

mani e piedi; e i Genovesi lì alle costole a mettere legna sul fuoco.

Questo era tempo che Roma, voltata a Genova, le dicesse: «Com'entri

tu in questi negozi? Bada ai fatti tuoi, o che ti scaravento addosso

un nugolo di scomuniche»; e le scomuniche a quei giorni scottavano.

Pensate voi che lo facesse? Nè manco per ombra. Roma in mezzo a cotesto

tafferuglio non vide chiaro che una cosa sola: raspollare quattrini.

In effetto considerate che spedienti adopera per aggiustare due emuli

insatanassati: innalza il vescovo di Genova alla medesima dignità

dell'arcivescovo di Pisa e gli assegna per suffraganei tre vescovi

côrsi di Mariana, di Nebbio e di Accia, a patto che ogni anno paghi

una _libbra_ di oro, a san Pietro, ci s'intende. Naturalmente e' fu

uno spegnere l'incendio coll'olio: d'allora in poi fra Genovesi e

Pisani non tregua mai nè pace, nè si rimasero i primi finchè non ebbero

ridotti in piana terra i secondi. Innanzi però della rovina della

Meloria, ecco come i Genovesi arrivarono ad incastrarsi nell'isola.

Gli uomini di Bonifazio esercitavano la pirateria (mestiero a quei

tempi tenuto nobile, quantunque fatto a minuto) recando continui danni

ai Genovesi, frequentatori di coteste spiaggie per loro traffici. Di

ciò meritamente stizziti, commisero ai proprî consoli che andassero

a richiamarsene ai consoli di Pisa, e questo essi fecero. Venuti

al cospetto dei Pisani favellarono: «E' non ci pare onesto, uomini

dabbene, che, mentre la pace dura fra noi, i vostri concittadini

corrano addosso ai nostri e gli spoglino. I vostri castellani

bonifazini fanno il diavolo a quattro a danno della nostra mercatanzia:

ciò non istà in chiave: ordinate pertanto a costoro che restituiscano

il mal tolto, altrimenti sarà rotta la pace, e cui avrà torto faccia

tristo Dio.» I Pisani risposero: «Quello che voi ci dite ci accora

forte, perchè avreste a sapere che il castello di San Bonifazio non

ci appartenga, e i castellani, innanzi di essere nostri uomini, ci

contradicano in tutto e come i vostri mettono a ruba i mercatanti

nostri: accordiamo a raccogliere insieme un'armata e andiamo uniti a

farli stare in cervello.»

Non dissero a sordo. I Genovesi, allestito un naviglio poderoso alla

chetichella, assaltarono i Bonifazini quando se lo aspettavano meno

ed occuparono la terra. Se i Pisani levassero scalpore per la presa

di Bonifazio, ve lo potete figurare: ma i Genovesi rispondevano: «Voi

vi lagnate di gamba sana: invece di ringraziarci di avervi levato

un bruscolo dall'occhio senza che vi costi un quattrino, perchè ci

maledite?» E aumentavano le provvisioni per difendere l'acquisto,

perchè i Genovesi quando mordono tengono maladettamente: così vero

questo che, per rammentare Genova, stringono le mascelle per paura che,

non che altro, il nome della patria caschi loro dai denti. Rimase ai

Pisani con le beffe il danno, pagando la pena della doppiezza loro.

Donde io piglio occasione di ridere dei barbassori i quali si mettono

in quattro per sostenere la diplomazia trovato moderno: no, signore, la

diplomazia è vecchia quanto la bugiarderia, anzi una volta si riputava

una cosa stessa con lei: soltanto ai dì nostri a taluno essendo venuto

talento di separare la diplomazia, ci ha rinvenuto la bugiarderia e la

gagliofferia rinterzata con la sfrontatezza. Appena i Genovesi ebbero

messo il piede nell'isola, incominciarono a gittare con la pala ai

Bonifazini danari, privilegi, insomma ogni bene di Dio: donde entrò, se

non in tutti, almeno in corpo a moltissimi la voglia di venire a parte

della cuccagna: arti antiche e tuttavia sempre efficaci; le mosche si

pigliano col miele dacchè mondo è mondo. Calvi fu la prima a non si

poter reggere e, accordatasi a patti, mise dentro i Genovesi; poi,

continuando a declinare le fortune pisane, parecchi conti, voltate

le spalle come suole ad occidente, si girarono a oriente. Allora si

consigliarono spedire in Corsica Giudice di Cinarca con armi e navi

per mantenersi nella devozione i vassalli fedeli, i ribelli reprimere:

questi veduta la mala parata ricorrono ai Genovesi, che agguantano la

occasione a braccia quadre. Cristo giudicò la lite contra i Pisani non

senza ammonirli prima che s'imbarcassero, lasciandosi cascare di cima

allo stendardo in Arno, che non era per loro. Se fu come la contano,

certo non lo mossero i meriti dei Genovesi: forse in quell'ora i

peccati dei Pisani pesarono più su la bilancia della giustizia divina,

che quelli dei Genovesi. Roma, origine di tanti guai, considerando

adesso che i Genovesi da un lato non erano pesci da abbocconare[11]

l'amo di san Pietro, e dall'altro che i Pisani erano sfidati dal

medico, ripiglia la Corsica e, poichè aveva le granfie stese, piglia

anche Sardegna (era come fare un viaggio e due servizii), e concede

la investitura di ambedue a Giacomo II re di Aragona. Teneva in quel

punto l'accetta, voleva dire le chiavi degli apostoli, Bonifazio

VIII, di mestiere avvocato: però s'egli sapesse tirare l'acqua al

molino non occorre dire. Costui mise nel diploma per condizione,

il re prestasse omaggio, pieno vassallaggio e giuramento di fedeltà

alla Chiesa; la sovvenisse con cento uomini di arme corredati di un

destriere e due palafreni per uomo, e cinquecento fanti, di cui cento

almeno balestrieri con le balestre nuove, tutti aragonesi o catalani;

ancora pagasse il censo annuo di due mila marchi sterlini di argento

buono al romano pontefice in qualunque parte si troverà; e se non

paga, scomunica e decadenza. Lui morto, succede poco dopo Clemente V,

francese; quindi non parrà strano che dove Bonifazio rase la barba,

ei ci facesse il contropelo: in effetto allo sprofondare di Corsica

e di Sardegna aggiunse Pisa e l'Elba mercè l'aumento di altri mille

marchi di argento da pagarsi dai reali d'Aragona. Roma vendeva a buon

mercato provincie ed isole: bisogna dire perciò che le costavano anco

meno; e per me giudico ch'ella avrebbe venduto il sole: basta che

si fosse trovato chi avesse voluto comprarlo e sopratutto pagarlo. I

reali d'Aragona ebbero fama, quanto a fede, di star meglio dei Turchi;

sicchè, venuti alle strette con Roma, imaginate se la battesse tra

il rotto e lo stracciato: così vero questo, che Giacomo, conquistata

la Sardegna, mandò a dire al papa che, avendo speso un occhio per

impadronirsene, durante dieci anni almeno non gli avrebbe potuto pagare

un bolognino; dopo, se gliene avesse dati cinquecento, sarebbe bazza.

Se il papa soffiasse a siffatte iniquità ed arricciasse il pelo, non è

a dire; molto più che in quel torno nei piedi di san Pietro pescatore

si trovava Giovanni XXII, famoso per tirare al quattrino:[12] ma ormai

re Pietro se l'era presa, e bisognò, comechè al Papa paresse mandare

giù una resta di grano, ingozzarla, non mica per perdere tutto, bensì

per lesinarsela fra loro. Giovanni con quei paroloni pei quali Roma

è unica ad onestare le più sozze cose, ammoniva primamente re Pietro

come quel degno uomo di Carlo I di Napoli, malgrado le spese enormi

per conquistare il regno, aveva sempre pagato puntuale come un banco

il censo alla Chiesa; poi disse che per l'amore sviscerato che a lui

figliuolo dilettissimo portava, _quantunque la sede apostolica non

solesse mai fare rimessioni_, sarebbesi adattato a ricevere mille

marchi per soli dieci anni; e cascasse un quattrino, a monte ogni

pratica. Per allora continuò a quel modo, ma parecchi anni dopo

Giovanni re di Aragona non volle pagare più nulla e ne allegava per

causa, che regnando due papi, Urbano e Clemente, egli, che semplice era

e timorato di Dio, il vero dal falso non sapeva distinguere, e molto lo

atterriva il risico di somministrare pecunia allo scismatico; parergli

meritorio a scanso di guai tenersela in tasca.

I Côrsi di Terra di Comune e i conti di Cinarca, vedendosi allora

ruinare sul capo cotesto nuovo flagello di dominazione straniera, ed

anco saliti in furore per trovarsi così venduti e rivenduti peggio che

bestie in fiera, accontatisi insieme, fermarono di darsi ai Genovesi

mercè certe convenzioni di cui fecero carta; la quale, sebbene sia

andata dispersa, pure il contenuto in grazia di vecchi scrittori delle

cose patrie, pervenne fino a noi. Voi mi direte: «Questo darsi a bel

patto in potestà altrui fu affare serio»; ed io rispondo: seriissimo e

degno del castigo che Dio per mezzo di Samuele fece sapere agli Ebrei

sarebbe loro cascato addosso, quando di riffa vollero costituirsi un

re. In effetto il castigo non si fece aspettare; imperciocchè scappasse

fuori di levante una morìa, la quale avventatasi su l'isola menò tanta

strage, che il terzo degli abitanti appena rimase vivo. Veramente

pareva che avesse a bastare: piacque in altro modo alla provvidenza, e

la peste fu per così dire l'antifona del salmo. Ma qui facciamo punto

e miriamo qual fosse lo stato dell'isola in cotesto tempo. I signori

a posta loro se ne dicevano gli Aragonesi e i Genovesi; quelli per

investitura pontificia, questi per virtù di arme e per patto. Ora

esporvi anco alla grossa gl'indiavolati viluppi che ne successero,

sarebbe troppo lunga la storia; bastivi che gli Aragonesi non essendo

comparsi nell'isola così tosto come temevano, dei conti, che si erano

sottoposti ai Genovesi, incominciò la più parte, massime i cinarchesi,

a friggere per la maluriosa soggezione.

I Genovesi mandarono in Corsica Tiridano dalla Torre per tenerli al

_quia_; e i conti, conoscendo da sè soli non poter mordere, spedirono

Arriguccio della Rocca in Aragona al re Pietro, per soccorsi;

scarsi però, quanti bastassero al tenere in subbuglio il paese e lo

stremassero di sangue agevolandogliene l'acquisto. Quando il re Pietro

conobbe i Genovesi dalle contese quotidiane ridotti al lumicino, mosse

ad opprimerli; e gli riuscì di leggieri sgomberarne l'isola, tranne

Calvi, Bonifazio, San-Colombano e qualche distretto in Terra di Comune.

Inferma la repubblica, cinque mercanti accozzatisi in Banchi dissero:

«Lo stato in mano della signoria va come acqua messa nel vaglio;

facciamo un negozio in comune e tentiamo di guadagnare la Corsica

per noi.» Detto, fatto; la signoria, che, simile a papa Lione, quello

che non poteva avere, donava, risegnò la Corsica ai cinque mercanti,

i quali, costituitisi in società commerciale chiamata la _Maona_,

raccolsero armi ed armati e vennero a combattere Arriguccio. Costui

datene e ricevutene parecchie, all'ultimo disse ai Maonesi; «Che Dio

vi aiuti, in Corsica che cosa ci siete venuti a fare? Per guadagnare di

certo. Ed io perchè ci sto? Forse per perdere? Ma continuando di questo

passo voi ed io ci rimetteremo il mosto e l'acquerello: accordiamoci;

accettatemi sesto tra voi, e viviamo in pace.» Piacque il partito,

e si spartirono l'isola. Intanto che Arriguccio patteggiava così co'

Genovesi, persuadeva ai baroni côrsi non si movessero, aspettassero

il destro di coglierli alla spicciolata; nè la occasione si lasciò

attendere un pezzo, conciossiachè, stipulato il convegno dei Maonesi,

chi andò di qua, chi di là: rimasero insieme due di loro con poca

gente, e questi improvvidi assalirono, uno ammazzarono, l'altro fatto

prigione ebbe a riscattarsi con seimila fiorini di taglia. I superstiti

dei Maonesi, stroppi tra per questi tra per altri casi che si tacciono,

un bel giorno, mandata la Corsica dove Luigi XI mandò Genova, voglio

dire al diavolo, grulli grulli se ne tornarono a casa. Ma quel dovere

lasciare la Corsica era per Genova una gran spina al cuore; per la qual

cosa la signoria trovandosi meglio fornita di danaro, ripigliata la

concessione, ci manda governatore lo Zoaglio, che venuto alle mani con

Arriguccio lo sconfisse. Costui ch'era della razza di Anteo, il quale

picchiato un tonfo in terra si rizzava più rompicollo che mai, tornò in

Aragona, dove, ottenuto qualche sussidio dal re Giovanni, si fa vivo da

capo su per le rupi dell'isola: indi a breve la grande computista dei

conti umani tirò di frego alla sua vita facendo la somma: morì senza

figli, ad eccezione di Francesco bastardo. Accorsero i parenti a stormo

urlando: All'albero caduto accetta, accetta! Chi tira un brandello

del suo retaggio, chi l'altro; sicchè Francesco, disperato, se non

volle rimanere ignudo, ebbe a vendere al comune di Genova il castello

di Cinarca per mille scudi di oro e le ragioni tali quali si trovava

a possedere egli sopra la Corsica _pomontana_.[13] Per questo modo

tornata in mano della signoria di Genova la stanga del torchio si mise

a strizzare a suo bell'aggio il paese, finchè Vincentello d'Istria,

parente di Arriguccio, non si reputando vincolato dalla vendita di

Francesco, tentò più volte ripigliare il suo con armi proprie.

Provata la fortuna contraria, si volge, secondo l'antico costume,

al re di Aragona, il quale per questa volta intende usufruttare per

sè le pontificie munificenze: sceso armato nell'isola, di leggeri

occupa i luoghi aperti, espugna Calvi, mette l'assedio a Bonifazio.

I benestanti, come suole, più studiosi della roba che della libertà,

accordano rendersi, dove la città non venga soccorsa dentro certo

termine prefisso. La vigilia della scadenza il popolo tumultua e cassa

il convenuto; mandansi messi per notificarlo al re Alfonso, allegando

per causa il soccorso nella notte antecedente entrato in città. Alfonso

nega possa essersi intromesso il soccorso e li rinfaccia di fede

tradita: i Bonifazini a purgarsi del rimprovero e in testimonio di

verità esibiscono due caci freschi, i quali avevano fatto di latte di

donna; di che Alfonso rimase confuso; nondimanco ordinò l'assalto, ma

quantunque egli e i suoi ci si adoperassero attorno con tutti i nervi,

rimasero ributtati valorosamente. Egregie opere in vero sono queste,

però con troppo sangue acquistate e per dir più per causa non sua. Oh

quanto meglio vivere liberi in pace all'ombra della vite e del fico

proprii! Se togli Bonifazio, la intera Corsica venne in potestà di

Alfonso; ond'ei un bel giorno, buttata giù buffa, impose una taglia di

arbitrio. Il popolo comincia a bollire: allora Vincentello gli dice:

«Da pignatta che bolle si allontana la gatta; leva la tassa.» E il re:

«Oh bella! e se non posso mettere taglie come e quanto a me piace,

a che sarei venuto a fare il re?» E Vincentello: «Qui tra noi non

costuma imporre tasse senza il consenso dei popoli.» Il re, guardatolo

fosco, conchiuse: «Questa è mala sudditanza e se non la sanno i Côrsi,

gliela insegneremo noi.» La provvidenza volle che, invece di farla

a noi, noi facessimo la lezione a lui, e di che tinta! La più parte

dei Catalani lasciò le ossa in Campoloro; al punto stesso Calvi,

per ardimento di Pietro Baglioni, si rivendica in libertà, e quasi

presago che il cognome antico sarebbe un giorno infamato dal più grande

traditore comparso al mondo dopo Giuda, smesso quello di Baglioni,

Pietro assunse meritamente l'altro di _libertà_. La famiglia _Libertà_

partorì di ogni ragione uomini illustri: trapassata in Francia tenne

cariche supreme; uno de' suoi difese Marsiglia contro gl'imperiali;

e in cotesto paese si estinse. E' pare destino che, nome o cosa, la

libertà, nata e cresciuta in altre terre, o in Francia o per cagione

di Francia, deva morire! Alfonso, conosciuto che aveva preso a menare

l'orso a Modena, maledicendo le fatiche durate e i quattrini rimessi,

si parte lasciando l'isola a cui se la vuol pigliare. I Genovesi,

arrabattati a strapparsi di mano la patria, adesso non badano a noi, e

i baroni riarsi dalla superbia antica si legano insieme per ricuperare

la perduta dominazione: il popolo, non sapendo che pesci pigliare,

consulta i vescovi, e, come se avesse la virtù della bettonica, questi

propongono Roma: chi ce la vuole, e chi non ce la vuole: chi ce la

vuole manda gente ad offrire l'isola alla Chiesa. Eugenio IV con fronte

romana bandisce accettarla perchè la commette alla sua fede il consenso

universale dei popoli; e intanto manda parecchie migliaia di armati a

dare sul capo a cui contradicesse. Da quello che pare, a Roma avevano

dimenticato la storia côrsa; gliela rinfrescarono alla memoria i Côrsi

mettendo in pezzi i papalini e Monaldo Paradisi che li capitanava.

Allora il papa Niccolò V conobbe più sicuro attenersi alle pratiche

de' suoi antecessori, e vendè cotesta manata di spine a Ludovico

Campofregoso. Ora, sebbene non cessino qui i guai cagionati da Roma

alla mia povera patria, domando a voi se da persone che rappresentano

sopra questa terra il nostro Signore Gesù Cristo, potevamo aspettarci

più e peggio?

— Che vi dirò io, signor frate? — rispose il Boswell. — Da per tutto

Roma suona la stessa musica. Quel vostro Gregorio VII trasferiva dai

Sassoni nei Romani l'Inghilterra, perchè eglino si fossero mostrati

poco premurosi di osservare la legge di Canuto circa al pagamento del

tributo annuale da farsi a Roma. Offa, dopo ammazzato a tradimento

Edelberto, domanda l'assoluzione al papa: concedergliela a patto che

l'Inghilterra gli paghi ogni anno il denaro di san Pietro, il quale

era tassa di un denaro per casa. L'Inghilterra scontava a contanti

il delitto regio! Indi a breve passando il prete improntissimo i

modi più avari, instituisce decime sopra i salari, le mercanzie, le

paghe ai soldati, che più? fino sul turpe guadagno delle meritrici,

indegnissima cosa e non però la più rea: nel vero voi troverete come

Gregorio II, inviando il frate Agostino nella Britannia, per convertire

gli abitanti, gli desse per precetto di provvedere cauto, avanzarsi

bel bello, chiudere un occhio, se trovasse duro non si opponesse ai

sacrifizi delle vittime; quanto sopra la religione cattolica potesse

innestarsi di pagano accettasse, allo scopo che la gente rozza, senza

che se ne accorgesse, all'antica religione trovasse sostituita la

nuova: così, rinnegata la tradizione di Cristo dentro e fuori, la

Chiesa cattolica è pagana. Tira, tira, un bel giorno la corda si

stiantò, e l'Inghilterra si divise per sempre da Roma.

— E fece male.

— Come male? Anzi, dopo quanto vi ho inteso ragionare, io non

concepisco come voi la duriate monaco. Sareste di quelli, salvo vostro

onore, che parlano bene e razzolano male?

— Adagio ai ma' passi, signor Inglese. Io sento e parlo in modo unico.

Nè io solo, ma quanti ecclesiastici viviamo in Corsica, conoscendo

le rovine originate alla Chiesa dai peccati dei supremi correttori,

massime dall'appetito disordinato dei beni terreni, senza rispetto ne

riprendiamo gli abusi. Affermano i curiali di Roma il potere temporale

necessario allo splendore della Chiesa. Santa fede! Oh quale altro

splendore può pareggiare quello che le viene dalla faccia di Dio?

Ma, conoscendo tuttavia e deplorando le abominazioni della Chiesa, e

di quelle con tutto lo spirito supplicando dal Signore riparo, noi

non la crediamo meno santa; ammiriamo la vastità del concetto, la

efficacia degli ordini secolari, e ci affatichiamo; per quanto è dato

a noi oscurissimi figliuoli suoi, a mantenerne incolume la stupenda

unità. Ditemi che avete fatto voi altri Inglesi, e con esso voi i

luterani, i calvinisti, i zuingliani e socii vostri? Avete preso il

male per medicina: invece di rammendare la veste di Cristo, l'avete

strappata peggio di prima: non operarono lo stesso i soldati della sua

crocifissione?

— Signor frate, — rispose imperturbato il Boswell, — questi argomenti

desiderano discussione positiva, messi da parte tropi, metafore e

figure rettoriche di ogni maniera. Voi altri siete i soldati della

riscossa, e levate i pezzi della disciplina per salvare il dogma.

Ora voi sapete come il cattolicesimo arrivasse a mettere i suoi dogmi

in custodia di Dio nel cielo, e degli sbirri in terra: inondando la

barbarie, preti rozzi stettero al governo spirituale e sovente al

temporale di popoli più rozzi: costoro fecero a gara a cui guastava

di più, ma le sconcezze nel buio non apparivano. Più tardi, anzi

troppo tardi, alcuni prelati romani, dotti, quanto pii, conobbero

dove stringeva la scarpa, ma che farci? Ormai la natta tanto era

ingrossata, che tagliandola correvano risico di ammazzare l'infermo;

e la sbagliarono, perchè i medici pietosi sono proprio i babbi

del canchero: di fatti gl'increduli trassero pro dagli errori per

dissuadere da ogni fede gli empii per mandare tutto a rifascio sotto il

flagello dello scherno. Dio è la regola, il Vangelo la chiosa; chiosa

su chiosa è mestiere da mozzorecchi. Il cristianesimo, che taglia dalla

pazza e può accomodare ottimamente di vesti la umanità mano a mano

che scesce: i preti cattolici vollero stringere troppo e per sempre,

quindi la cintura stiantò in più parti e tornerà a stiantarsi da capo:

avendo eglino preteso non solo il concetto, bensì ancora le parole

infallibili, adesso discredono l'uno e le altre. Che abbiamo fatto

noi? domandate. Noi abbiamo rotto i cancelli alla libera indagine,

la quale, come le altre libertà sorelle, deve appuntare in Dio padre

misericordioso di tutte.

— Zucche! Voi avete, rinnovata Babele. _Tot capita tot sententiae._

Fortunato quegli che sa distinguere con voi da che parte tira la

tramontana e da quale altra mezzodì! Per me quello starsi fermo come

torre che fa la Chiesa per bene diciotto secoli contro le persecuzioni

dei suoi nemici, e più ancora contro le prevaricazioni dei suoi indegni

pastori, emmi non dubbia prova dello aiuto divino. Se Dio non la

governasse con le sue sante mani, ormai pei papi la Chiesa avrebbe dato

in secco chi sa da quanti secoli!

— Codesto vostro è l'argomento di Abramo giudeo quando, dopo essere

stato in corte di Roma, volle il Battesimo; lo racconta il Boccaccio

nelle Novelle....

— Io l'ho letto dentro il commento della _Divina Commedia_ scritto da

Benvenuto da Imola, — rispose fra Bernardino con voce alterata.

— Bene; egli è tutto uno, che la botte non fa il vino. Ma diamo un

taglio a questi discorsi, chè io non venni in Corsica a disputare di

teologia: torniamo sul tasto dei forastieri.

[Illustrazione: Alfonso ordinò l'assalto,..... ma rimasero

ributtati valorosamente. (_pag. 76_)]

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 5 / 50 段