— E non solo le parole vostre mi parvero inurbane, ma se penso che voi

foste lettore di filosofia, senza discorso di ragione, — riprese a dire

più acerbamente Altobello.

E il Boswell allora con voce blanda soggiunse:

— Buttiamo la filosofia in un canto, contrario alla carità predicata da

Cristo, di cui voi giuraste praticare e bandire la dottrina: contrario

al divino precetto che vi ordina di riverire e amare ogni uomo come

fratello....

— Per Dio Santo! voi volete fare la predica al predicatore? Circa a

mancare alla creanza, può darsi; voi l'avete inteso, io me n'era quasi

avvisato da me; rispetto poi a carità, signor Inglese, voi avete il

torto. Se voi sapeste quante desolazioni, quante rovine ci abbiano

diluviato addosso i forestieri, voi parlereste diversamente. Io dubito

riuscirvi sazievole, signor Inglese, ma tanto è; bisogna che voi mi

porgiate ascolto: ce ne va della mia riputazione; e poi voi non potete

dormire col vento che tira: per ultimo considerate che, se non vi porgo

la chiave, voi non potrete entrare nella ragione dei fatti nostri. In

breve mi spiccio.... vi degnate ascoltarmi?

— Parlate a vostro agio, signor frate: anzichè infastidirmi, penso che

mi recherete molto piacere, se m'ingannassi, ve ne accorgerete....

— Sentendovi russare? In qualunque caso ci guadagnerete un tanto.

Il signor Boswell non rispose, ma aperta la scatola offerse tabacco

al frate, il quale ne prese, e anco ad Altobello il quale ricusò; il

signor Giacomo ne tolse anch'egli la sua porzione: ond'è che, tirando

su in coro col frate la polvere attinta nel medesimo vaso, si sentivano

questi due cristiani più che a mezzo riconciliati.

— I forestieri — finito il tabacco, disse il frate Bernardino — i

forestieri si ficcarono in Corsica dolorosi quanto i chiodi nelle

santissime carni di Gesù Cristo: questo vi ho detto e questo vi provo.

Raccontano che certi popoli vecchi, dei quali non si trova memoria

e non importa trovarla, disertate le terre native, qui ponessero

stanza. Se la cosa stia per lo appunto come la contano, io non so dirvi

davvero; ma, posto che sia, ciò importa, che la Corsica ha amicizia

antica con la disdetta. Difatti e come potreste figurare che codesta

gente uscisse di casa? O ci fu cacciata da altri assalitori, e allora

chi non ebbe virtù a difendere il proprio, si conosce a prova ingiusto

con la roba altrui e ladro: o la inopia del vivere la costrinse ad

esulare, e in questo caso ella ci cascò addosso ospite accetta quanto

al Senapo le arpie: o per ultimo la tirò l'avarizia, e questo sarebbe

stato il peggio, conciossiachè fame satolla si attuti, cupidità umana

non dice mai: basta. Ma scendiamo a tempi più prossimi. I Cartaginesi

un giorno intimarono a quella gente antica, focea od etrusca che fosse:

«Chi ha ballato dia luogo; e a noi aborigeni voi altri ci servirete a

questi patti: non seminerete nè pianterete; noi vi somministreremo il

vivere dall'Africa.» Di tanto ci ragguaglia Aristotele, ch'era antico e

lo poteva sapere: adesso taluno, che non lo può sapere, contraddice e

sostiene che ciò non torna in chiave; imperciocchè, andando avanti di

questo passo, bisognava che i Cartaginesi spesassero tutti i Côrsi, e

questo non pare possibile; e, non potendo provvedersi la vittuaglia, i

Côrsi avrieno dovuto impiccarsi ai larici delle loro foreste. Questo si

chiama ragionare a vanvera; perchè salta agli occhi come i Cartaginesi,

deviando i Côrsi dall'agricoltura, vollero che intendessero unicamente

ai lavori delle miniere, a tagliare legna e a raccogliere la pece che

stilla copiosa nelle macchie dell'Asco, cose tutte, non che utili,

necessarie per popoli dediti alle faccende del mare come i Cartaginesi

furono: ma per me m'immagino ci covasse sotto un'altra ragione, e ve la

voglio dire.

I popoli commercianti, fatti presto i quattrini, smettono la pristina

asperità (che mi andrebbe di coscienza chiamare virtù) e tuttavia,

o cupidi di acquistare di nuovo, o trepidi di difendere il vecchio,

abbisognano di armi: ora costumando essi per abito di trafficare ogni

cosa, si consigliano potersi provvedere anime e fede non altramente

che tele bambagine o pesce salato. Cristoforo Colombo genovese lasciò

scritto che a contanti si comprava anche il paradiso; e badate ch'ei

fu dei buoni. Ora i Cartaginesi, secondo me, invece di comprare

soldati al bisogno, come usavano le repubbliche italiane, pensarono

tenersi in vivaio un popolo intero per servirsene alla occorrenza;

però, somministrando ai Côrsi paga e panatica, ordinarono che in pace

attendessero ad esercitarsi nelle armi, per adoperarle poi a profitto

loro in guerra. Per questo modo due popoli antichi ci porgerebbero

esempio di istituti contrarii, perchè gli Spartani, destinando

gl'iloti alla coltura delle terre, sè conservavano interi alle armi; i

Cartaginesi all'opposto, dediti alle industrie mercantili o rustiche,

commettevano il carico della guerra, se non tutto, almeno in parte

ai popoli deditizii o conquistati. Nè vi paia nuovo che, messe da

parte le compagnie di ventura, i Romani, spogliate le virtù prische,

sovente ricorressero alle spade dei gladiatori, invocando inviliti a

difesa coteste anime che comprarono superbi agli immani sollazzi. E

credo ancora che i Cartaginesi a mantenere, come ho detto, quel vivaio

di uomini, ci trovassero il proprio interesse; perchè, quantunque

l'abbaco non avessero ancora inventato, pur di conto sapevano fare

anche a quel tempo. Intanto ai Romani erano allungati i denti anco

su le marine: però vennero in Corsica con l'armata, dove uno Scipione

romano, contendendo dell'osso con Annone cartaginese, glielo strappò

dai denti, rimandandolo concio come un _ecce homo_ in Cartagine. Io ho

letto su i libri come, per molto volgere che abbiano fatto di carte,

non sieno riusciti a trovare la cagione donde i Romani mossero contro

la Corsica; ma e' non sono curiosi costoro? La forza che va limosinando

un po' di apparenza dal diritto, è trovato di moderna ipocrisia: a quei

tempi la forza procedeva nuda e cruda, e non avrebbe tenuto in casa il

diritto nè manco per le spese. Oppressori furono i Romani perchè forti,

oppressi noi perchè deboli. Badate di non appuntarmi di contraddizione

se, mentre vi dissi dianzi che i Côrsi destinavansi dai Cartaginesi

alle armi, adesso ve li do per deboli; perchè la contraddizione si cava

di mezzo avvertendo che forza e debolezza sono termini relativi; per

la qual cosa i Côrsi, comecchè in sè forti, potevano comparire deboli

di petto ai Romani o per numero, o per arti di milizia, o per questo

altro ch'io vi vado a dire. Popoli veramente forti sono quelli che da

una mano trattano la zappa e dall'altra la spada; il popolo dalla zappa

sola casca facile preda di chiunque vada armato a sottometterlo; il

popolo con la spada sola si vende e si rivende, e ammazza per vivere.

Il popolo poi che ha da difendere la casa, il campo e il camposanto,

pare che non muoia mai, perchè di lui non si viene ordinariamente a

capo, se prima, passato per ogni estremo, non si senta rifinito di

forze; e la natura sembra che abbia voluto in certo modo avvisarcelo

quando commise al medesimo metallo l'uno e l'altro ministero;

perchè dandogli la zappa di ferro gl'insegnò che con quella aveva da

lavorare, e dandogli la spada di ferro lo ammonì che con quella doveva

difendere il frutto delle sue fatiche. Affrancati noi dalla tirannide

cartaginese, a non patire la romana, avevamo ragione da vendere,

ma avemmo torto quando mettemmo innanzi la ragione senz'armi per

sostenerla; tuttavia, con l'ingegno supplendo al mancamento di forza,

una volta ci capitò di circuire Claudio Glicia, nè gli lasciammo altro

scampo che riscattarsi a patto di pace a noi comportabile. L'accordo

dispiacque al consolo Varo e al senato, ai quali riuscì ottenere

vittoria non ardua di noi ormai assicurati della pace. Solo, per

conservare illesa la fede quirita, ci mandarono Glicia in catene perchè

lo martoriassimo; noi visto il tapino, dicemmo: «Mancano carnefici

a Roma?» Difatti respinto da noi, essi lo ammazzarono in carcere.

Le ipocrisie della giustizia odio più della stessa ingiustizia. Non

solo, nè in catene, dovevano renderci Glicia i Romani, bensì co'

suoi compagni armati ed in mezzo alle strette dove gli avevamo chiusi

noi: allora avremmo forse vinto, non però senza strage, chè i Romani

erano usi a quei tempi di morire con la carne fra i denti. Oppressi,

non vinti, il cuore non si sbigottì; però riparati su le pendici,

a mano a mano che le vene ci si riempivano di sangue, scendevamo ad

arrisicarcelo al giuoco delle battaglie su le pianure rubate. Ci vinse

la seconda volta Marco Pinario pretore ammazzando duemila dei nostri:

tolse seco ostaggi, c'impose l'annuo tributo di centomila libbre

di cera. Otto anni dopo col cuore medesimo, ma con forze maggiori,

tornammo a metterci allo sbaraglio e con fortuna del pari sinistra:

chè anco per questa volta Publio Cicereio tagliò in pezzi settemila

dei nostri, ai superstiti impose doppio tributo. Bisogna dire che

la vittoria non fosse lieta nè anco per lui, all'opposto piena di

ansietà; imperciocchè le storie notano ch'ei votasse a Giunone Moneta

una cappella se gli dava sgararla. Non vi crediate già che per queste

battiture i Côrsi, come gente ricreduta, quietassero; se voi lo

credeste, v'ingannereste a partito; di lì a breve ci rividero i Romani

più tenaci e più forti; la nuova impresa fu commessa a Papirio Masone,

che veramente la condusse a termine glorioso a lui, funesto per noi, ma

con tale e tanto sudore, che il senato la giudicò degna del trionfo,

il quale Papirio condusse sul monte Albano. Adesso poi i Romani come

sicuri posavano il capo su due guanciali, quando di un tratto la

sentono ribellata da capo minacciare più feroce di prima. Giovenzio

Talma, collega di Tito Sempronio, le mosse contro con molto naviglio ed

esercito consolare: al cimento delle armi ruppe i Côrsi cinque volte e

sei; ma così apparve nella estimativa dei Romani o così desiderata o

così trepidata la vittoria, che il senato decretò rendersi pubbliche

grazie alle deità tutelari. Valerio Massimo ha di questo consolo un

caso strano, ed è che, sopraggiuntogli il messaggio con l'annunzio del

senatusconsulto mentr'egli stava sagrificando sul lido tanta allegrezza

lo assalse che, mancatigli ad un tratto gli spiriti, cascò morto a piè

dell'altare. Lascio altre ribellioni, altre stragi, le quali, come sono

sazievoli a raccontarsi, furono truci a patirsi; unicamente vi chiedo

che consideriate questo: anco gli imbelli, innanzi che conoscano di che

cosa sappia la vendetta del superbo dominatore, possono avventurare

la prima ribellione: solo gli animosi arrisicano la seconda prova e

la terza consapevoli delle rovine che perdendo si chiamano addosso:

ma contendere sempre senza consolazione di vittoria mai, anzi con la

certezza di perdere e non isbigottirsi, è più che da uomini.

In seguito, a Mario e a Silla piacque fondare su i nostri campi

colonie mandate quaggiù, non sappiamo se a fecondarli con la fatica o

piuttosto col sangue. I Côrsi, fatti simili agli uccelli, per quanto

si può da cui va senza ale, dai comignoli dei monti agguardavano le

pianure abbandonate da loro, dopochè i Romani, deriso l'antico tributo

delle libbre dugentomila di cera, pretesero spogliarli di quanto

in biade o in vino o in olio produceva la terra, e rigidi esattori

inviarono a riscuoterlo Oppio e Tiberio Gracco pretori. Dall'alto

delle pendici i Côrsi, quasi spettatori seduti in circo, mentre da un

lato spasimavano pei perduti retaggi, dall'altro blandivano le ferite

dell'anima alla vista dei duelli che l'avarizia o l'odio provocavano

tra gli abborriti dominatori. Però nè anche le rupi salvarono, e

queste ultime gioie vennero rapite; imperciocchè i Romani, conchiusa

la guerra, incominciarono la caccia degli uomini. Nè dico cosa che

non sia vera, dacchè con reti e cani si diedero a perseguitare per

le selve i Côrsi come bestie feroci: fattane raccolta, mandavanli a

Roma chiusi in gabbie per cavarne schiavi accomodati ai piaceri od

alle necessità loro; ma per quanto ci si affaticassero attorno, non

riuscivano ad acconciarli a nulla, e Strabone ne chiarisce le cause

con queste parole: «Quantunque volte un capitano romano, scorrazzando

l'isola, metta insieme una funata di schiavi e li mandi a Roma, destano

in cui li mira grandissima maraviglia, non si sapendo se prevalga in

essi la stupidità o la ferocia: molti abborrendo la vita si ammazzano,

gli altri impazziscono o paiono corpi morti per guisa, che il padrone

piglia a detestarli, maledicendo il danaro, comecchè poco, gittato in

comperarli.» Strabone, pensando vituperarli, non poteva lasciarci della

natura indomita dei padri nostri testimonio più solenne di questo;

imperciocchè fino da tempi remotissimi si conosca com'essi sapessero al

tedio della servitù preferire la morte.

Dai Romani cascammo in potestà dei Greci, come un brandello di carne

che il lupo vecchio, non potendo masticare, regala alle zanne dei

lupicini. Sotto la dominazione loro i Côrsi, stremi di ogni bene,

ebbero a pagare i tributi con monete di creature battezzate: così

è, in vece di bisanti, figliuoli: ed il flagello, come in gravezza,

crebbe di numero, perchè in un groppo ci capitarono sul capo Vandali,

Goti, Saracini e Longobardi. Questi ultimi, oltre i mali presenti,

ci lasciarono il germe dei futuri, come i Numidi fuggendo balestrano

frecce avvelenate. I Saracini non potevano durare; perchè, pazienza

se, figurandosi di aver dato il mondo a fitto, si fossero contentati

dei raccolti, lasciando tanto ai coloni che potessero vivere! ma no;

essi portavano via bestie, biade e coloni: sicchè voi capite bene

che questa storia non si poteva rinnovare ad ogni capo di anno. In

effetto gli storici, massime i romani, raccontano come Dio, tocco dalle

supplicazioni del papa, c'inviasse il liberatore: vediamo quale. Carlo

Magno, usurpato il regno ai nepoti, scende a combattere Desiderio,

presso cui si erano rifuggiti cognati e nepoti. Incomincia da Carlo la

forza a farsi ipocrita: ladro ai nepoti, costui s'industria dare ad

intendere che Dio gli manda lo _star bene_ a mediazione del prete; e

il prete di Roma parve nato a posta per questo. «Facciamo a mezzo, egli

bisbigliò nell'orecchio allo imperatore dei Franchi, ed io ti reggo il

sacco. Vuoi tu che ti spedisca la patente di galantuomo soltanto, o ami

piuttosto che io ti mandi in paradiso addirittura? Questo rimetto a te,

prima che spartiamo la roba.» Carlo Magno, che, a confessarla giusta,

fu generoso quanto un pirata, rispose: «In paradiso più tardi»; e,

donati a san Pietro i più bei tòcchi d'Italia e con essi la Corsica, si

contentò di essere creato galantuomo in virtù della bolla pontificia.

I Genovesi assegnano proprio a questa epoca la conquista operata dalle

armi loro di Corsica sotto la condotta del conte Ademaro: non potevano

scegliere peggio. Genova allora non era principe bensì vassalla come le

altre città italiche, di Pipino; e Ademaro reggeva la Liguria prefetto

in nome di lui; nè egli genovese, bensì franco, e lo dice espresso

Einardo nella vita di Carlo Magno; nè i Genovesi allestirono l'armata,

al contrario apparecchiavala il re Pipino e spedivala; per ultimo non

vinse i Saracini Ademaro, al contrario rimase sconfitto e per di più

morto; chi li vinse fu il contestabile Burcardo, che l'anno seguente

tra le acque sarde e le côrse gli sterminò. Tanto mi piacque rammentare

perchè tra i novellatori di questa canzone io trovo Uberto Foglietta,

uomo certamente amico della libertà, per la quale ebbe a patire non

poco, ma, come nato a Genova, non amico del pari della giustizia almeno

rispetto alla Corsica. Gran cosa è questa che, mentre il mondo avrebbe

bisogno di giustizia più che di pane, avviene di lei quello che vediamo

accadere del sole, il quale mentre schiarisce metà del globo, ne lascia

l'altra metà nelle tenebre! Ma ditemi in grazia, signor Inglese, vi

annoio?

— No in verità; anzi mi pare pigliarci diletto, mi pare.

— Ditemelo senza cerimonie, sapete; poichè mi accorgo essermi cacciato

dentro un ginepraio da non poterne uscire senza scapito. Al modo col

quale ho cominciato, dubito che l'amore di patria non faccia piangere

la carità del prossimo.

— Quanto a questo, pensateci voi; accomodateli insieme senza che

strillino troppo.

[Illustrazione: Disse lo zio ad Altobello: — Dammi un bacio,

e andate pel vostro dovere. (_pag. 55_)]

— Allora favoritemi una presa di tabacco, e ripiglio il filo

baldanzoso, facendo conto che amore di patria e carità abbiano a

formare tutta una cosa: che se per disgrazia fossero due, e l'ultima

avesse a toccarne, ora che mi ci sono messo vo' dire tutta la verità:

poichè chi l'ha da friggere la infarini, ch'io ne farò penitenza a

bell'agio. Carlo Magno dunque, incoronato da papa Adriano, costumò

come tutti i cristianelli di Dio, i quali passata la festa gabbano

il santo; dacchè ora con questo, or con quell'altro amminicolo andava

schermendosi dal consegnare quanto aveva promesso, e, preso alla gola,

dava a spizzico e tardi: la Corsica poi non dette mai: la governarono

per lo impero i marchesi di Toscana e con essi i conti feudatarii

delle varie terre dell'isola. Voi saprete le diavolerie successe tra

i discendenti di Carlo Magno, che si strapparono l'impero di mano

come una giubba rubata: in mezzo al tramestio l'erede del pescatore

figurate un po' voi se gittava il giacchio nel torbido. Antiche memorie

e tradizioni sempre vive assegnano a questi tempi la investitura di

tutta o parte dell'isola a un certo Ugo Colonna romano, e dopo al conte

di Barcellona, con questo patto, che retribuissero a Roma il quinto

dei raccolti e la decima dei fanciulli. Che cosa poi andassero a fare

cotesti fanciulli a Roma, sarà più bello non inquisire che onesto

trovare. Però negano questi fatti di due maniere persone: quelle che,

zelando troppo il patrio decoro, dubitano ricevere dal turpe tributo

non reparabile infamia; e gli sviscerati della curia romana, cui non

ripugna il caso, bensì lo scandalo. _Si non caste, saltem caute_, mi

capite? Però riesce più comodo negare che facile chiarire falso cotesto

fatto e gli altri che la storia aggiunge, voglio dire i rigidi delegati

spediti dal papa fino al numero di cinque per vigilare che i tributarii

non frodassero delle grasce nè dei fanciulli. Se i Côrsi avessero

aspettato dalla verecondia romana la cessazione di cotesto censo,

aspetterebbero anche adesso: ci si pose di mezzo Arrigo Belmessere e,

intercedendo ancora il vescovo di Aleria, fece lasciare la presa ai

mastini papali. Dicono che ciò non si ottenesse senza difficoltà, e al

vescovo di Aleria ne toccasse una ramanzina delle buone, facendo specie

che un ecclesiastico, un vescovo impedisse la osservanza dei dettami

evangelici; della quale cosa maravigliato costui chiese spiegazione, e

gli fu data così: «Non disse forse Gesù Cristo ai suoi discepoli, che

allontanavan i fanciulli da lui: Lasciate ch'essi vengano a me? Ora

il papa non rappresenta egli Cristo, e voi uno dei discepoli suoi?»

Caro mio, quando l'interesse ci ficca la coda, non vi aspettate a più

santi commenti della parola di Dio, massime dai preti. Voi intanto

notate questo, che ne franca la spesa: da prima i Côrsi, ridotti alla

disperazione dai Greci, vendono eglino medesimi i figliuoli per pagare

i tributi; i Saracini poi se li pigliano da sè; per ultimo spettava

alla corte romana mettere per patto nella investitura feudale la decima

dei fanciulli.

Ora le città italiche per forza o per amore incominciano a costituirsi

a comuni franchi da soggezione imperiale. Comuni noi non avevamo, bensì

conti: ma siccome la libertà piace a tutti, principalmente a quelli

che non la vogliono lasciare godere altrui, anch'essi si vendicarono

dalla servitù forestiera per contendere indi a breve della signoria

domestica, e, virtù fosse o fortuna, tra questi rivolgimenti primeggiò

il conte di Cinarca. La storia registra l'orribile governo che i

tiranni facevano dei Côrsi; ma ad eterna onoranza dei nostri padri

registra eziandio queste parole: i principi imperando a tirannide,

i Côrsi agguantano le armi e bandiscono la libertà; poi convocata

l'assemblea a Morosaglia, si costituiscono rettore Sambucuccio di

Alando. Così è, signor Inglese; questo santo antenato del nostro

Altobello fu padre della libertà côrsa. Sambucuccio giunse a stabilire

il governo di Terra del Comune: di molte e sconcie botte picchiò

i conti, ma innanzi di morire non venne a capo di superarli tutti,

sicchè, morto lui, rialzarono la cresta. Il popolo, non si sentendo

valente a resistere da sè, pare che chiamasse in aiuto i marchesi

Malaspina di Massa. Io dico _pare_; imperciocchè per questi tempi

non ci avanzino che scrittori e carte di donazioni chiesastiche, e a

fabbricare storie con questa razza di materiali, adagio. Vo' che ve ne

basti uno esempio. A questi giorni ho letto nelle _Antichità italiche_

di Ludovico Muratori una carta del 1019 o 29, la quale fa fede come

un messere Rolando, conte per la grazia di Dio e signore di tutta la

Corsica, Giulio giudice, e messere Giovanni legato _sentenziario e

scapolaro_, costrinsero certi villani a pagare alla badia di Santo

Stefano di Venaco libre cento di buoni danari e a sfrattare dalle terre

in fra tre mesi sotto pena di 300 fiorini d'oro e della scomunica per

parte di messer legato. Il dabbene proposto, comecchè poco tenero di

Roma, tuttavolta ha preso un granchio nel darci questa carta come

genuina: infatti pare impossibile come gli sia passato per occhio

che una sentenza del 1019 o 29 non poteva ricordare i fiorini d'oro,

battuti dal comune di Firenze nel 1252.

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 4 / 50 段