E il frate rise soggiungendo: — Lasciami finire. Un bel giorno dunque

mi lasciai svolgere e gli dissi: «Tu mi pari un uomo dabbene e molto

zeloso dei miei vantaggi; orsù ti voglio contentare, io rivelerò

la congiura e i congiurati.» «Non a me, costui rispose, bensì lo

hai a fare al magnifico segretario del senato.» «O a te, o a lui,

per me è tutta una, soggiunsi io, assettati come ti garba.» E il

segretario venne più che di passo, si mise a sedere e, tratti fuori

carta, calamaio e penne, levò la faccia in su e disse: «Voi potete

incominciare.» Io allora, strascinando a stento le catene, mi condussi

al cospetto del segretario e dopo averlo un cotal po' mirato in viso

gli domandai: «Voi dunque non conoscete i congiurati côrsi davvero?»

«Io sono venuto espresso per saperlo da voi.» «E la signoria desidera

proprio di saperli tutti?» «Ma sì, ma sì» gridò il segretario stizzito.

«Non v'inquietate; riponete i vostri scartabelli, chè in due parole

mi spiccio: congiurati in Corsica io ne lasciai 220 mila (chè a tanto

montava allora la popolazione); adesso levateci quelli che sono morti,

aggiungetevi gli altri che sono nati, ed avrete il numero giusto dei

congiurati; il capo della congiura sta in Genova.» «In Genova?» «Nè

più nè meno, anzi nel palazzo ducale, ed è il doge in persona, il

quale col mal governo ha condotto i Côrsi al partito di volere mettere

allo sbaraglio la roba e la vita piuttosto che piegare il collo a voi

altri.» — Da quel giorno in poi se mi scemassero il pane non si dice

nè manco; mi lasciarono inciprignire le piaghe delle gambe cagionate

dalle catene... insomma patii spasimi atrocissimi; non importa, chi

ha paura non vada alla guerra. Voi, Signore, che leggevate nell'anima

mia, sapete, se in quel punto il re Luigi di Francia fosse entrato in

carcere e mi avesse detto: «Padre Bernardino, vuoi barattare le tue

catene con la mia corona?» io gli avrei risposto: «Tirate di lungo,

Maestà.» Con quel filo di voce che mi era rimasto io mi raccomandava

così: «Vergine benedetta, se la mia dolcissima patria tanto provocò

l'ira del tuo divino Figliuolo, che i patimenti sofferti da lei

fino a tutt'oggi non bastino a placarlo, e a me pare che, se laggiù

s'intende discrezione che sia, ce ne dovrebbe essere d'avanzo, allora

pregalo per amore mio, che a te, misericordiosa, volli sempre tanto

bene, a scassarli dal conto della Corsica ed impostarli a debito mio,

ch'io mi protesto di pagare per tutti. Se vedi che ci sia verso di

scampare dallo inferno, tu fammelo risparmiare; ma se, per salvare la

patria, dovessi perdere l'anima, vada la salute eterna, purchè rimanga

stritolato l'abborrito straniero.» Confesso che simile proposta non

veniva da mente sana; ed anco fatta con sensi più convenevoli, grande

presunzione sarebbe stata la mia esibirmi in iscambio della nobile

patria. Così non venni accettato. Papa Clemente XII, cui non garbavano

i frati tormentati, a meno che li tormentasse egli medesimo, mi chiese

alla repubblica con un breve: e la repubblica, immaginando che il

papa le risparmiasse la spesa della sepoltura, volle farsi l'onore del

sole di luglio e mi consegnò. Uscito di prigione, con una scrollatina

buttai giù apprensioni e malanni: pensa se voleva acquietarmi nel

convento di Monticelli, dove il papa mi aveva rilegato. Mi calai dai

muri e, mentre i Francesi e i Genovesi mi credevano terra da ceci,

eccomi da capo in paese di Comune a predicare e a tirare archibugiate

per la maggior gloria di Dio e per la salute della patria. Ora poi

che Genova ci ha venduti, e Francia comprati, a dirtela schietta,

figliuolo mio, mi pare essermisi sgravato il cuore di un grossissimo

peso, perchè quel sentirmi minacciare la morte e chiedere la vita

nella mia stessa favella mi faceva proprio cascare le braccia. Non

più pietà, non ritegno: fratellacci i Genovesi ci erano, tuttavolta

fratelli; adesso forestieri tutti. Per la quale cosa, persuaso che per

questo quarto di ora i Côrsi maggiore merito si acquistino presso a

Dio menando di mani che a recitare il breviario, mi sono aggirato pei

conventi italiani a reclutare questi buoni religiosi côrsi, ai quali

su le prime parve duretto, ma io li convinsi dicendo: «E' non ci ha

dubbio; all'obbedienza del vostro padre guardiano sopra questa terra

voi trasgredite, ma lo fate per osservare la voce del padre guardiano

di tutti che sta nei cieli, ed io vi assicuro che l'angiolo custode

non vorrà farsi scorgere a pigliarne l'appuntatura: ad ogni modo io

rispondo per tutti.» Allora essi hanno detto: «_Ecce ancilla Domini_;

faremo quello che potremo;» e si sono provvisti di carabine che valgono

un Perù. Ecco che io ti ho contato la mia, ora contami la tua.

CAPITOLO V.

Lo zio

— Babbo è morto...

— Oh povero uomo! E di che male? e dove?

— Di puntura a Venezia.

— Vedete di che male è andato a morire un galantuomo che poteva finirla

con una brava archibugiata in Corsica e per la Corsica!.... E lo zio?

— Lucantonio è rimasto a Venezia.

— E perchè non venne teco?

— Ma se mi tagliate le parole dalla bocca, io non vi potrò dire niente,

e voi non potrete intendere niente.

— È giusta; tira innanzi.

— Voi vi avete a figurare che le notizie del trattato di Compiègne e

dell'altro di Versaglia, vergogna nuova su la faccia di Francia, se

su cotesta faccia potesse capire vergogna, arrivarono a Venezia prima

assai che in Corsica, e lo zio, leggendo le gazzette, mutava di colore

in viso; poi brontolava: «Che importa a me di Corsica? Non me ne hanno

cacciato fuori? Chi l'ha a mangiare la lavi.»

— Bò! Tentazionacce! Ma che, ci si pensa nemmeno quando si vuol bene

davvero?,

— E presa la gazzetta se ne accendeva la pipa.

— Tutta superbia.

— Se non vi chetate, smetto.

— No, per lo amore di Dio!

— Alla domane, quando io stava per uscire di casa, dicevami:

«Altobello! guarda un po' se ci ha notizie di Corsica; e se le

raccapezzi, portamele subito, sai.» Certo di la posta di Ancona recò

un piego maiuscolo, immaginate come un mattone; nella sopraccarta si

leggeva: _Al nobile uomo l'illustrissimo Lucantonio Alando, colonnello

della guardia côrsa al servizio della serenissima repubblica di

Venezia._ Il sigillo, largo quanto uno scudo, rappresentava l'arme

di Corsica riformata, vo' dire colla fascia intorno alla testa. Capii

che si doveva trattare di cosa seria; però difilato al quartiere, dove

di fondo alle scale cominciai a urlare: «Zio! zio!» «Che ci è egli di

nuovo?» rispondeva il colonnello di sul letto dove lo teneva conficcato

la più parte del giorno la sua malattia. «Pieghi di Corsica.» «A me?»

«Proprio a voi.» «Fa presto.» «Più di quattro scalini per volta io non

posso montare.» Arrivai in camera con un palmo di lingua fuori e dalla

soglia gittai il plico allo zio: egli lo prese con ambedue le mani, se

lo accostò devotamente al petto, poi si pose a considerare il sigillo

e, levatosi in atto di riverenza il berretto di capo, lo baciò; voleva

aprirlo, e non gli riusciva, tanto gli tremavano le dita. Allora disse:

«Altobello, leggi un po' tu, chè io ho dimenticato dove abbia messo

gli occhiali.» Buono zio! gli occhiali avevali davanti sul guanciale,

ma le lacrime gli velavano la vista ed anco a me un certo batticuore

mi teneva sospeso ad aprire il piego; tuttavolta lo apersi e lessi una

lettera, ma vi so dire una lettera da schiantare l'anima, comunque si

fosse di granito dell'Algaiola.

— Sì eh?

— In verità, padre Bernardino, ella mi fece tanta impressione, che la

lessi e rilessi, la copiai più volte, finchè mi rimase stampata nella

memoria. Incominciava col dare in succinto il ragguaglio della origine

e dei successi della guerra, gli accomodi insidiosi, le concessioni

fallaci, le frodi sfrontate, le turpi offerte e gli empî contratti:

aggiungeva, come per consenso di teologhi solenni fosse stato

dichiarato potersi impugnare legittimamente l'arme contro Genova; tanto

più poterlo adesso contro la Francia, sfacciatissima ed immanissima

compratrice di umano e libero sangue; gli ufficî buoni, le mediazioni

dei potenti, le suppliche stesse essere riuscite invano; la tremenda

vanità francese smaniare nella libidine di possedere la Corsica, perchè

Inghilterra acquistò Gibilterra e Porto Maone, e correre voce voglia in

un modo o in un altro recarsi nelle mani Orano in Africa e Buenos-Ayres

nell'America; tutto concederci la Francia, tranne la libertà; tutto

sopportare la Corsica, tranne la servitù; guerra a qualunque costo

volersi, e guerra fosse, chè i Côrsi non contano i nemici, ma ricordano

quello che Giulio Cesare scrisse dei loro antichi: _seu vincendum

belligerando, seu moriendum_. «Nessun principe, proseguiva il mirabile

scritto, ha compassione di noi; l'avrà Dio. Assicurati fino da

principio di combattere questa guerra per sottrarre alla perdizione

anima, sangue, onore, libertà e sostanze, ricorremmo e ricorriamo

sempre a Dio con pubbliche penitenze, frequenza di sacramenti,

esposizione del Venerabile ed altre siffatte cautele.» Toccati poi

parecchi particolari di minore importanza, ripigliava con pietosissime

parole: «Ora, o carissimi fratelli, invitiamo anche voi acciò veniate

ad unirvi con noi nell'ultimo cimento della patria. La causa è comune,

nè voi sapreste sopravvivere alla caduta nostra: venite pertanto ad

esserci compagni, a mietere palme sopra i nemici vinti, o ad unire il

vostro col nostro sangue, acciò ingrossandosi il torrente faccia più

clamoroso lo spirito che risuoni al Dio delle misericordie, e l'accetti

in sacrificio di martirio per le patrie leggi, e resti memoria

onorata ai secoli futuri, che i buoni hanno voluto piuttosto morire

tutti, che vivere in più lunga servitù. La pietà e l'onore vostri non

abbisognano di altro stimolo per imprendere subito il viaggio verso

di noi, bastandovi conoscere la imminente rovina nostra. Via dunque

superate ogni ostacolo per sovvenirci in tanta stretta; tutto è lecito

per compire il debito verso la patria; nè vi ha scusa che valga a

dispensarvene. Certo accettissime ci comparvero e fuori di misura grate

le tante vostre lettere, piene di ammonimenti e di avvisi: però, a

parlare alla libera, poveri noi se avessimo a condurre le imprese col

consiglio dei lontani! Deh! Lasciate in pace la penna ed impugnate una

volta la spada, chè è tempo questo di spargere sangue, non inchiostro;

tempo di combattere fra i perigli, non già di consigliare al coperto.

Ricordatevi Curzio, il quale ebbe a gloria di precipitarsi nella....»

— No, signore....

— Come no, signore? O non diceva per avventura così?

— Già; diceva in quest'altra: «Ricordatevi che l'amore santo di

patria ha reso incuranti del fuoco, delle voragini, uomini fortissimi

e onoratissimi; venite a morire con esso noi voi altri che con

noi nasceste, nè vi spiaccia trovare la tomba là dove sortiste i

natali....»

— È vero; parlava come dite voi; dunque anco voi la imparaste a mente?

[Illustrazione: I preti e i frati, con quella decenza che ha

fatto dire la sfacciataggine nata in sagrestia e allattata in

convento, continuavano a litigare. (_pag. 32_)]

— Io? La scrissi....

— La scriveste voi? — gridò saltandogli al collo Altobello; e il

signor Giacomo, stringendogli a sua volta e squassandogli la destra,

esclamava:

— Ma dunque voi siete proprio un frate dabbene?.. Pare!

Male possiamo supporre quello che il padre Bernardino avrebbe risposto,

caso mai avesse sentito cotesto strano complimento: fatto sta che,

preoccupato dall'Alando, non ci pose avvertenza.

— Oh! che credevi? — soggiungeva il frate favellando con Altobello,

— che il tempo speso a imparare a leggere e a scrivere me lo fossi

giocato a tarocchi, io? E poi quando si butta giù quello che scoppia di

qua dentro (e il frate si picchiava il petto da rompersi una costola)

e si fa sempre presto e sempre bene.

— Benedetti quel cuore e quelle mani! Dunque posso smettere di

recitarvi la lettera, poichè l'avete scritta voi?

— O che tu smetta o che tu prosegua per me la è tutta una.

— Non così per me, salvo vostro onore: e se nulla impedisce, vorrei

pregare il signore Alando ad essermi cortese perchè continuasse....

— Ripiglierò la lettera, e, là dove sbagli, voi, padre Bernardino, mi

verrete correggendo. Dopo avere discorso degli apparecchi formidabili

del re di Francia, dei bandi rigorosissimi contro qualunque Côrso si

attentasse in qualsivoglia maniera sovvenire alla patria, e delle

pratiche fatte presso le corti di Europa per metterci al bando dei

popoli cristiani, quasi nella sua superba viltà disperasse con ventisei

milioni di uomini venire a capo di duecentoventimila, prorompeva in

questi lamenti: «Noi siamo considerati dai principi bersaglio degli

uomini. Fu lecito ai legni genovesi, ancorchè neutrali, somministrare

nelle recenti guerre munizioni a Tolone, nella Sicilia, in Catalogna

ed altrove: fu generoso noleggio ed onesto guadagno traghettare nel

1358 settantamila infedeli in Grecia per la profanazione di cotesto

popolo cristiano, aprire il varco ai maomettani nella Europa con tanta

iattura dello impero di Oriente, a scapito della fede cattolica;

ma che adesso drizzi taluno la prua verso la Corsica a causa di

mercatura, si reputa fellone e sacrilego; la sostanza rapinasi, il

corpo apprendesi. Cristiani siamo e combattiamo giustissima guerra

e d'incolpevole difesa: onde chiunque sovvenga noi meschini non può

temere le scomuniche della bolla _in cœna Domini_, e vive sicuro di non

offendere le santissime leggi del giusto e dell'onesto, anzi è certo

del contrario, essendo stato sempre atto di misericordia soccorrere gli

oppressi. Ora voi vedete, fratelli, quanti mali ne circondano: guardivi

Dio dalla vergogna di starvene spettatori da lontano: non consentite

che tanta ignominia si aggravi sul vostro capo: vi prenda rossore di

chiedere nuove degli avvenimenti di Corsica con le mani alla cintola

lontani, come se si trattasse di paese forestiero, di cui la curiosità

sola vi muova a sapere le notizie. Venite, venite alla fatica e alla

guerra, chè col sudore e col sangue o vinceremo o moriremo da forti:

_si moriemur enim, non moriemur inulti_. Con amarezza inestimabile

l'anima nostra trascorre a considerare come non anco vi punga il

rimorso per avere tardato ad accorrere in sostegno della patria

cadente, e come patiste aspettare le nostre grida di angustia. E voi

pure, sacerdoti, ecclesiastici paesani, chiamiamo a ridurvi, senza

mettere tempo framezzo, a casa vostra, non mica per combattere, chè le

armi vostre sono le orazioni e le lacrime, bensì perchè, vedendo da

vicino le battiture di questo povero popolo, possiate con più ardore

pregare Dio, con maggiore pietà benedire gli estremi aneliti delle vite

nostre[9]...»

— Fa punto, figliuolo, e avverti che questo io ci misi così per

mettercelo; chè credo Dio ascoltare bene e meglio la preghiera di

ogni creatura si rivolga a lui senza mestiero di frati. E' s'intendeva

sottinteso fra me che scriveva e quelli che leggevano, come dovessero

venire a menare santamente le mani...

— Bene! io mi congratulo infinitamente con voi, signor frate; voi siete

un degno gentiluomo in verità.

— Eh! no, signore, io sono nato pastore...

— All'ora è diverso...

— Niente affatto, la è tutta una, mi pare.

Ma Altobello, per troncare ogni quistione molesta, riprese: —

Rinunziate forse, padre Bernardino, a sentire la fine dal mio racconto?

— Al contrario; di' presto.

— Orbe': giunto al punto in cui mi avete interrotto voi, mi interruppe

anche lo zio domandando; «Ecci altro?» Ed io: «Ecci l'augurio che

l'arcangiolo Raffaello accompagni ognuno per la via caso mai che

muova per la Corsica: la firma dei Nove, del Supremo Consiglio,

quella del generale Paoli e per ultimo il sigillo del regno e la

firma del gran cancelliere Massesi». «E finisce affatto?» interrogava

egli ansiosamente. «No, in fondo io leggo: _volta_». «Volta dunque e

vedi». «Ecci un'altra lettera». «Firmata?» «Sì, firmata aspettate...

dal Paoli». «Be', riprese serenandosi, leggi piano e distinto». «Caro

Lucantonio...» «Dice proprio: caro Lucantonio?» «Ecco qui se volete

vedere...» «Non importa, tira innanzi». «Sambucuccio di Alando fu

padre della côrsa libertà: voi suo nipote potete patire che casa

vostra sia ridotta in servitù? I Côrsi furono venduti come pecore, ma

i Côrsi hanno deliberato difendersi come leoni, imperciocchè sebbene

io non la faccia facile, pure adoperando virtuosamente le mani ci

ha caso di vincere, e allora oltre la salute della patria verremo ad

acquistare bellissima fama; o saremo soprafatti, e i nemici impareranno

a rispettare i superstiti dal valore dei morti superati dal numero non

dal valore, ed anco in questa guisa gioveranno alla patria. I popoli

côrsi, memori di Sambucuccio, domandarono: È spenta la stirpe degli

Alando? Essendosi fatti a visitare le tombe di casa vostra, non hanno

trovato alcuno sepolto con lo scudo ai piedi; e allora domandarono da

capo: Dove vivono gli eredi? Mentre la patria ha bisogno di difesa a

che vi state in Venezia voi prestantissimo in arme? Forse, perchè vi

fu cugino Mario Matra, credete corrervi obbligo di procedermi nemico?

Mario mi assalì alla sprovvista nel convento di Bozio cercandomi a

morte; mancavano ai miei ed a me le munizioni: di accordi egli non

ne volle sapere: in difetto di arnesi per rompere porte, egli appiccò

il fuoco al convento, e noi, tenendoci per ispacciati, avevamo ormai

raccomandato l'anima a Dio, allorchè una mano di popolo trasse a

sovvenirci.

«Mario in cotesta puntaglia rimase prima ferito, poi morto innanzi

che io potessi recargli soccorso. Lo piansi, e non con le lagrime con

le quali Cesare pianse Pompeo; e me lo potete credere, conciossiachè

il cuore mi si schiantasse meno per lui che pei mali che presagiva

imminenti alla patria: lo preservai da ogni insulto; con le mie mani

gli detti onorata sepoltura, con le mie labbra gli supplicai pace:

parlo cose a tutti note; fossero a tutti sconosciute, le affermo io,

e basta. Lucantonio Alando presterà fede a Pasquale Paoli, perchè

Pasquale Paoli presterebbe fede a quanto gli affermasse Lucantonio

Alando. Ma, posto che il caso fosse andato diversamente, e Mario avesse

avuto ragione come ebbe torto, che entrano odii privati col bene della

patria? Vi piaccia considerare me non come Pasquale Paoli, bensì come

magistrato eletto dal volere del popolo a difesa della libertà. Se vi

riputate più capace al bisogno, venite e comandate voi; se invece vi

paressi più adattato io, venite e militate sotto le bandiere della

vostra patria. Più tardi, cessata la guerra, ripiglierete, se vi

sembrerà giusto, il vostro odio e vendicherete nel mio il sangue di

Mario. Frattanto io, in considerazione vostra, ritardo fino a maggio

la rassegna delle milizie, perchè desidero che a quel tempo, facendo

la chiamata dei difensori della patria, qualcheduno esca a mostrare

viva la nobile stirpe degli Alando. Dio vi aiuti. Il vostro compatriota

Paoli.»

Lo zio non disse parola; fece atto che gli porgessi la lettera, la

quale avuta piegò e ripose in seno, poi accennò che io uscissi. Per tre

giorni interi non aperse bocca sopra la lettera; su l'alba del quarto

il caporale Tancredi mi svegliò e mi disse: «Su via, signor tenente,

chè l'illustrissimo signor colonnello lo aspetta.» Andai e rinvenni lo

zio a letto con gli occhi rossi e il viso pallido più del consueto,

notai il lume sempre acceso e le lenzuola macchiate d'inchiostro: il

povero zio aveva vegliato tutta la notte, forse anco pianto. Quello

però che mi fece maraviglia fu ch'io lo trovai vestito della sua assisa

di gala con in capo il tricorno gallonato e piumato. Per man mi prese

tostochè mi fui avvicinato al letto, e così mi favellò con voce piana:

«Altobello, fra un'ora partirà per Ancona il brigantino le _Anime del

purgatorio_, capitano Gabriello Tagliaferro: voi vi c'imbarcherete

sopra, d'Ancona per terra ve ne andrete a Livorno e quinci partirete

per casa» A questo punto, volendo io fare qualche avvertenza, egli mi

strinse forte la mano e aggrottò le ciglia continuando:

«Quanto alla licenza, eccola qua, la repubblica ve la concede ampissima

con la promessa di mantenervi il grado senza pregiudizio dell'anzianità

quante volte vi piaccia ripigliarla; imperciocchè come i principi,

sebbene fra loro capitali nemici, si accordano mirabilmente dove si

tratti conservare i popoli in servitù, così le repubbliche avrieno ad

intendersi per tenere su in piedi la libertà: ma gli uomini sempre

e gli stati troppo spesso queste cose capiscono tardi, e temo forte

che Venezia le abbia apprese più tardi che altrui; ad ogni modo le

ha capite, ed è perciò che vi concede la licenza. Questa lettera

consegnerai in Livorno al signor Santi Giacomini, che vi procaccerà il

passo sicuro per Corsica; queste altre sono pei cugini di casa; queste

poi rimetterai nelle proprie mani del generale Paoli, in proprie mani,

capisci e con essa questi mille zecchini, senza dire niente, perchè il

danaro dato al Paoli è danaro dato alla patria: a te ecco la spada di

Alferio fratello mio, che fu tuo padre; egli la illustrò combattendo

per gente non sua, io procurai mantenerla senza ruggine, tu, più

felice, adoprala per casa tua. Dammi un bacio e andate pel vostro

dovere.» Ed ora, padre Bernardino, voi avete saputo come e perchè io mi

trovi imbarcato qui con voi alla volta della Corsica.

— Sangue di Alando non poteva mentire, benedetto ne' tuoi figliuoli e

nei figliuoli de' tuoi figliuoli. Altobello, la fortuna può levarti gli

averi, ma levarti la fama ormai non istà più in sua podestà.

— Vedete un po' che razza di gente sono questi Côrsi! Chi mai lo

avrebbe pensato?

Il signor Boswell, comechè urbanissimo fosse, preso dal consueto

svagamento, lasciò scapparsi questa osservazione di bocca con voce più

alta che non avrebbe desiderato: per la quale cosa fra Bernardino, il

quale era vago dei forestieri come il cane delle mazze, facendo grugno

interrogò Altobello:

— Donde hai cavato tu cotesto coso? Com'entra nelle nostre faccende

costui?

Padre Bernardino adesso veniva a movere sul Boswell quella medesima

domanda che il Boswell aveva poca ora prima fatta sul frate; tanto

vero che le bisogne umane presentano spesso il rovescio così appuntino

uguale col loro diritto, che nè anche chi primo li fece, saprebbe

distinguerli: ma poichè la domanda fratesca palesava intenzione acerba,

dubitando Altobello che di parola in parola non divenisse lite, era

sul punto di rompere con qualche suo trovato il colloquio, quando

il capitano Franceschi lo sovvenne molto opportunamente gridando dal

timone:

— Ammaina le vele; i passaggeri abbasso.

Allora i nostri passeggeri si accorsero come il vento, mutandosi ad

un tratto, di tramontana si era volto a libeccio. Grosse nuvole nere,

pari a gravi battaglioni di esercito, una dopo l'altra venivano ad

attelarsi pei campi del cielo, mentre altre più leggiere percorrevano

in sembianza di bersaglieri.

— Avremo burrasca, neh! capitano Angiolo? — domandò fra Bernardino

affrettandosi ad obbedire al capitano Franceschi; e questi:

— Bò! Ma per istanotte in Corsica non si arriva mica; e' sarà bazza se

in tutto domani.

— Ciò mi sconcia; ma in questo come in ogni altro la volontà di Dio sia

fatta.

E si avviò sotto coperta seguitato dagli altri.

CAPITOLO VI.

Perchè i Côrsi non amino i forestieri

Altobello, senz'altro dire, si giacque a canto allo amico suo Giocante

Grimaldo, il quale, comechè animoso molto e della patria sviscerato,

pure non sapeva fare altro che menare le mani e dormire. Fino da quando

egli ebbe uso di favella non si ricordava avere parlato tre minuti

senza sbadigliare quattro volte. Soleva dire che la rettorica del

soldato sta sul taglio della spada, e se per questa ei non capisce, o

con questa non si fa capire, gli è segno ch'ei nacque per servire la

messa, non già per esercitare la milizia. Giocante per tanto dormiva;

ma siccome riesce più agevole perdurare nel sonno che incominciarlo,

come ogni uomo può avere esperimentato, così accadde che, sebbene

Altobello, il Boswell e padre Bernardino ci si mettessero di proposito,

non ne vennero a capo. E davvero, posti ancora da parte i pensieri che

ad ognuno di loro mulinavano pel capo, non persuadevano il sonno lo

zufolio del vento pel sartiame, il fiotto dei marosi che, rompendosi

contro la prua, scivolavano cigolando lungo le bande della galera, e

quel tracollo da poppa a prua squassa la carena alle navi e le viscere

ai passeggeri. Infatti Altobello, dopo essersi voltato delle fiate

più di venti ora sul manco, ora sul diritto fianco, si mise a sedere,

tirando in su le gambe, e su quelle appoggiati i gomiti, introdusse la

faccia nelle mani aperte come dentro una morsa. Fra Bernardino, notato

l'atto e parendogli buono, non pose tempo fra mezzo ad imitarlo, e il

signor Giacomo, quasi a far prova del quanto sia contagioso lo esempio,

tenne dietro a que' due.

Parevano gli amici di Giob quando, invece di consolarlo, andarono a

fargli scappare la pazienza, finchè preso il morso fra i denti, il buon

patriarca dette di fuori. Per la qual cosa io non sono mai arrivato a

comprendere come sia passata in proverbio la pazienza di Giob. Scorsa

lunga ora in silenzio, fra Bernardino chiamò:

— Altobello!

— Che desiderate da me? — rispose il giovine côrso.

— Mi è venuto lo scrupolo di avere proceduto con manco di cortesia con

questo gentiluomo su dianzi in coperta.

— La coscienza non v'inganna; consideratelo voi: questo gentiluomo per

visitarci muove da casa sua.... dalla Inghilterra....

— Ah! Inglese? La è dunque inglese vostra signoria? _Angli olim angeli,

nunc diaboli_,[10] come ho sentito dire a Roma.

Pasquale Paoli; ossia, la rotta di Ponte Nuovo · 第 3 / 50 段